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L’estrattivismo ha davvero sostituito il capitalismo?

di Enrico Duranti (ottobre 2021)

 

Negli ultimi anni, in alcuni settori del movimento ambientalista, circola la teoria incentrata sulla critica al cosiddetto estrattivismo. In base a questa teoria, l’estrattivismo sarebbe una nuova forma di colonizzazione dei paesi poveri, figlia della globalizzazione economica e delle politiche neo-liberiste. Secondo uno dei suoi massimi teorici, Raul Zibechi, il “modello estrattivista” sarebbe una fase post-capitalista, caratterizzata dalla rapina delle risorse naturali dei paesi arretrati e da metodi violenti di dominio e sfruttamento, come ad esempio “lo stato d’emergenza permanente”. In vista delle future battaglie ambientali e sociali, legate alla questione del cambiamento climatico e delle politiche di transizione energetica, è utile provare a capire se c’è qualcosa di vero in queste elaborazioni, se davvero ci siamo lasciati il capitalismo alle spalle e siamo entrati nella nuova epoca dell’estrattivismo.

Una nuova epoca?

Per Zibechi, come scrive nel suo libro La nuova corsa all’oro1, siamo di fronte a una crisi di quello che lui chiama il “sistema-mondo”, un collasso generale, che comprende vari fenomeni: la fine del dominio dell’Occidente e dell’egemonia statunitense, il ruolo centrale dell’Asia e della Cina nello scacchiere mondiale, il cambiamento climatico con tutte le sue conseguenze, la crisi delle istituzioni, il collasso dello Stato nazionale… e chi più ne ha, più ne metta. Tra i fenomeni della crisi del “sistema-mondo”2 vi è anche la fine del sistema capitalista, il passaggio “da un mondo capitalista a uno post-capitalista che ancora fatichiamo a visualizzare”3. Venendo al nocciolo della questione, per Zibechi, ciò “che chiamiamo estrattivismo è molto più di un modello economico, è un modello di società (‘società estrattivista’) nel periodo di crisi del sistema-mondo e di evaporazione delle istituzioni legittime”4.

Ma quali sono i tratti salienti di questa nuova “società estrattivista”? Zibechi, che è uruguaiano, descrive soprattutto la realtà dell’America Latina e pone in evidenza lo strapotere delle grandi multinazionali e i loro brutali metodi di sfruttamento del territorio, che hanno un impatto devastante tanto sull’ambiente quanto sulle comunità locali. Si tratta certamente di fenomeni reali, che sono confermati da innumerevoli dati.

Secondo il dossier del World Resource Institute, più di 12 milioni di ettari di foreste sono stati tagliati nel 2020, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. Solo nelle aree tropicali si sono persi 42 mila chilometri quadrati e in Brasile le motoseghe hanno incrementato la deforestazione del 25%. Eppure il 2020 era considerato uno degli anni di svolta per la lotta al cambiamento climatico. Secondo il WWF, entro il 2050 scompariranno oltre 230 milioni di ettari di foresta.

Altrettanto significativo è che, al di là di tutte le belle parole dei vari governi sulle politiche green, la produzione e la ricerca di petrolio e gas naturale non tendono minimamente a fermarsi. Nonostante il Covid, la produzione di idrocarburi non si è fermata, anzi è aumentata e i prezzi del greggio sono saliti come non si vedeva da anni.

Ma non c’è solo il problema delle fonti fossili. Paradossalmente la devastazione ambientale è favorita anche dall’aumento delle attività estrattive di una serie di minerali necessari alla produzione di fonti di energia rinnovabili (batterie per auto elettriche, pannelli solari, turbine per pale eoliche, ecc.). L’estrazione del rame è in drastico aumento, con una crescita media annua del 3,2%. Si calcola che la domanda mondiale di cobalto sia destinata a raggiungere le 90mila tonnellate entro il 2030. La domanda di litio è destinata a quadruplicare entro il 2035 e la Banca Mondiale ha previsto che possa crescere del 1000% da qui al 2050.

Ciò detto, una domanda sorge spontanea: quale sarebbe la novità in tutto questo rispetto alle abituali modalità di funzionamento del sistema capitalista, che da sempre ricorre alle pratiche più spregevoli di rapina del mondo coloniale? Per Zibechi, l’elemento di differenza rispetto al passato, sarebbe dato dalla accumulazione per spossessamento, un concetto elaborato in contrapposizione a quello di accumulazione originaria di Marx. Proviamo a capire i termini della questione.

Accumulazione originaria e accumulazione per spossessamento

 Il ragionamento di Zibechi parte dal presupposto che l’analisi di Marx, per quanto fosse valida per la realtà europea del suo tempo, non sia applicabile ai paesi ex-coloniali. Viene messo nel mirino soprattutto quanto Marx scrive a proposito della accumulazione originaria (o accumulazione primitiva), cioè di quei processi storici ed economici attraverso i quali il capitalismo è nato. Nella parte del Capitale dedicata all’accumulazione originaria, Marx spiega infatti come grazie all’incremento dei commerci, alla privatizzazione delle terre agricole comuni, allo sfruttamento degli abbondanti giacimenti di metalli preziosi nel Nuovo Mondo, ecc., si siano create, a partire dal XVI secolo, le condizioni per il superamento dei rapporti economici feudali, da una parte con la trasformazione delle ricchezze accumulate nei capitali della moderna industria capitalista e dall’altra con la rovina di un numero crescente di piccoli contadini e artigiani, trasformati in proletari costretti a vendere la loro forza-lavoro per sopravvivere.

Per Zibechi, invece, nel mondo coloniale non ha avuto luogo alcun processo simile all’accumulazione originaria di Marx, bensì un altro fenomeno: l’accumulazione per spossessamento. Il primo ad utilizzare questo termine è stato l’americano David Harvey. Zibechi ha approfondito l’argomento, specificando come nel “Sud del mondo” il mezzo con cui avviene questo spossessamento è la violenza.5

Ciò che colpisce le popolazioni del Sud non rientra nel concetto di ‘accumulazione primitiva’, che Marx ha delineato nel Capitale per riflettere sull’esperienza europea. L’espropriazione violenta dei produttori, ciò che egli chiama il ‘processo storico di separazione tra produzione e mezzi di produzione’, è l’atto di nascita del capitale, ma anche dei ‘proletari totalmente liberi’ che saranno impiegati dalla nuova industria. Questo processo di separazione, con il quale si crea la nuova relazione sociale capitale-lavoro, è stato tanto reale per l’Inghilterra quanto irreale nelle colonie. In America Latina gli indigeni non sono stati separati dai loro mezzi di produzione, ma costretti a lavorare senza paga nelle miniere, mentre i neri sono stati forzatamente sradicati dal loro continente. In entrambi i casi è stato commesso un genocidio tramite il quale la popolazione originaria è stata quasi sterminata. È nato così un capitalismo senza proletari, nel senso europeo descritto da Marx quando dice che l’espropriazione dei produttori è stata ‘la dissoluzione della proprietà privata fondata sul proprio lavoro’.6

Quindi, mentre nei paesi occidentali, assieme al capitalismo, si è sviluppata la classe operaia che, per quanto sfruttata, avrebbe comunque beneficiato in certa misura del progresso sociale, nel “Sud del mondo” la popolazione rappresenta solo un ostacolo all’accumulazione della ricchezza, un ostacolo da abbattere con i metodi più sbrigativi e violenti. In questo senso si parla di un “capitalismo senza proletari”7.

Siamo in presenza di un vero e proprio guazzabuglio, che non sta in piedi né dal punto di vista teorico né sulla base di un raffronto con la realtà concreta. In primo luogo, secondo Marx, l’accumulazione originaria non è un modo di funzionamento del capitalismo, ma è l’insieme delle circostanze peculiari che in alcuni paesi hanno consentito ai rapporti di proprietà borghesi di imporsi, “non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalista”8. L’accumulazione primitiva rappresenta dunque la “preistoria”9 del capitalismo, un capitolo che ai tempi di Marx era già concluso e che Marx non riteneva affatto fosse destinato a ripetersi meccanicamente in tutti i paesi.

In America Latina il capitalismo non si è sviluppato in forza del processo di accumulazione primitiva dell’Inghilterra o dell’Olanda del XVII secolo, bensì in virtù dei massicci investimenti di un capitale straniero già pienamente sviluppato. Sono state le grandi imprese dei paesi a capitalismo avanzato a trapiantare i più moderni stabilimenti industriali anche nei paesi più arretrati, contribuendo a creare in tal modo una classe operaia locale.

Al di là di tutte le chiacchiere sul “capitalismo senza proletari”, nei paesi ex-coloniali la classe operaia non solo esiste, ma nell’ultimo periodo è anche cresciuta. Negli scorsi decenni, infatti, c’è stato un fenomeno opposto a quello descritto da Zibechi, con i grandi capitalisti che hanno trasferito una parte significativa della produzione dai paesi occidentali a quelli più poveri, per usufruire di un costo della manodopera più basso. Oggi questo processo sta subendo un’inversione per via delle politiche protezioniste adottate dalle varie potenze, ma ciò non toglie che abbia effettivamente avuto luogo e abbia contribuito a far incrementare il peso della classe lavoratrice in numerosi paesi latinoamericani, asiatici, ecc.

Zone dell’essere e del non-essere

In conseguenza delle argomentazioni errate secondo cui le popolazioni sono un ostacolo all’accumulazione per spossessamento, per Zibechi l’umanità si divide tra “zona dell’essere” e “zona del non-essere”10. Mentre nelle zone dell’essere, i diritti e le possibilità di livelli democratici sono ancora garantiti, nelle zone del non-essere, la violenza e lo “stato di eccezione permanente”11 costituiscono il “nuovo paradigma”12. Riecheggiando la teoria zapatista della “Quarta guerra mondiale”13, si spiega che per il neo-colonialismo il nemico non è l’esercito di un altro Stato, ma la popolazione stessa, proprio quella parte di umanità che vive nella “zona del non essere”.

Nella zona dell’essere e nella zona del non-essere, le oppressioni sono vissute in forme qualitativamente diverse. Le modalità di regolazione dei conflitti in ciascuna zona sono anch’esse diverse: nella prima zona ci sono spazi di trattativa, si riconoscono i diritti civili, del lavoro e umani delle persone, i discorsi sulla libertà, l’autonomia e l’uguaglianza sono in vigore e i conflitti vengono gestiti attraverso mezzi non violenti, o almeno la violenza è l’eccezione. Nella zona del non-essere, che è anche definita come la linea al di sotto dell’umano, i conflitti sono regolati dalla violenza e solo in via eccezionale vengono usati metodi non violenti.14

La prima osservazione che ci sentiamo di fare è che è impossibile incastrare la realtà concreta in questa suddivisione schematica. Prendiamo il caso della Cina. Cento anni fa era ancora una colonia sfruttata, ma oggi è diventata una potenza imperialista, le cui imprese impongono i loro interessi in una serie di paesi asiatici, africani e latinoamericani: dovrebbe quindi a buon diritto rientrare nella zona dell’essere, eppure è governata da un regime dittatoriale che sopprime le libertà democratiche. Ma pensiamo anche all’America Latina, indubbiamente oppressa dall’imperialismo straniero e facente parte della zona del non-essere: davvero si può affermare che gli spazi democratici si stanno restringendo rispetto all’epoca delle dittature militari in Cile, Brasile e Argentina?

Al di là di queste assurdità che fanno a pugni con la realtà, lo schema di Zibechi denota una totale incomprensione di cosa è lo Stato in una società di classe, oltre che illusioni riformiste nella democrazia parlamentare borghese, l’unica possibile nel contesto del capitalismo.

In una società divisa in classi, lo Stato è sempre la macchina di oppressione di una classe da parte di un’altra, anche nelle forme più democratiche, come già spiegava Engels: “ma la repubblica, come tutte le altre forme di governo, è determinata da ciò che essa contiene; nella misura in cui essa è la forma della democrazia borghese, essa ci è ostile quanto qualsiasi monarchia… prenderla per una forma essenzialmente socialista è una illusione quanto affidarle missioni socialiste, in quanto essa è dominata dalla borghesia.15

In uno Stato borghese i diritti democratici sono formali, mentre tutte le decisioni vengono prese nell’interesse dei grandi gruppi capitalisti. Invocare quindi la democrazia, senza mettere in discussione le basi economiche della società capitalistica, non può risolvere il problema dello strapotere dei monopoli industriali e finanziari. Gli Stati sudamericani non lasciano fare il bello e cattivo tempo alle grandi multinazionali perché, a causa dell’avvento dell’estrattivismo, hanno perso la loro “sovranità”, ma perché le oligarchie al potere, che hanno il controllo dell’apparato statale, fanno affari d’oro con il capitale straniero e si arricchiscono sulle spalle delle loro popolazioni.

Solo con il rovesciamento del capitalismo, potranno crearsi le condizioni per una democrazia effettiva, in cui sono i lavoratori a controllare le principali leve dell’economia e ad impiegarle nell’interesse della grande maggioranza della società. La classe lavoratrice deve sì lottare per i diritti democratici anche all’interno di questa società, ma non con l’illusione di poter “condizionare” le politiche dei governi borghesi, ma per costruire le proprie organizzazioni indipendenti con cui condurre la battaglia contro il sistema economico-politico vigente.

Zibechi, invece, da premesse sbagliate, trae conclusioni ancora più sbagliate in merito alle forme di lotta da adottare. Dal suo punto di vista, è infatti evidente che nelle zone del non-essere gli oppressi non possono utilizzare i metodi tipici del movimento operaio, “non dovrebbero adottare acriticamente la teoria sociale creata dalle lotte degli oppressi nella zona dell’essere, né le stesse forme di lotta, le strategie e le modalità organizzative nate nel contesto dei conflitti nella zona dell’essere16.

L’alternativa proposta da Zibechi è la seguente: “Si tratta di processi in cui le comunità lottano palmo a palmo per il territorio, si organizzano per non lasciar entrare le multinazionali o per espellerle, trasformano i territori in barricate e i corpi in trincee, in assenza di leggi, Stati e autorità che li tutelino. È il modo in cui hanno sempre combattuto quelli che stanno più in basso: utilizzando il proprio corpo, rischiando la vita, le famiglie, i bambini. Non hanno altro modo, perché vivono nella zona del non-essere, dove la loro umanità non è riconosciuta.17

Di fatto qua vengono promossi, al posto dei metodi del movimento operaio, quelli della lotta contadina – di una lotta contadina disperata peraltro, quasi suicida. Ci chiediamo che senso abbia proporre alle comunità nelle aree rurali di immolarsi, quando negli ultimi anni proprio in America Latina abbiamo assistito a straordinari movimenti di massa in un paese dopo l’altro (Ecuador, Cile, Perù, Colombia…), movimenti incentrati nelle grandi città e che sono stati in grado di coinvolgere settori della popolazione estremamente ampi. Se queste mobilitazioni non hanno ottenuto una vittoria completa, non è stato né per limiti nelle modalità di lotta né per mancanza di determinazione delle masse, ma per l’assenza di una direzione all’altezza, in grado di portare la lotta fino in fondo, fino a rovesciare ed espropriare i gruppi economici al potere.

Zibechi parla di “autodifesa comunitaria”, azione diretta, accampamenti, referendum popolari, ribellioni, ecc., ma tutto questo serve a poco se non viene messo in discussione l’intero sistema economico capitalista e non viene posto il problema del potere delle classi sfruttate. Pensare di contrastare le conseguenze del capitalismo, con posizioni interclassiste, senza affrontare la questione del potere e senza considerare il ruolo centrale della classe lavoratrice, è pura illusione riformista.

L’analisi di Marx sulla rendita fondiaria

Un efficace antidoto alle suggestioni campate per aria dell’estrattivismo può essere fornito dalla lettura di quella parte del Capitale di Marx dedicata alla rendita fondiaria, cioè alla fonte dei guadagni dei proprietari terrieri.

Il presupposto da cui parte Marx è che l’agricoltura, esattamente come la manifattura, è dominata dal modo di produzione capitalista: “Il fittavolo produce grano come il fabbricante produce filati o macchine.” Il ragionamento si estende a tutte le forme di utilizzo della terra, non solo all’attività agricola, ma anche a quella mineraria. Esattamente come nella manifattura industriale, il profitto del capitalista deriva dall’apporto alla produzione del lavoro umano dei salariati, che producono merci per un valore superiore a quello che ricevono in cambio come salario (il plusvalore, nella terminologia utilizzata da Marx). Il discorso è valido per un operaio che in una fabbrica assemblea un’automobile, così come per un bracciante che estrae olio dai semi di soia in una piantagione, o per un minatore che scava carbone in una miniera.

Marx sottolinea anche la tendenza del capitale, fin dal suo avvento, a trasformare tutte le altre forme sociali di proprietà terriera pre-capitaliste. Il che porta progressivamente verso l’eliminazione non solo della proprietà fondiaria feudale, ma anche dell’agricoltura esercitata dai piccoli contadini per il proprio sostentamento. Il capitalismo presuppone che i lavoratori delle campagne vengano espropriati della terra e soggiogati a un capitalista, che esercita l’agricoltura per ottenere un profitto.

Ma la forma in cui il modo di produzione capitalistico ai suoi primordi trova già costituita la proprietà fondiaria non gli corrisponde. La forma corrispondente al modo di produzione capitalistico è esso stesso a crearla, mediante la sottomissione dell’agricoltura al capitale; in tal modo anche la proprietà feudale, la proprietà tribale o la piccola proprietà contadina con comunità di marca vengono tramutate nella forma economica propria di questo modo di produzione, per diverse che ne siano le forme giuridiche.”18

Questo ci fa capire come il fenomeno che viene presentato come nuovissimo e tipico dell’estrattivismo, quello della sparizione dell’agricoltura familiare, della disgregazione delle comunità rurali, dei piccoli coltivatori scacciati dalle loro terre, è in realtà vecchio quanto il capitalismo stesso.

Per Marx il capitalismo comporta una riduzione della popolazione rurale e un aumento della popolazione non agricola, che vive nelle città (un processo abbondantemente confermato dagli sviluppi dell’ultimo secolo e mezzo). Proprio da questo deriva la crescita della domanda dei prodotti del suolo (comprese le materie prime non agricole) e quindi del suolo stesso. È solo nella messa a cultura di nuovo suolo e nella ricerca di nuove materie prime che si creano i presupposti per l’aumento della popolazione non agricola e per la soddisfazione dei suoi consumi.

Marx prosegue spiegando che, nel contesto di un’economia capitalista, la terra (assieme alle risorse naturali che contiene) non ha un valore in sé e per sé. La proprietà della terra può essere valorizzata solo nella misura in cui vi viene investito del capitale per sfruttarla: per creare dei campi agricoli, per stabilirci una fabbrica, per estrarre dal sottosuolo dei minerali, per costruirci sopra degli edifici, ecc. La rendita fondiaria pertanto deriva esclusivamente dai profitti derivanti da tali attività produttive, è una parte del plusvalore generato dai lavoratori impiegati nella produzione e ottenuto vendendo sul mercato le merci prodotte: anche in questo caso, che si tratti di pomodori coltivati da lavoratori agricoli, di rame estratto da minatori o di villette costruite da muratori, non fa alcuna differenza.

La caratteristica peculiare della rendita fondiaria non è dunque che i prodotti del suolo si sviluppano in valori e come valori; cioè che si contrappongano come merci alle altre merci e ad essi si contrappongano come merci i prodotti non agricoli, o che si sviluppino come espressioni particolari del lavoro sociale. La sua caratteristica peculiare è che, unitamente alle condizioni in cui i prodotti agricoli si sviluppano come valori (come merci) e alle condizioni della realizzazione dei loro valori, cresce anche il potere della proprietà fondiaria di accaparrare una parte crescente di questi valori creati senza il suo concorso; che una parte crescente del plusvalore si converte in rendita fondiaria.19

Ai tempi di Marx la separazione tra proprietari terrieri da una parte e capitalisti che prendevano in affitto le loro terre, era piuttosto netta. Parlando di “rendita fondiaria”, Marx intendeva proprio quella parte del plusvalore che il capitalista doveva corrispondere al proprietario terriero per poter sfruttare la sua terra. Questo accade anche oggi, ma è più frequente che siano gli stessi gruppi capitalisti ad essere i proprietari delle terre sulle quali svolgono le loro attività agricole, minerarie, edilizie, ecc. Questo però non cambia la sostanza del discorso: semplicemente il capitalista trattiene presso di sé quella parte di plusvalore che prima doveva versare al proprietario fondiario.

Di tutto questo non c’è la minima traccia nella rappresentazione che viene data della “società estrattivista”, in cui tutta l’attenzione è concentrata solo sull’estrazione di materie prime, ma viene tralasciato l’aspetto decisivo della produzione di merci. Tutto viene presentato come uno scontro per la terra che vede da una parte le comunità di piccoli contadini e dall’altra le voraci multinazionali. Manca completamente un pezzo e cioè la classe lavoratrice che fa funzionare le miniere, le coltivazioni a monocultura su vasta scala, le raffinerie, ecc.

Si tratta di una classe lavoratrice che nella maggior parte dei casi è costretta a lavorare in condizioni terribili di sfruttamento e senza la quale le imprese private non potrebbero trarre alcun profitto da tutte le terre che si sono accaparrate.

È proprio in virtù di questo peso fondamentale nella produzione, è proprio perché è in grado di paralizzare tutte le attività produttive (comprese quelle di “estrazione”), che la classe operaia, se adeguatamente organizzata e con una direzione all’altezza, può svolgere il ruolo decisivo nella lotta contro lo sfruttamento e farsi carico degli interessi anche degli altri settori oppressi, compresi quelli dei piccoli coltivatori marginalizzati dall’avanzata del grande capitale.

C’è un ultimo aspetto dell’analisi di Marx sulla rendita fondiaria degno di essere menzionato. Per le imprese capitaliste, il fatto di poter disporre in maniera esclusiva rispetto alle proprie concorrenti di determinate terre e delle risorse naturali in esse contenute, rappresenta un vantaggio importante, che può accrescere la produttività del lavoro e consentire di massimizzare i profitti (o, per essere più precisi, di realizzare un sovraprofitto rispetto alle imprese concorrenti). Facendo esempi della sua epoca, Marx parla di terre agricole particolarmente fertili o di terreni attraversati da corsi d’acqua (“cascate”) in grado di mettere in funzione macchinari idraulici, consentendo così di risparmiare sulle forniture di energia.

L’accresciuta produttività del lavoro […] deriva dalla maggior produttività naturale del lavoro legata all’uso di una forza di natura, ma non di una forza di natura che sia a disposizione di ogni capitale nella medesima sfera di produzione, come per esempio l’elasticità del vapore, e il cui impiego venga da sé dal momento che in quella sfera si investe capitale; bensì di una forza di natura che, invece, è passibile di monopolio; che, come la cascata, è a disposizione dei soli detentori di particolari lembi del pianeta e relativi connessi e annessi… il possesso di questa forza naturale costituisce, in mano al suo detentore, un monopolio, una condizione di alta produttività del capitale investito, che non si può creare mediante il processo di produzione del capitale stesso; questa forza naturale così monopolizzabile rimane sempre fissata al suolo… il sovrapprofitto derivante dall’utilizzazione della cascata non scaturisce quindi dal capitale, ma dall’impiego del capitale di una forza naturale monopolizzabile e monopolizzata. In queste circostanze, il sovrapprofitto si converte in rendita fondiaria, cioè spetta al proprietario della cascata.20

La forza naturale non è la sorgente del sovrapprofitto, ma solo una sua base naturale, perché è la base naturale dell’aumento della produttività del lavoro. La proprietà fondiaria non crea la parte di valore che diventa sovrapprofitto, ma permette unicamente al proprietario fondiario di attirarlo a sé dalle tasche del fabbricante. Non è la causa della creazione del sovrapprofitto, ma della sua conversione in rendita. Questo sovrapprofitto rimane invece nelle tasche dei capitalisti, se sono essi stessi proprietari della “cascata”, come è più frequente nel capitalismo odierno.

Dal processo qui descritto si può comprendere meglio la “fame di terra” dei monopoli capitalistici, la tendenza ad accaparrarsi sempre più fette di pianeta in cerca di materie prime e risorse naturali. Quanto spiegato da Marx si verifica anche oggi e su scala molto più vasta. Èevidente che le grandi aziende del settore energetico o estrattivo traggono un grande vantaggio dall’avere il monopolio su una serie di terre particolarmente ricche di petrolio, gas naturale, litio, o terre rare… Così come è altrettanto evidente che per un certo periodo le imprese cinesi hanno goduto di un netto vantaggio competitivo controllando il grosso delle fonti di alcuni minerali chiave.

La “rincorsa” delle grandi potenze alle materie prime di cui si parla oggi non è quindi una conferma delle interpretazioni basate su una presunta società estrattivista postcapitalista. È infatti nella natura stessa del capitalismo la ricerca di nuove terre da sfruttare e nuove materie prime da impiegare, possibilmente tagliando fuori la concorrenza da queste risorse naturali. Una tendenza che probabilmente nella prossima fase, con l’aumento delle politiche protezioniste e con le conseguenze della pandemia sull’economia, sarà destinata ad accentuarsi.

 L’analisi di Lenin dell’imperialismo

Per comprendere quali sono le basi delle attuali guerre commerciali tra le grandi potenze e in particolare lo scontro tra Cina e USA per il controllo di alcune materie prime, come terre rare, polisilicio, ecc., è imprescindibile riscoprire non solo gli scritti di Marx, ma anche il libro di Lenin Imperialismo, fase suprema del capitalismo.

In questo testo, scritto agli inizi del XX secolo, Lenin descrive non solo il processo di concentrazione del capitale, che porta alla creazione dei grandi monopoli capitalistici (un processo che oggi si è ulteriormente accentuato e approfondito rispetto ad un secolo fa), ma anche come questo comporti una costante lotta tra le principali potenze imperialiste, una lotta che produce di volta in volta “determinati rapporti sul terreno della spartizione territoriale del mondo, della lotta per le colonie, della lotta per il territorio economico”21 e che inevitabilmente determina la “perdita dell’indipendenza politica da parte dei paesi e dei popoli asserviti”22. Da questo derivano le guerre, militari o commerciali che siano, il saccheggio e la distruzione di una serie di territori, l’oppressione delle popolazioni, ecc.

Giustamente Lenin fa notare che la politica coloniale e l’imperialismo esistevano anche prima del capitalismo, ma la caratteristica della fase imperialista del capitalismo è costituita dal dominio dei grandi gruppi monopolistici industriali e finanziari, che tendono a concentrare nelle loro mani tutte le fonti di materie prime. “Soltanto il possesso coloniale assicura al monopolio, in modo assoluto, il successo contro ogni eventualità nella lotta con l’avversario, perfino contro la possibilità che questo si trinceri dietro qualche legge di monopolio statale. Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie.23

L’analisi di Lenin vecchia di un secolo ha estrema validità ancora oggi sotto più punti di vista. È vero che le colonie vere e proprie non esistono quasi più, ma a un costoso e complicato controllo militare diretto, le grandi potenze hanno sostituito un più conveniente ed efficace controllo economico indiretto. I paesi ex-coloniali, infatti, per quanto siano politicamente “indipendenti”, sono in realtà economicamente ancora dipendenti dalle potenze imperialiste.

E per quanto riguarda lo scontro tra le grandi potenze per la spartizione del mondo e per accaparrarsi preziose materie prime, è degno di nota che tale scontro oggi non riguardi più solo risorse come petrolio e gas naturali, responsabili delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, ma anche di minerali come litio, cobalto, polisilicio e terre rare, necessari alla produzione delle fonti energetiche rinnovabili. Persino le vaste distese di monocolture intensive, responsabili della deforestazione, in molti casi non sono destinate all’industria alimentare, ma a quella dei biocombustibili, carburanti alternativi a quelli derivanti da fonti fossili come benzina e gasolio. Con il pretesto di combattere il riscaldamento globale, addirittura viene commercializzato sui mercati anche il diritto ad emettere anidride carbonica e le varie potenze competono tra loro per accaparrarsi il controllo delle quote di emissione dei paesi poveri, proprio come fanno per le materie prime.

Si arriva così all’assurdo di devastare e saccheggiare il territorio nei paesi più poveri e arretrati, per quelle che teoricamente dovrebbero essere fonti di energia pulita. Perché il problema non è di “fonti energetiche”, ma di dinamiche del capitalismo che continuano ad operare ancora oggi – checché ne dicano i teorici del post-capitalismo come Zibechi – e operano anche nel campo delle tecnologie green. La lotta al cambiamento climatico, se non affrontata in chiave anticapitalistica, può solo portare a un inasprimento delle contraddizioni del capitalismo imperialista, con la conseguenza di un ulteriore sviluppo diseguale del mondo tra paesi avanzati e paesi poveri.

La società attuale non è dunque qualcosa di inedito, ma la massima espressione del capitalismo imperialista, dove lo scontro mondiale tra potenze per il controllo dei territori e delle risorse del suolo ha toccato livelli massimi. L’unico modo di cambiare questo stato di cose è per via rivoluzionaria, espropriando i grandi monopoli capitalistici responsabili di questo disastro sociale ed ambientale, privandoli del loro potere economico, in modo da poter costruire una società diversa che ponga al centro gli interessi della collettività e garantisca un rapporto più equilibrato e armonioso tra uomo e natura. L’unica classe rivoluzionaria in grado di adempiere a questo compito è ancora oggi la classe lavoratrice per il suo ruolo chiave nella produzione e nella creazione della ricchezza. Per dirla con le parole di Marx: “Quello che si deve espropriare non è più il lavoratore indipendente, che provvede a se stesso, ma il capitalista che sfrutta molti lavoratori”.

 

Note

1. La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapine del 2016 edizioni Museodei by Hermatena collana, scritto in collaborazione con l’Associazione ReCommon.

2. ibidem pagg. 74-75.

3. ibidem pag 57.

4. ibidem pag 76.

5. ibidem pag 13.

6. ibidem pag 15.

7. ibidem.

8. Karl Marx, Il capitale, vol. I, ed. Utet 2009, pag. 896.

9. ibidem pag. 898.

10. La nuova corsa all’oro pag. 13.

11. ibidem pag. 17.

12. ibidem pag. 12.

13. ibidem pag. 14.

14. ibidem pag. 20.

15. Inventare l’ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune di Parigi, ed. Alegre, Lettera di Engels a P. Lafargue, pag. 253.

16. La nuova corsa all’oro, pag. 20.

17. ibidem pag. 22.

18. Il capitale, vol. III, pagg. 768-769.

19. ibidem pag 797.

20. ibidem pagg. 803-804.

21. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, ed. Lotta Comunista, pag. 93.

22. ibidem pag. 100.

23. ibidem pag 101.