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L’inganno della “transizione” capitalista

Crescono negli ultimi anni i disastri ecologici che a livello mondiale provocano migliaia di morti, distruzione delle forze produttive e delle infrastrutture, aumento di patologie legate al cambiamento climatico, distruzione della biodiversità, rovina di raccolti agricoli con relative crisi alimentari regionali.

Stando al centro di ricerca EMDAT dell’International Disaster Database, solo nel 2021 i costi causati dagli eventi climatici estremi assommano a 252,1 miliardi di dollari, con 432 disastri naturali nel mondo e oltre 10mila decessi.

Di fronte a questi dati allarmanti, e dopo i ripetuti fallimenti dei vari vertici mondiali per il clima, servirebbe un approccio razionale su scala internazionale. Invece le scelte promosse dai governi sono segnate solo dalla volontà di usare l’etichetta della “transizione energetica” come copertura di politiche protezionistiche volte a tutelare i profitti delle proprie aziende e non il bene generale dell’umanità.

In prima fila ci sono gli Stati Uniti, che hanno approvato in chiave protezionistica l’Inflation Reduction Act (IRA). La manovra prevede lo stanziamento di 370 miliardi di dollari in incentivi per l’acquisto di auto elettriche, oltre a promuovere investimenti in fonti considerate a emissioni zero. Chiave di volta dell’IRA è che gli incentivi sono subordinati al fatto che i prodotti e le tecnologie siano maggioritariamente made in USA, così come le materie prime necessarie. Abbattere le emissioni è importante, abbattere la concorrenza è decisivo…

In Europa è scattato l’allarme perché molte aziende europee troverebbero terreno fertile per delocalizzare negli USA la produzione, a suon di sussidi. È il caso di Enel, che ha deciso di sviluppare negli USA una grandissima fabbrica di voltaico avanzato, oppure di multinazionali come la francese Solvay, la tedesca Basf, la francese Safran, la spagnola Iberdrola, la svedese Northvolt, interessate a trasferire produzione negli USA.

L’Unione Europea cerca di rispondere con il Net-Zero Industry Act, ma non ha la possibilità di mobilitare somme altrettanto ingenti a causa del forte indebitamento pubblico di molti paesi. Si aggiunge poi la scarsità di materie prime energetiche e minerarie a buon prezzo, in particolare le terre rare, utili per le tecnologie green. Di conseguenza all’interno della stessa Europa aumenta lo scontro tra i paesi più forti, Germania e Francia, pronti a impiegare aiuti di Stato, e paesi come l’Italia, che non avendo i margini per allargare la spesa pubblica chiedono che le politiche di sussidi vengano gestite a livello europeo.

Ovviamente è quasi del tutto inutile parlare invece del piano di potenze come Cina e India, o altre potenze emergenti, che hanno già fatto intendere di non voler abbandonare il fossile nel medio termine. La Cina è uno dei più grandi attori nel mercato dell’auto elettrica, ma soprattutto in chiave di esportazione all’estero.

In questo scontro si inserisce la strategia del governo italiano, con lo strombazzato “Piano Mattei”, centrato sulla creazione di un Hub del gas italiano, che cerca di fare concorrenza ai progetti europei. Un piano di devastazione ambientale, come mostrano il nuovo corridoio adriatico del gas e la creazione di stoccaggi sotterranei di CO2, oltre che di nuove politiche coloniali nel Nord Africa per l’estrazione di gas ed eventualmente la futura produzione di idrogeno.

È chiaro che in questa dinamica di scontro internazionale i costi si moltiplicano, l’efficacia si riduce, le tecnologie migliori anziché essere socializzate verranno gelosamente tenute sotto controllo. Peraltro molti degli interventi previsti (dallo stoccaggio della CO2 ai nuovi gasdotti) sono tutt’altro che “puliti”. Gli stessi costi ambientali della transizione energetica (nuove estrazioni, distruzione di massa di vecchi beni di consumo e di produzione, generazione di nuovi cicli inquinanti, ecc.) sono tutt’altro che compresi nei calcoli attuali.

E mentre i governi usano la transizione “green” per farsi la guerra economica, le multinazionali energetiche, oltre a macinare superprofitti per i prezzi dell’energia, cominciano ad invertire i programmi di uscita dal fossile. È il caso della BP che ridurrà il taglio della produzione di idrocarburi entro il 2030 dal 40% al 25%.

La battaglia al cambiamento climatico non potrà essere risolta su basi imperialiste e capitaliste, come invece i potenti della terra ci stanno dicendo. Solo un piano razionale su basi internazionali anticapitaliste e socialiste può realmente bloccare un processo che rischia di portare l’umanità di fronte ad ulteriore povertà, diseguaglianze e barbarie. Un piano, dove la tecnologia sia libera dagli interessi di una minoranza e al servizio dell’intera umanità.