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Senza più carte da giocare

Secondo Marx il capitalismo ha a disposizione due strumenti per alleviare e ritardare le sue inevitabili crisi: l’espansione del credito e l’aumento del commercio mondiale.

Oggi la borghesia è decisamente a corto di entrambi.

 

La fine del credito a buon mercato

Sia la Federal Reserve americana che la Banca Centrale Europea hanno stretto i cordoni della borsa del credito, aumentando a ritmo sostenuto i tassi di interesse. Lo scopo dichiarato è quello di abbattere l’inflazione, considerata il nemico numero uno, soprattutto per il timore delle sue conseguenze sociali: con i salari reali divorati dall’aumento dei prezzi, in un paese dopo l’altro sono scoppiate lotte salariali come non si vedevano da parecchi anni. In Gran Bretagna, dove ci sono stati alcuni degli scioperi più importanti, il punto di vista della classe dominante è stato ben riassunto da Huw Pill, capo economista della Bank of England: “Cari britannici, rassegnatevi ad essere più poveri.”

Il problema è che l’aumento dei tassi di interesse ha provocato un vero e proprio terremoto nelle banche. Abbiamo già avuto modo di parlare sulle pagine di questo giornale delle crisi della Silicon Valley Bank, di Credit Suisse, di Deutsche Bank, ma la lista si allunga: negli Stati Uniti la First Republic Bank è fallita e andata all’asta; subito dopo altre banche, come PacWest e Western Alliance, sono crollate in borsa.

Di fronte a questo stillicidio la borghesia sta tentando di salvare capra e cavoli: continuare sulla linea del rialzo dei tassi e allo stesso tempo fare interventi mirati per mettere in sicurezza le banche che vanno in crisi. Peccato che questi interventi di salvataggio non siano a titolo gratuito. Si è calcolato che l’acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS possa arrivare a costare 13mila franchi a ciascun contribuente svizzero. Quando JP Morgan ha acquistato all’asta First Republic Bank, ha ottenuto in cambio dal governo americano la copertura dell’80% delle perdite, più un finanziamento pubblico di 50 miliardi. Vale la pena ricordare che l’inflazione è la diretta conseguenza di anni e anni di massicce immissioni di denaro pubblico per tenere a galla il sistema finanziario privato. Siamo quindi di fronte ad un serpente che si morde la coda: si alzano i tassi per porre rimedio all’eccesso di liquidità in circolazione (che ha prodotto l’inflazione), ma così facendo si fanno saltare per aria le banche e, per salvarle, si torna a pompare denaro pubblico nell’economia…

Tenendo conto di tutto questo, non stupisce affatto che l’inflazione si stia rivelando più “persistente” di quanto gli economisti si aspettassero.

Un’altra conseguenza dell’aumento dei tassi d’interesse è il rincaro dei mutui a tasso variabile, con i lavoratori che devono sobbarcarsi rate più alte per non perdere la casa. Peraltro se un numero crescente di persone non sarà più in grado di pagare i mutui, le banche saranno sottoposte ad ulteriore pressione per il mancato rimborso dei crediti erogati. E se i mutui diventano più onerosi – e quindi meno accessibili – l’intero mercato immobiliare potrebbe implodere.

 

La frammentazione del commercio mondiale

Se con il credito butta male, con il commercio mondiale è anche peggio. In un’intervista la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha dichiarato: “Stiamo assistendo a una frammentazione dell’economia globale in blocchi in competizione fra di loro, con ogni blocco che cerca di avvicinare ai propri interessi e valori condivisi la maggior parte del resto del mondo.” Questo comporta “alta inflazione, meno crescita e una caduta del commercio mondiale”.

Si tratta di una fotografia abbastanza accurata di un mondo che sprofonda sempre di più nella spirale del protezionismo. La situazione è arrivata al punto che vengono messi in discussione anche gli assetti più consolidati del commercio mondiale, tra cui lo status del dollaro, utilizzato come principale moneta di riferimento per gli scambi internazionali fin dagli Accordi di Bretton Woods del 1944. è in corso quella che è stata definita sui giornali una “guerra della valuta”, con una serie di paesi che stanno tentando di smarcarsi dal dollaro per concludere i loro affari.

La Cina sta acquistando il petrolio dalla Russia pagandolo in yuan e sta discutendo di fare lo stesso con l’Arabia Saudita; ha inoltre siglato accordi bilaterali con una serie di paesi (Brasile, Pakistan, Argentina, Emirati Arabi Uniti) per promuovere transizioni in yuan. Anche l’India sta promuovendo l’utilizzo della rupia come valuta di scambio con gli altri paesi, mentre il presidente del Brasile, Lula, sta proponendo un maggior utilizzo delle valute locali all’interno dell’area BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Per il momento questi tentativi hanno ancora effetti limitati sul piano economico, dove la posizione predominante del dollaro è dura da scalfire; tuttavia contribuiscono sul piano politico al rafforzamento dei blocchi protezionisti. Come ha scritto il Financial Times in proposito: “Lo yuan può svolgere un ruolo più importante in futuro. Questo non porterebbe al sorpasso dello yuan sul dollaro, ma piuttosto a un mondo multipolare di valute chiave, tra cui il dollaro, l’euro e lo yuan. Tuttavia non esiste una nuova Bretton Woods che sostituisca il dollaro USA. Se il dollaro cade, non sarà sostituito da un sistema globale, ma da un’esplosione del mercato.”

 

Brancolando nel buio

In questo scenario da incubo, l’incertezza regna sovrana sui mercati. Governi, istituzioni finanziarie ed economisti si muovono a tentoni: ogni rimedio non fa che creare problemi nuovi, senza risolvere i vecchi.

Nel mese di aprile è comparso sull’Economist un articolo in cui di fatto si alzava bandiera bianca, rinunciando del tutto a cercare di comprendere l’attuale situazione economica e a elaborare prospettive. Nell’articolo si parla del “fenomeno Monna Lisa”: “L’economia nel post-pandemia è come la Gioconda. Ogni volta che la guardi, vedi qualcosa di differente. […] Non importa quante volti la guardi (l’economia globale), si rimane sempre incerti su quello che sta accadendo…”

Per gli strateghi del capitale i processi in corso sono diventati un enigma insolubile. è un’ammissione esplicita dell’incapacità del capitalismo non solo di trovare delle soluzioni ai problemi esistenti o di programmare a lungo termine, ma oramai anche di prevedere quello che accadrà domani. Non ci potrebbe essere condanna più inappellabile per un sistema economico.

25 maggio 2023