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Sanità all’ultimo posto – Il Recovery Plan smentisce tutte le promesse

Il tanto atteso Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) pone fine alle vane speranze di una riforma programmatica e strutturale del Servizio sanitario. Neppure la pandemia è servita da sprone per ovviare alle gravi carenze della sanità pubblica.

Malgrado la sanità dovesse costituire la “priorità della ricostruzione nazionale” (ministro Speranza), il Pnrr le destina solo l’8% del fondo europeo, pari a 15 miliardi. Tra le 6 missioni del Recovery, quella denominata “Salute” si trova all’ultimo posto in quanto a ripartizione delle risorse, subito sotto la missione “Inclusione e sociale” (19 miliardi).

Il fabbisogno di risorse stimato dal ministero della Salute per gli interventi di edilizia sanitaria nella prima stesura del Recovery ammontava a 34,4 miliardi. Nel Pnrr la stessa voce di bilancio viene ridimensionata a 5,6 miliardi, una cifra ridicola, del tutto insufficiente al rinnovamento del sistema ospedaliero. Eppure, come denuncia il presidente di Anaao Assomed (primo sindacato medico): “Siamo di fronte a stabilimenti ospedalieri vetusti, costruiti nel 45% dei casi prima del 1940, con impiantistica obsoleta, insicuri sotto il profilo sia sismico che dei sistemi antincendio”.

Il Piano non prevede né menziona l’ampliamento della dotazione organica. Senza nuove assunzioni di medici e personale sanitario nelle strutture pubbliche, la deriva privatistica del Ssn continuerà ad accentuarsi. L’aggiunta di 4200 contratti di specializzazione medica non è nemmeno sufficiente a raggiungere i numeri del 2020 e produrrà un ulteriore imbuto formativo, ossia del numero di giovani medici privati della possibilità di specializzarsi.

Manager invece di medici e infermieri

Piuttosto che riformare l’attuale sistema di governance degli ospedali, affinché gli aspetti clinico-assistenziali prevalgano su quelli economico-gestionali, nel Pnrr si sceglie di investire in formazione manageriale del personale sanitario. Questa decisione è in linea con una visione di tipo aziendalistico della sanità, nella quale il bilancio d’esercizio viene prima del diritto alla salute.

La pandemia e il calo del Pil hanno fatto lievitare la spesa sanitaria italiana rispetto al Pil al 7,5% nel 2020. Il Documento di economia e finanza (Def) prevede per i prossimi anni un trend in discesa: dal 7,3% del 2021 fino al 6,4% nel 2024. Il valore di 6,5% rappresenta la soglia d’allarme posta dall’Oms, sotto la quale un paese non è più in grado di garantire un’assistenza di qualità e neppure l’accesso alle cure alla sua popolazione.

Nella retorica del governo vi è una certa attenzione alla questione meridionale. A detta di Draghi: “il Sud non è discriminato” e “se cambia il Sud cambia l’Italia”. Per la sanità, come per altri settori, le parole del premier si dimostrano aria fritta. Senza risorse aggiuntive per ospedali e Asl del meridione, i cittadini del Sud resteranno penalizzati nell’accesso e nella qualità delle cure. Proseguirà incontrastato il fenomeno della mobilità sanitaria (viaggi dal Sud al Nord per farsi curare). Al momento circa 4 miliardi di risorse all’anno vengono trasferite dalle regioni del sud al nord per le prestazioni sanitarie.

La ricerca in campo biomedico dovrà accontentarsi delle briciole, circa 500 milioni in 6 anni. Il solo Istituto italiano di tecnologia (Genova), un ente di diritto privato il cui ex direttore era il ministro Cingolani, ha ricevuto dal 2010 il doppio dei fondi (1 miliardo). Di questo passo l’Italia rimarrà indietro in uno dei settori cruciali della ricerca (tumori, demenze, genetica, alimentazione ecc.), favorendo la fuga all’estero di medici e giovani ricercatori.

Medicina territoriale, questa sconosciuta

Per quanto concerne la sanità territoriale e di prossimità, anche in questo caso vi sono più ombre che luci. Il Pnrr prevede 2 miliardi per la creazione di 1288 Case della Comunità, nuove strutture pensate allo scopo di “rafforzare il ruolo dei servizi sanitari territoriali e la loro integrazione con la componente sanitaria assistenziale”. Il Dr. Scotti (segretario della Fimmg), facendosi portavoce dello scontento dei medici di famiglia, ha commentato come segue le misure: “Invece di avvicinare la sanità ai cittadini rischiamo di allontanarla, siamo delusi”.

In effetti il progetto prevede l’istituzione di una Casa di Comunità ogni 24.500 abitanti, il che vorrebbe dire una ogni 90 kmq in Veneto, ogni 191 in Calabria, ogni 435 nella Basilicata. Nei paesi piccoli e nelle regioni a bassa densità abitativa (16 milioni di italiani vivono in comuni con meno di 5000 abitanti) per raggiungere la Casa più vicina potrebbe volerci quasi un’ora. L’idea della Casa della Comunità ricalca quella delle Case della Salute, lanciata nel 2007 dal secondo governo Prodi. Nessuna rivoluzione quindi. Una ricerca di Crea per Fp Cgil ha bocciato il modello delle Case della Salute, denunciando orari di apertura limitati, chiusura domenicale, servizi differenti tra Regioni e scarsa integrazione socio-sanitaria. Per il report si tratta di un sistema “poco attento ai bisogni reali”.

Un altro miliardo sarà impiegato per lo sviluppo delle cure intermedie. Concretamente saranno istituiti 381 Ospedali di Comunità, piccoli ospedali di circa 20 posti letto a prevalente gestione infermieristica. Nel Pnrr non si fa menzione del ruolo dei medici all’interno di queste strutture, né degli eventuali fondi per l’assunzione di personale. Con un semplice calcolo risultano 2 milioni e mezzo di euro a ospedale. Una cifra esigua, che difficilmente permetterà di istituire centri tecnologici e di qualità. Basandosi sulle strutture già esistenti, il costo medio di un ospedale di piccole dimensioni è stimato a circa 100 milioni. Oltretutto il nuovo piano non investe affatto sui micro-team. Si tratta di piccole equipe costituite da un medico, un infermiere e un fisioterapista, che dovrebbero rappresentare il fulcro dell’assistenza domiciliare e il modello su cui puntare per la cura dell’anziano e del malato cronico.

In definitiva il Pnrr lascia la sanità in coda alle priorità dell’agenda governativa, destinando il Ssn a un progressivo smantellamento. Le poche risorse destinate alla salute pubblica compensano a malapena i danni e i debiti provocati dalla pandemia.

Il governo sceglie deliberatamente di privilegiare altri settori e di favorire l’ascesa di un sistema sanitario privatistico, agendo in modo del tutto conforme alla linea dei precedenti esecutivi.