Sudafrica: sono stati il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni a rovesciare il regime dell’Apartheid?

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Sudafrica: sono stati il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni a rovesciare il regime dell’Apartheid?

di Ben Morken (TMI Sudafrica)

 

Ci sono molte persone in Occidente che in modo onesto guardano alla campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) come un modo “pratico” per mostrare solidarietà con la Palestina. Il BDS chiede l’isolamento economico e culturale di Israele per colpire i sionisti nel loro portafoglio. I suoi attivisti fanno spesso riferimento all’esempio del regime razzista dell’Apartheid in Sudafrica che, a loro dire, è stato abbattuto in gran parte grazie alle sanzioni e alle pressioni della “comunità internazionale”. Ma è davvero così?

La teoria è che una combinazione di boicottaggi dei prodotti israeliani da parte dei consumatori, il ritiro degli investimenti in Israele da parte delle aziende occidentali e l’isolamento a livello culturale di Israele da parte di artisti e istituzioni accademiche costringerà Israele a ritirare i suoi coloni illegali dalla Cisgiordania, a porre fine ai bombardamenti sulla Striscia di Gaza, a ritirarsi verso i confini del 1967 o a dissolvere il proprio Stato, a seconda di quale dei gruppi di boicottatori venga interpellato. In tutti i casi, l’obiettivo dichiarato è quello di porre fine all’apartheid per gli arabi e di conquistare ai palestinesi una patria con questi metodi.

Come scrive il cofondatore del BDS Omar Barghouti:

Questo riferimento [al Sudafrica] non è né casuale né retorico. Nasce dalle molte analogie tra i due casi di oppressione coloniale… e mira a sottolineare l’efficacia e l’inattaccabilità morale dell’uso del boicottaggio nella sfera culturale per resistere a un ordine oppressivo tenace che gode dell’impunità e di un’ampia complicità da parte delle potenze mondiali e per aumentare l’isolamento dei regimi oppressivi, come quello di Israele“.

Siamo solidali con tutti i lavoratori e i giovani che sono giustamente inorriditi dalla condizione dei palestinesi e sono mossi dal disperato bisogno di “fare qualcosa”. Ma i fatti sono testardi. Dobbiamo chiederci: qual era il rapporto tra l’Occidente e il regime sudafricano durante l’era dell’Apartheid? Quali erano le condizioni che hanno portato alle sanzioni? E soprattutto, le sanzioni hanno davvero portato al rovesciamento del regime dell’Apartheid?

Non si tratta di un mero esercizio intellettuale: è importante che i lavoratori e i giovani di tutto il mondo adottino quelle tattiche che possano effettivamente impattare sul cambiamento, senza perdersi in vicoli ciechi.

L’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’Apartheid sudafricano

Per la maggior parte della sua storia, il rapporto tra il regime dell’Apartheid e l’Occidente è stato di apertura e “cooperazione reciproca”, come lo ha definito il Dipartimento di Stato americano. In questo senso, la situazione assomigliava a quella odierna tra l’Occidente e Israele!

Per paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il regime dell’Apartheid era un alleato importante e un partner strategico nella Guerra Fredda. Dal 1945 agli anni ’80, il governo di Pretoria si è dimostrato un nemico affidabile del “comunismo”. Con la rivoluzione coloniale che aveva investito il continente africano, molte ex colonie africane di recente indipendenza erano passate dalla sfera d’influenza occidentale a quella dei non allineati, mentre altre erano passate sotto l’influenza dell’Unione Sovietica. Al contrario, il Sudafrica è rimasto saldo come avamposto del sistema capitalista, nemico del comunismo e fermo alleato dell’Occidente.

D’altra parte, i paesi imperialisti consideravano l’African National Congress (ANC) e altri movimenti di liberazione come organizzazioni terroristiche. Nonostante oggi venga santificato come un vecchio saggio pacifista, lo stesso Nelson Mandela fu arrestato il 5 agosto 1962 dalla polizia sudafricana… sulla base di informazioni fornite dalla CIA! Il suo nome è stato inserito nell’elenco di sospettati di terrorismo del Dipartimento di Stato americano, da cui è stato tolto solo nel 2008: 18 anni dopo il suo rilascio dal carcere! L’Occidente considerava il Sudafrica un importante mercato per i prodotti occidentali e un avamposto della civiltà occidentale nel continente “nero”. A sua volta, il regime forniva all’Occidente oro, carbone e altri importanti minerali provenienti dalle ricche riserve del paese.

Tutte le principali politiche e la legislazione che avrebbero costituito la spina dorsale dell’Apartheid furono attuate subito dopo l’ascesa al potere del National Party nel 1948. Alcune delle leggi principali che costituiscono il quadro giuridico dell’Apartheid furono approvate e attuate negli anni ’50: il Group Areas Act, il Prohibition of Mixed Marriages Act, il Suppression of Communism Act, il Riotous Assembly Act, l’Immorality Amendment Act, il Population Registration Act, il Reservation of Separate Amenities Act e decine di altre leggi. Il regime ha applicato spietatamente tutte queste leggi per quasi quattro decenni, mentre i cosiddetti “paesi democratici” occidentali tolleravano e addirittura sostenevano questa dittatura razzista. Per non parlare delle multinazionali occidentali, che hanno tratto grandi benefici dal supersfruttamento della classe operaia nera sudafricana.

Negli anni ’60 le Nazioni Unite approvarono un embargo sulle armi contro il governo dell’Apartheid. Ma si trattava di una tipica risoluzione “volontaria”, priva di effetti, a cui nessuno prestava attenzione. Solo nel 1986 furono dichiarate sanzioni commerciali ed economiche multilaterali. Questo non aveva nulla a che fare con le “preoccupazioni per i diritti umani”, né perché avevano improvvisamente “scoperto” le atrocità che il regime dell’Apartheid aveva commesso per decenni. Piuttosto, furono adottate per cercare di far deragliare il movimento rivoluzionario di massa in Sudafrica che era scoppiato a metà degli anni ’80 e che aveva iniziato a minacciare le fondamenta del capitalismo sudafricano.

Come dimostreremo, l’obiettivo era quello di fare pressione sulla fazione più dura del regime per ottenere un accordo negoziale con l’ANC e il movimento di liberazione dall’alto, per paura del rovesciamento rivoluzionario del sistema dal basso. Ma quanto sono state efficaci le sanzioni, anche a questo scopo?

L’inganno delle sanzioni

Le sanzioni economiche e commerciali applicate a metà degli anni ’80 produssero in realtà un impatto economico molto limitato sul regime. Il declino economico degli anni ’80 era precedente alle sanzioni e la vera causa era la crisi del debito estero del Sudafrica. A seguito della crisi economica globale iniziata negli anni ’70, molti paesi (compreso il Sudafrica) avviarono trattative sui debiti insoluti per rimodulare i termini con i banchieri.

Nel 1985, il governo rispose alla crisi dichiarando una moratoria sul ripianamento del debito a breve termine. Poco dopo, la Chase Manhattan Bank, seguita da altri prestatori, dichiarò che non avrebbe rinnovato i suoi prestiti a breve termine, dando il via a una crisi di liquidità. Tutto questo precedette le sanzioni economiche multilaterali. Mentre le aziende straniere che operavano in Sudafrica hanno certamente subito pressioni nei loro paesi d’origine per disinvestire, questo non rientrava nei calcoli dei banchieri. Un dirigente della Chase ha spiegato il ritiro della sua azienda dicendo:

Abbiamo ritenuto che il rischio legato ai disordini politici e all’instabilità economica fosse troppo elevato per i nostri investitori. Abbiamo deciso di ritirarci. Non è mai stata nostra intenzione facilitare il cambiamento in Sudafrica, la decisione è stata presa solo nell’interesse della Chase e dei suoi affari.” (enfasi nostra).

Nel settembre 1985, la Comunità Economica Europea impose una serie di sanzioni commerciali e finanziarie molto limitate al Sudafrica; i paesi del Commonwealth adottarono misure simili nell’ottobre dello stesso anno. La CEE vietò le importazioni di ferro, acciaio, monete d’oro e nuovi investimenti in Sudafrica. Ma, cosa fondamentale, non estesero il divieto alle esportazioni sudafricane più importanti, come il carbone, i diamanti o altre forme d’oro. Poco dopo, il Giappone approvò sanzioni simili, ma senza includere il minerale di ferro.

Ronald Reagan e i membri del suo governo.

Negli Stati Uniti si verificò una spaccatura aperta nella classe dominante su questo tema. Nel 1986 il Congresso approvò il Comprehensive Anti-Apartheid Act (CAAA – Testo unico Anti-Apartheid, ndt). Il Presidente Reagan pose il veto, ma il suo veto fu scavalcato in ottobre. Quando la Camera dei Rappresentanti introdusse la propria legislazione sulle sanzioni nel 1985, Chester Crocker, vice-segretario di Stato agli Affari africani, la definì “la via della follia”. Riteneva che il Congresso stesse “spargendo benzina in una situazione già esplosiva e volatile”. Egli sosteneva invece un impegno economico più forte con il regime dell’Apartheid, affermando: “Noi americani siamo costruttori, non distruttori”. L’amministrazione riteneva che l’imposizione di sanzioni sarebbe stata solo un segno di “impotenza” degli Stati Uniti, in quanto tali misure avrebbero potuto solo “erodere la nostra influenza con coloro che cerchiamo di persuadere”.

Non accadeva dal 1973 e dal War Powers Act (una legge che limitava l’autorità legale del presidente a dispiegare truppe statunitensi per più di 60 giorni senza una dichiarazione di guerra o l’approvazione del Congresso, ndt) che il Congresso degli Stati Uniti scavalcasse un veto presidenziale su una questione di politica estera e che il Presidente venisse bocciato in maniera così totale in questo ambito. Era il metro di quanto la questione del Sudafrica fosse diventata un problema serio per gli Stati Uniti. Un elemento significativo della strategia di “impegno costruttivo” dell’amministrazione Reagan prevedeva che Washington difendesse le multinazionali che avevano deciso di rimanere in Sudafrica.

La Casa Bianca è stata determinante, ad esempio, nell’istituire lo US Corporate Council on South Africa (Consiglio delle società operanti in Sudafrica, ndt). Questo organismo incoraggiava le istituzioni americane che operavano in Sudafrica a farsi avanti e a pubblicizzare il loro lavoro positivo contro l’Apartheid. In questo modo si sarebbe dimostrata l’esistenza di un’alternativa alle sanzioni economiche. Alle Nazioni Unite, il governo statunitense, insieme alla Gran Bretagna, usò il suo veto al Consiglio di Sicurezza per quattro volte durante questo periodo per bloccare l’imposizione di sanzioni economiche.

Questa spaccatura all’interno del governo statunitense fece sì che le sanzioni non venissero applicate in modo rigoroso. Il CAAA limitò i prestiti al Sudafrica e impose divieti di importazione su ferro, acciaio, carbone, uranio, prodotti tessili e agricoli. Tuttavia, erano esclusi i materiali strategici, i diamanti e la maggior parte delle forme d’oro. L’impatto diretto di queste sanzioni commerciali fu quindi limitato.

Ciò può essere chiaramente dimostrato osservando le cifre. Nei decenni precedenti al 1974, il PIL reale del Sudafrica è cresciuto in media del 4,9% all’anno. Dal 1974 al 1987, la media è stata dell’1,8% all’anno (soprattutto a causa della crisi generale, come abbiamo spiegato). Nel periodo immediatamente successivo alle sanzioni, la crescita del PIL ha subito un’accelerazione. Era dello 0,5% nel 1986, del 2,6% nel 1987 e del 3,2% nel 1988. Il Sudafrica ha sviluppato tutta una serie di misure per aggirare le sanzioni, anche se a volte hanno comportato una costosa sostituzione delle importazioni. Il Sudafrica fu anche in grado di effettuare trasferimenti attraverso paesi che non partecipavano all’embargo. Infatti, dal 1985 al 1989, il volume delle esportazioni aumentò del 26%!

La campagna di disinvestimento, che consisteva in gran parte in pressioni private ma includeva anche un certo coinvolgimento del governo, fu in realtà più costosa per le imprese straniere che si ritirarono che per il regime. Per aggirare la campagna, molte aziende che avevano disinvestito avevano semplicemente venduto le loro attività a basso costo a imprenditori bianchi locali, ma hanno mantenuto legami non azionari come accordi di franchising, di licenza e tecnologici che hanno permesso loro di continuare a operare. Inoltre, nel settembre 1985, il Sudafrica introdusse un regime di doppio tasso di cambio per scoraggiare il disinvestimento, in base al quale le imprese che desideravano rimpatriare le proprie partecipazioni lo facevano al tasso di “rand finanziario”, scontato del 40% rispetto al tasso commerciale.

Sebbene il costo delle sanzioni commerciali, pari allo 0,5% del PNL, non fosse insignificante, non era un percentuale abbastanza rilevante da essere decisiva. Inoltre, i capitalisti bianchi locali spesso beneficiarono del ritiro forzato degli investimenti, mentre i neri spesso furono danneggiati dalla perdita di posti di lavoro. Nonostante queste sanzioni, il regime dell’Apartheid rimase al potere. Sebbene sia chiaro che le sanzioni ebbero un impatto psicologico, questo non fu sufficiente a far pendere l’ago della bilancia. La situazione cambiò qualitativamente solo quando la classe operaia sudafricana entrò in scena.

Dalla riforma alla rivoluzione

Negli anni ’60, il più grande boom economico della storia del Sudafrica (basato sull’impennata dei prezzi del petrolio e sullo sfruttamento terribile della classe operaia a maggioranza nera) portò a tassi di crescita pari a quelli del Giappone. Fortune Magazine scrisse: “Il Sudafrica è uno di quei luoghi rari e belli in cui i profitti sono grandi e i problemi sono piccoli. Il capitale non è minacciato dall’instabilità politica o dalle nazionalizzazioni. La manodopera è a buon mercato, il mercato in espansione, la moneta solida…”. Questo era il vero atteggiamento dei capitalisti in Occidente!

Tuttavia, all’inizio degli anni ’70, l’economia sudafricana iniziò un lungo processo di declino. In seguito alla recessione mondiale e alla crisi del prezzo del petrolio, l’economia sudafricana entrò in un periodo di crisi prolungata. La recessione portò a un aumento della disoccupazione e l’inflazione minò i salari. Queste condizioni portarono a un marcato aumento degli scioperi e della combattività della classe operaia. La calma causata dalla repressone degli anni ’60 fu spezzata quando i lavoratori iniziarono a organizzarsi e ad avanzare rivendicazioni durante tutti gli anni ’70. Ciò portò alla nascita di un movimento sindacale di massa. Di conseguenza, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, il terreno cominciò a sgretolarsi sotto i piedi del regime.

Lo Stato sudafricano rispose alla rivolta di Soweto con la repressione nel 1976-’77.

Le contraddizioni dell’Apartheid cominciarono a manifestarsi e il dominio della minoranza bianca entrò in una crisi profonda. L’insurrezione di Soweto da parte degli studenti neri del 16 giugno 1976 mandò in frantumi il mito dell’invincibilità dello Stato dell’Apartheid. Lo Stato rispose uccidendo quasi mille persone nel 1976/1977. Nell’ottobre del 1977, il governo mise al bando 18 organizzazioni e limitò l’attività dei media. Il leader del Black Consciousness (Movimento per la Coscienza Nera, ndt) Steve Biko fu assassinato durante la detenzione. Ma la repressione della rivolta non riuscì a nascondere la crisi. Dimostrò l’impossibilità del regime di continuare a governare alla vecchia maniera.

Oltre allo shock petrolifero, altri fattori contribuirono a rallentare il ritmo di espansione dell’economia. Le distorsioni del mercato del lavoro insite nel sistema dell’Apartheid divennero evidenti alle grandi imprese. I neri costituivano la maggioranza della popolazione, ma erano limitati negli spostamenti e nei lavori che potevano svolgere.

Uno degli obiettivi del sistema dell’Apartheid era quello di far vivere i neri in aree separate dai bianchi. Con lo sviluppo dell’economia sudafricana, tuttavia, le restrizioni occupazionali divennero un ostacolo al funzionamento del sistema nel suo complesso. C’era bisogno di un aumento sostanziale di lavoratori qualificati. Un settore manifatturiero in espansione creò una domanda aggiuntiva di lavoratori nelle città, mentre un obiettivo centrale dell’Apartheid era quello di tenere i neri fuori dalle città e in bantustan separati.

Grazie al boom, negli anni ’60 il peso del nazionalismo afrikaner piccolo-borghese era diminuito a favore delle grandi imprese, che ora spingevano il governo verso le riforme per superare la crisi. Dopo le rivolte di Soweto, divenne chiaro al grande capitale che gli obiettivi dell’opposizione nera andavano ben oltre le proteste contro le politiche di discriminazione razziale dell’Apartheid. Guidati dalla classe operaia in ascesa, stavano ora mettendo in discussione l’intero sistema economico, basato sulla manodopera nera a basso costo, alla base dell’Apartheid. Le grandi imprese risposero lanciando la Urban Foundation, un grande progetto volto a migliorare le condizioni delle township nere (le township sono sobborghi dove vivono esclusivamente neri e indiani, ndt).

A seguito delle riforme economiche, nel 1983 il governo pubblicò una nuova Costituzione che illustrava i suoi piani di riforma politica. Questa consisteva in una nuova Costituzione tricamerale con camere separate per i coloured [un termine ancora in uso in Sudafrica per indicare persone non bianche di origini miste], gli indiani e i bianchi e un nuovo esecutivo, dotato di ampi poteri.

Questa costituzione era saldamente basata sul sistema dell’Apartheid, con maggioranze garantite ai bianchi negli organi legislativi. Inoltre la Costituzione escludeva completamente la maggioranza africana. Gli africani non erano considerati parte del Sudafrica. Erano piuttosto considerati cittadini dei bantustan, governati da alleati spietati e corrotti dello Stato dell’Apartheid. Le cosiddette “riforme” non costituivano affatto una riforma. Si limitavano a razionalizzare la dominazione e il controllo dei bianchi. Si trattava di un tentativo di contenere le aspirazioni politiche della maggioranza nera, seminando ulteriori divisioni tra di loro. Tutte le principali organizzazioni operaie e sindacali nere si mobilitarono per boicottare il Parlamento tricamerale e la nuova Costituzione.

Celebrazioni in pompa magna…  e rivoluzione!

Accade spesso che il momento più pericoloso per una dittatura sia quello in cui concede una tregua alla repressione e inizia una stagione di riforme. Mentre il governo lavorava al suo progetto di riforma, le comunità operaie di tutto il paese si stavano organizzando con una combattività crescente. La caratteristica più significativa fu la rapida crescita dei sindacati. Sulla base di una spinta dal basso, nel 1981 si imbarcarono in trattative per l’unificazione, con l’obiettivo di creare una federazione nazionale. Il risultato fu la formazione del Consiglio nazionale dei sindacati (NACTU), poi sciolto e sostituito dalla formazione del Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU) nel 1985.

Il 2 novembre 1982, un referendum per soli bianchi approvò la nuova Costituzione. In risposta, l’opposizione nera, guidata dalla classe operaia, iniziò a mobilitarsi contro le finte “riforme” e la nuova Costituzione. Queste organizzazioni iniziarono a organizzare con successo boicottaggi, marce e manifestazioni contro la ratifica della Costituzione. L’obiettivo non era solo quello di dare voce all’opposizione alla Costituzione, ma di mobilitarsi e organizzarsi contro il regime. Si organizzarono grandi manifestazioni e si mobilitarono con successo gli elettori indiani e coloured per boicottare il Parlamento tricamerale. Solo il 18% degli elettori indiani e il 21% dei coloured si sarebbero presentati alle urne il giorno del voto. Si trattava di un chiaro rifiuto delle finte riforme del governo.

Il 3 settembre 1984, la prima sessione del Parlamento tricamerale fu inaugurata in pompa magna dal presidente PW Botha. Lo stesso giorno scoppiarono mobilitazioni di massa nel cosiddetto triangolo del Vaal, il cuore industriale del paese. I giovani combattivi si scontrarono con le forze di sicurezza in battaglie aperte. Ben presto, un uragano di mobilitazioni rivoluzionarie di massa si diffuse in tutto il paese. Le strutture esistenti dell’UDF (United Democratic Front, un fronte popolare che comprendeva tutte le organizzazioni anti apartheid, ndt) non potevano più tenere il passo con la rapida mobilitazione. Allo stesso tempo, un chiaro balzo della coscienza di massa superò le direzioni ufficiali. Queste rivolte inaugurarono un periodo in cui le iniziative locali dal basso si trasformarono in un movimento rivoluzionario di massa, che avrebbe scosso il capitalismo sudafricano per oltre un decennio.

All’inizio del 1985, il Sudafrica era in preda a un movimento rivoluzionario di massa. Le township erano in aperta insurrezione. Il movimento della gioventù aveva fatto partire l’azione della classe operaia. Il paese fu investito da ondate di scioperi, mentre i lavoratori iniziavano a guidare il movimento di lotta. Uno sciopero generale di due giorni paralizzò il paese all’apertura del Parlamento tricamerale. Lo sciopero mise i brividi ai grandi capitalisti, sollevando lo spettro di uno sciopero generale. Nel marzo 1985, scioperi ancora più riusciti si verificarono a Port Elizabeth e Uitenhage, nella Provincia del Capo Orientale. Questi scioperi furono sostenuti universalmente dai residenti delle township. La Provincia del Capo Orientale, con la sua potente industria automobilistica, divenne il nuovo centro di lotta. Le organizzazioni comunitarie sostennero i sindacati attraverso il boicottaggio delle imprese bianche, che presto portarono a strappare delle concessioni da parte delle autorità locali e dello Stato.

Soviet embrionali e dualismo di potere

Il movimento rivoluzionario della Provincia del Capo Orientale si trasformò presto in un movimento nazionale. Nel 1985, il paese era nel mezzo di un’insurrezione aperta. Lo Stato dell’Apartheid, con il suo programma di riforme nel caos, era alle corde. Non riuscendo a fermare l’insurrezione, nel luglio 1985 PW Botha dichiarò lo stato di emergenza in 36 distretti del paese. In queste aree fu dichiarata una vera e propria legge marziale. Questo non fece altro che alimentare il fuoco della protesta.

L’apparato statale faticava a gestire la situazione. Una delle ragioni principali è che il movimento di massa stesso stava creando un potere alternativo che rivaleggiava apertamente con lo Stato esistente. Alister Sparks, uno storico corrispondente del London Observer dell’epoca, ha fornito un esempio di come questo potere alternativo sia stato creato nella Provincia del Capo Orientale:

Il Port Elizabeth Youth Congress (PEYCO) ha effettivamente preso il controllo delle township di Port Elizabeth e le ha gestite come la cosa più vicina alle ‘zone liberate’ che ci possa essere in Sudafrica. I consiglieri neri eletti a livello ufficiale con il sistema dell’Apartheid sono stati costretti a dimettersi o a fuggire. I poliziotti neri si sono rifugiati in aree protette fuori dalle township, i giovani neri uscirono dalle scuole per protestare contro quella che definivano ‘educazione degna delle fogne’ e i comitati di strada e di quartiere della PEYCO hanno riempito il vuoto. Rilasciavano licenze commerciali e fissavano i prezzi nei negozi di proprietà dei neri, controllavano le strade e istituivano ‘tribunali del popolo’ per processare i criminali comuni e gli informatori sospetti; parlavano di istituire ‘classi di educazione del popolo nei garage e nelle sale delle parrocchie’.

Il movimento rivoluzionario stava creando le proprie strutture, che scacciavano e sostituivano le istituzioni dello Stato ufficiale. Queste forme embrionali di potere alternativo – comitati di strada, comitati di quartiere, comitati di autodifesa, ecc. – erano sorte in tutto il paese. Alla fine del 1985, delle oltre cento autorità locali istituite dal governo, solo una manciata esisteva ancora. Al loro posto, i residenti delle città avevano iniziato a creare comitati di base di strada e di zona. Questa fu la minaccia più grave non solo per il governo, ma anche per le fondamenta dello stesso capitalismo sudafricano.

Il governo non riuscì a riprendere il controllo delle township, nonostante lo stato di emergenza. In preda alla disperazione, Botha dichiarò un secondo stato di emergenza, questa volta esteso a tutto il paese. Diede alle forze di sicurezza il controllo completo e il regime ricorse al terrore più totale per cercare di reprimere il movimento rivoluzionario. Ogni giorno si susseguivano notizie di atrocità di massa commesse dalla polizia e dall’esercito. Ma i funerali di massa che seguivano queste atrocità servivano solo a fare da comizi politici per spronare ancor di più il movimento. Decine di migliaia di persone si presentavano a questi funerali. A KwaThemba, 50mila persone parteciparono al funerale di quattro studenti uccisi dalla polizia. A East London, Newsweek stimò una folla di 70mila persone. La polizia cercava di porre delle restrizioni sul numero di persone che potevano partecipare ai funerali, che venivano sistematicamente superate.

P.W. Botha

Nel 1986, le battaglie tra le forze della rivoluzione e della controrivoluzione si svolsero nelle strade di tutte le principali città. Nella township di Alexandra, più di 20 persone furono uccise a febbraio durante una settimana di scontri con la polizia. 40mila persone si riunirono per seppellire i morti e nelle settimane successive la comunità nera prese il controllo dell’area. Più tardi, nel corso di una manifestazione di 45mila persone, i residenti decisero di formare “unità di autodifesa” per proteggersi. Un testimone riferì che… “tutti sembrano essere coinvolti come se si trattasse di una sorta di progetto comunitario”. Questo era lo stato d’animo di combattività in tutto il paese.

La classe dominante si trovava di fronte a una grave minaccia per il suo sistema sotto forma di rivoluzione di massa da parte della classe operaia nera. Il regime rischiava di essere rovesciato con la forza, il che costringeva la classe dominante a prendere in considerazione misure diverse dalla brutale repressione di Stato per cercare di contenere la rabbia della classe operaia nera e scongiurare la rivoluzione.

La situazione era talmente grave per il governo che Botha offrì senza successo il rilascio condizionale di Nelson Mandela già nel gennaio 1985, a condizione che rinunciasse alla “violenza” e alle “proteste violente”. Ovviamente, il suo intento era quello di impedire che il governo fosse rovesciato da una rivoluzione.

Non riuscendo a spegnere le fiamme della rivolta, il governo revocò lo stato di emergenza e abolì le leggi sui lasciapassare, che in ogni caso non potevano essere applicate efficacemente. Ma questo non fece che rafforzare le forze rivoluzionarie. Il Primo Maggio 1986 vide il più grande sciopero generale della storia del paese. Questo si ripeté poche settimane dopo, per commemorare il decimo anniversario della rivolta di Soweto, il 16 giugno. L’iniziativa spettava alla classe operaia nera rivoluzionaria. Il movimento di massa aveva a tutti gli effetti revocato la messa al bando dell’ANC. A livello locale, lo Stato dell’Apartheid era virtualmente crollato.

Dalla rivoluzione al tradimento

La parte più intelligente della classe dominante si rese conto che, se non avesse concesso le riforme e aperto ai negoziati con i leader dell’ANC e degli altri movimenti di liberazione, l’intero sistema sarebbe stato a rischio. Più lo stato di emergenza rimaneva in vigore, più la sua impotenza diventava evidente.

Queste furono le condizioni in cui i paesi imperialisti imposero sanzioni al regime dell’Apartheid, nel tentativo di isolare la fazione più dura della classe dirigente attorno a Botha. Come si è detto, non ebbero comunque un grande impatto, ma il loro scopo non fu mai quello di aiutare la classe operaia, che lottava per il rovesciamento del regime dell’Apartheid, ma proprio quello di sbarrare la strada alla rivoluzione e spingere il regime ad aprire negoziati con l’ANC e i leader del movimento di liberazione. Un senso di paralisi attanagliò il governo, preparando le condizioni per la rimozione di Botha dal suo incarico e la sua sostituzione con F.W. De Klerk.

A partire da questo periodo iniziò una serie di incontri tra l’ANC in esilio e i gruppi della classe dominante sudafricana: un processo senza precedenti, soprattutto perché l’ANC era stata messa al bando dal 1960 ed era vietata in qualsiasi forma all’interno del paese. Il processo vide per la prima volta gruppi imprenditoriali bianchi, tra cui importanti afrikaner e grandi uomini d’affari, ma anche rappresentanti di organizzazioni anti-Apartheid, avviare contatti con il movimento di liberazione. Gli incontri portarono alla fine allo scioglimento delle forme di divieto imposte ai movimenti di liberazione, al ritorno nel paese dei loro dirigenti e alle elezioni democratiche del 1994.

Tuttavia, anche mentre i colloqui proseguivano, la classe operaia intensificava le proprie mobilitazioni. Il 26 luglio 1989, il Mass Democratic Movement, il COSATU e l’UDF indissero una Campagna di Sfida Nazionale (National Defiance Campaign) alle leggi dell’Apartheid. La risposta fu travolgente in tutto il paese. Le istituzioni dei bianchi furono invase e le organizzazioni vietate si dichiararono “non vietate”, dando inizio a un periodo di aperta e massiccia sfida alle leggi dell’Apartheid. Anche in questo caso, il regime, apparentemente temibile, fu del tutto impotente a impedirlo.

A metà settembre si svolsero cortei di massa a Città del Capo, Johannesburg e Pretoria, con i manifestanti che sventolavano apertamente la bandiera dell’ANC, che fino a quel momento era ancora un’organizzazione vietata. Nelle città più piccole, come Uitenhage, nella Provincia del Capo Orientale, un corteo enorme sembrò superare quelli dei centri più grandi. Questo movimento rivoluzionario di massa colpì con terrore il cuore stesso del regime. Vedendo che i giochi erano fatti, il governo di F.W. de Klerk decise di impegnarsi pienamente nei negoziati ed entro ottobre tutti i prigionieri politici furono rilasciati. Nelson Mandela fu rilasciato l’11 febbraio 1990 grazie al movimento rivoluzionario della classe operaia.

Il 10 aprile 1993, Chris Hani, un membro di spicco del Partito Comunista Sudafricano molto popolare, fu assassinato da un immigrato polacco anticomunista, con l’aiuto di un nazionalista di estrema destra. Per oltre 10 giorni, il movimento di massa che ne scaturì sospese il regime a mezz’aria. Uno sciopero generale, pochi giorni dopo, paralizzò il paese. Una manifestazione di massa di centinaia di migliaia di lavoratori paralizzò Johannesburg. Questo movimento aveva il potenziale per spazzare via l’intero regime, se la leadership dell’ANC avesse puntato in quella direzione. Invece, Nelson Mandela, apparendo in televisione e nei media, invitò alla calma:

Frederik De Klerk e Nelson Mandela.

Stasera mi rivolgo a tutti i sudafricani, bianchi e neri, dal profondo del mio essere. Un uomo bianco, pieno di pregiudizi e di odio, è venuto nel nostro paese e ha commesso un atto così turpe che la nostra intera nazione ora vacilla sull’orlo del disastro. Una donna bianca, di origine afrikaner, ha rischiato la vita perché noi potessimo conoscere e consegnare alla giustizia questo assassino. L’omicidio a sangue freddo di Chris Hani ha provocato ondate di commozione in tutto il paese e nel mondo. (…) Ora è il momento per tutti i sudafricani di fare fronte comune contro coloro che, da qualsiasi parte, vogliono distruggere ciò per cui Chris Hani ha dato la sua vita – la libertà di tutti noi.”

Nelson Mandela utilizzò tutta la sua autorità per frenare il movimento e riavviò i negoziati con il regime. Insieme a Cyril Ramaphosa, che all’epoca guidava la delegazione dell’ANC per i negoziati, sfruttò il momento per fare pressioni per stabilire una data delle elezioni. Lo Stato dell’Apartheid fu effettivamente sostituito dal Consiglio esecutivo transitorio (TEC), un organo provvisorio composto da tutte le parti coinvolte nel processo negoziale. Questo organo gestì il paese fino alle elezioni del 27 aprile 1994. La verità è che, se in questa fase ci fosse stata una vera direzione bolscevica alla guida del movimento, le masse avrebbero potuto prendere il potere.

Il risultato di questi negoziati fu che la ricchezza economica rimase intatta, mentre il potere statale era nelle mani delle élite dell’ANC. Sebbene il regime dell’Apartheid sia stato formalmente abbattuto, le condizioni di vita delle masse dei neri non sono migliorate nella pratica. Il motivo è l’accordo negoziale raggiunto tra il movimento di liberazione e il regime dell’Apartheid nel 1993, che ha portato a collocare il potere statale nelle mani della nuova élite nera, mentre l’economia sarebbe rimasta nelle mani della tradizionale classe dirigente bianca. Da allora, parte dell’élite nera si è fusa con la classe capitalista tradizionale. Nulla di tutto ciò ha migliorato la sorte delle masse sudafricane, che devono ancora affrontare sfruttamento e discriminazione brutali.

Cosa fare?

Ci sono molte lezioni da imparare dalla storia reale della lotta contro l’Apartheid. La verità è che l’odiato regime non è stato abbattuto dalle sanzioni internazionali e dai disinvestimenti. Come abbiamo visto, queste hanno avuto un impatto minimo sul regime. Inoltre, l’obiettivo delle sanzioni internazionali non è mai stato quello di aiutare i lavoratori sudafricani nella loro lotta contro l’Apartheid. Piuttosto, cercarono di far deragliare il movimento rivoluzionario facendo pressione su Botha affinché avviasse dei negoziati, che avrebbero evitato al sistema di essere rovesciato con mezzi rivoluzionari.

La lezione fondamentale è che il colpo decisivo contro il regime dell’Apartheid è stato inferto da un movimento di massa rivoluzionario, guidato dalla classe operaia sudafricana. Inoltre, il regime post-Apartheid che è emerso – basato sul capitalismo, con l’ANC che è diventato il principale rappresentante della borghesia sudafricana – non ha fatto nulla per aumentare gli standard di vita della popolazione nera appena “liberata”. Questa è una lezione importante anche per la lotta di liberazione palestinese. Una Palestina “libera”, su base capitalista, vedrebbe i lavoratori palestinesi dominati dalle economie più forti della regione e dall’imperialismo all’estero, con un’élite parassitaria locale che racimola le briciole dalla tavola dei suoi padroni.

I comunisti sono inequivocabilmente a favore di una patria palestinese, ma la vera libertà può arrivare solo sulla base di una lotta rivoluzionaria per il socialismo, insieme ai lavoratori e ai giovani di tutto il Medio Oriente, per spezzare finalmente la morsa dell’imperialismo, dell’oppressione e del dispotismo. Una lotta di questo tipo non avrebbe mai il sostegno della cosiddetta “comunità internazionale”, poiché minaccerebbe le fondamenta stesse del capitalismo nella regione.

Questo non significa che i palestinesi debbano lottare da soli. A tutti i lavoratori e ai giovani occidentali diciamo: lottare contro la propria classe dominante è un contributo alla causa della libertà palestinese molto più importante di qualsiasi boicottaggio dei consumatori. Non dobbiamo illuderci che istituzioni inutili come l’ONU possano chiedere conto a Israele dei suoi crimini, né tanto meno i nostri governi, che sostengono il regime sionista fino in fondo. Invece, il movimento operaio può e deve usare la sua forza collettiva per isolare lo Stato israeliano con scioperi, blocchi e boicottaggi mirati alla sua macchina da guerra. Non si deve permettere che un solo dado, bullone o vite lasci i porti occidentali per essere utilizzato in armi contro il popolo palestinese.

Inoltre, lottare per il socialismo in patria è l’unico modo per instaurare regimi che possano sostenere i palestinesi e tutti i popoli oppressi del mondo sulla base di un’autentica solidarietà.

Noi diciamo: unitevi ai comunisti e lottate per porre fine al sistema che tiene la Palestina in schiavitù. Intifada fino alla vittoria! Rivoluzione fino alla vittoria!