Tra classe e partito. Dilemmi e traiettoria del sindacalismo rivoluzionario in Francia
23 Settembre 2015
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Dagli Iww al Cio, il sindacalismo industriale negli Stati Uniti tra radicalità e fenomeni di massa

di Serena Capodicasa 

 

Chicago, giugno 1905: “La classe operaia e la classe dei datori di lavoro non hanno nulla in comune”, con queste parole si apriva il manifesto approvato dal congresso che dava vita agli Industrial workers of the world (Iww, Lavoratori industriali del mondo). Due le idee alla base della loro fondazione: unità del proletariato americano in un unico sindacato d’industria e lotta di classe per l’abbattimento del sistema capitalista; due idee forti, semplici e rivoluzionarie, alla base di un’esperienza che, sebbene breve e pionieristica, lasciò un segno indelebile nella storia del movimento operaio statunitense.

A dare battesimo agli Iww, noti anche con il soprannome di wobblies, tra gli altri, Eugene Debs, Mother Jones, Big Bill Haywood: nomi che radicavano la nuova organizzazione nelle grandi lotte degli ultimi anni del XIX secolo. Alcune di queste arrivarono anche ad assumere un carattere insurrezionale, come lo sciopero delle ferrovie del 1877 e il movimento per la giornata lavorativa di otto ore (che, con i martiri di Chicago del 1886, lanciò in tutto il mondo la ricorrenza del Primo maggio). L’alba della lotta di classe statunitense fu caratterizzata da un’asprezza che andava di pari passo con il rapidissimo sviluppo del capitalismo industriale del paese, liberatosi degli ultimi ostacoli sulla sua strada dopo la vittoria dei nordisti nella guerra civile (1861-65). La formazione di grandi cartelli e la concentrazione di enormi profitti nelle mani di un manipolo di magnati si rifletteva infatti in modo esplosivo nello sfruttamento dei lavoratori e nello sviluppo di una lotta di classe contro la quale la classe dominante si dotò di tutti i mezzi possibili: dal massiccio ricorso al crumiraggio e ad agenzie private che infiltravano spie e provocatori negli scioperi, alla repressione aperta, con truppe federali, forze di polizia locali, guardia nazionale che attaccavano militarmente, deportavano e imprigionavano i lavoratori, in barba ad ogni simulacro di diritto civile.

Allo stesso tempo veniva lasciato spazio di manovra ad una forma di sindacalismo “addomesticato” rappresentato dall’American federation of labor (Afl), una confederazione sindacale che promuoveva la conciliazione tra interessi padronali e proletari e basava la sua organizzazione su sindacati di mestiere che accoglievano solo operai specializzati, mantenendo separati i lavoratori di una stessa fabbrica o di uno stesso ramo industriale a seconda delle mansioni.

A questo modello di sindacalismo di mestiere, alcuni sindacati cominciarono però ad opporne uno alternativo: un sindacalismo industriale che organizzava insieme tutti i lavoratori di uno stesso ramo. È ciò che fecero l’American railway union (Aru) che nel 1894, sotto la direzione di Eugene Debs, guidò in Illinois lo sciopero alla Pullman (che produceva vagoni letto) e la Western federation of miners (Wfm), di cui Big Bill Haywood era segretario, con lo sciopero dei minatori di Cripple Creek (Colorado) del 1903.

One big union 

One big union”, un solo grande sindacato, era lo slogan che cominciò ad emergere da queste lotte e che portò intere organizzazioni sindacali a rispondere ad un appello lanciato nell’autunno del 1904 dai membri di alcune di esse per trovarsi “in riunione segreta per discutere modi e finalità di un’unione dei lavoratori d’America sulla base di corretti principi rivoluzionari1. Questo incontro produsse un manifesto che denunciava l’inadeguatezza del sindacalismo di mestiere di fronte all’incalzante sviluppo tecnologico: “Nuovi macchinari, che rimpiazzano ogni giorno macchine meno produttive, spazzano via interi mestieri e gettano nuovi gruppi di lavoratori nell’esercito sempre crescente dei senza-mestiere e dei senza speranza2. C’è chi attribuisce a questa idea la prima elaborazione sul concetto di “composizione di classe”, che sarebbe poi stato ripreso dagli operaisti. In realtà l’approccio sociologico tipico dell’operaismo era completamente estraneo all’impostazione degli Iww: niente inchieste, ricerche o con-ricerche su soggettività, ruoli e comportamenti. L’analisi che gli Iww facevano sull’emergere di settori sempre meno qualificati e più sfruttati della classe portava ad un’unica, semplice conclusione: sostituire il modello corporativo dell’organizzazione sindacale con un “movimento universale della classe operaia (…), un unico sindacato industriale che abbracci tutte le industrie3.

Dopo alcuni mesi in cui 200mila copie di questo testo vennero fatte circolare in diverse lingue in tutto il paese, il 27 giugno 1905 si aprì a Chicago il congresso di fondazione degli Iww alla presenza di 186 delegati. Di questi, quelli che avevano avuto mandato formale ad aderire al progetto dai rispettivi sindacati rappresentavano circa 50mila lavoratori, tra i quali i 27mila iscritti alla Western federation of miners (rappresentati da Big Bill e Moyer), i 16.500 dell’American labor union e i 3mila della United metal. A questi si aggiungevano 50mila iscritti alla United mine workers presenti con delegati che non avevano un mandato ufficiale.

Eugene Debs era presente a titolo individuale. La sua figura non era solo legata alle lotte condotte tra i ferrovieri con la Aru ma anche alla sua militanza nel Socialist party (Sp), per il quale fu candidato alle elezioni presidenziali cinque volte tra il 1904 e il 1920. Anche diversi dirigenti della Wfm, tra cui lo stesso Big Bill, erano iscritti al Sp; mentre Daniel De Leon, altro delegato a titolo individuale, era dirigente di un altro partito del movimento socialista, il Socialist labor party.

Il ruolo che militanti socialisti giocarono nella fondazione degli Iww non esprimeva però un legame organico con i loro partiti, anzi, il già citato manifesto recitava: “Tra le due classi deve essere ingaggiata una lotta fino a quando gli sfruttati si uniscano sia sul fronte politico che su quello industriale, e si approprino di quanto producono con il loro lavoro attraverso un’organizzazione economica della classe operaia, senza affiliazione con alcun partito politico4 (enfasi nostra).

Questa presa di distanza dai partiti politici non limitava tuttavia lo scopo della nuova organizzazione alla mera lotta sindacale, la creazione di un unico sindacato industriale della classe operaia era infatti alla base di una missione ben più ambiziosa, sintetizzata nelle parole con cui Big Bill aprì il congresso: “È questo il congresso continentale della classe operaia. Siamo qui per riunire i lavoratori di questo paese in un’organizzazione operaia che avrà per fine l’emancipazione della classe dalla schiavitù del capitalismo5.

Sindacato o partito?

I primi anni di vita della nuova organizzazione furono caratterizzati da un intenso dibattito tra i sostenitori della necessità di affiancare il lavoro sindacale con l’attività politica di partito (in primis Debs e De Leon) e i fautori dell’“azione diretta” slegata da qualsiasi altra organizzazione, tra cui spiccavano Vincent St. John e lo stesso Big Bill.

Se è vero che nel secondo congresso del 1906 queste due correnti si ritrovarono coalizzate nella battaglia contro Sherman (presidente dell’organizzazione destituito per moderatismo e per una cattiva gestione amministrativa), St. John riuscì comunque a far approvare una riformulazione del preambolo del manifesto che ne enfatizzava il punto sull’indipendenza dai partiti, aggiungendo le parole: “senza appoggiare o chiedere l’appoggio di alcun partito politico6.

Spesso ci si riferisce a queste due anime degli Iww distinguendole come quella “politica” e quella “anti-politica”, cosa in realtà fuorviante rispetto all’effettivo oggetto del contendere: entrambe condividevano l’obiettivo, tutto politico, dell’abbattimento del sistema capitalista; come scrisse il wobbly e poeta di origini italiane Arturo Giovannitti, sostenitore della frazione di St. John, “una rivoluzione deve essere politica prima di ogni altra cosa, (…) la questione non è se dobbiamo occuparci o no di politica, ma come dobbiamo condurre la nostra lotta politica7.

I cosiddetti oppositori dell’azione politica prendevano di mira in particolare il parlamentarismo che, in quanto arena concessa dallo stesso sistema capitalista, era considerato inutile e dannoso perché foriero di illusioni riformiste, così come i partiti che accettavano di muoversi in questo terreno. Il metodo rivoluzionario doveva quindi porsi al di fuori e percorrere la strada dello “sciopero generale e della rivolta8.

De Leon replicava che il terreno parlamentare non poteva essere inteso solo come quello delle urne, ma anche come ambito di propaganda e agitazione politica finalizzate al reclutamento di quanti più lavoratori possibile: “l’agitazione politica fa sì che la rivoluzione possa essere predicata apertamente, e quindi fa sì che la rivoluzione possa essere portata alle masse9; “come possono le fila degli Iww, dell’esercito rivoluzionario porsi l’obiettivo di prendere il controllo dei mezzi di produzione, reclutare le forze per l’impegnativo atto finale della rivoluzione, se partono dal rifiuto del metodo civile di risolvere i conflitti offerto dalla piattaforma politica, e invece si basano esclusivamente sul principio della lotta fisica?10.

Al di là di una visione alquanto idealizzata del carattere “civile” e “pacifico” dell’attività politica che ricorreva più volte nei suoi contributi, De Leon toccava una questione fondamentale per le avanguardie rivoluzionarie: come conquistare le masse, senza le quali la rivoluzione non può avere gambe? La più compiuta risposta a questa domanda arrivò da parte di Lenin qualche anno dopo, nel 1920, quando cercò di correggere gli errori di settarismo dei dirigenti dei partiti comunisti, che si erano da poco formati. A questi, che ritenevano il parlamentarismo “politicamente superato”, Lenin rispondeva: “il problema consiste appunto nel non ritenere ciò che è superato per noi come superato per la classe, come superato per le masse. (…) Avete il dovere di considerare con sobrietà lo stato reale della coscienza e della maturità di tutta la classe (e non solo degli elementi d’avanguardia)11.

Mettere in connessione le avanguardie con le masse: questo era per i bolscevichi il senso del condurre l’azione rivoluzionaria anche sul terreno parlamentare; nulla a che vedere con l’illusione riformista di poter superare il sistema prendendo la maggioranza dei voti alle elezioni, illusione alla quale si adattarono i partiti socialdemocratici europei abbandonando la prospettiva rivoluzionaria. Gli Iww “anti-politici” colsero questo processo di degenerazione prima ancora che si manifestasse in tutto il suo marciume con il tradimento sciovinista allo scoppio della prima guerra mondiale ma da ciò giungevano al rifiuto totale della forma politica dei partiti, ritenendo che l’azione rivoluzionaria fosse possibile solo nell’arena della lotta di classe, colpendo “la macchina politica esistente dall’esterno12.

Ritenevano infatti che la “macchina politica”, il complesso delle istituzioni borghesi, fosse irriformabile: “Prima e durante le fasi insurrezionali della rivoluzione francese, la nascente borghesia (…) capì che per trasformare la società era necessaria prima la totale distruzione dello Stato esistente, e per questo sviluppò una nuova forma di Stato che non aveva niente in comune con quello vecchio. Deve essere per il proletariato come è stato per la borghesia13.

Questa analisi condivideva col marxismo l’idea che la classe operaia non può semplicemente impossessarsi della macchina statale borghese e metterla in moto per i suoi fini, conclusione a cui Marx era giunto dopo la sconfitta della Comune di Parigi. Tuttavia approdava ad una concezione anarcosindacalista: “Il futuro del socialismo dipende solo dallo sciopero generale, non semplicemente un tranquillo sciopero politico, ma quello che una volta cominciato arriva inevitabilmente fino in fondo, cioè un’insurrezione armata e il rovesciamento con la forza di tutte le condizioni sociali esistenti14. L’insurrezione era vista come la naturale conseguenza di una “lotta per l’indipendenza economica”, una “lotta incessante contro la proprietà privata e il controllo dell’industria” fino alla “completa resa del controllo dell’industria ai lavoratori organizzati15.

Il problema è che di fronte ad un apparato statale militarizzato e centralizzato, l’insurrezione non può essere concepita come una marea che monta da sé, sciopero dopo sciopero, lotta dopo lotta, ma richiede l’azione cosciente della presa del potere per spezzare la macchina borghese, ed è proprio per questa azione cosciente che è necessario un partito rivoluzionario con un appoggio di massa.

L’epilogo di questa discussione si consumò durante il quarto congresso, nel 1908, con la scissione della frazione di De Leon (Debs invece non si espose più di tanto in questa polemica e si allontanò un po’ alla volta dall’organizzazione), che permise alla linea di St. John di imporsi stabilmente. Il preambolo del manifesto venne emendato per l’ennesima volta: “La classe operaia e la classe dei datori di lavoro non hanno nulla in comune. (…) È la storica missione della classe operaia farla finita col capitalismo. (…) Organizzandoci su base industriale, formiamo la struttura della nuova società nell’involucro della vecchia16 (enfasi nostra).

Ogni lotta, ogni sciopero, rappresentava quindi un mattone della nuova società che prendeva forma all’interno della vecchia; in realtà, per quanto esemplari furono gli scioperi che si svilupparono sotto la loro direzione, erano per lo più lotte difensive, che si opponevano a tagli dei salari o a ritmi di lavoro insostenibili ma che non arrivarono mai a mettere in discussione il controllo e la proprietà dei mezzi di produzione.

Nella loro lotta contro il capitalismo, gli Iww ebbero sempre un approccio internazionalista (espresso tra l’altro dal loro stesso nome) che si manifestò conseguentemente nella posizione che assunsero alla vigilia dell’entrata degli Usa nella prima guerra mondiale: “Noi ci dichiariamo apertamente decisi oppositori di ogni campanilismo nazionalistico, o patriottismo, del militarismo predicato e sostenuto dal nostro unico nemico, la classe capitalista17. Una posizione che dava voce nel nuovo continente a quello stesso autentico internazionalismo proletario che ruppe con lo sciovinismo dei partiti socialdemocratici europei dando vita ai partiti comunisti e alla Terza Internazionale.

Questo fu il pretesto per la classe dominante statunitense per condurre un attacco senza precedenti contro chiunque si ponesse fuori dal coro dell’isteria patriottica, un attacco che per gli Iww ebbe conseguenze irreversibili. Messi praticamente fuori legge dalle misure repressive dell’Espionage act, il 5 settembre 1917 le loro sedi furono assaltate in tutto il paese dalle squadre del Dipartimento di giustizia e centinaia di attivisti arrestati, costringendo l’organizzazione a concentrare, da questo momento in poi, tutta la sua attività sulla difesa dei compagni in prigione, mentre oltreoceano, a partire dalla Russia, la guerra dispiegava le sue conseguenze rivoluzionarie.

Sindacato rivoluzionario e sindacato di massa

Secondo le stime di St. John, nel solo 1912 i wobblies avevano organizzato scioperi per una durata complessiva di 74 settimane, coinvolgendo oltre 75mila lavoratori, di questi 1.446 furono arrestati18. Si stima che non ebbero mai più di 150-200mila iscritti contemporaneamente ma in oltre 3 milioni si contano le tessere distribuite negli anni. Il loro radicamento rimase concentrato prevalentemente tra i lavoratori stagionali dell’Ovest e non riuscì mai a sfondare negli insediamenti industriali degli Stati orientali, dove era abbastanza comune la pratica della doppia affiliazione agli Iww e all’Afl da parte di lavoratori che, pur simpatizzando per i wobblies, ritenevano la Afl uno strumento migliore per organizzarsi nel proprio posto di lavoro.

Se nel 1897 l’Afl contava 265mila iscritti, nel 1904 questa cifra era già salita a 1.675.000, nel 1911 aveva superato i due milioni e nel 1920 sfiorava i quattro milioni. L’atteggiamento dei wobblies di fronte a questa dinamica fu di totale chiusura: “Gli Iww negano che il movimento sindacale di mestiere sia movimento operaio. Neghiamo che possa diventare o che diventerà movimento operaio19. Quando nel 1912 William Z. Foster propose agli Iww di entrare nell’Afl per portare avanti una lotta di opposizione al suo interno, Big Bill rispose: “Le 28mila sezioni dell’Afl sono 28mila uffici di rappresentanza della classe capitalistica20.

Devono i rivoluzionari lavorare nei sindacati reazionari?”, un intero capitolo dell’Estremismo di Lenin fu dedicato a questa questione: “Non lavorare all’interno dei sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza evolute all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia”, “non c’è dubbio che i signori Gompers (dirigente dell’Afl tra il 1886 e il 1924, Ndr), Henderson, Jouhaux, Legien sono molto riconoscenti a questi rivoluzionari ‘di sinistra’ che, come l’opposizione tedesca ‘di principio’ (Dio ci scampi da questa ‘fedeltà ai principi’) o come alcuni dei rivoluzionari americani degli Iww, predicano l’uscita dai sindacati reazionari e il rifiuto di lavorare in essi21.

La correttezza del suo punto di vista era dimostrata dai fatti: “il corpo principale del movimento operaio organizzato è all’interno dell’Afl. (…) Gli Iww continuano a calare in influenza e tesseramento e non offrono una seria opposizione ai sindacati esistenti22, questo scriveva nel 1922 James Cannon, ex wobbly diventato dirigente comunista, in un rapporto per la Terza Internazionale. Gli Iww non si ripresero mai dall’ondata repressiva scatenata con la prima guerra mondiale. Come Cannon, molti dei loro dirigenti e militanti, tra cui lo stesso Big Bill e John Reed, aderirono al movimento comunista che nel frattempo, nel 1919, aveva visto nascere il Partito comunista degli Stati Uniti da una scissione del Partito socialista. Nel 1920 il comitato esecutivo della Terza Internazionale inviò una lettera agli Iww per invitarli a collaborare, ma la nuova dirigenza non raccolse l’invito, anzi, nel rapporto citato, Cannon scriveva che erano diventate una pratica le espulsioni dagli Iww dei membri che simpatizzavano con l’Internazionale comunista. Così, rifiutandosi di convergere con i movimenti e i partiti rivoluzionari che si erano sviluppati in Europa all’indomani della Prima guerra mondiale, quando negli Stati Uniti la reazione imperversava, gli Iww si condannarono ad un inesorabile isolamento.

Il sindacalismo industriale come fenomeno di massa: gli anni ’30

Fu dunque una parabola la linea descritta dagli Iww, ma non per tornare alla casella zero. La necessità che i wobblies per primi posero in maniera organica, quella di un sindacato d’industria che rompesse le barriere tra i mestieri, riemerse, all’indomani della crisi del ’29, proprio all’interno di quel sindacalismo di mestiere che gli Iww non ritenevano neanche degno di essere considerato parte del movimento operaio, ovvero come opposizione interna all’Afl.

Non fu un processo lineare e immediato, anche l’Afl ebbe un calo di iscritti nel corso degli anni ’20, aggravato dopo il crollo del ’29, che gettò nella strada una massa di 15 milioni di disoccupati in soli tre anni. Proprio le lotte dei disoccupati contro gli sfratti, i tagli allo stato sociale e con i picchetti nelle fabbriche che licenziavano, furono una prima espressione della radicalizzazione che si manifestò in maniera esplosiva qualche anno dopo il crollo di Wall Street.

Con la politica del New Deal Roosevelt, insediatosi come presidente degli Stati Uniti nel marzo del 1933, introdusse un insieme di misure keynesiane finalizzate a salvare il capitalismo statunitense dalla catastrofe cercando allo stesso tempo di impedire che la classe lavoratrice si facesse protagonista del tentativo di rispondere alla crisi con un’azione indipendente. Questo era il senso della clausola 7A del National recovery act (Nra, legge per la ripresa nazionale). Proclamando il diritto alla contrattazione collettiva attraverso rappresentanti sindacali scelti dai lavoratori, questa non era che un tentativo di impedire la rivoluzione dal basso tramite riforme dall’alto. L’obiettivo fu però mancato perché, dopo una prima fase in cui il Nra destò grandi aspettative tra i lavoratori, questi si dovettero presto scontrare in un braccio di ferro con i padroni che, o si rifiutavano di applicarla, o imponevano la loro interpretazione concedendo il riconoscimento solo di sindacati compiacenti promossi da loro stessi. I lavoratori si batterono per dare sostanza a questo diritto: nel solo 1933 scioperarono in più di 900mila, il triplo dell’anno precedente, per ottenere il riconoscimento del sindacato e gli aumenti salariali garantiti sulla carta dal Nra.

L’anno successivo, il 1934, vide un milione e mezzo di operai coinvolti in picchettaggi di massa e fu costellato da tre lotte che, per durata, radicalità e conquiste ottenute, lasciarono il segno nella storia del movimento operaio statunitense: i portuali di San Francisco, i lavoratori dell’indotto dell’auto di Toledo e i trasportatori di Minneapolis. In queste lotte giocarono un ruolo decisivo avanguardie politiche, come l’American workers party a Toledo e la Communist league of America a Minneapolis (tra i cui dirigenti lo stesso James Cannon che dopo la militanza negli Iww era entrato nel Partito comunista per poi aderire all’Opposizione internazionale di sinistra di Trotskij).

Questa ondata di mobilitazioni travolse l’Afl con un massiccio afflusso di iscritti e una proliferazione di nuove sedi territoriali. I lavoratori si riversavano nelle sezioni sindacali non per farsi guidare passivamente, ma con l’intento di essere protagonisti nelle lotte, organizzando picchetti, “squadre volanti” per coinvolgere i lavoratori di altre fabbriche e comitati di sciopero democraticamente eletti determinati a gestire ogni passaggio delle vertenze, coordinando insieme gli operai delle diverse lavorazioni di una stessa fabbrica. Nel far questo si trovarono muro contro muro con la burocrazia dell’Afl. Emblematico il caso dei lavoratori delle fabbriche del settore della gomma di Akron (Ohio): nel 1933, con il Nra, il sindacato vide l’afflusso di circa 50mila nuovi iscritti, ma il primo passo del funzionario che fu assegnato alla sezione locale, Coleman Claherty, fu quello di cercare di separarli tra i vari mestieri, nonostante gli operai si fossero già organizzati su base di fabbrica. Quando nel giugno 1934 i lavoratori scesero in lotta per aumenti salariali, lo fecero contro la volontà dell’apparato sindacale istituendo un proprio comitato di sciopero; l’anno successivo Claherty avallò uno sciopero per il riconoscimento di delegati eletti dai lavoratori ma firmò un accordo che lasciava carta bianca al padrone. La disillusione fece crollare il tesseramento della sezione locale del settore della gomma a 5mila iscritti.

Lo scontro tra la pressione montante dal basso e le resistenze dell’apparato si espresse nel congresso dell’Afl del 1935 ad Atlantic City, quando otto sindacati rappresentanti un milione di iscritti presero l’iniziativa di costituire, rimanendo all’interno della confederazione, il Committee for industrial organization (Cio, comitato per l’organizzazione industriale), per organizzare su base industriale tutti i lavoratori, compresi quelli non specializzati o inquadrabili in un mestiere. Un’iniziativa che di fatto dava una struttura nazionale alla forma di organizzazione che, come nelle fabbriche di Akron, i lavoratori stavano già mettendo in piedi spontaneamente, soprattutto nei settori della gomma, dell’acciaio e dell’automobile, i cui sindacati si affiliarono al Cio. In soli sei mesi il Cio arrivò ad avere due milioni di iscritti, di cui solo la metà proveniva dai sindacati fondatori. Nel 1938 il Comitato fu poi espulso dall’Afl e divenne una vera e propria centrale sindacale cambiando il suo nome in Congress for industrial organization.

Il biennio ’35-’37 fu caratterizzato da una massiccia ondata di sit-down strikes, scioperi bianchi che diventavano vere e proprie occupazioni, che interessarono migliaia di fabbriche in tutto il paese. Si stima che nel corso del 1937 400mila furono i lavoratori coinvolti in occupazioni, nel solo mese di marzo 170 sit-down furono registrati nell’industria, con 167.210 partecipanti. Uno dei più imponenti di questi scioperi fu quello alla General Motors di Flynt che durò 44 giorni con l’occupazione di tre stabilimenti, riuscendo ad ottenere il riconoscimento come controparte nelle trattative con l’azienda della United auto workers (Auw, sindacato da cui proveniva lo stesso presidente del Cio, John L. Lewis). Durante tutto questo periodo i lavoratori della General Motors organizzarono autonomamente ogni aspetto della gestione della lotta: dal servizio d’ordine, al rifornimento di viveri, alla pulizia della fabbrica, ai momenti di svago e intrattenimento, ecc. Se è vero che ora i lavoratori vedevano nel Cio il loro strumento di lotta per organizzarsi su base industriale, è altresì vero che queste lotte partivano spontaneamente e che, se in un primo momento la burocrazia del Cio le appoggiò per ottenere un riconoscimento da parte dei padroni, il suo atteggiamento si fece sempre più critico di fronte al dilagare degli scioperi selvaggi, fino ad assumere misure disciplinari contro “le teste calde”, come riportato da un articolo del New York Times intitolato “I sit-down non autorizzati combattuti dai sindacati del Cio23.

Con la stessa ostilità la burocrazia del Cio cercò di frenare un’altra spinta che emerse dall’ondata delle mobilitazioni: quella verso la formazione di un partito indipendente dei lavoratori, che metteva in discussione l’appoggio a Roosevelt e al Partito democratico da parte dell’apparato. Come ebbe a dire Trotskij sul Cio: “Quello che è rivelatore e bisogna sottolineare è il fatto che, appena fondata, la nuova organizzazione ‘estremista’ è caduta sotto il pugno di ferro dello Stato imperialista24. L’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale suggellò la collaborazione tra la burocrazia del Cio e la classe dominante statunitense con l’adesione, insieme all’Afl, al National war labor board. Per la seconda volta la guerra, proseguimento della politica con altri mezzi, tagliò le gambe all’ascesa del movimento operaio statunitense.

Sia nell’esperienza degli Iww che in quella del Cio degli anni ’30, il movimento operaio statunitense, nel cercare di superare i limiti di un sindacalismo ormai del tutto inadeguato a rappresentarlo, si spinse bel al di là di questo obiettivo, dispiegando il suo potenziale rivoluzionario. Se gli Iww rappresentarono un’avanguardia rivoluzionaria che fu capace di guidare i settori più combattivi del giovane proletariato del paese in lotte all’ultimo sangue ma non di connettersi con le sue larghe masse, di strappare con un lavoro paziente i lavoratori più arretrati dall’influenza dell’Afl, il Cio emerse invece sotto la spinta di un processo di radicalizzazione di massa, un processo che però fu cavalcato da una direzione burocratica indisponibile a rompere con la collaborazione di classe in una prospettiva rivoluzionaria, pur ponendosi alla sinistra dell’Afl. Da un lato avanguardie rivoluzionarie prive di un reale seguito di massa, dall’altro masse di lavoratori determinati alla lotta ma privi di una direzione rivoluzionaria. Due processi speculari che, pure, avrebbero potuto confluire l’uno nell’altro. Gli Iww erano abituati a dare battaglia all’arma bianca, ma non seppero gestire una fase di ritirata imposta da condizioni oggettivamente difficili, una ritirata che però avrebbe potuto essere temporanea se avessero fatto tesoro del loro internazionalismo e dell’esperienza che i bolscevichi si offrirono di mettere a loro disposizione. Al momento dell’ascesa dirompente della lotta di classe negli anni ’30 avrebbero così potuto giocare un ruolo ben diverso, proprio quando la principale esigenza del movimento operaio era quella di una direzione rivoluzionaria.

Si dice che la storia non si fa con i se ma di fronte ad un’esperienza per certi aspetti straordinaria come quella degli Iww, è solo traendone lezioni e imparando dai loro errori che possiamo rendere il miglior tributo al sacrificio e al coraggio di quelle migliaia di militanti che lottarono per un’alternativa rivoluzionaria sotto la loro bandiera.

 

Le lotte degli Iww

Le lotte che gli Iww condussero nei pochi anni tra la loro fondazione e la Prima guerra mondiale, lasciarono un segno indelebile nel movimento operaio statunitense, in primo luogo perché furono i primi a contrapporre in modo organico l’idea del sindacalismo industriale (poi ripresa a livello di massa con la formazione del Cio) a quello di mestiere; ma anche per aver lasciato un’eredità culturale che è diventata tradizione nei canti dei loro bardi, in particolare Joe Hill.

Gli Iww ebbero senz’altro il merito di riuscire ad organizzare un settore di lavoratori particolarmente sfruttati: “quei lavoratori dalle scarpe rotte che trovavano occasionali impieghi nei campi di grano – viaggiando su treni merci per seguire la maturazione del grano, poi di nuovo con treni merci ai centri di trasporto per ogni genere di lavoro che potessero trovarvi; operai addetti alla costruzione di linee ferroviarie che si imbarcavano per lavori temporanei e quindi tornavano di nuovo alle occupazioni nelle città, legnaioli, minatori, metallurgici, marinai, ecc. che vivevano nell’insicurezza e lavoravano, quando lavoravano, sotto le più dure, le più primitive condizioni25. Chiamati hoboes (vagabondi), questi lavoratori, che mai avrebbero potuto trovare casa nei sindacati di mestiere, venivano conquistati agli Iww grazie a brigate che viaggiavano da una città all’altra occupando vagoni merci. La Overalls brigade di James H. Walsh, ricordata anche per i canti di lotta che i suoi militanti non smettevano mai di intonare nei loro viaggi, dopo aver guidato una folta delegazione di hoboes al quarto congresso, si diresse a Spokane nello Stato di Washington (Far West del paese) per organizzare la rabbia dei lavoratori contro le agenzie per il lavoro (le interinali di allora) che li ingaggiavano per lavorare, per salari da fame, nelle linee ferroviarie o nei cantieri edili; nel giro di pochi mesi la sezione locale degli Iww arrivò a contare tra i 1.200 e i 1.500 iscritti.

Le brigate di wobblies si spostavano anche per lottare per la libertà di parola: dovunque arrivavano mettevano una cassetta rovesciata per terra e vi salivano a turno per tenere comizi… a turno perché dovevano sostituire quelli che venivano via via arrestati dalla polizia, in un braccio di ferro in cui spesso le autorità, con le prigioni strapiene, non sapevano più come gestire la situazione.

Nel 1909 gli Iww vennero contattati dai lavoratori che producevano vagoni ferroviari per la Pressed steel di McKees Rock in Pennsylvania: scesi in lotta contro licenziamenti e riduzione dei salari, si trovarono a scontrarsi non solo con crumiri e truppe para-militari (i famigerati “cosacchi”) ingaggiati dai padroni, ma anche con la moderazione del comitato che dirigeva lo sciopero sotto il controllo dell’Afl. Con l’arrivo di Big Bill e altri wobblies riuscirono ad estromettere l’Afl dalla direzione della lotta, ottenere la solidarietà dei ferrovieri (che si rifiutarono di muovere i treni che portavano i crumiri) e a strappare concessioni.

Un’altra storica vittoria fu quella dello sciopero di Lawrence in Massachussets, passato alla storia per lo slogan “Vogliamo il pane e anche le rose”. Nel gennaio del 1912, 23mila tessili, tra cui molte donne, nonché bambini, scesero in lotta contro la decurtazione della busta paga. Arrivarono sul posto Joseph Ettor, Arturo Giovannitti ed Elizabeth Gurley Flynn. Nei due mesi di sciopero, sotto i colpi della Guardia nazionale, oltre ad organizzare la lotta, si occuparono della creazione di una rete di solidarietà in tutto il paese (con famiglie disposte ad accogliere i bambini degli scioperanti fino alla fine della lotta), ma anche di organizzare spettacoli di solidarietà e casse di resistenza. A metà marzo i padroni cedettero accordando aumenti salariali tra il 5 e il 20 per cento.

L’anno successivo fu la volta dei setaioli di Paterson, la cui lotta fu rappresentata in uno spettacolo teatrale scritto da John Reed e messo in scena al Madison Square Garden di New York, un mix di lotta e intrattenimento: 1.200 scioperanti arrivarono in corteo al teatro addobbato con un’insegna luminosa con la scritta “Iww”, lì trovarono 15mila spettatori insieme ai quali alla fine della rappresentazione intonarono “L’Internazionale”.

Note

1. F. Manganaro, Senza patto né legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti. Odradek, 2004, p. 67.

2. ibidem, p.68.

3. ibidem, p. 70.

4. V. St. John, The Iww, its history, https://www.marxists.org/history/usa/unions/iww/1917/stJohn.htm.

5. W. D. Haywood, La storia di Big Bill (l’autobiografia del principale rappresentante degli Industrila workers of the world), Iskra edizioni, 1977, p. 192.

6. V. St. John, ibidem.

7. Quarta lettera di Arturo Giovannitti, in D. De Leon, As to politics. 1915, https://www.marxists.org/archive/deleon/works/1907/answers/04-giovannitti.html.

8. ibidem

9. Risposta alla prima lettera di Sandgreen, in D. De Leon, As to politics, 1915, https://www.marxists.org/archive/deleon/works/1907/answers/01-sandgren1.html.

10. Risposta alla quarta lettera di Arturo Giovannitti, in Daniel De Leon, As to politics, 1915, https://www.marxists.org/archive/deleon/works/1907/answers/04-giovannitti.html.

11. Lenin, L’estremismo, malattia infantile del comunismo, AC Editoriale, Milano, 2003, p.70.

12. Quarta lettera di Arturo Giovannitti, in Daniel De Leon, As to politics. 1915, https://www.marxists.org/archive/deleon/works/1907/answers/04-giovannitti.html.

13. ibidem

14. ibidem

15. V. St. John, The Iww, its history.

16. V. St. John, ibidem.

17. dalla risoluzione approvata al decimo congresso, 1916 (in F. Manganaro, Senza patto né legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti, Odradek, 2004, p. 145).

18. V. St. John, ibidem.

19. ibidem

20. F. Manganaro, Senza patto né legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti. Odradek, 2004, p. 127.

21. Lenin, ibidem, p. 62-64.

22. J. P. Cannon, Report on the United States of America: a confindential document prepared for the Comintern, June 1922, https://www.marxists.org/archive/cannon/works/1922/reportonustoci.htm.

23. J. Brecher, Sciopero! Storia delle rivolte di massa nell’America dell’ultimo secolo, DeriveApprodi, 2002, p. 212.

24. L. Trotskij, I sindacati nell’epoca di declino dell’imperialismo. 1940, http://www.marxismo.net/fm158/06_sui_sindacati_trotskij.htm.

25. James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito comunista americano, Edizioni Jaca Book, 1977, p. 337.

Altri riferimenti bibliografici:

A. Wood, Marxism and the Usa, 2nd edition, Wellred Books Usa, 2010.

R. Boyer, H. Morais, Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, 1861-1955, Odoya, 2012.

Aa.Vv. Marxism and anarchism, Wellred Books Usa, 2012.