Lezioni dalla Grecia
21 Settembre 2015
Dagli Iww al Cio, il sindacalismo industriale negli Stati Uniti tra radicalità e fenomeni di massa
23 Settembre 2015
Lezioni dalla Grecia
21 Settembre 2015
Dagli Iww al Cio, il sindacalismo industriale negli Stati Uniti tra radicalità e fenomeni di massa
23 Settembre 2015
Mostra tutto

Tra classe e partito. Dilemmi e traiettoria del sindacalismo rivoluzionario in Francia

di Francesco Giliani

 

Nel 1909, la dirigenza conservatrice e corporativa del sindacato statunitense Afl (Federazione americana del lavoro) rifiutò di aderire al segretariato sindacale internazionale, collegato alla Seconda Internazionale. La ragione? La presenza in quell’organismo dei sindacalisti rivoluzionari francesi della Cgt (Confederazione generale del lavoro), colpevoli agli occhi di Samuel Gompers – boss dell’Afl – di antipatriottismo e di propaganda a favore dello sciopero generale “espropriatore”. Chi erano questi “terribili” combattenti della classe operaia francese? Quali strategie politiche difendevano? In quale direzione si mossero allo scoppio della prima guerra mondiale e della Rivoluzione russa? Come reagirono allo stalinismo? Rispondere a tali questioni significa comprendere, oggi, valori e limiti di una delle esperienze più significative del movimento operaio del Novecento.

Prima della Cgt

Il sindacalismo rivoluzionario francese ha una traiettoria politica ed un fascino particolari. La sua storia si confonde con le prime lotte di massa del proletariato dopo la disfatta sanguinosa della Comune di Parigi nel 1871. Massacrata nelle strade di Parigi o deportata nelle colonie della Nuova Caledonia e della Guyana, l’avanguardia operaia francese non spezzò il filo della sua tradizione rivoluzionaria, risalente alla Prima Internazionale, all’insurrezione operaia del giugno 1848 a Parigi ed alle prime battaglie di classe degli anni ’30 del XIX secolo. A fine Ottocento, gli anarchici provarono a rompere l’isolamento con gesti ed attentati eclatanti. L’epoca di Ravachol1 finì nel 1893-1894 con repressione massiccia e rafforzamento dello Stato. Di lì a pochi anni, i lavoratori presero la parola con la lotta di classe e l’organizzazione sindacale.

Lo sviluppo industriale francese era, in termini relativi, più lento di quello britannico e molto meno frenetico di quello tedesco o statunitense. La produzione industriale francese, infatti, cadde dal 10% circa del totale mondiale di fine Ottocento al 6,4% del 1913, meno della metà di Germania e Gran Bretagna. A cavallo del XX secolo, il peso della piccola industria e dell’artigianato rimaneva rilevante e bassa era la concentrazione della classe in settori industriali moderni. La Cgt, dunque, si sviluppò soprattutto nel settore tessile ed in quello edile, nei quali a inizio Novecento erano impiegati rispettivamente circa un milione di lavoratori; la metallurgia contava solo 400mila addetti e altrettanti se ne registravano nelle miniere, settore controllato quasi ininterrottamente dalle burocrazie sindacali riformiste. I ritardi nello sviluppo dell’industria moderna ed il peso della tradizione politica proudhoniana e dell’ala bakuninista della Prima Internazionale tennero a lungo viva in Francia ogni sorta di prospettiva basata sul localismo o sull’esodo dalla società. Le diverse correnti dell’anarchismo incarnarono tutti questi tentativi, spesso contaminati gli uni con gli altri: dalle comuni rurali al vegetarianesimo, dall’illegalismo – che ebbe il suo culmine nel 1911-1912 con la banda Bonnot2– all’individuazione del sottoproletariato più disperato come soggetto rivoluzionario per eccellenza – come nel caso dell’allievo di Sorel Mecislas Goldberg o di Albert “Libertad”, fondatore a Montmartre delle Causeries popoulaires (Chiacchierate popolari).

Il congresso di Amiens: tra classismo e sorelismo

I militanti sindacalisti rivoluzionari che diressero la Cgt dal 1906 allo scoppio della Prima guerra mondiale – Monatte, Rosmer, Merrheim, Dumoulin, Jouhaux – presero le distanze dall’ambiente politico anarchico nel quale molti di loro erano cresciuti, anche dagli “anarchici puri” che avevano deciso d’impegnarsi nella Cgt, consigliati in ciò anche da Errico Malatesta3, dando però la priorità alla propaganda politica generale. Pierre Monatte, tipografo e redattore de La vie ouvrière (Vo, La vita operaia), rivista centrale del sindacalismo rivoluzionario francese, incarnava il legame con la tradizione anarchica della Prima Internazionale. Monatte considerava come suo riferimento la Federazione del Giura, colonna ideologica del gruppo federalista-bakuninista dopo la rottura con Marx. Malgrado la sua formazione, Monatte criticò la tendenza dei gruppi anarchici a trasformarsi in sette dottrinarie. Il suo intervento al congresso anarchico internazionale di Amsterdam nel 1907 è un appello, a nome della Cgt, ad abbracciare l’attività sindacale e da lì far avanzare gli ideali libertari. La sua visione del marxismo era comunque ancora molto deformata dalle incrostazioni burocratiche sempre più profonde che segnavano la Seconda Internazionale, soprattutto nella sezione-guida tedesca ed in Europa occidentale. I sindacalisti rivoluzionari, infatti, non stimavano i cosiddetti “marxisti ortodossi” della Seconda Internazionale – quelli alla Karl Kautsky4 – più dei revisionisti5. Il parlamentarismo e la verbosità rivoluzionaria dei primi li repellevano. Non avevano nessuna intenzione di subordinare la loro azione sindacale a partiti e gruppi parlamentari profondamente accomodati col nemico di classe. In Francia, l’ala “ortodossa” del Partito socialista, guidata da Jules Guesde, non era meno lontana dall’intervento nella classe lavoratrice e meno ricolma di intellettuali al suo vertice di quanto non lo fossero le altre correnti del partito. Nel 1914, tutta la dirigenza del Partito socialista, Guesde incluso, capitolò davanti all’unità nazionale, votò i crediti di guerra ed entrò al governo. Delle posizioni espresse prima della guerra da Rosa Luxemburg o dai bolscevichi i sindacalisti rivoluzionari sapevano, all’epoca, poco. Ignoravano anche l’asprezza del dibattito che oppose Lenin e la Luxemburg a Kautsky sull’interpretazione della rivoluzione russa del 1905.

Antiparlamentari, i sindacalisti rivoluzionari contrastavano anche l’idea, dominante nella Seconda Internazionale, della separazione rigida tra compiti economici, spettanti al sindacato, e politici, riservati al partito e nei fatti, in specifico, al suo gruppo parlamentare. La Cgt, invece, pensava che fosse compito del sindacato fornire una visione di classe del mondo. Nel 1909, ad esempio, la Cgt partecipò alle turbolente manifestazioni di massa di Parigi in protesta contro l’esecuzione, a Barcellona, del pedagogo libertario Francisco Ferrer. Dunque, nel congresso fondativo della Cgt, tenutosi ad Amiens nel 1906, la famosa carta costitutiva del sindacato prevedeva di principio la neutralità politica, per affermare in concreto la totale indipendenza dall’opportunismo del Partito socialista. La frazione sindacale della Cgt legata ai guesdisti, sostenitrice della subordinazione del sindacato al partito, fu sonoramente sconfitta. I riformisti, allora in netta minoranza, sostennero, per le loro ragioni, la neutralità politica ma rimasero in sordina.

La Carta di Amiens considerava lo sciopero generale l’arma suprema e finale della rivoluzione sociale. Costruita l’unità nella Cgt, la classe operaia avrebbe sferrato con quell’azione espropriatrice e politica un colpo fatale ai capitalisti. In questa parola d’ordine, appare il legame tra il sindacalismo rivoluzionario ed il pensiero di Georges Sorel. Questi, ammiratore della filosofia irrazionalista di Bergson, considerava lo sciopero generale l’immagine mitica capace di “evocare in blocco e per mezzo della sola intuizione, prima di ogni analisi ponderata, la massa dei sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna. […] Questo metodo presenta tutti i vantaggi offerti dalla conoscenza totale dell’analisi, secondo la dottrina di Bergson.6 Con un procedimento tipicamente cattedratico, Sorel applicava la filosofia alla quale aderiva in quel momento, il bergsonismo, alla realtà del movimento operaio, costruendo arbitrariamente il rapporto tra i due elementi. Il movimento, considerato da Bergson come un tutto indiviso, avrebbe così avuto il suo riflesso nella dottrina sindacalista dello sciopero generale come momento catartico e positivamente catastrofico. Il ruolo di intellettuali come Sorel o Gustave Hervé, direttore di Guerre sociale (Guerra sociale), fu simile a quello di “compagni di strada”. Il retroterra filosofico irrazionalista e bergsoniano di Sorel fu sostanzialmente affar suo e di altri elementi intellettuali che simpatizzarono per la Cgt. Esso impregnò solo marginalmente il nucleo dirigente della Cgt. Nei cortei per Ferrer, ad esempio, l’avventurismo tipico dei soreliani portò i redattori di Guerre sociale, assieme agli anarchici del Libertaire, ad estrarre i revolver ed ingaggiare uno scontro a fuoco con la polizia. Il nucleo sindacalista della Cgt non adottò mai quei metodi da guerriglia per piccole bande, che portarono invece nuovamente allo schianto l’anarchia francese di primo Novecento in una spirale di violenza minoritaria sempre più cieca e remota dalla classe. Il sorelismo esercitò una maggior attrazione sui settori schiettamente anarchici interni ed esterni alla Cgt, anche quando nel 1914 fu il lievito ideologico per il passaggio immediato e “catastrofico” di tanti, compreso Hervé, dall’estrema sinistra al campo patriottico.

Nel 1915, Alfred Rosmer spiegò a Lev Trotskij, allora esule a Parigi, quanto l’influenza reale del sorelismo sul sindacalismo rivoluzionario fosse, già allora, esagerata tanto sulla grande stampa quanto nei dibattiti della Seconda Internazionale. Trotskij ne fu profondamente convinto e considerò il sindacalismo rivoluzionario l’embrione del Partito comunista. Ne La mia vita Trotskij scrisse che Rosmer era più vicino al marxismo dei guesdisti.

Decenni dopo, lo stalinismo diede un contributo decisivo nello schiacciare nuovamente l’immagine del sindacalismo rivoluzionario sul sorelismo. Questa operazione, portata avanti anche in Italia dal Pci, permetteva di fare facilmente i conti con una corrente classista attratta dal bolscevismo e disgustata dallo stalinismo, rendendola debitrice di una filosofia borghese ed irrazionalista – mentre il Pci7 e l’Urss dovevano essere le uniche entità “reali e razionali” del movimento operaio.

Nodi da sciogliere

Nel pensiero sindacalista rivoluzionario, il sindacato avrebbe assicurato, dopo lo sciopero generale rigeneratore, una gestione collettiva dell’economia e della società. Due punti centrali restavano però indeterminati: la possibilità che un sindacato operaio degenerasse e la forma di uno Stato operaio nella transizione al comunismo, sempre che se ne ammettesse la probabilità. Il chiarimento del secondo punto, in particolare, era ostacolato dal permanere di pregiudizi bakuninisti su ogni forma di centralizzazione – bollata a priori come autoritaria –, soprattutto nella società post-rivoluzionaria. Fu però l’insufficienza dell’analisi sul primo punto a travolgere la Cgt allo scoppio della guerra mondiale. Victor Serge scrisse questo: “Ardente e forte nel 1906-1907, la Confederazione generale del lavoro cominciava a declinare, resa ragionevole in pochi anni dallo sviluppo delle categorie operaie ben retribuite. L’‘insurrezionalismo’ di Gustave Hervé e di Miguel Almereyda girava a vuoto, esprimendo in sostanza solo il bisogno di violenza verbale e fisica di una piccola minoranza.8 In altre parole, la crescita economica e la stabilità politica domarono lo spirito ribelle dei capi della Cgt, spingendo al contempo l’ala anarchica e soreliana in un crescendo di verbalismo avventurista. Alla prova storica della Prima guerra mondiale, il Comitato confederale della Cgt s’adagiò quasi unanimemente all’odiata Union sacrée con la borghesia, in nome della guerra contro la Germania. Già il 3 agosto 1914, al funerale di Jaurès9, l’allora segretario della Cgt Léon Jouhaux saltò nel patriottismo. Il nucleo di redattori della Vie ouvrière, tenuti assieme da Rosmer e Monatte, sprofondò nell’isolamento. Le prime riunioni di chi era rimasto internazionalista, nel retrobottega della Libreria del lavoro di Parigi, contavano in media una decina di persone. L’unico segretario di categoria rimasto coi rivoluzionari era Merrheim il quale però, nel 1916, capitolò, piegato dall’ambiente di disfatta e corruzione nei vertici del movimento operaio. La punizione per tanti rivoluzionari intransigenti era la mobilitazione immediata al fronte. Monatte fu tra questi. Jouhaux, tramite un intermediario, gli fece giungere la voce che “sarebbe bastata una parola” per evitarlo. Monatte, rivoluzionario indomito, non prese neanche in considerazione una trattativa, scartò per ragioni politiche la diserzione e decise di affrontare la guerra assieme alla sua classe, anche al fronte. Lì, considerò l’ipotesi di non sparare per non uccidere alcun essere umano ma infine, consigliato da Rosmer e Dumoulin, antepose alla scelta non-violenta integrale la necessità di portare a casa la pelle ed esserci alla resa dei conti tra le classi che riteneva avrebbe caratterizzato il dopoguerra. Tra la fine del 1914 e l’inizio del 1916, il nucleo della Vie ouvrière si aprì piccole brecce nel movimento operaio, anche nel Partito socialista, e agì fraternamente assieme al gruppo di esuli rivoluzionari russi di Nache slovo (La nostra parola) a Parigi. Questi erano in prevalenza bolscevichi e tra loro figuravano Trotskij – ancora al di fuori delle due frazioni della socialdemocrazia russa – ed Antonov-Ovseenko, comandante militare della presa del Palazzo d’Inverno. L’iniziale diffidenza – le traiettorie politiche erano state molto differenti – svanì rapidamente. L’internazionalismo e l’opposizione di classe alla guerra imperialista, elementi di comunanza, permisero di aprire una discussione franca e aperta su temi più controversi come il partito e la dittatura del proletariato. Ricordando gli interventi di Trotskij, Rosmer ricorda che “il nostro orizzonte si estendeva; le nostre riunioni acquisivano un nuovo slancio; sentivamo una grande soddisfazione.10 Era un nuovo inizio.

L’impatto della rivoluzione bolscevica

La Rivoluzione d’Ottobre cambiò tutto. Rosmer, Monatte e gran parte dei sindacalisti rivoluzionari ne furono sin da subito sostenitori intelligenti e battaglieri. Nel maggio 1919, formarono in Francia il Comitato della Terza Internazionale. La guerra civile, fomentata dal capitale internazionale, e le necessità di ricostruzione sociale resero ai loro occhi chiaro e condivisibile il concetto di dittatura del proletariato. La centralità dei soviet rispetto ai sindacati – come strumento per la presa del potere e come cellula della società nuova – fu anch’essa assunta con convinzione da parte dei sindacalisti rivoluzionari. L’ultimo punto di differenza col bolscevismo verteva sulla necessità del partito. In Francia, i bolscevichi guardavano con attenzione alla radicalizzazione delle masse socialiste. Anche i sindacalisti, nonostante le scorie del passato, avevano cominciato ad osservare le contraddizioni presenti in quel campo proletario. La radicalizzazione in senso comunista delle masse socialiste, però, era cinicamente cavalcata da dirigenti, come Cachin e Frossard, che durante la guerra erano stati ferventi patriottardi. La Terza Internazionale voleva portare a sé le masse socialiste e disfarsi di questi dirigenti opportunisti che andavano a Mosca per rivestirsi di una patina di rosso. La risoluzione del problema era complicata dall’esternità al Partito socialista degli elementi politicamente più affini ai bolscevichi, ovvero i sindacalisti rivoluzionari ormai conquistati al comunismo. Malgrado il persistere di questa differenza, Rosmer fu eletto nel comitato esecutivo della Terza Internazionale sin dal suo II congresso, svoltosi a Mosca nell’estate del 1920. Anche dopo il congresso socialista di Tours del dicembre 1920, quando i 3/4 dei delegati votarono l’adesione alla Terza Internazionale ed il cambiamento di nome in Partito comunista, il gruppo di Rosmer e Monatte rimase fuori dal nuovo partito, trattenuto dalle poco onorevoli biografie del suo gruppo dirigente. Ancora, i bolscevichi insistettero per un ingresso immediato dei sindacalisti rivoluzionari nel partito, condizione necessaria per una sua compiuta trasformazione operaia e comunista. Rosmer vi aderì alla fine del 1921, accettando da ultimo anche l’idea dell’uso rivoluzionario di un gruppo parlamentare, al suo rientro in Francia dopo 18 mesi trascorsi in Russia. Nel corso del ’22 Monatte e altri assunsero ruoli di primo piano ne L’Humanité, il quotidiano di partito. Alla fine di quell’anno, appoggiati da Mosca e dalla sinistra che già si era formata nel Partito comunista attorno ad un brillante giovane intellettuale, Boris Souvarine, i sindacalisti rivoluzionari entrarono in massa nel partito e divennero parte integrante, nel 1923-1924, del gruppo dirigente del Pcf. Apprendendo dell’adesione di Monatte al partito, Trotskij scrisse che, con quell’evento e l’uscita di Frossard, il Partito comunista era effettivamente nato. L’intervento nel mondo operaio divenne centrale, mentre dal vecchio Partito socialista si ereditava una formazione nella quale meno di un iscritto su cinque al partito possedeva appena la tessera sindacale. L’opposizione al colonialismo francese divenne implacabile, a partire dalla coraggiosa campagna di solidarietà con la rivolta nella regione marocchina del Rif. L’internazionalismo proletario del Pcf resse anche la prova dell’occupazione della Ruhr da parte dell’esercito francese, forma estrema di pressione per sollecitare il pagamento delle astronomiche riparazioni di guerra imposte nel trattato di Versailles. Il futuro era radioso.

L’Internazionale sindacale rossa (Isr)

La Rivoluzione d’Ottobre infiammò il mondo, ed anche gli ambienti anarchici e anarco-sindacalisti. Il marxismo, mummificato dalla Seconda Internazionale, ritrovò i suoi colori. Le Tesi di aprile e Stato e rivoluzione di Lenin ne fissarono il piano teorico fondamentale. Al di là dei confini francesi, gli spagnoli della Confederazione nazionale del lavoro (Cnt) e gli italiani dell’Unione sindacale italiana (Usi) aderirono nel 1919 alla Terza Internazionale, comunista. Come accade ad ogni evento di portata storica, ogni concezione passata viene sottoposta ad una rigorosa revisione. Il dibattito ferveva e creava divisioni. Nel 1920 Victor Serge, passato dall’anarchismo al bolscevismo, scrisse un opuscolo per spiegare le ragioni del crollo dei pilastri della concezione anarchica nel fuoco vivo degli avvenimenti russi11. L’orientamento verso il bolscevismo era chiaro e generale ma procedeva a velocità diverse, con un’infinità di varianti nazionali e personali. Negli Usa, gli Operai industriali del mondo (Iww) mantenevano la loro contrarietà alla dittatura del proletariato e si scontrarono con la Terza Internazionale sulla tattica di non spaccare i sindacati tradizionali – anche quando erano in mano ai riformisti più corrotti – e di provare a riconquistarli dall’interno; tuttavia, proprio al vertice dell’Iww, il mitico Big Bill Haywood aderì senza riserve al bolscevismo e al Pc statunitense. Si riunì con William Z. Foster il quale era stato convinto proprio dai sindacalisti rivoluzionari francesi a ripensare la tattica scissionista degli Iww e a condurre una battaglia interna all’Afl, compito per il quale fondò la Lega sindacalista del Nord America. Nella Cnt e nell’Usi si formarono maggioranze e minoranze su tutte le questioni centrali, dalla dittatura del proletariato, che venne accettata, alla questione del partito, sulla quale rimasero invece prevalenti le idee ostili cristallizzatesi in passato. Ma il dibattito era aperto ed i bolscevichi non mollavano. Nella commissione “Problemi internazionali” del II congresso della Terza Internazionale, quando Pestana della Cnt affermò che la rivoluzione francese s’era fatta senza partiti, Trotskij ribatté prontamente: “E allora i giacobini?”. A Tanner, britannico del Coordinamento dei delegati il quale sosteneva che la minoranza sindacalista dovesse guidare la classe operaia, Lenin rispose: “Parliamo della stessa cosa ma con parole differenti”. In Gran Bretagna, i sindacalisti rivoluzionari di Tom Mann, organizzati nel Coordinamento dei delegati (Shop stewards committee) e nel Movimento di base (Rank-and-file movement), erano in maggioranza d’accordo con la dittatura del proletariato, con la formazione di un partito comunista ed anche con l’azione nei sindacati di massa tradizionali, come sostenevano anche i francesi di Rosmer e Monatte – scettici invece sul partito – che nel dopoguerra s’erano costituiti come minoranza rivoluzionaria all’interno della Cgt ed avevano cercato ad ogni costo, in accordo con la Terza Internazionale, di evitare la scissione, forzata dagli anarchici, che portò alla costituzione della Confederazione generale del lavoro unitaria (CgtU).

Per poter approfondire quest’insieme di questioni vitali, lasciando a tutti il tempo per verificare i fatti e abbandonare anche psicologicamente idee un tempo ritenute corrette, e per mantenere un ambito di lavoro comune con importanti organizzazioni di classe, la Terza Internazionale accettò di costruire un’organizzazione sindacale rivoluzionaria internazionale, denominata al suo congresso di fondazione a Mosca nel luglio 1921 Internazionale dei sindacati rossi (Isr). La convinzione dei bolscevichi era che la Terza Internazionale dovesse accogliere tutte le organizzazioni rivoluzionarie della classe, anche quelle sindacali. La centralità assegnata dai bolscevichi alla costruzione del partito non aveva nulla a che spartire con la routinaria e riformista divisione dei compiti teorizzata dalla Seconda Internazionale. In ogni caso, non trattandosi di questione di principio, i bolscevichi acconsentirono alla creazione di un’internazionale sindacale distinta da quella politica. Rosmer e Mann, assieme al segretario dei sindacati sovietici Dridzo Lozovsky, furono i principali artefici dei primissimi anni di vita dell’Isr, in particolare della sua fondazione. Rosmer e Mann portavano con sé il prestigio delle loro organizzazioni e costituivano una garanzia per chi, in campo sindacalista, continuava ad avere remore e dubbi. Nel congresso di fondazione dell’Isr, Rosmer dimostrò tutta la sua maturità. Difese con ardore la necessità di rivedere alcune concezioni tradizionali del sindacalismo rivoluzionario, pur riconoscendo un valore storico al neutralismo politico enunciato nella Carta di Amiens come reazione alle chiacchiere opportuniste dei socialisti. Avvertì inoltre i bolscevichi di alcune trappole linguistiche e psicologiche che avrebbero potuto arenare la discussione coi sindacalisti, come quando insistette per definire “altamente desiderabile” e non “obbligatoria” la relazione “organica” tra partito comunista e sindacato proposta dalla risoluzione conclusiva sui rapporti tra Terza Internazionale e Isr. La risoluzione prevedeva, ed era un passo in avanti, che un delegato di ogni Internazionale partecipasse da invitato permanente all’esecutivo dell’altro organismo. L’argomentazione paziente di Rosmer conquistò gran parte dei delegati, al punto che fu lui e non Zinoviev, sentito come troppo impositivo, a chiudere il congresso dell’Isr – ed anche qui l’intervento di Lenin e Trotskij sembra certo. La degenerazione stalinista dell’Urss e della Terza Internazionale distrusse in seguito anche il patrimonio politico dell’Isr. Pure in quell’ambito, le possibilità divennero due: tenere la schiena dritta ed essere espulsi oppure chinare il capo e trasformarsi in docili strumento dell’apparato, come fu tristemente il caso di Big Bill Haywood. Rosmer, invece, seguì le idee che aveva fatto proprie tra il 1914 ed il 1923. Tenutosi presto fuori dalla vita interna dei gruppi francesi dell’Opposizione di sinistra, rimase vicino a Trotskij fino al suo assassinio. Nel settembre del 1938, peraltro, la Quarta Internazionale venne fondata nella periferia parigina nella casa da lui messa a disposizione. Rosmer difese l’opera e le idee di Lenin e Trotskij anche quando, nel dopoguerra, non poteva in alcun modo sopportare quella caricatura zinovievista12 del trotskismo incarnata al massimo grado dalla direzione del Partito socialista operaio (Swp) statunitense di James P. Cannon.

Dall’antistalinismo alla demoralizzazione

L’inizio della lotta tra l’Opposizione di sinistra di Trotskij e la Troika (Stalin-Kamenev-Zinoviev) al potere in Urss dopo la morte di Lenin vide la direzione del partito francese – Rosmer, Monatte e Souvarine – solidale col fondatore dell’Armata rossa. Disgustati dalle procedure burocratiche per mezzo delle quali Zinoviev, allora segretario della Terza Internazionale, epurò la direzione francese contraria alla campagna anti-trotskista internazionale e mise a capo del partito figure mediocri ma obbedienti, Rosmer, Monatte e Delagarde presero posizione per il “nuovo corso”, democrazia nel partito e nei soviet, sostenuto da Trotskij. Furono espulsi dal partito per indisciplina e come “destri” nel novembre 1924, con gli epiteti di “frossardismo volgare, individualismo anarchizzante e trotskismo mal assortito”. Trotskij, invano, cercò di convincerli a ricorrere alle istanze superiori dell’Internazionale. Lo stesso fecero Lozovsky e persino Zinoviev. Lucidamente, Trotskij scrisse ai suoi compagni francesi che la rinuncia a battersi nel quadro della Terza Internazionale li avrebbe potuti portare politicamente in acque torbide. Nell’ottobre 1925, leggendo i primi numeri della loro nuova rivista, Rivoluzione proletaria (Rp), Trotskij notò che ogni numero faceva un passo in più in una logica che avrebbe portato Rp verso la reazione13. Egli aggiunse di non ritenere ineluttabile una tale evoluzione, poiché “vecchi rivoluzionari temprati” come Rosmer e Monatte avrebbero saputo fermarsi in tempo. Nel complesso, quel giudizio, duro, centrò il punto.

Sintomaticamente, già quando nel 1925 l’antico nucleo della Vie ouvrière si ricostituì all’esterno del partito e cercò un nome per la propria rivista, Monatte minacciò di abbandonare il gruppo se fosse passata l’idea di Maurice Chambelland di chiamarla Ottobre. Al nome scelto s’aggiungeva nel sottotitolo “rivista sindacalista-comunista”. L’insieme della formulazione accontentava tutti ma non poteva che essere provvisoria, a causa dell’eterogeneità politica del gruppo. I legami personali di stima reciproca furono, ancor più negli anni a venire, il collante decisivo per la redazione di Rp ma anche un limite di quell’esperienza. Rosmer incarnava l’ala che più aveva mantenuto un legame politico con la Rivoluzione d’Ottobre e con la successiva battaglia dell’Opposizione di sinistra contro la degenerazione burocratica dell’Urss e dell’Internazionale. Rosmer conservò infatti la convinzione della necessità di un partito politico rivoluzionario dei lavoratori e di un potere operaio centralizzato dopo la rivoluzione, non da ultimo per reprimere la controrivoluzione. A tal proposito, Rosmer non conobbe l’evoluzione di Victor Serge il quale, militante dell’Opposizione di sinistra in Urss fuggito in Europa, dalla fine degli anni ’30 iniziò una polemica con Trotskij sulla repressione di Kronstadt14. Monatte, invece, ritornò con gran velocità alle sue convinzioni originarie su tutto: partito, centralismo e dittatura del proletariato. La maggior parte della redazione di Rp lo seguì. Nel 1930, dal sottotitolo della rivista scomparve l’aggettivo comunista.

L’allontanamento dal marxismo e dalla costruzione di un’avanguardia rivoluzionaria spinse il gruppo di Monatte alla coda dei grandi avvenimenti, a partire dall’ondata di occupazione delle fabbriche che accompagnò l’insediamento del governo di Fronte popolare15 nel 1936. Assegnarsi il ruolo di consiglieri della classe, scevri da convinzioni politiche generali, finì per portare il gruppo a praticare una sorta di accompagnamento, benché ben critico, al Fronte popolare di Blum. L’unica iniziativa politica generale effettivamente portata avanti da Rp negli anni ’30 fu la battaglia per la riunificazione sindacale tra la Cgt e la CgtU. Tale riunificazione, peraltro, avvenne nel 1936 ma a causa della crisi della CgtU e della svolta della Terza Internazionale verso la politica collaborazionista dei Fronti popolari.

Ancora più drammaticamente, nel secondo dopoguerra la redazione di Rp virò verso un antistalinismo virulento che, malgrado le intenzioni iniziali dei redattori, non riuscì a separarsi in modo nitido dall’anticomunismo della borghesia. Chi andò più avanti su questa strada fu Robert Louzon, schieratosi nel 1951 nelle fila del “partito americano” contro il “totalitarismo sovietico”. Rosmer, Monatte, Chambelland ed altri risposero con veemenza e in seguito abbandonarono la collaborazione con Rp, ripresa episodicamente dal solo Monatte. Questi, fino alla sua morte nel 1960, osservò con attenzione i dibattiti nell’arcipelago socialista e votò senza illusioni per il partito socialista, la Sfio (sezione francese dell’Internazionale operaia), soprattutto dopo la mollezza mostrata davanti a De Gaulle nel 1958 e la repressione della sinistra interna solidale con la lotta per l’indipendenza dell’Algeria. Rinnovò costantemente la tessera Cgt della Federazione del libro, un’isola non stalinizzata all’interno del sindacato, ma salutò con simpatia la scissione, incoraggiata dall’Afl, che nel 1947 diede vita a Forza operaia (Fo); si era formalmente iscritto a Fo persino Rosmer, identificandolo erroneamente come un colpo progressista al monolitismo sindacale imposto dagli stalinisti ma lamentandosi poi con Monatte della presa su quella nuova formazione dei riformisti più moderati guidati dalla loro vecchia conoscenza Jouhaux. Monatte morì senza mai aver partecipato ad alcun arrembaggio a posti e prebende. La sua traiettoria politica, però, lo infilò in un vicolo cieco. La convinzione che nella Carta di Amiens del 1906 fossero contenute le risposte essenziali all’epoca apertasi con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre fu fatale a lui e alla sua corrente. La crisi degli anni ’20-’30 e la completa marginalità del sindacalismo rivoluzionario nel secondo dopoguerra indicano invece la caducità di quell’insieme di concezioni politiche. Solo una rinascita di massa del sindacalismo rivoluzionario potrà invalidare questa conclusione.

 

Note

1 François Koenigstein (1859-1892), detto Ravachol, fu un anarchico francese protagonista di un’ondata di attentati organizzati in Francia all’inizio degli anni ’90 dell’Ottocento, forma estrema di “propaganda del fatto”. Fu condannato a morte mediante ghigliottina. È ricordato come come vendicatore in una canzone anarchica (La Ravachole) e nella prima strofa dell’Inno individualista.

2 La Banda Bonnot fu un piccolo gruppo di anarchici individualisti che si gettò in una serie di disperati colpi contro banche e simboli del potere statale. Sgominata la banda nel 1912, i sopravvissuti vennero processati ed in molti casi condannati a morte. Victor Serge ne fornisce un penetrante affresco in V. Serge, Memorie di un rivoluzionario, Massari, 2011, pp. 43-53.

3 Errico Malatesta (1853-1932) anarchico italiano, protagonista della Settimana rossa ad Ancona nel 1914; nel 1916 rompe col noto anarchico russo Kropotkin, il quale firma un manifesto in favore dell’Intesa. Simpatizza per la rivoluzione russa nei primi anni, dal 1920 al 1922 è direttore di Umanità Nova. Controllato dalla polizia fascista, muore dopo anni di isolamento politico.

4 Karl Kautsky (1854-1938) fu il principale dirigente e teorico del Partito socialdemocratico tedesco (Spd) e della Seconda Internazionale. Impregnato di gradualismo e adattatosi alla “sua” borghesia, nel 1914 appoggiò l’ingresso in guerra della Germania e votò i crediti di guerra assieme alla quasi totalità del gruppo dirigente della Spd. Sin dal 1917 fu uno dei più acerrimi e rancorosi critici della Rivoluzione d’Ottobre.

5 Guidata dal tedesco Eduard Bernstein (1850-1932), la corrente revisionista della Spd e della Seconda Internazionale sostenne che la proletarizzazione crescente dei ceti medi e l’impoverimento della classe lavoratrice non si erano realizzati e, dunque, era necessario abbandonare apertamente tattiche e metodi rivoluzionari, in favore di un approccio graduale al socialismo e senza chiusure di principio verso la partecipazione a governi borghesi.

6 G. Sorel, Democrazia e rivoluzione, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 157-158, estratto dal capitolo IV di G. Sorel, Considerazioni sulla violenza.

7 Vedi l’introduzione di A. Andreasi a G. Sorel, op. cit., pp. 7-30.

8 V. Serge, Memorie di un rivoluzionario, Massari editore, Bolsena (VT), 2013, p. 42.

9 Jean Jaurès (1865-1914), socialista riformista francese, grande oratore e scrittore, deputato, difensore della pace, venne assassinato da un fanatico nazionalista alla vigilia dell’entrata della Francia nella Grande Guerra.

10 La Révolution Proletariènne, ottobre 1950.

11 V. Serge, Gli anarchici e l’esperienza della rivoluzione russa, Milano, Jaca book, 1972.

12 Termine coniato da Trotskij negli anni ’20 per definire e criticare i metodi amministrativi (nomine dall’alto, espulsioni…) coi quali Zinoviev (1882-1936), presidente della Terza Internazionale, allineò una serie di sezioni alle necessità della lotta per il potere che la Troika (Zinoviev-Kamenev-Stalin) stava sostenendo contro l’Opposizione di sinistra russa ed i suoi simpatizzanti nel mondo.

13 L’articolo fu tradotto in francese e pubblicato sul numero dell’ottobre 1925 di Révolution Proletariènne, con una risposta della redazione.

14 La cosiddetta insurrezione di Kronstadt, scoppiata agli inizi del 1921 nella base navale, rivendicò la fine del comunismo di guerra – e dunque la libertà di commercio – e maggiori diritti politici, spingendosi fino ad esigere “Soviet senza comunisti”. La repressione, decisa all’unanimità dal congresso bolscevico – Opposizione operaia compresa – nel marzo 1921, prima che il ghiaccio si sciogliesse, fu messa in atto sotto la minaccia che l’isola, per la sua posizione, diventasse punto d’appoggio per un intervento straniero. Per approfondire, si legga Jean-Jacques Marie, Kronstadt 1921. Il Soviet dei marinai contro il governo sovietico, Torino, Utet, 2007.

15 Nel 1936 le elezioni politiche francesi furono vinte dal Fronte popolare, comprendente il Partito socialista, il Partito comunista francese ed i borghesi del Partito radicale. Divenne presidente del Consiglio il socialista Leon Blum (1872-1950), alto funzionario ed iscritto al partito dal 1902. Ad una prima fase di riforme, promulgate per arginare la situazione rivoluzionaria creata dall’occupazione delle fabbriche, seguì in meno di un paio d’anni una svolta a destra.

Bibliografia

1. C. Chambelland, Pierre Monatte, une autre voix sindicaliste, Editions Ouvrières, Parigi 1999.

2. C. Chambelland e J. Maitron (a cura di), Syndicalisme révolutionnaire et communisme. Les archives de Pierre Monatte 1914-1924, Maspero, Parigi, 1968.

3. Gras, Alfred Rosmer et le mouvement révolutionnaire international, Maspero, Parigi, 1971.

4. R. Massari, Le teorie dell’autogestione, Jaca Book, Milano, 1974.

5. P. Monatte, La lotta sindacale, Jaca Book, Milano, 1978.

6. Revolutionary History (a cura di), From Syndicalism to Trotskyism. Writings of Alfred and Marguerite Rosmer, Volume 7, n. 4, Porcupine press, Londra 2000.

7. V. Serge, Memorie di un rivoluzionario, Massari editore, Bolsena (VT) 2011, in particolare i capitoli 1 e 2, pp. 19-72.

8. G. Sorel, Democrazia e rivoluzione, Editori Riuniti, Roma 1973.

9. L. Trotskij, Le mouvement communiste en France (1919-1939), a cura di P. Broué, Minuit, Parigi 1967.

Condividi sui social