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Bandiera Rossa e l’alternativa mancata nella Resistenza romana

di Daniele Argenio

 

Bandiera Rossa fu un movimento politico partigiano rivoluzionario che operò durante la Resistenza nella zona di Roma. La denominazione ufficiale era Movimento Comunista d’Italia (MCd’I), ma fu universalmente conosciuto con il titolo del suo giornale, Bandiera Rossa, che ebbe ampia diffusione clandestina durante l’occupazione tedesca. Fu la più grande forza partigiana nella Roma occupata, con una base di circa tremila militanti, in massima parte dislocati nelle borgate della capitale. Fu anche quella che ebbe il maggior numero di caduti: più di 180, di cui più di 50 nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.

D’ispirazione marxista, si richiamava alla tradizione del bolscevismo, pur segnando il passo, come vedremo, su diversi punti rispetto alle tradizioni dell’Ottobre. Questa organizzazione non condivideva la linea del Partito Comunista Italiano, di cui non accettava la politica di unità nazionale con i partiti antifascisti borghesi, e di cui criticava la mancanza di democrazia interna. Bandiera Rossa concepiva la lotta antifascista come un prologo immediato della rivoluzione socialista e riteneva pertanto che il proletariato dovesse partecipare alla Resistenza mantenendo sempre la propria autonomia e perseguendo i propri interessi di classe.

Le origini

Le origini dell’organizzazione risalgono al periodo tra il 1935 e il 1941, quando fu attivo a Roma un piccolo gruppo di antifascisti di idee comuniste: fra i diversi suoi componenti vi erano Raffaele De Luca, Orfeo Mucci, Filiberto Sbardella, Aladino Govoni ed altri, che giocheranno un ruolo importante in futuro. In questo periodo la sola attività del gruppo consisteva nell’incontrarsi, discutere di politica, scambiarsi libri, ascoltare le radio estere e leggere vecchie copie di periodici di sinistra anteriori all’avvento del regime fascista.[1]

Progressivamente questo gruppo iniziò a lavorare per estendere la sua influenza, fino a costruire cellule in alcune aziende e in alcune borgate, sviluppando sin da subito un chiaro orientamento verso il proletariato dei quartieri popolari della Roma dell’epoca. A questo punto si decise di creare un’organizzazione vera e propria, denominata Scintilla e dotata di un organo di stampa con lo stesso nome (ispirato all’Iskra, il giornale di Lenin). L’ambizione del gruppo era quella di ricostituire a Roma una cellula del Partito Comunista d’Italia, richiamandosi alle tradizioni rivoluzionarie che avevano animato il PCd’I alla sua nascita.

Gli uomini della Scintilla avevano contatti con un altro gruppo comunista composto principalmente da studenti universitari (di cui facevano parte, fra gli altri, Mario Alicata, Pietro Ingrao, Lucio Lombardo Radice), ma ignoravano che questo gruppo aveva già ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte del centro estero del PCI.[2]

Fra i motivi dello sviluppo parallelo di questi due gruppi si possono annoverare diverse divergenze politiche. Ad esempio, un opuscolo pubblicato prima della fine del ’42 mostra che la Scintilla non era allineata con la teoria stalinista del “socialismo in un paese solo”. Inoltre, tra le due organizzazioni era presente anche una certa disomogeneità di composizione sociale, visto che gli esponenti della Scintilla erano perlopiù di estrazione operaia o artigiana, mentre il gruppo di Alicata e Ingrao era composto da studenti universitari benestanti.[3]

Inoltre, i due gruppi avevano orientamenti profondamente diversi nella Roma dell’epoca. Come dicevamo, gli esponenti della Scintilla si orientavano principalmente ai proletari nelle borgate, partendo dal malcontento contro il fascismo e la guerra, per legarlo ad una critica complessiva alla società, proponendo di fatto una prospettiva di lotta chiaramente rivoluzionaria. Al contrario, il gruppo riconosciuto ufficialmente dal PCI veniva dal lavoro clandestino nelle organizzazioni studentesche fasciste, si orientava a gruppi sociali diversi e proponeva la linea dell’unità nazionale con i partiti borghesi per combattere il nazifascismo, sulla falsariga dei fronti popolari stalinisti e del futuro Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Le differenze politiche progressivamente acuirono lo scontro tra le due organizzazioni, con i membri della Scintilla che accusavano di collaborazionismo Ingrao e soci, mentre quelli del PCI accusavano di “trotskismo” la politica rivoluzionaria del gruppo. Come vedremo, con questa accusa i togliattiani stigmatizzavano la politica di indipendenza di classe e intransigenza rivoluzionaria del MCd’I, facendo un parallelo con le accuse di estremismo che gli stalinisti rivolgevano opportunisticamente a Lev Trotskij.

La nascita di due gruppi in contrapposizione tra loro e la stessa peculiarità della linea politica di Bandiera Rossa (che affronteremo più avanti) traevano origine nella storia stessa del comunismo italiano prima della guerra. L’ascesa del fascismo aveva rappresentato una enorme cesura per migliaia di militanti, che non avevano avuto modo di comprendere appieno gli avvenimenti nazionali ed internazionali degli ultimi vent’anni. Per molti la linea del movimento comunista internazionale restava quella del 1920-21, di Lenin e dei bolscevichi. Non avevano idea di cosa rappresentasse veramente lo stalinismo e di come la direzione attuale del PCI avesse rotto con ogni politica rivoluzionaria, in particolare abdicando all’indipendenza di classe in favore della costruzione dei fronti popolari. Per questo molti caddero dalle nuvole quando vennero a conoscenza delle posizioni di Togliatti e della direzione del PCI, attribuendole ad una degenerazione della direzione italiana, non dell’URSS e dell’intero movimento comunista internazionale stalinizzato.

Del periodico Scintilla uscirono due numeri, uno a giugno e uno a ottobre del 1942, entrambi scritti a mano e ciclostilati[4]. Si pensi che nel 1942 questa fu l’unica pubblicazione di orientamento comunista ad apparire a Roma.[5]

La fondazione

Il Movimento Comunista d’Italia fu fondato dopo la caduta del fascismo, nella seconda metà di agosto del 1943, partendo dal gruppo della Scintilla, cui si erano aggregati dapprima piccoli nuclei di socialisti e di comunisti, ed al quale in seguito si unì un gruppo più consistente, organizzato dal vecchio militante comunista Antonino Poce nel rione popolare di Ponte.[6]

Poce (che era stato espulso dal PCI nel 1928, mentre si trovava al confino a Ponza, per essersi rifiutato di condividere la condanna ufficiale pronunciata dal partito contro Amadeo Bordiga e contro Trotskij) cercò, dopo il luglio 1943, di rientrare nel PCI, ma la sua richiesta venne respinta; si aggregò allora al costituendo MCd’I.[7]

Altri gruppi che confluirono con la Scintilla furono quello capeggiato da Salvatore Riso (attivo nelle zone sud ed est della capitale); quello organizzato da Ezio Lombardi (anch’egli, come Poce, ex membro del PCI); e quello del giornalista Ezio Malatesta (un antifascista che aveva contatti con i socialisti di sinistra), che agiva nella zona nord di Roma e nel Lazio e che pervenne al MCd’I per il tramite del giovane socialista Filiberto Sbardella. Il costituendo MCd’I poté avvalersi poi dell’apporto di consistenti cellule di comunisti attive in alcuni settori del pubblico impiego, fra i lavoratori delle poste, dell’Istituto centrale di statistica, dei Vigili del fuoco, della radio e dell’Anagrafe.[8]

Del MCd’I entrò a far parte anche l’intellettuale ex fascista Felice Chilanti, che nel 1941 era stato arrestato e mandato al confino a Lipari per il suo coinvolgimento in un complotto per uccidere Galeazzo Ciano. Al ritorno da Lipari (dove aveva tentato senza successo di entrare nel PCI), Chilanti si avvicinò al gruppo di Bandiera Rossa e, date le sue competenze giornalistiche, divenne uno dei principali redattori del giornale.[9]

La rapida crescita di Bandiera Rossa può ascriversi principalmente a due fattori tra loro collegati. Innanzitutto la politica classista e rivoluzionaria, che teneva insieme la lotta militare contro il nazifascismo con la prospettiva rivoluzionaria per il cambiamento della società. Insieme all’orientamento verso i lavoratori e verso le borgate, vero serbatoio di malcontento popolare che contribuì al reclutamento di molti membri e alla conquista di un vasto supporto al movimento. Basti pensare che molte delle fatiscenti borgate costruite durante il ventennio fascista si basavano di fatto sulla deportazione forzata verso la periferia di proletari che prima abitavano nei vecchi quartieri popolari al centro della città. Inoltre si può dire che sotto il fascismo i poveri nelle borgate persero persino l’effimero diritto di lamentarsi della propria condizione. Venne infatti attuata una repressione simile a una vera e propria criminalizzazione sociale della povertà. Le autorità, i borghesi e i gerarchi romani consideravano le borgate un covo di ladri e sovversivi, alimentando ed imponendo uno spietato regime di oppressione economica e poliziesca.[10] Le dure condizioni di vita a cui erano costrette queste persone motivavano un odio politico e di classe contro il fascismo. Bandiera Rossa, con tutte le contraddizioni che vedremo, fu capace di rispondere a questo sentimento che si era sedimentato in anni di oppressione.

In questo clima si tenne la riunione fondativa del movimento, nella seconda metà di agosto del 1943.

Organizzazione

Dopo l’occupazione tedesca di Roma, più precisamente nei primi giorni di ottobre, fu messo alla testa del movimento un comitato esecutivo composto da sedici membri: Nei mesi successivi sette di questi furono fucilati dai tedeschi e uno deportato in Germania; perdite che furono solo parzialmente compensate da sostituzioni con altri quadri dell’organizzazione.[11]

Il movimento si dotò di due comandi militari:

Il comando delle “bande esterne”, da cui dipendevano vari gruppi partigiani nel Lazio, in Umbria e nel sud della Toscana, formati da comunisti e/o soldati del Regio Esercito sbandatisi dopo l’8 settembre 1943; questo comando fu retto da Ezio Malatesta e Filiberto Sbardella.

Il comando delle “bande interne” che operavano nella città di Roma, retto da Aladino Govoni e Antonio Poce. La città fu a sua volta suddivisa in sei zone, ciascuna delle quali aveva un proprio comando, i cui dirigenti si riunivano nel comitato cittadino.[12]

Furono inoltre costituiti:

Un comitato per la stampa e la propaganda, che si occupava fra l’altro di redigere e stampare Bandiera Rossa, il periodico del movimento.

Un comitato assistenza e finanziamento.

Un comitato “servizi tecnici”, che produceva documenti falsi non solo a favore del MCd’I, ma anche degli altri gruppi partigiani.

Varie “bande speciali”, che operavano clandestinamente fra i dipendenti dell’Anagrafe, i postelegrafonici, i vigili del fuoco, i ferrovieri e altri dipendenti pubblici, direttamente collegate al comitato esecutivo.[13]

La rapida crescita del movimento non fu certo scevra da problemi e contraddizioni. Dato il contesto frenetico di quei momenti non si andò tanto per il sottile nell’accettare le adesioni. Poterono così infiltrarsi nel movimento vere e proprie spie fasciste, alcuni avventurieri ed anche elementi equivoci. Si trattò evidentemente di un’infima minoranza, che però poté fare molti danni al MCd’I. Sia attraverso le delazioni ai nazisti, sia con azioni che furono utilizzate dagli avversari del movimento per screditarlo. Va sottolineato però che la maggior parte dei membri era costituita da autentici comunisti, da operai, artigiani, popolani ardenti e disposti a qualsiasi sacrificio.[14]

A questo proposito il movimento faticò sempre a costruire il giusto nesso tra adesioni e teoria. Non solo “imbarcando” elementi eterodossi, ma anche faticando enormemente a formare i propri militanti alle idee del marxismo e alimentando una confusione politica preesistente, di cui vedremo i frutti nefasti in tutta la sua breve storia.

Il MCd’I svolse gran parte della sua opera di orientamento politico attraverso il suo giornale clandestino, Bandiera Rossa, che ebbe una notevole diffusione; lo stesso movimento divenne principalmente noto col nome del giornale. Secondo Felice Chilanti, che era uno dei responsabili della stampa, un numero del giornale raggiunse la tiratura di 12.000 copie; una relazione dello stesso Chilanti, datata 12 aprile 1944, menziona un accordo con un tipografo per stampare 5.000 copie a edizione. Il primo numero uscì il 5 ottobre 1943; ne furono pubblicati sette numeri fino a quello del 27 dicembre 1943, ma dopo tale data, e fino alla liberazione di Roma nel giugno 1944, riapparve solo con tre o quattro numeri, a causa di difficoltà finanziarie e perché la tipografia clandestina era stata scoperta dai nazifascisti. Nella succitata relazione Chilanti lamenta anche un possibile «sabotaggio» da parte del PCI, che avrebbe fatto pressione su stampatori e tipografi antifascisti per ostacolare l’uscita del periodico. Nei primi mesi del 1944 l’assenza del giornale fu parzialmente surrogata con l’uscita di un bollettino in formato ridotto, denominato DR (Disposizioni Rivoluzionarie).[15]

Il movimento si dotò anche di un’organizzazione giovanile, denominata COBA (in onore al nome adottato dal giovane Stalin durante la clandestinità); in essa militavano molte staffette di età compresa fra sette e quattordici anni (fra cui molte giovani ragazze), con il compito di trasportare cibo, armi e documentazione propagandistica attraverso la Roma occupata, senza destare sospetti nei tedeschi.[16]

Benché, sin dal primo numero del suo periodico, Bandiera Rossa si autoproclamasse come un movimento organizzato, in realtà l’organizzazione non fu mai molto rigida e fu basata più che altro su piccoli gruppi tenuti insieme dalle capacità e dall’iniziativa dei leader locali. Di fatto, il solo elemento efficacemente centralizzato del MCd’I fu la sua stampa.[17] Si nota qui un elemento fortemente problematico in relazione al modello “bolscevico” a cui Bandiera Rossa pretendeva di ispirarsi. La mancanza di una vera organizzazione centralizzata si dimostrerà una delle grandi debolezze del MCd’I.

Si provò a introdurre iniziative per sopperire almeno parzialmente a questi limiti. Ad esempio, a partire dal novembre 1943 il movimento istituì una scuola di marxismo clandestina per i suoi militanti, la cosiddetta “Grotta rossa”, dotata anche di una sua biblioteca, politicamente eclettica, che comprendeva, fra gli altri, testi di Bucharin e Preobraženskij, Lenin, Enrico Malatesta, Marx, Robert Michels e Trockij.[18] Questa varietà di autori se è sicuramente un indice dell’eterogeneità politica (e della confusione) all’interno del MCd’I, d’altro canto dimostra la sua lontananza ideologica dalla ortodossia stalinista.

Non solo, le attività episodiche, la disorganizzazione e la confusione del movimento sul piano teorico e della formazione dei suoi militanti ebbero una ricaduta drammatica sulla sua capacità di costruirsi e consolidarsi come partito rivoluzionario. Basti pensare anche qui alla lontananza con il modello bolscevico a cui i dirigenti di Bandiera Rossa dichiaravano di ispirarsi. Tanto era stato scrupoloso il lavoro di formazione politica dei compagni nel partito di Lenin sotto lo zarismo, tanto fu deficitaria in merito l’organizzazione del MCd’I.

Lotta partigiana e prime polemiche con il PCI

Subito dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi occuparono rapidamente Roma e vi stabilirono un duro regime poliziesco, caratterizzato da un atteggiamento aggressivo e persecutorio verso i cittadini più poveri, motivato anche dalla pressoché totale mancanza di solidarietà e collaborazione da parte dei proletari romani nei confronti degli occupanti. I principali partiti antifascisti ufficiali costituirono il Comitato di Liberazione Nazionale, composto da Partito Comunista Italiano (PCI), Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Partito d’Azione (PdA), Democrazia Cristiana (DC), Partito Liberale Italiano (PLI) e Democrazia del Lavoro (DL); il CLN si dotò in ottobre di una giunta militare con il compito di dirigere la resistenza sul piano cittadino. Al di fuori del CLN operarono alcune altre formazioni politiche, tra le quali il gruppo numericamente più importante fu proprio il MCd’I.[19] Bandiera Rossa si opponeva a questa coalizione rivendicando l’azione classista indipendente dei comunisti in un’ottica rivoluzionaria, in contrasto con la teoria stalinista dei Fronti Popolari, che prevedeva l’alleanza dei comunisti con i partiti borghesi per sconfiggere il fascismo, rimandando la rivoluzione ad una seconda fase indefinita.

Questa linea non cadeva dal cielo, ma rifletteva quella che era stata la svolta impressa da Stalin alla politica dell’Internazionale comunista (IC) lungo gli anni ’30 e sancita in particolare dal VII congresso del 1935. In tale congresso veniva sistematizzata la svolta, che imponeva ai partiti comunisti l’alleanza con la “borghesia democratica” (e su scala internazionale la ricerca dell’accordo con Francia e Gran Bretagna) in nome della lotta contro il fascismo e per evitare la guerra. La svolta verso il Fronte popolare coincise con la fase della definitiva stalinizzazione dei partiti comunisti nel mondo e con l’avvio dello sterminio di migliaia di militanti e quadri comunisti all’interno dell’Urss, con le “purghe” e i processi di Mosca.

La politica del Fronte popolare fece le sue prime prove in Francia e in Spagna negli anni 1936-39. In entrambi i casi essa portò a sconfitte drammatiche della classe operaia e della lotta antifascista. Così nel giro di pochi anni la politica dettata da Stalin al VII congresso aveva ottenuto i risultati opposti a quelli indicati: il fascismo trionfava anche in Spagna, la Francia e la Gran Bretagna voltavano le spalle all’URSS tentando di accordarsi con Hitler e quella guerra che Stalin pensava di scongiurare diventava ormai inevitabile.

Il PCI, tuttavia, venne toccato solo molto parzialmente da questi sviluppi; se il gruppo dirigente, Togliatti in primo luogo, venne completamente coinvolto nella stalinizzazione, il grosso dei quadri militava nella clandestinità, nelle carceri o al confino e solo frammentariamente era messo al corrente degli sviluppi internazionali. I primi, maldestri tentativi di applicare la politica del Fronte popolare in Italia (con il famoso appello ai Fratelli in camicia nera redatto da Grieco nell’agosto 1936, che invitava le “forze sane del fascismo” ad organizzarsi in un fronte nazionale anti-hitleriano!) non avevano ovviamente avuto grande eco, e la vera prova venne con l’avvicinarsi della caduta del regime.

Fu quindi a partire dalla fine del 1942, con lo svilupparsi dei primi vagiti della resistenza, che la politica del fronte popolare approdò effettivamente in Italia con gli sviluppi che vedremo.[20]

La lotta partigiana da settembre a dicembre 1943

Bandiera Rossa compì solo poche azioni militari prima dell’8 settembre, sia perché l’organizzazione era ancora in costruzione, sia per la scarsità di armi a disposizione per combattere i nazifascisti.[21] Ma la situazione cambiò rapidamente: molti militanti del MCd’I parteciparono agli scontri con le truppe di occupazione tedesche che si svolsero a Roma fra l’8 e il 10 settembre.[22]

Negli ultimi mesi del 1943 si stabilizzò una suddivisione geografica di fatto fra la zona di operazioni partigiane del MCd’I (localizzata prevalentemente in periferia e nelle borgate, dove Bandiera Rossa tentò di costruire un’organizzazione di massa) e quella del PCI (localizzata nel centro della città, dove, nella più stretta clandestinità, operavano i Gruppi di Azione Patriottica). Vi furono comunque alcune sovrapposizioni e alcuni casi di doppia militanza: ad esempio Umberto Scattoni, fino al suo arresto nel gennaio 1944, era membro di entrambe le organizzazioni.[23]

In ogni caso i partigiani di Bandiera Rossa collaborarono con quelli di altre formazioni e non solo con membri isolati del PCI o del Partito socialista. Il movimento cercò anche la collaborazione di medici o di preti cattolici allo scopo di cercare rifugio per prigionieri di guerra alleati evasi dalla prigionia o per renitenti alla leva della repubblica di Salò.[24] Questo fu sicuramente un  riflesso della composizione popolare del movimento, ma non si può trascurare la volontà dei militanti comunisti di base di collaborare tra di loro, al netto di differenze politiche spesso non chiare e subordinate nei fatti alle necessità della lotta.

Nonostante la complessità della situazione, i partigiani di Bandiera Rossa furono protagonisti di vari fatti militari, con relativi tributi di sangue. Azioni indirizzate sia apertamente contro le forze nazifasciste, sia per liberare i prigionieri o difendere i proletari delle borgate dai soprusi degli occupanti.

Il 20 ottobre 1943 un gruppo di partigiani del MCd’I tentò di fare incursione nel Forte Tiburtina (allora una caserma abbandonata dal Regio Esercito) allo scopo di trovarvi cibo e munizioni. Ma la caserma era presidiata da un distaccamento di SS. Catturati dai tedeschi e processati sommariamente, nove partigiani furono condannati a morte e dieci alla deportazione. Noto come l’eccidio di Pietralata, questo fu, a Roma, uno dei primi esempi delle rappresaglie indiscriminate che i tedeschi utilizzavano come arma per combattere la Resistenza.[25]

Il 24 ottobre 1943 settanta prigionieri di guerra russi evasero dal campo di Monterotondo, in un’azione organizzata dal PCI; quest’ultimo chiese e ottenne la collaborazione del MCd’I per trovare rifugio e sostentamento per gli evasi. Per vari mesi, nei quartieri Trionfale, Monte Mario e nella borgata Valle dell’Inferno, si ebbe una collaborazione tra PCI e Bandiera Rossa; gli esponenti del MCd’I facevano anche parte del locale CLN che, in quella zona, era composto solo da esponenti dei partiti di sinistra.[26]

Nella zona dell’Esquilino il PCI fu aiutato da esponenti del MCd’I a raccogliere fondi e a distribuire volantini. In alcune occasioni i Gruppi di Azione Patriottica (GAP) comunisti ricevettero armi ed esplosivi da parte di Bandiera Rossa.[27]

Il movimento si servì della sua “Grotta rossa” non solo come scuola di marxismo, ma anche come centro di pianificazione militare. Nel novembre 1943 Ezio Malatesta vi stabilì una comunicazione radio con la Quinta armata americana, alla quale fornì informazioni sulla dislocazione delle truppe tedesche nelle aree rurali a nord di Roma.[28]

Degna di nota fu un’azione collettiva del 6 dicembre 1943, quando 1.200 militanti di Bandiera Rossa compirono un’azione sincronizzata, distribuendo nello stesso esatto momento (dalle 18.00 alle 18.15) 10.000 volantini contro il regime in tutti i 120 cinema della città e coinvolgendo migliaia di lavoratori e abitanti delle borgate nella messa in atto dell’operazione.[29] Un’azione questa che dimostra il sostegno e la forza del MCdI, ma che fu pagata a caro prezzo nei giorni successivi con una dura repressione contro il movimento.

Ci fu infatti una serie di arresti da parte dei nazifascisti, che falcidiarono soprattutto il gruppo capeggiato da Malatesta e Jacopini (nel quale è molto probabile che si fossero infiltrate delle spie) con più di 15 fermati tra cui i due capibanda.[30]

Per reagire a questi arresti si tenne il 16 dicembre una riunione dei comitati di zona del MCd’I, in cui si discusse di come ristabilire i collegamenti con le bande esterne e si deliberò di intensificare sia le azioni di sabotaggio, sia le contro-rappresaglie ai danni di fascisti e nazisti.[31]

Va qui specificato che l’intera resistenza romana ebbe, nel complesso, dimensioni considerevoli, ma non pari a quella che si sviluppò nelle città del Nord Italia: in tutta Roma e provincia furono riconosciuti alla fine della guerra circa 6.200 partigiani combattenti, anche se si tratta di dati ufficiali e quindi non completamente affidabili. Non furono pochi infatti, soprattutto tra le fila di Bandiera Rossa, coloro che non chiesero il riconoscimento di partigiano. Si tratta di un fenomeno politicamente interessante, forse legato alla diffusa delusione verso l’esito della lotta partigiana, che per molti militanti del MCd’I avrebbe dovuto portare alla trasformazione socialista della società[32], e che è un’ulteriore dimostrazione dello spirito genuinamente rivoluzionario di questi combattenti.

Le divergenze fra PCI e Bandiera Rossa

Nell’ottobre del 1943 ebbero luogo due riunioni clandestine fra gli esponenti del MCd’I e quelli del PCI romano, per saggiare le possibilità di unificare le due organizzazioni. La prima riunione si svolse il 15 ottobre e si concluse con uno scontro assai acceso. Anche la seconda riunione, il 20 ottobre, finì ai ferri corti, sancendo il disaccordo fra i due gruppi.[33]

Il dissenso principale verteva sulle modalità e sugli scopi della partecipazione alla lotta antifascista. Il MCd’I rimproverava al PCI di aver abbandonato l’obiettivo della rivoluzione proletaria e di aver intrapreso (entrando nel CLN) una politica di collaborazione di classe con i partiti borghesi; dal canto suo, il PCI accusava il MCd’I di estremismo avventurista e sosteneva che la sua insistenza sulle esigenze di democrazia interna al partito mascherasse intenzioni scissionistiche e fosse indice di atteggiamenti di ostilità contro il PCI di matrice “trotskista”.[34]

L’editoriale del primo numero di Bandiera Rossa, datato 5 ottobre 1943, esprime il proposito di curare «il collegamento tra comunisti di tutte le regioni per raggiungere, su base marxista, l’unificazione di tutte le forze proletarie, e la costituzione di un unico grande partito di democrazia operaia.»[35]

Nel secondo numero del periodico vengono precisati alcuni punti programmatici richiesti dal MCd’I per la costituzione dell’auspicato partito comunista unificato: esso «deve essere organizzato secondo i principi della democrazia operaia», in quanto «in un partito comunista non organizzato democraticamente, la volontà del proletariato non può che rimanere soffocata dal burocratismo di partito, con la conseguenza di un completo svuotamento di contenuti del partito stesso; […] l’organizzazione democratica del partito comunista è l’unica garante che, dopo l’instaurazione della società socialista, il proletario sarà il vero detentore del potere, e non una minoranza che ne eserciti la dittatura a nome di esso.» A proposito dei rapporti con gli altri partiti antifascisti, si esprime l’esigenza che «il collaborazionismo del P.C. non arrivi al transazionismo opportunistico, che noi abbiamo sempre rimproverato alla socialdemocrazia.»[36]

Il MCd’I poneva due principi pregiudiziali all’unificazione col PCI, ossia la democrazia interna nel partito e «una partecipazione alla lotta antifascista improntata agli interessi di classe». In continuità con questo tema, nel primo numero di Bandiera Rossa si esprimeva inoltre la contrarietà alla collaborazione dei comunisti con il governo Badoglio.[37]

Se queste valutazioni sulla situazione italiana sono sostanzialmente corrette, dagli articoli pubblicati su Bandiera Rossa non emerge una valutazione altrettanto univoca a proposito dell’Unione Sovietica e sul percorso politico dello stalinismo. Infatti si coglie un’altalena di posizioni, un’oscillazione continua dalle posizioni staliniste ad altre più vicine alle critiche mosse già da Lev Trotskij. Passando anche per una teoria “giustificazionista”, che cercava di salvare capra e cavoli spiegando come il modello realizzato dell’URSS fosse stato un portato della necessità storica, ma anche una esperienza particolare e non tale da costituire, perciò, un modello da imitare in tutti i paesi.[38]

Di fatto un ampio settore di militanti (e forse possiamo dire la maggioranza del gruppo dirigente), per tutto un periodo continuò ad identificare l’Unione Sovietica e Stalin come i continuatori del bolscevismo e della politica di Lenin. E ad accusare Togliatti e il gruppo dirigente del PCI di essersi opportunisticamente allontanato da questa linea. Si contrapponeva un immaginario stalinismo “duro e puro”, rivoluzionario, al moderatismo di Togliatti.

Chiaramente anche qui emerge un grande punto di debolezza del MCdI, l’incapacità di chiarire la propria posizione sull’URSS ed anzi le illusioni, coltivate da un ampio settore, in Stalin e nella burocrazia non permisero la piena comprensione della politica di fronte popolare nel CLN del PCI, con conseguenze nefaste per tutta la discussione con quest’ultimo.

 

L’atteggiamento del PCI a livello nazionale

All’epoca il PCI conduceva un’aspra battaglia politica contro i gruppi che si collocavano alla sua sinistra. In un articolo intitolato Il «sinistrismo» maschera della Gestapo, pubblicato sul periodico La nostra lotta nel dicembre 1943, il dirigente comunista Pietro Secchia aveva condannato con toni brutali il gruppo dissidente torinese Stella Rossa (nato da una scissione del PCI), accusandolo di nascondere «sotto la maschera del sinistrismo, il bieco, sanguinario volto del nazifascismo» e di essere «sulla via della Gestapo.»[39]

Nel gennaio 1944 l’edizione meridionale dell’Unità descrisse i gruppi dissidenti come quinta colonna del nazismo e del fascismo, invocandone la distruzione:

«Non avversari politici, dunque, come vorrebbe ancora far credere qualcuno: ma delinquenti comuni e della peggiore specie, gente senza ritegno e senza scrupoli, complici dell’hitlerismo e del fascismo, rettili abietti da schiacciare senza pietà nell’interesse non solamente del Partito e della classe operaia ma dell’umanità intera. La lotta contro questi individui non deve conoscere tregua. Siamo vigilanti, scopriamo le loro mene, individuiamo questi traditori anche se essi sono riusciti a camuffarsi e ad infiltrarsi nelle nostre file. Ognuno di noi deve fare il massimo sforzo in questa direzione prendendo ad esempio quanto hanno fatto i compagni russi nella loro lotta per l’annientamento del trotskismo. Smascherando e colpendo gli agenti del nemico nel nostro Partito, nei Sindacati e dovunque essi si sono annidati, noi non faremo soltanto un’opera di indispensabile epurazione ma contribuiremo efficacemente allo sterminio della V colonna hitleriana e mussoliniana nel nostro paese.»[40]

Le polemiche a Roma fra ottobre e novembre del 1943

Per la forza numerica e per il radicamento del MCd’I, in una prima fase non era possibile per i burocrati del PCI esprimere apertamente gli stessi giudizi contro Bandiera Rossa. La verità è che per tutto un periodo il PCI era in ritardo nella costruzione della sua organizzazione rispetto a Bandiera Rossa e doveva tenere aperto un canale di collaborazione, fosse solo tra i singoli gruppi partigiani. Ed infatti se si paragona il tono dell’Unità romana nei confronti del MCd’I a quello che Secchia usava ne La nostra lotta contro Stella Rossa, si può costatare una differenza notevole. Questa diversità è probabilmente dovuta proprio alla forza che il MCd’I stava dimostrando di possedere a Roma e alla influenza che esercitava all’interno dello stesso PCI capitolino.[41]

Tuttavia il MCdI non seppe avvantaggiarsi politicamente da questa situazione. Non seppe mettere in campo la tattica leninista del Fronte Unico, proponendo una alleanza antifascista al PCI con lo scopo di dimostrare ai militanti comunisti la sua volontà di lottare contro i nazisti, ma anche aprendo una discussione politica sulle posizioni di Togliatti e soci, con lo scopo di conquistare aderenti alla prospettiva rivoluzionaria. Mantenendo un atteggiamento equivoco, senza sviluppare posizioni politiche chiare, il MCd’I diede tempo progressivamente ai dirigenti del PC di organizzarsi e prendere l’iniziativa.

Una prima presa di distanza ufficiale del PCI da Bandiera Rossa apparve con un trafiletto intitolato Equivoco da chiarire, sull’edizione romana de l’Unità appena cinque giorni dopo l’uscita del primo numero del periodico del MCd’I.[42]

Dopo il fallimento delle trattative di unificazione fra i due gruppi, Bandiera Rossa rispose al corsivo de l’Unità ribadendo le sue critiche alla mancanza di democrazia interna nel PCI e insinuando che quest’ultimo potesse non aver avuto alcun riconoscimento né da parte di Stalin né da parte della (ormai disciolta) Terza Internazionale:

«Non vi può essere equivoco: ‘Bandiera Rossa’ è organo del Movimento Comunista d’Italia mentre l’’Unità’ è organo del PCI. Sono esponenti di due organizzazioni distinte ma non diverse, perché unica è la causa, unico è il fine. Se è sincera la fede da una parte e dall’altra, ci s’incontrerà prossimamente sulla via maestra: la Rivoluzione. Ci si permetta però di dubitare dell’ufficialità d’un partito in cui non si può esercitare il controllo, e che non ha avuto investitura di funzione e di poteri né dal basso né dall’alto.»[43]

Ancora una volta i dirigenti del MCd’I dimostravano una visione ristretta, incapace di vedere il processo di ascesa dello stalinismo a livello internazionale. Questa incomprensione, insieme proprio alla crescita del PCI come forza di massa, contribuirà in maniera decisiva alla disgregazione dei gruppi comunisti dissidenti.

Ma torniamo al dibattito tra le due forze politiche. L’Unità rispose, il 26 ottobre, alle accuse mosse da BR con un nuovo articolo, più polemico di quello precedente e che si richiamava a Stalin per propugnare l’esigenza del più rigido centralismo:

«non bastano le affermazioni dilettantesche sulla fede ‘rivoluzionaria’ per dar credito a un movimento come il loro che ha da vantare meriti piuttosto scarsi nella lotta contro il fascismo […]. In quanto alle insinuazioni di Bandiera Rossa sulla ‘ufficialità’ del nostro partito, sulle possibilità di controllo che vi sono, sulle ‘investiture’ dall’alto e dal basso, non ci sentiamo proprio in vena di commuoverci. Le ipocrite accuse che ci muove Bandiera Rossa riecheggiano le posizioni degli opportunisti di ogni tipo contro la disciplina di ferro che deve regnare nei Partiti Comunisti.»[44]

La risposta di Bandiera Rossa pose per il momento fine alla polemica pubblica fra i due gruppi:

«Basta con le polemiche inutili che ci hanno diviso, e che sono state un giorno la causa della nostra sconfitta. Se le divergenze naturali vi sono, data la momentanea oscurità, ognuno proceda sulla strada che crede migliore, per giungere al fine comune senza disturbare i compagni che camminano al fianco. Se la buona fede è d’ambo le parti, presto le chiarificazioni immancabili avverranno al sole della nuova libertà, e i lavoratori ci vedranno affratellati nella battaglia finale della loro Rivoluzione.»[45]

La polemica riprenderà nuovamente, con toni più accesi, nella primavera del 1944 e degenerò in duro scontro dopo la liberazione di Roma. Anche se per tutto un periodo alla base, soprattutto nel momento dell’azione, i rapporti tra comunisti del PCI e comunisti del MCd’I non furono di contrapposizione e di rottura. Molte imprese di sabotaggio furono compiute in comune e, per di più, durante i nove mesi dell’occupazione, accadde diverse volte che i militanti rimasti sbandati per la repressione nazista passassero da una formazione all’altra.[46] Pur verificandosi nello stesso periodo diversi momenti di scontro politico tra le due organizzazioni.

Ed infatti, benché la polemica pubblica cessasse temporaneamente, la documentazione interna del PCI mostra che in questo partito si continuava a presentare il MCd’I come un gruppo di provocatori, aiutati e diretti da una «quinta colonna fascista». In un documento della federazione laziale del PCI, che risale ad aprile 1944, i militanti erano messi in guardia da leggere Bandiera Rossa, che veniva equiparato al materiale prodotto dai servizi segreti nazifascisti. In un altro documento del novembre 1943, sempre della federazione del Lazio del PCI, si accusavano i dissidenti di venire «oggettivamente» in soccorso alla propaganda nazista e di dividere il fronte antifascista, e si poneva fra l’altro come compito ai quadri del PCI quello di provocare la disgregazione del MCd’I, liquidando quest’ultimo dalla scena politica, dopo averne ricondotto al PCI la «parte sana».[47] Oppure, come testimonia l’esponente del PCI Agostino Novella, si riporta in un rapporto interno del dicembre 1943 il fatto che tra il proletariato delle borgate romane le idee di Bandiera Rossa trovassero più ascolto che quelle espresse ne l’Unità[48].

La lotta partigiana da gennaio 1944 sino alle Fosse Ardeatine

I nazisti sottoposero gli arrestati nella retata di dicembre 1943 a interrogatori – accompagnati, come di consueto, da feroci torture – nel centro di detenzione di via Tasso.[49] Li processarono sommariamente fra il 28 e il 30 gennaio del 1944, condannandone undici a morte e cinque alla reclusione nei lager tedeschi per periodi variabili fra cinque a quindici anni. Gli undici condannati alla pena capitale furono fucilati a Forte Bravetta il 2 febbraio; le testimonianze raccontano che tutti si comportarono coraggiosamente.[50]

Le condanne e le fucilazioni non fermarono l’attività partigiana del MCd’I: sono state documentate diciassette azioni armate o di sabotaggio a gennaio 1944 e circa altrettante a febbraio.[51] Questa attività fu però seguita da una nuova ondata di arresti. Per dare aiuto alle famiglie degli arrestati e dei caduti fu organizzato il Soccorso Rosso, che curò sottoscrizioni e raccolte di abiti e viveri tra le borgate romane.[52]

Ci furono una serie di bande partigiane, affiliate a Bandiera Rossa, che operarono nel Lazio: sul Monte Boragine, in provincia di Rieti; a Poggio Mirteto; due bande a Tarquinia e nei dintorni; a Poggio Moiano e nei dintorni di Viterbo; a Zagarolo, Palestrina e Isola Farnese; alcune bande, dette “pendolari”, erano inserite nell’organizzazione romana e di tanto in tanto si spostavano in provincia.[53]

Dopo lo sbarco di Anzio, quando la liberazione di Roma sembrava imminente, Bandiera Rossa accelerò i preparativi per un’insurrezione della popolazione romana, che avrebbe dovuto precedere l’arrivo degli Alleati, e tentò di stringere rapporti anche su scala nazionale con altri gruppi politici di sinistra.[54] Sono testimoniati in questo senso contatti fallimentari con la direzione del giornale bordighista Prometeo e con alcuni esponenti della sinistra socialista. In questo senso va ricordato il viaggio a Milano di Antonino Poce assieme ad altri rappresentanti del MCd’I, che s’incontrarono (fra gli altri) con il bordighista Onorato Damen (redattore del giornale Prometeo); ma gli approcci con quest’ultimo furono infruttuosi, in quanto egli era contrario alla partecipazione dei comunisti alla Resistenza, considerata come un conflitto interno al capitalismo.[55]

Non risultano invece contatti con altri importanti gruppi di “opposizione” alla linea della burocrazia del PCI, come il gruppo torinese Stella Rossa o con i comunisti napoletani che avevano dato vita alla CGL Rossa. Questo rappresenta l’ennesimo limite all’azione di Bandiera Rossa: una prospettiva rivoluzionaria alternativa alla linea di collaborazione di classe del PCI poteva passare solo attraverso la costruzione di un fronte con altre importanti organizzazioni critiche da sinistra nei confronti di Togliatti e dei suoi. Anche solo Stella Rossa a Torino e la CGL Rossa a Napoli potenzialmente erano un punto di riferimento per migliaia di lavoratori in città chiave della penisola[56], con il potenziale per costruire una alternativa alle politiche staliniste che purtroppo non vide mai la luce. Bandiera Rossa rimase quindi sempre un gruppo eminentemente locale, che aveva quindi un enorme svantaggio rispetto alla solida struttura nazionale del PCI.

Alla fine di gennaio Poce e Sbardella si fecero promotori della costituzione di un nuovo gruppo armato, denominato “Armata Rossa” (dal nome dell’esercito sovietico), che aveva come scopo dichiarato l’unificazione di tutti i comunisti in un’unica forza militare, che avrebbe dovuto lottare assieme agli Alleati. Nei primi mesi del 1944 questa “Armata Rossa” divenne una delle più importanti forze della Resistenza romana, contando 424 partigiani durante il periodo della lotta clandestina.[57]

L’appello fondativo dell'”Armata Rossa” puntava principalmente all’unità fra il MCd’I ed il PCI. Benché strettamente legata al MCd’I, l'”Armata Rossa” formalmente non ne faceva parte: al suo comando, oltre a Sbardella e Poce, vi erano tre comunisti che non erano membri né del MCd’I né del PCI, ossia Giordano Amidani, Otello Terzani e Celestino Avico, tutti e tre a suo tempo espulsi dal PCI. I quadri del PCI erano comunque contrari a questo progetto, da loro visto come un tentativo di minare l’unità del CLN; tuttavia alcuni militanti del PCI collaborarono occasionalmente con militanti dell'”Armata Rossa”; come ad esempio Rosario Bentivegna, al fine di ottenere esplosivi per i GAP.[58]

Alla fine di febbraio il MCd’I programmò un’azione armata assai audace per liberare dal carcere di Regina Coeli quanti più prigionieri politici fosse stato possibile; ma prima che il blitz potesse essere attuato, una nuova retata dei nazifascisti tra le file della Resistenza (conseguente alla delazione di una spia infiltratasi nel Partito d’Azione) portò alla cattura di altri otto esponenti di Bandiera Rossa e mandò in fumo l’operazione.[59]

L’attività partigiana di Bandiera Rossa in tutto il mese di marzo fu molto intensa: sono state documentate una trentina di azioni armate o di sabotaggio, in cui avrebbero, fra l’altro, trovato la morte almeno quattro soldati tedeschi.[60]

L’attentato di Via Rasella e le Fosse Ardeatine

In questo periodo avvenne l’attentato di via Rasella, un’azione condotta il 23 marzo 1944 dai Gruppi di Azione Patriottica, unità partigiane del Partito Comunista Italiano, contro un reparto delle forze d’occupazione tedesche. Causando la morte di 35 soldati tedeschi e diverse decine di feriti. Si trovarono coinvolti loro malgrado nell’attentato tre partigiani di Bandiera Rossa, appartenenti a una banda formata da operai della compagnia telefonica TETI. La dinamica dei fatti al riguardo non è del tutto chiara. Non vi è infatti certezza sul motivo per cui i tre partigiani si trovassero in via Rasella proprio al momento dell’attentato. Due di loro morirono sul posto uccisi da soldati tedeschi, mentre il terzo fu arrestato e deportato.[61]

Come rappresaglia i nazifascisti perpetrarono il 24 marzo l’eccidio delle Fosse Ardeatine: nella strage furono trucidati 52 esponenti di Bandiera Rossa. Fra le vittime vi erano due membri dell’esecutivo (fra cui Aladino Govoni), quattro responsabili di zona (Ezio Lombardi, Eusebio Troiani, Antonio Spunticchia, Giulio Roncacci) e quattro che tenevano i contatti fra il comando centrale e le bande (Armando Ottaviani, Nicola Stame, Unico Guidoni e Uccio Pisino), più altri dieci che avevano incarichi di minore livello.[62] L’eccidio veniva così commemorato sul numero 9 di Bandiera Rossa:

«Il 24 marzo la tigre nazista ha dilaniato, fra molte centinaia di cittadini romani, molti compagni del M.C.d’I. Le parole non bastano per esprimere i sentimenti di un uomo civile di fronte a tanta atrocità. Solo intensamente ricordando il sacrificio di questi martiri e riferendo ad essi ogni nostra azione, potremo rendere fecondo quel sangue. I compagni del M.C.d’I., lavoratori, proletari, che fra lo sterminio di vite che da trenta anni insanguina l’Europa, non hanno dimenticato il valore della vita umana, giurano sul sangue di questi martiri di combattere fino alla totale distruzione di ogni vestigia del nazifascismo e del capitalismo, che lo ha generato, responsabili ed esecutori di tutti i delitti commessi sotto il loro impero.»[63]

Le polemiche col PCI nella primavera del 1944

L’edizione romana de l’Unità, in un articolo del 15 marzo attaccò Bandiera Rossa, scrivendo che l’attività di «sparuti gruppetti così detti di “sinistra” la cui irresponsabilità politica […] si sfoga nell’assumere gli atteggiamenti estremistici più astratti e inconcludenti» andava incontro «alla propaganda hitleriana» finendo «con l’assumere una funzione obbiettivamente provocatrice».[64]

Bandiera Rossa criticò l’attentato di via Rasella sul suo bollettino Disposizioni Rivoluzionarie del 29 marzo: «L’atto terroristico non appartiene alla strategia marxista […] la morale del proletariato, costretto dalla durissima via rivoluzionaria a non sciupare energie ma a spenderle nel modo più redditizio, afferma: che ogni atto rivoluzionario deve tener conto delle conseguenze immediate e future»[65]; aggiungendo: «Noi non possiamo sapere che cosa fanno i comunisti del PCI pur di farsi citare da radio-Londra»[66]. Lo stesso articolo condannava i gesti eroici e gli impulsi romantici in quanto estranei alle basi collettive e di classe della rivoluzione marxista, denunciava come inammissibile il rischio di contraccolpi contro gli innocenti e argomentava che l’atteggiamento tenuto dagli attentatori di via Rasella fosse inutile e riprovevole, in quanto individualista e non comunista; infatti – continuava l’articolo – sebbene i comunisti dovessero cercare di conquistare il potere anche con la violenza, il sacrificio di sangue proletario sarebbe stato utile solo qualora avesse comportato tangibili vittorie per il solo proletariato. Occorreva dare priorità all’organizzazione collettiva anziché alle imprese militari individuali; il compito prioritario dei militanti di Bandiera Rossa, secondo l’articolo, avrebbe dovuto essere perciò la difesa attiva contro la repressione nazifascista.[67]

Si può ipotizzare che questa direttiva di limitarsi alle azioni difensive era motivata dall’ondata di arresti che Bandiera Rossa aveva subito fra dicembre ’43 e marzo ’44. Colpi della repressione che erano stati facilitati dall’inesperienza dei militanti nell’attività clandestina e da una difficile vigilanza nei confronti delle spie infiltrate nel movimento. Lo stesso articolo infatti precisava: «Malgrado questa direttiva che pretende dai nostri compagni non la fuga e la passività, ma la difesa attiva contro l’azione di repressione del nostro movimento, noi dobbiamo lamentare vittime che, con una più accurata vigilanza, si sarebbero risparmiate. L’azione di informazione, e sorveglianza, segnalazione e punizione dei sospetti e delle spie, va intensificata.»[68] I dirigenti di Bandiera Rossa esprimevano la loro preoccupazione per la possibilità che la loro organizzazione venisse pesantemente colpita dai nazifascisti proprio mentre stava per verificarsi la liberazione della città (per mezzo di una sperata, ma mai costruita, insurrezione popolare).

In realtà si può argomentare che queste posizioni assunte dal MCd’I non fossero altro che una testimonianza della fase di debolezza politica e organizzativa che stava attraversando il Movimento. La condanna delle azioni “terroristiche” stride con la stessa politica portata avanti da Bandiera Rossa in molteplici altre occasioni, oltre che con l’insensatezza di definire “terrorismo” un attacco condotto contro una colonna di truppe d’occupazione. Legare queste considerazioni ad un arretramento ad azioni puramente difensive sembra proprio dimostrare come il movimento fosse in crisi organizzativa a causa degli arresti e della repressione ed in crisi politica di fronte all’offensiva del PCI, che mirava tra l’altro ad accreditarsi agli occhi di un settore di militanti come fautore di una lotta più dura e più efficace contro i nazisti. Furono questi dei passi falsi, che finirono per indebolire ancora di più l’organizzazione, demoralizzando un settore di militanti ed esponendola ulteriormente alle critiche dall’esterno.

Ed infatti l’edizione romana de l’Unità attaccò nuovamente Bandiera Rossa in un articolo del 6 aprile:

«Eppure c’è ancora qualche sciocco che si presta a questo gioco infame se, come pare, un cosiddetto Comando Militare Unificato dei Comunisti, prolifico autore di manifestini in una lingua che sembra presa a prestito dal dott. Goebbels, non è costituito da agenti al servizio dei prussiani, ma da un gruppo di irresponsabili che, abusando del simbolo della bandiera rossa, persistono con ostinazione nel gioco che ogni giorno di più si svela come una vera e propria manovra provocatoria ai danni della classe operaia e del comunismo.»

Di fatto l’inasprimento dei rapporti tra PCI e Bandiera Rossa raggiunse la punta massima nel mese di aprile, dopo la svolta di Salerno con la quale Palmiro Togliatti preparò l’entrata del PCI nel governo Badoglio. L’11 maggio Bandiera Rossa, attraverso il suo organo di stampa, espresse disapprovazione per la formazione del nuovo governo, sottopose a critiche di opportunismo la formula togliattiana della “democrazia progressiva” e ribadì la necessità di una politica rigorosamente classista e anticapitalista:

«la politica di guerra dei lavoratori deve essere: trasformare la guerra contro il nazismo in guerra contro tutto il capitalismo. La parola d’ordine è: fino a che vi sarà nel mondo anche un solo paese borghese, non vi sarà né pane sufficiente né pace duratura, né libertà per nessuno.»

In una riunione tenutasi il 25 maggio, diversi dirigenti del movimento criticarono Antonino Poce per la scarsa abilità da lui dimostrata nel rispondere su Bandiera Rossa alle accuse da parte del PCI.

Dalle Fosse Ardeatine alla liberazione di Roma

In previsione della ritirata tedesca e per preparare l’insurrezione, l’indomani dell’eccidio delle Ardeatine, il segretario del Comitato romano, Orfeo Mucci, e il nuovo responsabile militare, Antonino Poce, entrambi datisi alla macchia e attivamente ricercati, s’incontrarono in una strada della città per procedere alla riorganizzazione militare di Bandiera Rossa, abbandonando la divisione della città in sei zone e inquadrando tutti gli uomini in 34 concentramenti territoriali. Si decise inoltre di procedere al potenziamento dell'”Armata Rossa”.[69]

Il 2 aprile un gruppo di partigiani armati di Bandiera Rossa, composto da nove uomini e due donne, celebrò l’eccidio delle Fosse Ardeatine deponendo fiori rossi e un cartello commemorativo sul luogo del massacro. L’iniziativa fu ripetuta da altre delegazioni di Bandiera Rossa il 1º maggio e il 5 maggio: in quest’ultima occasione vi fu un breve scontro a fuoco con i soldati tedeschi di guardia.[70]

Sono state documentate, nel mese di aprile, più di trenta azioni partigiane, dove perirono anche diversi membri dell’organizzazione. Il 16 aprile era stato catturato dai nazifascisti il comandante della seconda zona Tigrino Sabatini, che fu fucilato a Forte Bravetta ai primi di maggio. Molti militanti di Bandiera Rossa furono catturati dal nemico nel rastrellamento del Quadraro, il 17 aprile.[71]

Pur se non tutti erano a conoscenza della sua preparazione, esponenti di Bandiera Rossa contribuirono a propagandare lo sciopero generale cittadino indetto dai partiti di sinistra del CLN per il 3 maggio. Sempre nel mese di maggio ci furono più di trenta azioni partigiane: il 5 maggio, durante un’azione di sabotaggio alle linee telefoniche, cadde Rodolfo Cantarucci; il 17 maggio i due partigiani Paolo Rugliani e Aldo Romeo furono catturati dai tedeschi in un rastrellamento e subito fucilati.[72]

Alla fine di maggio vi fu un incontro clandestino fra Antonino Poce e un ufficiale britannico. L’incontro fu organizzato dal generale Roberto Bencivenga, che a marzo era stato nominato dal governo Badoglio comandante militare della piazza di Roma e che era in buoni rapporti personali con Poce. Nell’incontro Poce fu avvertito che sarebbe stato arrestato dagli Alleati se, in concomitanza con la liberazione di Roma, le forze partigiane comandate dallo stesso Poce si fossero rese responsabili di disordini. Poce acconsentì ad aspettare una parola d’ordine in codice da parte del comando alleato prima di dare avvio a un’insurrezione[73]. Ma la parola d’ordine attesa dal comando alleato non venne mai data, e anche Togliatti diffuse ai suoi un radiomessaggio contro l’insurrezione.

Proprio la questione della mancata costruzione dell’insurrezione della città merita un piccolo approfondimento. A più riprese su Bandiera Rossa articoli sottolineavano la necessità di distribuire le armi alla popolazione e prepararsi all’insurrezione. Dopodiché, quando arrivò il momento di provare a costruire politicamente e organizzativamente l’insurrezione, il MCd’I rinunciò a farla. Ed infatti Roma fu l’unica grande città italiana ad essere liberata dagli americani, senza un’insurrezione. Ben sappiamo come il PCI rinunciò alla possibilità di organizzare l’insurrezione per mantenere una politica di compatibilità con i partiti del CLN e con il comando alleato.

Di fatto il gruppo dirigente del movimento, ed in particolare Poce, capitolarono di fronte alla volontà degli Alleati di evitare a tutti i costi la spontanea liberazione della città di Roma da parte di una insurrezione. Con questi ultimi che si batterono per evitare che la capitale del paese, città che ospitava il Vaticano e luogo di importanza mondiale, si liberasse da sola. Ma anzi volevano celebrare la propria avanzata entrando in città come liberatori, nel tentativo di aumentare il loro consenso tra le masse.

In ultima analisi Bandiera Rossa non si sottrasse a questo scenario politico, anzi scelse di cercare sin dai mesi precedenti una improbabile approvazione alleata per le sue operazioni. Consenso alleato che, come vedremo il gruppo dirigente, cercherà senza successo anche in seguito. Questa politica si dimostrò in ultima analisi scellerata, portando il MCd’I di fatto sulle stesse posizioni del PCI e del CLN.

Si può dubitare del fatto che Bandiera Rossa in realtà non avesse le forze necessarie per agire da sola: secondo varie testimonianze dell’epoca, i militanti del movimento, che già avevano valutato negativamente l’azione dei GAP in via Rasella, non avevano alcuna intenzione di ritrovarsi in mezzo a una possibile battaglia fra l’esercito tedesco e quello alleato; sarebbe stato impossibile proteggere la popolazione romana dai combattimenti per le strade e le piazze della capitale.[74] Sarebbe stato necessario organizzare politicamente la partecipazione di più larghi strati delle masse popolari nell’insurrezione per soverchiare gli occupanti e costringerli alla fuga, ma il gruppo dirigente del MCd’I non volle o non riuscì a mettere in campo un piano concreto in questo senso.

Ed anche la legittima considerazione delle difficoltà che attraversava Bandiera Rossa in questa fase legata all’impossibilità di realizzare l’insurrezione da sola, sembrano solo scuse di fronte all’evidenza che non fu fatto nessun serio tentativo per costruire politicamente l’insurrezione. Non si cercò di allargare la base di consenso del Movimento sul tema, casomai facendo leva sulla base delle altre organizzazioni partigiane. Di fatto questa rivendicazione restò solo lettera morta, abbondonata quando era il momento di metterla in pratica.

La fine della guerra

Il 4 giugno 1944 Roma venne liberata dagli alleati senza alcuna insurrezione. Tuttavia, in alcune zone della capitale vi furono limitati scontri fra gli Alleati e i tedeschi in ritirata, cui parteciparono anche partigiani di Bandiera Rossa: in alcune strade circostanti Torpignattara e Centocelle (dove il MCd’I aveva una presenza importante), militanti della “Armata Rossa” si unirono alle truppe alleate e ad altri partigiani nell’attaccare i convogli tedeschi. Quattro membri del MCd’I caddero negli scontri, fra cui Pietro Principato che fu l’ultimo partigiano caduto della Resistenza romana. Altri partigiani morirono nei bombardamenti alleati a nord della capitale, il giorno stesso della liberazione.[75]

La fine dell’occupazione tedesca non alleviò la difficile situazione sociale di Roma, in cui la mancanza di lavoro e di rifornimenti causava il dilagare di miseria e fame. In questa situazione accadeva che, specie nelle borgate, vari tra coloro che avevano preso le armi contro i tedeschi si dessero ora ad attività come il ricatto e l’estorsione nei confronti di fascisti, industriali e proprietari terrieri. Sembra che queste azioni non fossero svolte sempre nell’alveo dell’organizzazione, ma per il tornaconto personale di singoli in quei momenti difficili. Dei singoli misero insieme attività come la borsa nera, il traffico di armi e di carburante, con l’espropriazione di possidenti e l’esecuzione di vendette politiche.

La polizia si dedicò a reprimere tutte queste attività, considerate come un mero problema di ordine pubblico, e condusse all’inizio del 1945 varie retate nelle periferie dove le bande erano più attive. Si giunse a sottoporre a processo dei partigiani non solo per fatti avvenuti dopo la liberazione, ma anche per «crimini contro la proprietà» commessi durante l’occupazione tedesca. Le autorità alleate, che temevano le masse popolari e volevano una “normalizzazione” della situazione il prima possibile, erano inoltre preoccupate per il dubbio che non tutti i partigiani delle formazioni di sinistra (specie quelle al di fuori del CLN, come lo stesso MCd’I) avessero obbedito all’appello di consegnare le armi. Di fatto il ricostituendo Stato borghese italiano, con il sostegno alleato, mise in atto una repressione mirata contro i militanti rivoluzionari.

Analizzando queste vicende risulta chiaro come una serie di debolezze politiche ed organizzative esposero il MCd’I ad una precisa strategia repressiva pensata dall’amministrazione alleata e dalle istituzioni italiane. Sicuramente per il suo radicamento popolare nelle borgate e per la sua scarsa attenzione alla costruzione di una organizzazione politicamente solida, Bandiera Rossa aveva reclutato negli anni elementi sottoproletari contigui ad ambienti criminali. Costoro sicuramente rappresentavano una piccola parte dell’organizzazione, ma l’incapacità del gruppo dirigente del MCd’I di strapparli ideologicamente dal loro contesto di provenienza, in combinazione con le difficili condizioni oggettive, espose il Movimento sia agli attacchi del PCI sia a quelli della repressione. Le forze dell’ordine erano ben felici di approfittare di singoli personaggi legati più o meno indirettamente a Bandiera Rossa per criminalizzare e colpire l’intero movimento. In una strategia di “normalizzazione” che come dicevamo era prioritaria anche per gli Alleati.

In ogni caso il difficile momento che attraversava la città non va confuso con una generale arretramento della disponibilità a lottare della popolazione. Un esempio del clima che attraversava la società sono le vicende legate alla figura del generale Mario Roatta, che dovette affrontare un processo per le sue azioni come capo di stato maggiore dell’esercito sotto Mussolini e Badoglio. Tra le altre accuse, l’ufficiale fascista era ritenuto responsabile per la resa senza combattere dell’esercito italiano davanti ai nazisti e per le atrocità commesse in Jugoslavia. Ma in particolare fu portato a processo per il suo coinvolgimento nell’assassinio dei fratelli Rosselli, antifascisti uccisi in Francia nel 1937. Il generale riuscì però a sfuggire alla giustizia. Il 4 marzo 1945, mentre la giuria doveva riferire sul suo caso, Roatta scappò dall’ospedale militare dove era detenuto. Aiutato dai suoi camerati fascisti, fuggì nella Spagna di Franco.

Il legittimo sospetto che le autorità avessero chiuso un occhio sulla fuga di Roatta scatenò una tempesta di proteste. C’erano indizi a carico del premier Bonomi, del Vaticano e dell’intelligence britannica per aver aiutato la sua fuga. Tali sentimenti furono espressi con forza in una manifestazione la sera del 6 marzo. Dato il livello di risentimento popolare, anche i partiti che sostenevano il governo scelsero di partecipare. Gli oratori che si rivolgevano alle 20.000 persone presenti fuori dal Colosseo includevano non solo Filiberto Sbardella, ma anche rappresentanti dei partiti azionista e socialista, del sindacato CGIL e dell’Unione delle Donne Italiane, oltre a Velio Spano del PCI.

La manifestazione all’inizio era stata relativamente tranquilla, ma alcuni cartelli suggerivano uno stato d’animo di rabbia con slogan come “Morte a Roatta e ai suoi complici”. Durante i discorsi, voci nella folla chiedevano una marcia sul palazzo del Quirinale, ed una parte dei manifestanti si diresse proprio in questa direzione. L’avanzata verso la sede della monarchia portò a violenti scontri. Mentre la folla di migliaia di persone si spingeva verso l’ingresso, le truppe a cavallo intervennero per bloccare loro il cammino. Durante gli scontri un militante comunista rimase ucciso da una granata, sembra nel tentativo di lanciarla. Tra i manifestanti si diffuse la voce che la polizia fosse responsabile. Avvolgendo la vittima in una bandiera rossa, i militanti portarono in alto il suo cadavere mentre procedevano verso il Viminale, sede del ministero dell’Interno, invadendo l’edificio. I manifestanti occuparono gli uffici e appesero bandiere rosse ai balconi.

I quadri del PCI arrivati sul posto cercarono di disinnescare la situazione. Mentre la folla chiedeva a gran voce le dimissioni di Bonomi, il direttore dell’Unità Spano insisteva che i suoi compagni avrebbero affrontato il premier: se non ci fosse stato un “cambio di atmosfera”, lo avrebbero costretto alle dimissioni dalla carica. Ma fecero anche un appello alla calma: “Abbiamo aspettato vent’anni, possiamo aspettare qualche altro giorno”. Questa promessa riuscì a disperdere la folla, ma il PCI fece rapidamente marcia indietro rispetto a questa posizione. Il giorno seguente l’Unità non faceva alcun riferimento alle malefatte della polizia o del governo. Spano lodò invece i carabinieri per la loro moderazione, accusando il MCd’I e i fascisti per aver organizzato una “provocazione” contro il governo. Questo nonostante l’uomo morto al Quirinale fosse un militante del PCI!

Ma c’erano militanti comunisti dissidenti che avevano lavorato per alimentare piuttosto che smorzare l’umore antigovernativo, dai loro slogan alla manifestazione iniziale al ruolo attivo nell’occupazione del Viminale. Il giornale Bandiera Rossa riferì della rivolta in termini entusiastici, presentando la fuga di Roatta come l’opera di una macchina statale ancora dominata dai fascisti, che il governo non faceva nulla per rimuovere. Come riportarono ufficiali alleati, Antonio Poce del MCd’I aveva affermato fuori il ministero dell’interno che, se lui fosse stato responsabile dell’epurazione, “i cittadini di Roma avrebbero visto ogni giorno qualche collaborazionista impiccato.”[76] In accordo con la rivolta popolare, tali sentimenti esprimevano la rabbia per il mancato cambiamento e un senso di ingiustizia per la situazione in generale. Dimostrando tra l’altro come ci sarebbero state le basi per l’insurrezione popolare della città pochi mesi prima.

Prime attività legali

Il giorno dopo l’arrivo degli Alleati il MCd’I occupò una ex stazione della PAI nel quartiere Garbatella, e successivamente due scuole abbandonate e alcuni appartamenti in via Nazionale; questi ultimi furono adibiti a quartier generale. L’organizzazione femminile del movimento, occupata una ex sede di un’associazione fascista in corso Vittorio Emanuele, diede inizio a una propria attività assistenziale, comprendente cure mediche, distribuzione di alimenti e consulenze, e avviò una scuola politica su marxismo e questione femminile. Una parte delle risorse finanziarie per tutte queste attività provenivano da serate danzanti che Bandiera Rossa organizzava in ogni sua sezione e che ebbero molto successo (furono frequentate anche dai soldati alleati). Altri fondi per il movimento provenivano da tornei di boxe e lotterie.[77]

Il 6 giugno apparve il primo numero distribuito legalmente di Bandiera Rossa, ove si ringraziavano gli Alleati e ci si proponeva di partecipare attivamente alla liberazione del resto dell’Italia ancora occupata dai tedeschi. Vi furono tuttavia solamente altre due uscite del periodico, in quanto il governo militare alleato negò la sua autorizzazione alla stampa, così come negò al MCd’I l’accesso alla sua trasmissione radiofonica La voce dei partiti (consentito invece ai membri del CLN). A tal proposito, il PCI voleva approfittare dell’ostilità degli Alleati nei confronti delle organizzazioni che questi ultimi consideravano sovversive, al fine di perseguire il suo disegno di liquidare Bandiera Rossa dalla scena politica.[78] In questo contesto si dimostrò ancora la debolezza politica ed organizzativa del MCdI, che non seppe fare fronte a questi attacchi che progressivamente ne minarono la capacità di azione.

Il Movimento, subito dopo la liberazione di Roma, avviò pubblicamente una campagna di reclutamento per “Armata Rossa”, con l’intento di affiancare tale brigata partigiana all’esercito alleato che ancora combatteva contro i tedeschi. Tale campagna ebbe un certo successo, benché la cifra di 40.000 adesioni (dichiarata a luglio del ’44) sia probabilmente esagerata. “Armata Rossa” iniziò anche a distribuire un suo periodico con lo stesso nome, i cui primi due numeri apparvero assieme a Bandiera Rossa: il programma politico ivi propagandato contemplava il rovesciamento della monarchia, un’economia pianificata e un governo democratico verso la costruzione del socialismo.[79] Ma il Governo militare alleato si allarmò per la crescita di “Armata Rossa” ed ordinò la cessazione del reclutamento, arrestando Antonino Poce assieme ad altri due suoi compagni. Il 17 giugno una corte militare condannò Poce a tre mesi di prigione, accordandogli la libertà condizionata.[80]

Lo scioglimento di “Armata Rossa” e la scissione del MCd’I

La documentazione interna del PCI mostra come questi lavorò attivamente per sabotare “Armata Rossa”, avvalendosi a questo scopo della collaborazione di uno dei dirigenti della forza armata partigiana, Giordano Amidani. Una circolare del PCI di maggio ordinava ai suoi membri di non partecipare alle manifestazioni contro la monarchia e riaffermava la propria contrarietà agli estremisti; a giugno un rapporto interno denunciava i presunti legami del dirigente Otello Terzani con agenti provocatori. L’ordine del Governo militare alleato di cessare i reclutamenti e l’arresto di Poce convinsero Terzani che la sorte di “Armata Rossa” fosse segnata: il 2 luglio lo stesso Terzani, Amidani e altri quadri rilasciarono una dichiarazione congiunta con la quale scioglievano “Armata Rossa” e invitavano i suoi ex aderenti a sostenere l’attività politica dal PCI.[81]

Poce e Sbardella pubblicamente si dichiararono contrari allo scioglimento di “Armata Rossa”, ma in un incontro privato con il dirigente del PCI Agostino Novella (secondo il resoconto di quest’ultimo) si dissero anch’essi favorevoli alla dissoluzione e si limitarono a chiedere tempo fino al prossimo congresso del MCd’I, in cui si sarebbe deciso del rapporto del movimento con il Partito Comunista.[82]

A questo punto Raffaele De Luca e Orfeo Mucci, dopo aver accusato Poce e Sbardella di aver capitolato troppo facilmente di fronte all’offensiva del PCI, tentarono di espellerli dal MCd’I; questi non accettarono di abbandonare la lotta e rivendicarono invece la guida esclusiva del movimento. Si ebbero in questo modo due direzioni rivali, ognuna delle quali diramò un proprio bollettino interno con il quale decretava l’espulsione dell’altra. Mucci e De Luca mantennero il controllo del periodico Disposizioni Rivoluzionarie sul quale dichiararono che il MCd’I era ormai il «nemico numero uno» del PCI. Va sottolineato però che si trattò di una scissione sui generis, perché in definitiva le sezioni rimasero unite e gli stessi dirigenti non ruppero mai i contatti per arrivare a una ricomposizione del dissidio, ricomposizione che si ebbe già a settembre 1944.[83]

Il convegno di Napoli e la fine di Bandiera Rossa

Lo scioglimento di “Armata Rossa”, la repressione da parte del Governo militare alleato, i conflitti interni e le molte defezioni verso altri partiti di sinistra posero seri limiti alla forza del MCd’I. Il numero dei suoi componenti, a dicembre 1944, ammontava a circa 13.400, circa cinque volte di più che nel periodo della clandestinità, ma meno di quanto ci si potesse aspettare considerando l’intervenuta libertà di organizzazione. Sempre a fine ’44 il PCI contava a Roma più di 51.200 membri e il Partito socialista più di 22.500; questi due partiti inoltre erano organizzati su scala nazionale, mentre il MCd’I aveva scarsissimo seguito al di fuori del Lazio.[84]

Allo scopo di uscire dall’isolamento politico il MCd’I tentò a più riprese, ma senza grandi risultati, un’intesa con le forze che criticavano da sinistra il governo e il CLN. Uno di questi tentativi fu l’invio di una delegazione al convegno della Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani. Questa realtà era nata a Napoli nella seconda metà del 1944, sulla base di un gruppo di militanti politici e sindacali espulsi dal PCI ed in particolare dei protagonisti dell’esperienza della già citata CGL Rossa.[85]

Il convegno si svolse proprio a Napoli il 6 e 7 gennaio 1945 e per il MCd’I vi parteciparono (ricomposto il dissidio dell’estate precedente) Sbardella, Poce e De Luca.[86] Tuttavia, l’unificazione del MCd’I con questa “Frazione” di oppositori da sinistra della linea togliattiana non andò in porto, anche perché Sbardella, nel suo intervento, affermò la giustezza della politica di Stalin e criticò il PCI sostenendo di nuovo del tutto erroneamente che quest’ultimo partito non rifletteva gli orientamenti del PCUS.[87]

Un opuscolo pubblicato dal MCd’I alla fine del 1944, intitolato La via maestra, aveva del resto criticato il PCI per la sua politica di collaborazione con i partiti antifascisti borghesi, ma aveva assunto per l’ennesima volta una posizione giustificazionista verso le scelte compiute da Stalin, senza rendersi conto dell’identità di vedute fra questi e Togliatti.[88] Questa rimase una tara fondamentale per il MCd’I, perché in ultima istanza il tuo modello è l’URSS di Stalin e il tuo orizzonte la collaborazione militare con gli Alleati per liberare l’Italia, allora il PCI di Togliatti risultava una alternativa più credibile per moltissimi militanti.

Tenendo conto anche che, da parte sua, il PCI continuava a lavorare per la liquidazione politica del MCd’I, ad esempio infiltrando propri militanti nelle sezioni di Bandiera Rossa con l’obiettivo di staccarle dal MCd’I e aggregarle al PCI. Un altro espediente del Partito comunista fu quello di registrare in tribunale a proprio nome la testata Bandiera Rossa, impedendo così la ripresa delle pubblicazioni del periodico. Ad ogni modo, nel febbraio 1945 (dopo otto mesi di sospensione della pubblicazione) il MCd’I riuscì a stampare Bandiera Rossa sotto forma di bollettino interno, non distribuito nelle edicole. In esso, fra l’altro, si constatava la crisi della direzione del movimento (dando atto delle defezioni di dirigenti come Raffaele De Luca ed altri)[89], si respingevano le accuse di “trotskismo” mosse dal PCI e si chiedeva una epurazione del MCd’I dagli «elementi spostati della declinante borghesia» nonché una difesa dalla «proliferazione teppistica» infiltratasi nel movimento.[90]

A marzo del 1946 Antonino Poce informò il Ministero dell’interno degli sforzi da lui condotti per espellere dal MCd’I i membri legati al mondo della criminalità; lo stesso Poce aveva inviato delle missive all’allora Presidente del consiglio Bonomi e successivamente a Ferruccio Parri allo scopo di ottenere il permesso di tornare a pubblicare legalmente un proprio periodico. Questo poté infine uscire da settembre 1945, sotto la testata L’idea Comunista. Questa operazione era stata frutto di un debole compromesso con l’apparato statale, andando ancora più a discredito dell’autorità dell’organizzazione.[91] Appare qui tutta la fatica che il MCd’I provava nell’affrontare il nuovo compito di trasformarsi da movimento clandestino a partito legale.

Nel numero del 27 gennaio 1946 de L’Idea Comunista il MCd’I pubblicò, per la prima volta nella propria stampa, un articolo che metteva in dubbio la figura di Stalin, affermando che non fosse affatto il diretto erede e continuatore dell’operato di Lenin; ma l’articolo era, più che altro, scritto in polemica con il PCI e non tentava di spiegare come mai l’URSS avesse abbandonato una prospettiva genuinamente rivoluzionaria.[92]

Il MCd’I non riuscì a presentare proprie candidature né alle elezioni per l’Assemblea costituente né alle elezioni provinciali del novembre 1946[93], dimostrando così tutte le sue difficoltà politiche e organizzative.

La cacciata del PCI dal terzo governo De Gasperi, nel marzo 1947, agli occhi di molti militanti di Bandiera Rossa fece venir meno ogni ragione per rimanere fuori da quel partito; molti infatti avevano sempre cercato una riconciliazione col PCI a patto che quest’ultimo rompesse l’alleanza con i partiti borghesi. Il nuovo deflusso di militanti fu fatale per il MCd’I, che per la fine dell’estate del 1947 di fatto cessò di esistere.[94] Anche se un piccolo gruppo mantenne formalmente in vita il movimento fino al 1949.[95]

Conclusioni

La parabola di Bandiera Rossa dimostra, insieme ad altri esempi storici, come effettivamente nell’Italia del 1943-45 ci fosse lo spazio per la costruzione di un partito rivoluzionario che operasse da punto di riferimento per guidare il proletariato verso la trasformazione della società. Di fatto la storia di Bandiera Rossa si inserisce in tutta una serie di battaglie compiute da PCI stalinista per “normalizzare” i movimenti di opposizione sorti in Italia contro le politiche di collaborazione di classe per una alternativa rivoluzionaria. Lo sviluppo parallelo e indipendente di questi movimenti in importanti città dimostra che c’erano forze disponibili a lottare per costruire questa alternativa. La mancata realizzazione dell’unità tra queste forze, insieme all’incapacità di mettere in campo una politica di fronte unico con il PCI, condannarono il MCd’I alla disfatta. Chiaramente la burocrazia togliattiana contribuì a questo fallimento, anche se vanno tenuti in gran conto tutti i limiti organizzativi e politici dello stesso MCd’I. Tra cui spicca la non chiarezza sul ruolo politico dell’URSS e dello stalinismo, vero punto chiave che non permise a tanti militanti del MCd’I di comprendere la correlazione tra le politiche togliattiane e la teoria del fronte popolare stalinista, quindi anche la degenerazione complessiva del movimento comunista internazionale.

Oggi per noi studiare la storia di Bandiera Rossa serve a comprendere ancora meglio il perché la Resistenza fu una rivoluzione mancata, mentre la condotta eroica e l’abnegazione rivoluzionaria di tanti militanti di Bandiera Rossa ci forniscono un esempio su cui riflettere per la nostra attività politica oggi.

 

Note

[1] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, Roma, Odradek, 2005, p. 18

[2] Ivi, p. 19

[3] Ivi, p. 21

[4] David Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, Londra, The London School of Economics and (LSE), 2017, p. 55.

[5] Ivi., p. 51.

[6] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 44.

[7] Ivi, p. 45.

[8] Ivi., p. 46.

[9] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 69-70.

[10] L. Villani, Le borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale della periferia romana, Milano, Ledizioni, 2012, pp. 317-333.

[11] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 51.

[12] Ivi, p. 52.

[13] Ivi, p. 53.

[14] Ibidem.

[15] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 162.

[16] Ivi, pp. 112-113.

[17] Ivi. p. 116.

[18] Ivi, p. 131.

[19] E. Collotti, R. Sandri e F. Sessi (cur.), Dizionario della Resistenza, vol. I: Storia e geografia della Liberazione, Torino, Einaudi, 2000, pp. 412-423.

[20] F. Giliani, Il PCI di fronte alla resistenza. democrazia progressiva o rivoluzione socialista?

[21] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 97.

[22] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 37.

[23] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 115.

[24] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, pp. 116-117.

[25] Ivi, p. 153.

[26] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 77.

[27] Ivi, p. 78.

[28] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 131.

[29] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, pp. 79-80.

[30] Ivi, p. 81.

[31] Ibidem.

[32] Ivi, p. 29.

[33] Ivi, p. 59.

[34] Ivi, p. 60.

[35] Il primo numero di BR è disponibile online a: http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/177-BandieraRossa_Roma_N1.pdf

[36] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 70.

[37] Ivi, p. 71.

[38] Ivi, p. 73.

[39] La nostra lotta, p. 6. Il testo integrale è disponibile online all’indirizzo: http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/nostra%20lotta_1943_6.pdf#page=15

[40] l’Unità, edizione meridionale, n. 7, gennaio 1944. Una riproduzione del numero del giornale è disponibile online all’indirizzo: https://web.archive.org/web/20160304120827/http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=%2Farchivio%2Funi_1944_01%2F19440107_0001_03.pdf

[41] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 76.

[42] L’Unità, edizione di Roma, n. 19, 10 ottobre 1943, p. 3. L’articolo è disponibile online all’indirizzo: http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/UNITA_ROMA_A20_N19.pdf#page=3

[43] Bandiera Rossa, n. 3, 22 ottobre 1943, p. 1. La pagina del giornale è disponibile foto-riprodotta online all’indirizzo: http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/BANDIERA_ROSSA_roma_3.pdf

[44] l’Unità, edizione di Roma, n. 21, 26 ottobre 1943, p. 2. Il numero del giornale in questione è disponibile online foto-riprodotto all’indirizzo: http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/165-LUnita_Roma_N21_1943.pdf#page=2

[45] Bandiera Rossa, n. 6, 14 novembre 1943, p. 2. Il numero del giornale in questione è disponibile online foto-riprodotto all’indirizzo: http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/BANDIERA_ROSSA_Roma_6.pdf#page=2

[46] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 77.

[47] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 128.

[48] D. Broder, Red Partisans: Bandiera Rossa in Occupied Rome, 1943-44, in Historical Materialism, vol. 25, n. 2, Leiden, Brill, 2017, pp. 63-95

[49] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 86.

[50] Ivi, p. 88.

[51] Ivi, pp. 91-92.

[52] Ivi, p. 93

[53] Ivi, pp. 135-137.

[54] Ivi, p. 97

[55] Ivi, p. 98.

[56] In particolare sulla CGIL Rossa segnaliamo il libro di F. Giliani, Fedeli alla classe, 2013.

[57] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 136.

[58] Ivi, p. 37.

[59] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 98-99.

[60] Ivi, pp. 101-102.

[61] Sulla dinamica dell’attentato vedere A. Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria. Milano, Feltrinelli, 2012, p. 1-198.

[62] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 100.

[63] Bandiera Rossa n. 9, 11 maggio 1944, p. 1. Consultabile online all’indirizzo http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/BANDIERA_ROSSA_Roma_9.pdf

[64] L’Unità, edizione di Roma, n. 6, 15 marzo 1944, p. 2. Consultabile online all’indirizzo http://www.stampaclandestina.it/wp-content/uploads/numeri/UNITA_ROMA_A21_N6.pdf#page=2

[65] A. Benzoni, E. Benzoni, Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella, Venezia, Marsilio, 1999, pp. 59-60.

[66] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 104.

[67] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 160.

[68] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 103.

[69]   S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 102-103.

[70] Ivi, p. 109.

[71] Ivi, pp. 110-112.

[72] Ivi, pp. 113-115.

[73] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 193.

[74] Ivi, p. 194.

[75] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, pp . 194-195.

[76] Ivi, pp. 206 – 209.

[77] Ivi, p. 196.

[78] Ivi, p. 197.

[79] D. Broder, Red Partisans: Bandiera Rossa in Occupied Rome, 1943-44, pp. 63-95

[80] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 199.

[81] D. Broder, Red Partisans: Bandiera Rossa in Occupied Rome, 1943-44, pp. 63-95

[82] Ibidem.

[83] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 201.

[84] Ivi, pp. 205-206.

[85] F. Giliani, Fedeli alla classe, op. cit.

[86] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 157.

[87] Ivi, p. 158.

[88] Ivi, p. 160.

[89] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 218.

[90] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 167.

[91] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, p. 219.

[92] Ivi, p. 220.

[93] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 178.

[94] D. Broder, Bandiera Rossa: communists in occupied Rome, 1943-44, pp. 222-223.

[95] S. Corvisieri, Bandiera Rossa nella Resistenza romana, p. 179.