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Industria francese del lusso: i retroscena di un successo

Lo scorso 24 aprile, la multinazionale LVMH (Louis Vuitton Möet Hennessy) ha superato la soglia dei 500 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. Si tratta di un vero record storico per una società europea. Bernard Arnault, amministratore delegato e maggiore azionista dell’azienda, può ormai definirsi l’uomo più ricco del mondo. Il suo patrimonio personale ammonta intorno ai 200 miliardi di dollari, cifra leggermente inferiore al PIL della Grecia.

Se il deficit della bilancia commerciale della Francia non cessa di aumentare da diversi anni, la colpa non deve ricadere sull’industria francese di lusso, dato che le sue esportazioni vanno a gonfie vele. Anzi, queste ultime hanno subito un’impennata in seguito alla fine delle restrizioni sanitarie. Inoltre, gli azionisti di questo settore si danno alla pazza gioia come mai prima d’ora. Tra i dieci marchi francesi più quotati in borsa, otto appartengono al settore del lusso e della bellezza.

Storicamente, la borghesia francese si è spesso ammantata di un’immagine di raffinatezza e di eleganza. Questa cosiddetta “classe à la française” si basa su un savoir-faire molto avanzato in materia di sfruttamento indiscriminato della classe operaia.

Una storia secolare

A partire dal Rinascimento, la nobiltà feudale naviga nell’oro e impazzisce per gli specchi provenienti dall’Italia, la tappezzeria fiamminga e i profumi dall’Oriente. Nel 1661, Jean-Baptiste Colbert, nominato consigliere generale delle finanze da Luigi XIV, si ritrova già a doversi confrontare con il deficit della bilancia commerciale del paese. Colbert incolpa quei nobili che sperperano ingenti somme in prodotti di lusso esteri. La soluzione è semplice: bisogna favorire lo sviluppo dell’industria francese del lusso. Al Re Sole, che pretende che il suo potere trasudi opulenza, questo va più che bene.

Il regime inizia dunque a sovvenzionare l’insediamento di fabbriche di lusso su tutto il territorio. Da questo momento in poi, i nobili potranno permettersi gli specchi della

Saint-Gobain, le maioliche marsigliesi e la seta lionese.. Tra l’altro, il ricavato confluisce nelle tasche della borghesia, uscendone così abbondantemente rafforzata.

Negli anni che vanno dal 1789 al 1794, la Rivoluzione francese spazza via l’ordine feudale e abolisce le varie restrizioni che l’Ancien Regime imponeva alla borghesia in piena ascesa. Nel luglio 1830, un’altra rivoluzione rinforza le radici della borghesia in quanto classe dirigente e accelera lo sviluppo del capitalismo in Francia.

Sotto la monarchia di luglio (1830-1848), lo sfruttamento della classe operaia si intensifica e si generalizza. La borghesia si arricchisce e aspira, così come a suo tempo la vecchia nobiltà, a circondarsi di prodotti di lusso di ogni genere. Nel 1837, Thierry Hermès fonda la sua pelletteria per l’equitazione. Nel 1847, Louis-François Cartier apre la sua fabbrica di gioielli e orologi. Nel 1854, sotto il Secondo Impero, Louis Vuitton fonda il suo marchio di bauli da viaggio. La produzione del lusso aumenta e si standardizza per rispondere alla crescente domanda dei più ricchi.

 

Monopoli

Tuttavia, il mercato e l’industria francesi del lusso vedono la loro crescita più rapida durante i Trente Glorieuses (1945-75) [espessione usata per indicare gli anni del boom economico ndt] dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa fase di espansione inedita del capitalismo mondiale incita a un’accumulazione di ricchezze senza precedenti. Di conseguenza, assistiamo a un’esplosione della domanda di prodotti di lusso. Nel 1954, i principali marchi francesi creano la lobby “Comité Colbert”, con l’obiettivo di tutelare gli interessi dei capitalisti francesi di questo settore. Il comitato si associa ufficialmente a istituzioni pubbliche come l’Opéra de Paris, la Dogana francese e la compagnia aerea Air France.

Su questo sfondo di acquisizioni e fusioni di imprese, si sviluppano e prendono piede i grandi monopoli. Il gigante Kering, di François Pinault, possiede 15 marchi; la famiglia Bettancourt (gruppo L’Oréal) ne detiene 34. Fondato nel 1987 tramite la fusione di Louis Vuitton (pelletteria) e Möet Hennessy (vini e alcolici), LVMH possiede 75 marchi, ai quali si devono aggiungere le testate giornalistiche come Le Parisien e Les Echos. Tra il 2007 e il 2022, la cifra degli affari annuali di LVMH schizza dai 16 ai 79 miliardi di dollari.

I principali mercati dei grandi gruppi francesi del lusso si trovano all’estero – soprattutto in Cina e negli Stati Uniti – dove l’enorme inasprimento delle disuguaglianze stimola fortemente questo settore. Tuttavia, questa dipendenza del lusso francese alle esportazioni è allo stesso tempo il suo tallone di Achille, così come è stato dimostrato dalla caduta delle azioni di questo settore sui mercati borsistici lo scorso 23 maggio. Colpevoli: le inquietudini legate alla sbandata senza controllo del debito pubblico americano. Nell’arco di una sola giornata, il patrimonio di Bernard Arnault ha inglobato 11 miliardi di dollari. Si trattava di un serio monito. Lo spettacolare decollo del lusso francese di questi ultimi decenni potrebbe essere bruscamente interrotto dalle profonde crisi che minacciano l’economia americana e quella cinese.

La teoria del valore

La vendita di merci di lusso sconcerta molti economisti borghesi. Alcuni ritengono che i prezzi esorbitanti siano la prova che il loro valore sarebbe totalmente soggettivo. Secondo Stéphane Truchi, direttore dell’istituto di ricerca e di sondaggio di opinione IFOP, “il lusso sfugge alle logiche del consumo. Non per forza deve esserci una relazione tra il valore dell’oggetto e il prezzo di vendita; l’inaccessibile fa parte del sogno e costruisce il desiderio”.

In questo modo i prezzi di questi prodotti sarebbero unicamente determinati dal “sogno” e dal “desiderio” che una borsa Dior o Louis Vuitton, per esempio, suscitano tra i consumatori assetati di prestigio… In realtà, tutto questo sproloquio mira a mascherare la vera origine del valore di queste merci. Karl Marx spiegava che il prezzo delle merci – da una semplice scatola di fiammiferi a un prezioso collier di diamanti puri – non è altro che l’espressione monetaria del suo valore, il quale è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario per la sua produzione. “Socialmente necessario” significa che tiene conto del livello di produttività media raggiunta dalla società. In questo modo, il prezzo di una merce oscilla intorno al suo valore reale – e questa oscillazione è essa stessa determinata dalle pressioni dell’offerta e della domanda.

Prendiamo l’esempio di una borsa di Hermès. Un operaio molto qualificato lavora più di 18 ore per assemblare una sola borsa, Ma prima ancora dell’assemblaggio, ci sono volute più di 40 passaggi di trasformazioni da apportare al cuoio. Se la suddetta borsa prevede delle pietre preziose, occorre aggiungere il tempo di estrazione e così via… Il tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di una borsa Hermès è quindi considerevolmente più alto rispetto, per esempio, al tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione di uno zaino Decathlon. Questa è la ragione fondamentale della differenza di prezzo tra le due merci. Inoltre, la situazione del monopolio dei grandi gruppi del lusso permette loro di gonfiare i prezzi delle loro merci, ossia di renderli ben più elevati rispetto al loro valore reale. In mancanza di concorrenza, perché preoccuparsi data la forte domanda?

 

Sfruttamento e subappalto

Nel codice ufficiale di condotta di LVMH leggiamo: “LVMH si assicura che le sue attività siano portate avanti nel rispetto dei diritti delle persone e incoraggia il miglioramento continuo delle condizioni sociali, della società e sanitarie”. Queste parole sarebbero ridicole se le conseguenze di queste “attività” non fossero così drammatiche.

Buona parte della produzione del “lusso francese” è delocalizzato in Asia, nell’Europa dell’Est e in Italia. In un rapporto dal titolo “La brutale storia del cuoio”, varie ONG hanno fatto un resoconto dettagliato dei metodi di produzione impiegati a Santa Croce, in Toscana. Presa da sola, questa città conta più di 400 fabbriche di cuoio.

Tra il 2011 e il 2014, alcuni controlli effettuati in 181 imprese del settore hanno stabilito che fra queste, 88 avevano ricorso a dei metodi illegali. Su 999 lavoratori, 208 avevano un contratto di lavoro a nero. Le aziende toscane sfruttano brutalmente i lavoratori immigrati, soprattutto senegalesi, i quali sono estremamente mal pagati. Questi vengono sballottati da un’azienda all’altra con contratti a tempo determinato di un giorno, o persino di mezza giornata. Talvolta si ritrovano a dover lavorare più di 13 ore al giorno. Sottoposti a dei ritmi di lavoro infernali, subiscono il doppio degli infortuni sul lavoro rispetto ai lavoratori italiani.

La Commissione europea, la quale aveva inizialmente finanziato questa indagine, ha preferito rinnegare il rapporto d’inchiesta – sotto la pressione della “Cotance”, la lobby europea del cuoio.

La diffusione del subappalto non è ovviamente limitata all’industria conciaria. . In Francia, decine di aziende specializzate in varie attività forniscono le grandi maisons del lusso. Anche in questo caso, i ritmi di lavoro e lo sfruttamento si intensificano per rispondere alla crescente domanda dei committenti.

In un contesto del genere, è naturale che si verifichino degli scioperi. Nel 2014, le conciatrici dell’azienda Thomas hanno occupato la fabbrica per cinque giorni. Nel 2016, i 300 dipendenti della fabbrica di pelletteria Dauphiné hanno scioperato per una settimana e ottenuto 45€ di aumento salariale. Lo scorso anno, i 500 sarti della fabbrica Arco hanno ottenuto 100€ di aumento di salario mensile, oltre ai miglioramenti sostanziali delle loro condizioni di lavoro. Tutte queste aziende subappaltanti lavorano per LVMH.

 

Lusso e socialismo

Di fronte ai profitti colossali raggiunti da questo settore, bisogna nazionalizzarlo – appalti compresi – e metterlo sotto il controllo democratico dei lavoratori. È chiaro che nessun risarcimento debba essere versato a un Bernard Arnault, a un François Pinault o ad altri simili parassiti miliardari.

Una volta espropriata nell’ambito di una pianificazione economica democratica, questa industria contribuirà ai settori dell’igiene pubblica, dei cosmetici e del tessile. Naturalmente sarà necessario nazionalizzare le banche, in modo da finanziare in modo massiccio la ricerca scientifica in questi campi, come in tutti gli altri.

Sotto il capitalismo, i clienti regolari dell’industria del lusso non rappresentano che una piccola minoranza della popolazione. Sotto il socialismo, questa stessa industria sarà invece impiegata per il soddisfacimento dei bisogni di tutti. Ecco perché non si tratterà di mettere sul mercato collier di smeraldi per chiunque, bensì di migliorare incessantemente la qualità dei prodotti di consumo corrente, a partire dai beni di prima necessità.

Il lusso borghese, così spesso futile e appariscente, lascerà il posto a un aumento generale e indefinito della qualità di tutti i prodotti consumati dalla popolazione, così come del comfort di cui godrà in tutti gli aspetti della vita: abitazione, trasporti, tempo libero, ecc. Il lusso perderà il suo carattere privato ed egoistico, a vantaggio di un movimento generale di elevazione della cultura umana.

 

14 giugno 2023