Studenti in rivolta per la Palestina – Intervista a due compagni americani

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Studenti in rivolta per la Palestina – Intervista a due compagni americani

Abbiamo intervistato due studenti dei Revolutionary Communists of America (RCA), Abhit P. e Chantal G., che hanno preso parte agli accampamenti per la Palestina rispettivamente alla Columbia University e a Yale.

I due compagni saranno con noi in collegamento on line DOMANI, 17 MAGGIO, alle 15 per un’assemblea pubblica sul movimento negli Usa. Tutti i dettagli su come seguire l’assemblea li trovi qui

 

Quali sono le dimensioni di questo movimento?

AP: Si è diffuso in oltre 140 campus, tra cui le tre più grandi università degli Stati Uniti: Arizona State University, Texas A&M e Rutgers.
CG: All’accampamento di Yale erano presenti circa un migliaio di persone.

Quali sono le rivendicazioni della protesta?

AP: Le rivendicazioni variano da università a università, ma in generale sono il totale disinvestimento da parte delle università verso qualsiasi azienda che tragga profitto da questo genocidio a Gaza, la trasparenza sugli investimenti dell’università con l’apertura dei libri contabili, la fine delle partnership accademiche con Israele: ad esempio la New York University ha un centro accademico a Tel Aviv.

CG: Attualmente Yale, come molte altre università, non rivela che tipo di investimenti sono presenti nel suo portafoglio, nonostante gli stretti legami con produttori di armi come Pratt-Whitney e Sikorsky.

Come si è sviluppata concretamente la lotta nelle vostre università?

AP: Alla Columbia University, il Gaza Solidarity Encampment è cominciato il 17 aprile, dopo un processo di pianificazione di mesi guidato da una coalizione di associazioni studentesche, come Students for Justice in Palestine e Jewish Voice for Peace. È stato il più grande accampamento alla Columbia dal 1968. La burocrazia dell’ateneo ha risposto con la repressione, sospendendo un gran numero di studenti e facendo chiudere tutti i cancelli, in modo che nessuno che non fosse uno studente o un docente della Columbia potesse entrare. Questa azione combattiva degli studenti si è diffusa a macchia d’olio in tutto il paese con rivendicazioni simili e con lo stesso livello di scontro con le amministrazioni universitarie.

CG: L’accampamento a Yale è iniziato come uno sciopero della fame, nel tentativo di spingere il Consiglio di amministrazione dell’università a un incontro con gli studenti sul tema del disinvestimento. Dopo che la notizia si è diffusa, sempre più studenti sono venuti a piantare le tende in solidarietà con chi faceva lo sciopero della fame. Alcuni giorni dopo, gli studenti della Columbia hanno lanciato il loro accampamento e questo ha avuto un impatto sugli studenti di Yale, che sono arrivati a centinaia per continuare l’accampamento su scala più ampia. In questo modo sono stati attirati settori più ampi di studenti, giunti da tutto il Connecticut per sostenere l’accampamento.

Qual è stato l’atteggiamento degli insegnanti e dei lavoratori delle università?

AP: I docenti e il personale delle facoltà hanno manifestato solidarietà in molte università. Alla Texas University, Columbia e New York University hanno pubblicato una dichiarazione di condanna della decisione dei loro rettori di far intervenire la polizia.

CG: I lavoratori delle università, anche se in qualche modo simpatizzano, in gran parte non sono stati coinvolti, perché i lavoratori americani non possono scioperare a meno che non siano in corso trattative per il contratto, e se lo fanno non sono tutelati.

È stata fatta un’analogia con il movimento contro la guerra del Vietnam negli anni ‘60…

AP: Anche questa è una lotta contro l’imperialismo, proprio come nel 1968. Anche allora gli studenti entrarono in lotta organizzando accampamenti nelle università di tutto il paese. La differenza è che all’epoca c’era una direzione rappresentata dal gruppo Students for a Democratic Society, sostenuto dal Socialist Party of America. Oggi non c’è una direzione in grado di collegare le lotte nei vari campus e fornire un programma politico chiaro.

CG: Questi accampamenti sono molto più simili, per dimensioni e caratteristiche, alle campagne contro l’Apartheid in Sudafrica negli anni ’80. Il movimento del Vietnam era su scala più vasta e anche il livello di militanza era diverso, anche a causa della repressione incredibilmente violenta: nel 1970 la Guardia nazionale sparò e uccise 4 studenti alla Kent University, in Ohio.

Cosa potete dirci a proposito della repressione della polizia?

AP: Sono stati arrestati 2.700 studenti. Alla Columbia c’è stato l’arresto del maggior numero di studenti dal 1968. In alcuni casi, gli studenti hanno reagito allo sgombero degli accampamenti occupando alcuni edifici, come la biblioteca della New York University o la Hamilton Hall della Columbia, ribattezzandola Hind’s Hall, dal nome Hind Rajib, una bambina palestinese uccisa dai sionisti. É stata la prima occupazione della Hamilton Hall dal 1985.

CG: Dopo tre giorni l’accampamento di Yale è stato sgomberato silenziosamente alle 6 del mattino con circa 49 persone arrestate, 47 delle quali studenti di Yale, ma è stato subito rilanciato in una vicina aerea verde del campus. È qui che l’amministrazione di Yale ha posto regole arbitrarie come “niente strutture permanenti” e “niente amplificazioni” per togliere forza all’accampamento. Questo ha funzionato per un certo periodo, ma non per molto, perché queste regole sono state infrante e gli accampamenti sono stati rilanciati. La polizia ha sgomberato anche questo secondo accampamento.

Allora gli studenti e un piccolo numero di residenti di New Haven hanno organizzato una manifestazione verso la casa del rettore. Quando il corteo ha fatto ritorno al campus, la polizia in assetto anti-sommossa ha disperso la folla picchiando diverse persone. Ora la polizia presidia gli accessi all’ateneo ventiquattrore su ventiquattro.

In Italia gli Stati Uniti sono descritti come la più grande democrazia del mondo, che difende la libertà di pensiero, ecc. Ma in base a quanto ci avete raccontato, le cose non sembrano stare davvero così…

AP: La democrazia sotto il capitalismo non è una democrazia del popolo, è una dittatura del capitale. Lo Stato ha a disposizione corpi di uomini armati, come la polizia, per proteggere la proprietà privata e tutti i suoi interessi.

CG: È un grande mito che gli Stati Uniti (o qualsiasi altro governo borghese) difendano in modo significativo la libertà di pensiero e di espressione. Storicamente, la violenza di Stato è sempre stata usata contro la classe lavoratrice e gli studenti. È quindi logico che la polizia colpisca i campus, nonostante questo sia antitetico ai valori che la classe dominante sostiene di sposare.

Anche i gruppi sionisti sono stati coinvolti negli attacchi agli studenti?

AP: Sì, i gruppi sionisti hanno aggredito gli studenti negli accampamenti e non hanno affrontato alcuna conseguenza per questo. Nella UCLA (University of California, Los Angeles) i sionisti sono arrivati alle 4 del mattino per lanciare fuochi d’artificio negli accampamenti. Hanno anche allestito un palco dal costo di 40mila dollari per un concerto sionista con lo slogan “Liberate gli ostaggi!” Le autorità universitarie di tutto il paese hanno permesso che l’aggressione continuasse senza conseguenze.Questo è un anno di elezioni.

Quali sono le posizioni di Biden e Trump sulla protesta?

AP: Entrambi hanno sostenuto il genocidio a Gaza. Riguardo all’aggressione di Israele, Trump ha dichiarato: “Devono portare a termine il lavoro. Il 7 ottobre hanno subito un attacco feroce. Hanno subito cose mai viste”. Ha detto anche che gli ebrei non dovrebbero votare per Biden, perché Biden ha “abbandonato Israele”, riferendosi al fatto che il presidente ha sospeso l’invio di un carico di bombe pesanti a Israele per esercitare pressione su Netanyahu. In realtà Biden ha firmato oltre 100 accordi per l’invio di armi a Israele, oltre ai miliardi di dollari inviati. Gli Stati Uniti sono il maggior finanziatore dell’imperialismo israeliano, essendo il maggior fornitore di equipaggiamento militare di Israele.

Entrambi i partiti, democratico e repubblicano, hanno appoggiato non solo il genocidio in Palestina, ma anche la repressione contro gli studenti in tutta la nazione. Ad esempio, la Columbia University si trova nello Stato di New York e il Partito Democratico controlla lo Stato dal 1975. La scelta che offre la classe dominante è una ripetizione delle elezioni del 2020, in cui entrambi continueranno a sostenere l’aggressione ai palestinesi.

C’è un dibattito all’interno del movimento su quali metodi, slogan e programmi adottare?

CG: All’inizio della lotta, nell’accampamento di Yale ogni appello più radicale del “cessate il fuoco” veniva messo a tacere allo scopo di mantenere la protesta entro le linee di ciò che l’università considerava accettabile. Questo ha bloccato il movimento ed è stato un riflesso dell’approccio della direzione incredibilmente riformista della Endowment Justice Coalition, un insieme di docenti, studenti e laureati il cui obiettivo era quello di avviare un dialogo con il consiglio di amministrazione. Nel corso di 8-10 giorni, la direzione dell’accampamento è passata nelle mani di un’altra associazione studentesca, Yalies4Palestine, che aveva una posizione molto più radicale. Dagli appelli per il cessate il fuoco si è passati a quelli per l’Intifada. A causa dell’inesperienza della direzione, non ci sono però stati molti dibattiti aperti sui metodi da adottare.

AP: Dappertutto le discussioni hanno riguardato il modo con cui intensificare la lotta nelle università. Dopo lo sgombero degli accampamenti, la convocazione di assemblee di massa e la formazione di comitati di lotta si sono gradualmente esaurite e manca una chiara prospettiva su come andare avanti.

Di cosa ha bisogno questo movimento per avere successo?

AP: Innanzitutto ci vorrebbe una direzione democraticamente eletta e revocabile in ogni accampamento. Questi comitati dovrebbero essere collegati a livello cittadino, statale e nazionale per coordinare e unificare il movimento.

Inoltre gli studenti non possono fare molto da soli, senza collegare la lotta alla classe lavoratrice e senza fare appello ai sindacati affinché mobilitino i loro iscritti a sostegno di questa lotta. Un movimento studentesco da solo, senza legarlo alla classe operaia, rimane isolato e limitato alle proprie università. I lavoratori possono controllare le principali leve dell’economia. Nei campus, si dovrebbero organizzare assemblee di massa per discutere e decidere le modalità concrete con cui coinvolgere più studenti e lavoratori. Gli insegnanti, i lavoratori dei campus, gli studenti e i sindacati dovrebbero controllare e gestire le università.

CG: Concordo che, per avere successo, questo movimento necessita del sostegno della classe operaia. Si avvicina la fine del semestre e uno dei problemi è che gli studenti di Yale non hanno alcun collegamento con i lavoratori di New Haven. Senza il coinvolgimento dei lavoratori, il movimento non potrà proseguire durante l’estate. Serve anche una direzione combattiva che comprenda in ogni momento la necessità di non capitolare di fronte all’amministrazione universitaria fino a quando le richieste non saranno soddisfatte.

A proposito di unità tra studenti e lavoratori, qual è stato l’atteggiamento dei sindacati sulla Palestina e sulla protesta degli studenti?

AP: Diversi sindacati hanno mostrato un certo livello di sostegno, come l’UAW (United Automobile Workers, nel settore dell’auto), la Service Employees International Union, che è il più grande sindacato dei lavoratori della sanità, l’American Federation of Teachers e la National Education Association, due sindacati nel settore dell’istruzione. Tutti questi sindacati hanno sottoscritto risoluzioni per un cessate il fuoco ed espresso preoccupazione per l’arresto degli studenti. Tuttavia, non bastano i comunicati stampa. I sindacati devono mobilitare le loro forze, partecipare agli accampamenti, organizzare scioperi per fermare la produzione. La base dei sindacati deve fare pressione sui propri dirigenti a sostegno di questa lotta, come ha fatto ad esempio la Regione 9A dell’UAW.

CG: L’atteggiamento dei sindacati di New Haven è stato piuttosto apatico nei confronti del movimento degli studenti di Yale. Ciò è dovuto alla frattura che esiste tra Yale e la città in cui si trova. Per la maggior parte, le persone che lavorano per Yale non interagiscono con chi non lavora per l’università. Per questo motivo, la classe operaia di New Haven tende a considerare i movimenti che partono da Yale come movimenti che riguardano solo Yale.

Che tipo di lavoro state svolgendo nei campus come RCA?

AP: In diversi campus abbiamo associazioni studentesche. Oltre a portare avanti la lotta, ci poniamo anche il compito di elevare il livello di coscienza, di fare chiarezza politica, spiegando perché sotto il capitalismo non è possibile liberare la Palestina e perché è necessario costruire un partito rivoluzionario.

CG: Come RCA di New Haven, stiamo lavorando sia nelle università pubbliche che in quelle private, con l’obiettivo di organizzare gli studenti comunisti. Il grande lavoro dei compagni ci ha anche permesso di accedere agli studenti di diversi campus di tutto il Connecticut, il che ci consentirà di ampliare il nostro raggio d’azione.

 

 

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