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Si prepara la “tempesta” in Tunisia?

Considerata dall’agenzia Morgan Stanley uno dei tre paesi al mondo più a rischio di default finanziario, la Tunisia è immersa nella più grave crisi economica e politica dalla caduta della dittatura di Ben Ali nel 2011.

Con un debito pubblico superiore all’80% del PIL, l’aumento dei tassi di interesse avvicina il punto di rottura.

 

Crisi sociale

La situazione è sospesa ad un filo: il deficit annuale nel bilancio statale è al 10% del PIL, l’inflazione è schizzata oltre il 10% ed il tasso di disoccupazione supera il 15%. In questo quadro, sin dal 2022 si registra un aumento degli scioperi dei lavoratori, soprattutto nei trasporti e nella sanità, ed un livello elevato di conflittualità tra i giovani e la polizia. Il sistema politico è interamente screditato. Al referendum sulla nuova Costituzione, di stampo ultra-presidenzialista, ha votato il 30% degli aventi diritto, mentre alle successive legislative, tenute nel gennaio 2023, la partecipazione s’è fermata all’11%!

Nel contempo, il presidente Kaïs Saied, un populista reazionario che ha conquistato il potere nel settembre 2021 con una congiura di palazzo, sta negoziando un prestito di 1,9 miliardi di dollari col Fondo Monetario Internazionale (FMI). Quei soldi hanno una contro-partita: ristrutturazione di un centinaio di aziende pubbliche (leggasi licenziamenti di massa), contenimento dei salari e abolizione delle sovvenzioni pubbliche su prodotti di prima necessità come pane, olio e zucchero. Timoroso per le conseguenze politiche dell’applicazione brusca di questa “ricetta” socialmente devastante, Kaïs Saied sta trascinando da mesi i negoziati, cercando di ottenere un alleggerimento delle condizioni per il prestito.

Seduto sopra un vulcano in ebollizione, Kaïs Saied moltiplica gli arresti di oppositori e attivisti sindacali, intensifica la retorica nazionalista ed il razzismo contro gli immigrati provenienti dall’Africa sub-sahariana per cercare di rimanere a galla e deviare la collera popolare.

A inizio febbraio, durante una mobilitazione, la polizia ha arrestato il dirigente del sindacato dei lavoratori delle autostrade. Kaïs Saied ha amplificato la repressione anche contro le élites politiche emerse dopo la “rivoluzione dei gelsomini” del 2011, detestate nel paese, arrivando ad arrestare persino Rachid Ghannouchi, il leader del principale partito islamista in Tunisia; inoltre, sicuro di incontrare il favore popolare, ha disposto anche l’arresto del miliardario Kamel Eltaief, uno degli uomini d’affari più potenti dell’epoca di Ben Ali. Si tratta di uno dei tanti personaggi di cui, dopo il 2011, le masse aspettavano la punizione esemplare. Con queste azioni mirate e circoscritte, Kaïs Saied prova a mantenere l’immagine di unico “politico vicino al popolo”. Al tempo stesso nel 2022 non ha esitato a promuovere un’amnistia nei confronti di quei capitalisti sotto accusa per corruzione ed altri reati finanziari in cambio della promessa di investimenti nello sviluppo regionale.

Meloni con il presidente tunisino Kais Saied

Il principale sindacato tunisino, l’UGTT, s’è espresso contro le condizioni poste dal FMI, aumentando ulteriormente la pressione su Kaïs Saied. Bisogna aggiungere, però, che la direzione riformista dell’UGTT continua a promuovere l’idea che da questa crisi se ne esca con una ripresa del “dialogo sociale”, senza alcun riferimento al protagonismo indipendente dei lavoratori. Diversi scioperi, dunque, a partire da quello nazionale dei trasporti convocato una prima volta a fine gennaio, sono stati a più riprese posticipati in ragione di negoziati vuoti che non hanno portato alcun beneficio sensibile alla classe lavoratrice. Lo stesso segretario generale dell’UGTT ha recentemente lanciato un avvertimento contro un settore del governo, a suo dire guidato dal primo ministro, che starebbe segretamente trattando col FMI. Schierare il sindacato nei conflitti, veri o presunti che siano, tra differenti settori della politica borghese è proprio il contrario di quanto andrebbe fatto, ovvero sfruttare la debolezza del governo per organizzare una controffensiva generale dei lavoratori.

Al di là della moderazione dei vertici sindacali e delle manovre di Kaïs Saied, ciò che si prepara in Tunisia è un’esplosione sociale.

 

Il nuovo “gendarme” anti-immigrati

L’attuale ondata di violenze razziste è iniziata dopo che Kaïs Saied, in un grottesco discorso del 21 febbraio, ha accusato gli immigrati sub-sahariani di istigare alla criminalità e di favorire un complotto per alterare la demografia della Tunisia: la “sostituzione etnica” di cui blatera qui da noi “l’italianissimo” ministro Lollobrigida. I migranti provenienti dall’Africa subsahariana rappresentano un insignificante 0,17% della popolazione tunisina, ma circa il 10-15% dei cittadini del paese discende da africani neri ridotti in schiavitù e portati in Tunisia prima dell’abolizione della schiavitù nel 1846. Questo consistente gruppo di tunisini neri è già vittima di discriminazioni che si sono intensificate con l’isteria razzista di Kaïs Saied, usata nel disperato tentativo di stabilizzare il proprio governo.

Il presidente tunisino è considerato dall’Unione Europea l’uomo politico del Nord Africa più in grado di frenare l’ondata migratoria verso l’Europa. Per questo il “ministro” degli Esteri dell’UE, il guerrafondaio e socialdemocratico Borrell, ed il governo italiano di Giorgia Meloni lo sostengono nella trattativa col FMI, al di là di qualche appello di maniera (dell’UE) sulla necessità di rispettare “lo stato di diritto”. Una bancarotta della Tunisia, in effetti, destabilizzerebbe i paesi dell’Europa meridionale.

Ma il sostegno del governo Meloni a Kaïs Saied è anche al servizio della politica imperialista di penetrazione del capitale italiano in Tunisia. Nel 2022, per la prima volta dall’indipendenza della Tunisia, l’Italia è la prima potenza economica sia in termini di export (4 miliardi di euro) che di scambio commerciale complessivo. In Tunisia operano più di 900 imprese italiane, beneficiando di salari operai da fame, soprattutto nel settore tessile ed energetico. Di recente ENI ha lanciato un impianto di fotovoltaico a Tataouine, nel sud del paese. Ci sono dunque i profitti dei capitalisti dietro tanto sventolio di tricolore a Tunisi.

Le sofferenze del popolo tunisino sono una conseguenza della crisi del capitalismo in Tunisia. Giovani e lavoratori hanno bisogno di organizzarsi e riprendere la parola nelle piazze.