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Quando i lavoratori hanno sconfitto i fascisti

di Ion Udroiu

 

A partire dagli anni ’20 del Novecento, il movimento operaio si è trovato di fronte un nuovo nemico: il fascismo. Diversamente dalla repressione poliziesca e militare, questo mobilitava un settore della società (minoritario, ma comunque di migliaia di individui) e lo armava per una lotta diretta. Lo scopo era lo stesso della repressione poliziesca (distruggere le organizzazioni dei lavoratori), ma cercando una certa base di appoggio nella società. In Italia e in Germania questo portò all’instaurazione dei regimi di Mussolini e Hitler. Va detto, però, che ciò non avvenne per una presunta forza delle formazioni fasciste, né (solo) per l’appoggio che ebbero da parte dello Stato borghese. Dobbiamo ricordare, infatti, che il movimento operaio fu schiacciato praticamente senza combattere. In Italia, i capi del Psi e della Cgl rifiutarono di armare i lavoratori contro le squadracce e anzi firmarono l’infame “Patto di pacificazione” con i fascisti (che permise solo a questi ultimi di accumulare le forze, per poi massacrare i lavoratori). In maniera diversa, ma sempre per colpa dei capi del movimento operaio, Hitler poté prendere il potere, vantandosi di averlo fatto “senza rompere un vetro”. In quel caso il movimento operaio era diviso (e impotente): da una parte la socialdemocrazia (Spd) seguiva una politica legalitaria (impedendo ai suoi militanti di combattere i fascisti) e del “male minore” (votando come presidente von Hindenburg… che nominerà Hitler primo ministro); dall’altra il Partito comunista (Kpd), seguendo la linea politica stalinista e in particolare la teoria del social-fascismo, attaccava fisicamente i socialdemocratici come principale nemico.

Non mancano tuttavia episodi in cui la mobilitazione della classe operaia sconfisse sonoramente i fascisti. I due più importanti sono sicuramente la Battaglia di Cable Street a Londra dell’ottobre 1936 e i moti di Genova del luglio 1960.

La Battaglia di Cable Street

La crisi mondiale del 1929-1933 vide l’emergere del fascismo britannico come una forza seria nel paese. Formata nel 1932, la British Union of Fascists (Buf), con i suoi picchiatori, ebbe un impatto decisivo. Al suo apice contava circa 40mila membri. Forte della vittoria del fascismo in Italia, Germania e Austria e finanziata generosamente dalle grandi imprese, nonché da simpatizzanti aristocratici e conservatori, la Buf passò all’offensiva nel periodo 1934-1936, sostenuta anche da alcuni dei più importanti giornali britannici, il Daily Mail, l’Evening News e il Sunday Dispatch.

I capitalisti britannici vedevano nella Buf una forza militante ed extra-parlamentare che poteva essere usata contro la classe operaia in tempi di crisi. Sebbene i capitalisti britannici fossero stati in grado di uscire dalla crisi mondiale senza la necessità di un’azione diretta contro la classe lavoratrice, avevano comunque mantenuto i fascisti come una possibile carta da giocare in futuro. In tal modo i fascisti furono in grado di operare sotto la protezione dello Stato.

Il carattere delle manifestazioni della Buf, capeggiata da Oswald Mosley, fu chiaro fin dall’inizio, con pestaggi e aggressioni, sotto l’occhio tollerante (e protettivo) della polizia. Tuttavia, ogni manifestazione fascista veniva contrastata da una contro-manifestazione molto più grande. Avendo visto cos’era successo in Germania, in tutto il paese la classe operaia si mobilitò contro la minaccia dei fascisti. Comizi fascisti vennero impediti, interrotti o dispersi a Glasgow, Stockton e Worthing. Gli eventi stavano andando verso uno scontro decisivo tra fascisti e classe operaia.

Dal momento che gli effetti della crisi del 1929 andavano affievolendosi, la Buf spostò la sua attenzione dalle zone ad alta disoccupazione a quelle a forte presenza ebraica. Venne scelta East London, dove con una campagna antisemita i fascisti volevano crearsi una base nella classe operaia, in particolare fra i portuali di origine irlandese. In molti di questi, però, era ancora vivo il ricordo dello sciopero del 1912, quando centinaia di bambini figli di portuali in sciopero erano stati accolti e sfamati da famiglie ebree.

La Buf iniziò una campagna di terrore, con aggressioni a lavoratori e immigrati e attentati a negozi di ebrei. Quindi, annunciò che il 4 ottobre intendeva marciare attraverso l’East End di Londra, per finire con un comizio nel Victoria Park. Questa marcia era intesa come una dimostrazione di forza e una provocazione contro la popolazione ebraica della zona. Nonostante una massiccia campagna di raccolta firme, il governo rifiutò di vietare la marcia. In effetti il governo aiutò i fascisti in ogni modo possibile. Circa diecimila poliziotti furono chiamati da tutta Londra per fornire loro protezione e permettere lo svolgimento della marcia.

Così, gli operai iniziarono a organizzare la resistenza. Nonostante la politica stalinista degli anni precedenti, i membri dell’East End del Partito comunista di Gran Bretagna (Cpgb) ebbero un ruolo importante nella costruzione della resistenza antifascista. Vennero svolti oltre un centinaio di comizi in tutta Londra, attaccati migliaia di manifesti e distribuiti centinaia di migliaia di volantini. Contrariamente all’atteggiamento settario adottato dal Partito comunista tedesco nei confronti dei socialdemocratici, il Cpgb in effetti mise in pratica la parola d’ordine di Trotskij di un fronte unico contro i fascisti. Vennero contattate sezioni sindacali e del partito laburista, per chieder loro di partecipare. Nonostante i leader laburisti esortassero gli iscritti a rimanere a casa e “lasciar fare alla polizia”, l’appoggio fu massiccio. Anche i giornali tradizionali ebraici, come il Jewish Chronicle, raccomandavano a tutti gli ebrei di stare a casa e di non essere coinvolti in scontri che avrebbero “aiutato l’antisemitismo”. Il Cpgb inizialmente si trovò di fronte a un dilemma, avendo già pianificato un raduno antifascista per la Spagna repubblicana per quello stesso giorno a Trafalgar Square. Tuttavia, sotto la pressione degli iscritti dell’East End, il Cpgb nazionale sovrastampò i volantini con le parole “Modifica: Raduno a Aldgate alle 2 pm”.

Fu convenuto che dovesse tenersi una contro-dimostrazione a Gardener’s Corner per bloccare la marcia. Vennero predisposti piani meticolosi per la giornata, organizzati depositi per il pronto soccorso, accumulato materiale per erigere barricate e i dimostranti vennero invitati a mantenere una rigida disciplina di fronte ai provocatori. La mattina del 4 ottobre, più di trecentomila persone si erano radunate per bloccare la marcia dei fascisti. Tra questi c’erano i giovani del partito laburista (Labour League of Youth), il Cpgb, il Partito laburista indipendente (Ilp), i trotskisti, i portuali e i giovani ebrei. Tutta la classe lavoratrice britannica era rappresentata, in un vero fronte unico intento a reprimere la minaccia fascista. Lo Stato aveva comunque altre idee. Oltre diecimila poliziotti, tra cui quattromila agenti a cavallo, furono mandati a disperdere la contro-manifestazione e garantire che i fascisti potessero marciare. I settemila fascisti, provenienti da tutto il paese, erano scortati da tutti i lati dalla polizia. Affinché la marcia potesse iniziare, la polizia tentò di cacciare via la contro-manifestazione.

Un tram era stato lasciato in mezzo all’incrocio tra Commercial Road e Leman Street dal suo tramviere antifascista. In breve tempo se ne aggiunsero altri. Impotente di fronte a un blocco stradale così efficace, la polizia rivolse la propria attenzione altrove. Di volta in volta caricavano la folla; le vetrine dei negozi vicini venivano rotte dalle persone che ci venivano spinte addosso. Ma la polizia non poté spaventare questa immensa barricata umana.”(1)

Incapace di disperdere la manifestazione, la polizia tentò di usare Cable Street come percorso alternativo per la marcia fascista. I lavoratori, tuttavia, se lo aspettavano ed erano pronti. Quando la polizia iniziò a muoversi per quella strada, furono costruite barricate, mettendo di traverso un camion e pezzi di vecchi mobili. La polizia caricò le barricate e:

venne bersagliata con bottiglie di latte, pietre e marmi. Alcune casalinghe iniziarono a lanciare bottiglie di latte dai tetti. Numerosi poliziotti si arresero. Questo non era mai successo prima, quindi i ragazzi non sapevano cosa fare, ma tolsero loro i manganelli e uno si prese un elmetto per suo figlio come souvenir.”(2)

Per tutto il tempo i fascisti si nascosero dietro la polizia, mentre questa combatteva la battaglia per loro conto. Quando Mosley arrivò, un mattone volò attraverso il finestrino della macchina. Di fronte a una resistenza così dura, fu costretto a interrompere la marcia. Vergognandosi di non aver nemmeno tentato di affrontare gli operai, i fascisti si schierarono in formazione militare e marciarono nella direzione opposta!

Questa fu una sconfitta generale per Mosley e la Buf. Come scrisse Ted Grant, egli stesso un partecipante alla battaglia di Cable Street:

La sconfitta di Cable Street nel 1936 diede un duro colpo a Mosley. Temendo la potenza organizzata della classe operaia, dimostrata in modo militante, il movimento fascista dell’East End declinò. Lo spettacolo degli operai in azione diede ai fascisti motivo di fermarsi. Provocò un diffuso scoramento e demoralizzazione nei loro ranghi; la loro vittoria sui fascisti infondeva fiducia nella classe operaia. Questa azione unitaria degli operai a Cable Street dimostrò di nuovo la lezione: solo una vigorosa contromisura ostacola la crescita della minaccia del fascismo.”(3)

Genova 1960

Sul finire degli anni ’50, in Italia iniziò una parziale ripresa delle lotte operaie. L’incertezza della borghesia sul da farsi portò alla caduta del governo Segni nel marzo 1960. I padroni italiani avevano di fronte due strade: coinvolgere il Psi al governo (per usare i capi della sinistra come “pompieri” nel movimento operaio) o usare la mano dura. Alla fine, prevalse la seconda opzione e venne inaugurato il governo Tambroni: un esecutivo di soli ministri democristiani con l’appoggio esterno del Movimento sociale italiano (Msi). Per la prima volta dalla caduta del fascismo, il Msi veniva usato come stampella del governo. In realtà, a seguito della politica di conciliazione (e alla mancata epurazione dei fascisti) seguita alla Resistenza, buona parte dell’apparato statale era lo stesso dei tempi di Mussolini: 62 prefetti su 64 e 120 questori su 135 erano ex-funzionari fascisti. Nella stessa Genova, proprio nel mese di giugno, il questore Ingrassia verrà sostituito da Giuseppe Lutri, noto per la sua caccia ai partigiani a Torino durante la dittatura fascista. Il tentativo di legittimazione dei fascisti, unito al malcontento per le condizioni di lavoro, avrebbe creato – di lì a poco – una miscela esplosiva.

A fine aprile la questura di Ferrara mandò la polizia nelle case dei sindacalisti per impedire loro di organizzare uno sciopero. Negli stessi giorni, la popolazione di Livorno si scontrava per quattro giornate con polizia e carabinieri, a causa delle prepotenze dei parà della Folgore in città. A maggio la Corte costituzionale dichiarò illegittimo il divieto penale della serrata padronale. Il 21 maggio a Bologna un affollato comizio antifascista venne caricato a freddo dalla polizia.

Forte del suo ruolo decisivo per la vita del governo, il Msi annunciò che voleva tenere il suo congresso a Genova dal 2 al 4 luglio. La provocazione era chiara: riunire i reduci del fascismo nella città medaglia d’oro per la Resistenza. Inoltre, fu annunciata la presenza di Carlo Emanuele Basile, l’ultimo prefetto di Genova durante la repubblica fascista di Salò, responsabile degli editti del marzo 1944 contro lo sciopero bianco e le proteste operaie, ai quali fece seguire la deportazione di alcune centinaia di lavoratori nei campi di lavoro della Germania nazista.

A Genova, dove negli ultimi anni, nonostante il boom economico, continuavano le lotte operaie (prima fra tutte quella dell’Ansaldo San Giorgio), iniziò una mobilitazione quasi permanente. Il 6 giugno, su iniziativa del Psi, i partiti di sinistra stamparono un manifesto in cui denunciavano il congresso missino come una grave provocazione. Il 13 giugno, la Camera del lavoro fece richiesta ufficiale di non consentire che il congresso si tenesse. Il 15 giugno, una manifestazione di ventimila persone contro lo svolgimento del congresso si scontrò con alcuni neofascisti. Il 24 giugno un comizio indetto dalla Camera del lavoro fu vietato dalla questura. Il 25 giugno, durante un nuovo corteo organizzato dalle federazioni giovanili dei partiti di sinistra, a cui aderirono anche i portuali, vi furono nuovi scontri con la polizia. Durante quel corteo si decise d’indire un comizio per il 2 luglio. Dopo qualche indecisione il Msi annunciò che avrebbe tenuto comunque il suo congresso e che avrebbe portato “almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani”.

Il 28 giugno vide una nuova manifestazione, con trentamila persone. Il giorno dopo, la Camera del lavoro indisse uno sciopero generale provinciale per la giornata del 30, con un corteo nel pomeriggio. La Uil si oppose alla manifestazione, mentre la Cisl lasciò ai propri iscritti libertà di scelta.

Lo sciopero del 30 giugno fermò l’intera provincia e vide la partecipazione di più di centomila persone al corteo. Alla sua conclusione, la polizia cominciò gli scontri in piazza De Ferrari che si allargarono fino ai caruggi, dove la popolazione lanciava dalle finestre vasi e pietre sui poliziotti. Gli scioperanti alzavano barricate, disarmavano i celerini e incendiavano le camionette. La città era in mano ai manifestanti (cosa dimostrata anche dal bilancio finale: 162 poliziotti feriti, 40 tra gli scioperanti e nessun arrestato). Per riportare l’ordine dovette intervenire l’Anpi, ma con poco successo. La calma tornò solo quando la Cgil annunciò la convocazione dello sciopero generale per il 2 luglio (data d’inizio del congresso del Msi).

Grazie al fatto che i dirigenti del Pci e della Cgil riportarono l’ordine, le forze dello Stato poterono prepararsi per il 2 luglio. Altri settemila tra poliziotti e carabinieri arrivarono a Genova, con l’ordine di essere pronti a sparare. La zona attorno al Teatro Margherita (dove doveva tenersi il congresso) venne recintata. Ma nella notte fra l’1 e il 2 anche i lavoratori genovesi si prepararono: un gruppo occupò la stazione e cacciò i primi fascisti che arrivavano per il congresso; una colonna con alla testa venti trattori si avviò verso la città dalla provincia per sfondare le recinzioni vicino al teatro; nei quartieri del porto si prepararono centinaia di bombe molotov; nella periferia industriale, gli ex-partigiani ricomposero le vecchie formazioni e recuperarono quelle armi che erano state nascoste alla fine della guerra. Si calcola che in 500mila fossero pronti a scendere in piazza.

Il governo si rese contò che la situazione poteva diventare fuori controllo, innescando una rivolta in tutto il paese (il 1° luglio c’erano già stati scontri tra polizia e manifestanti in diverse parti d’Italia, in particolare a Torino). Così, alle 6 del mattino del 2 revocò il permesso al Msi, dopo aver avuto garanzia dai dirigenti della sinistra che avrebbero mantenuto l’ordine. Questo accordo “responsabile”, tuttavia, non impedì al governo di bastonare gli antifascisti a Roma (6 luglio) e di provocare un morto a Licata (5 luglio) e cinque morti a Reggio Emilia (7 luglio). La situazione era comunque così tesa che il presidente del Senato Cesare Merzagora dovette proporre una tregua di quindici giorni, in cui la polizia restasse chiusa nelle caserme mentre la sinistra si impegnava a non promuovere scioperi o cortei. Malgrado ciò, il governo uccise altri quattro manifestanti in Sicilia. La borghesia aveva però capito che, in quel momento, non conveniva usare la repressione. Meglio passare all’altra opzione. Così il 19 luglio cadde il governo Tambroni, sostituto da Fanfani il quale avrebbe preparato la strada per il primo governo di centro-sinistra con il Psi.

Queste storie gloriose ci mostrano che non è con i progetti di legge o gli appelli alle forze dell’ordine che si fermano i fascisti. La natura stessa dello Stato capitalista rende ciò impossibile, perché il fascismo non è nient’altro che un’arma dei padroni, che a volte viene usata e a volte tenuta da parte. Mentre la riduzione della sua tradizionale base sociale (la piccola borghesia) comporta che non sia possibile oggi il ritorno di un regime fascista, ciò non significa che piccoli gruppi di fascisti non possano diventare una minaccia fisica per gli iscritti al sindacato, gli attivisti studenteschi, i membri di minoranze o altro. Purtroppo, l’abbiamo visto più volte. Siamo entrati in uno dei periodi più turbolenti della storia, per alcuni aspetti simile agli anni ’30 del Novecento, in cui le cose possono cambiare molto velocemente. È quindi fondamentale ricordare le lezioni di Cable Street e di Genova.

Nel primo caso, c’era la seria minaccia dell’ascesa delle squadracce fasciste in Gran Bretagna. Nel secondo caso, i fascisti servivano a puntellare l’ondata reazionaria messa in campo dal governo Tambroni.

A Cable Street, abbiamo visto quanto la politica del fronte unico sia stata efficace contro i fascisti. Secondo questa tattica, elaborata dall’Internazionale comunista nel 1922, era compito dei rivoluzionari proporre un fronte di lotta alle organizzazioni riformiste, per la difesa degli interessi vitali del proletariato. Malgrado questa linea fosse stata poi messa da parte dai dirigenti stalinisti, Trotskij continuò a difenderla come unico strumento contro il fascismo (fra gli altri, nel suo opuscolo per la Germania “La sola via”). Quello che fecero le cellule comuniste dell’East End, in pratica, fu esattamente applicare questa politica (malgrado la linea nazionale del Cpgb). Anche i moti di Genova dimostrano la forza determinante della classe operaia, sia per numero che per le forme di lotta che può mettere in campo, come lo sciopero generale.

Le barricate di Parma, 1922

Nel 1922 a Parma, come in molte altre città d’Italia, operavano gli Arditi del popolo, un’organizzazione paramilitare antifascista composta da elementi in prevalenza di estrazione proletaria. Benché l’Internazionale Comunista avesse dato una netta indicazione ad intervenire al loro interno, il Partito comunista d’Italia preferì inquadrare i suoi militanti in formazioni di autodifesa poste sotto il suo comando diretto, mentre il Partito socialista ne prese le distanze, delegando la difesa dei lavoratori all’apparato dello Stato borghese liberale. La posizione dei principali partiti operai impedì quindi l’organizzazione generale del movimento operaio attorno agli Arditi del popolo. Tuttavia, ad un settore di militanti queste posizioni di chiusura nei confronti dell’organizzazione degli Arditi del popolo apparvero incomprensibili. Ne fu, ad esempio, una chiara dimostrazione l’entusiasmo e la partecipazione con cui a Roma, nel luglio del 1921, decine di migliaia di lavoratori risposero all’appello lanciato dagli Arditi del popolo a manifestare contro i fascisti nei pressi dell’Orto botanico. Per una serie di fattori specifici, tuttavia, fu il proletariato parmense che riuscì con maggiore evidenza ad eludere i limiti fondamentali della politica dei gruppi dirigenti comunisti e socialisti.

Prima della guerra Parma aveva visto una notevole presenza del “sindacalismo rivoluzionario”, ovvero di dirigenti e militanti sindacali che avrebbero poi aderito alle tesi dell’interventismo, arruolandosi quindi e partecipando con convinzione alla Grande guerra, vedendo scorrettamente in essa non una guerra imperialista, ma l’occasione storica per imprimere un cambiamento profondo al sistema politico, economico e sociale italiano. Alcuni, come per esempio Alceste De Ambris, ex deputato socialista parmigiano e dirigente della Camera del lavoro, si spinsero fino ad aderire ai primi Fasci di combattimento, di cui lo stesso de Ambris fu uno dei redattori del manifesto programmatico.

Nonostante dopo la guerra i socialisti fossero riusciti a conquistare la Camera del lavoro e la maggioranza dei lavoratori avesse aderito al Psi, come riportò lo stesso Tasca: “l’affermarsi dell’influenza socialista nella città di Parma era del tutto recente e gli operai mantenevano un certo spirito di indipendenza, se non di diffidenza”(4) nei confronti dei gruppi dirigenti dei partiti operai tradizionali. Il percorso politico di Guido Picelli, ex combattente a capo delle Barricate di Parma, era un ottimo esempio di questo atteggiamento. Rientrato dalla guerra, Picelli tornò a Parma e aderì al Partito socialista diventandone un esponente di primo piano, eletto parlamentare nel 1921. A dimostrazione della forte indipendenza dei militanti socialisti parmensi rispetto alle indicazioni date dai loro dirigenti nazionali, almeno rispetto ai temi dell’autodifesa proletaria, Picelli fu portato a posizioni di dirigente locale nonostante già nel 1920 egli fosse tra gli animatori e i fondatori delle Guardie rosse, formazioni armate composte da lavoratori che operavano nel Biennio rosso a difesa delle occupazioni delle fabbriche, avversate dai socialisti e verso cui si orientavano politicamente solo i militanti del gruppo dell’Ordine Nuovo di Torino, guidato da Gramsci. Non legato a nessuno dei gruppi dirigenti delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, lontano dalla tradizione riformista ed anche dal settarismo dei comunisti, Picelli venne spontaneamente riconosciuto dai lavoratori parmensi come il dirigente che poteva unire il fronte operaio. Per questi motivi, gli Arditi del popolo di Parma non furono solo ben preparati ed organizzati, ma anche numericamente molto forti: nelle loro fila si potevano infatti contare sindacalisti e anarchici, socialisti e comunisti, compresi i loro stessi dirigenti locali come ad esempio Dante Gorreri, segretario dei giovani comunisti parmensi, tutti incuranti del veto posto dalle loro direzioni nazionali. L’unità del fronte operaio a Parma fu inoltre un elemento di forte attrazione anche per tutti i reduci di guerra e gli interventisti delusi sia dallo Stato liberale che dall’abbandono da parte di Mussolini del fascismo socialisteggiante “della prima ora”. Tra questi vi era anche De Ambris che organizzò la Legione proletaria “Filippo Corridoni”, associazione di interventisti che nei giorni delle Barricate si pose sotto la guida degli Arditi del popolo, fornendo preparazione e mezzi per organizzare la resistenza armata. Questo fatto dimostra di quali potenzialità di egemonia poteva, nonostante tutto, ancora disporre il movimento operaio, anche nei confronti di settori quali gli ex combattenti, se i suoi dirigenti avessero voluto adottare una politica di unità di classe indipendente dall’azione dello Stato.

Ai primi di agosto del 1922 ben 15mila fascisti, affluiti da tutta l’Italia settentrionale, lanciarono ripetuti attacchi contro Parma, guidati da Italo Balbo, il principale leader dello squadrismo. Alcune centinaia di Arditi del popolo, armati alla bell’e meglio, ma determinati e ben organizzati, riuscirono a resistere per ben cinque giorni sulle barricate erette nei quartieri dell’Oltretorrente, grazie all’appoggio attivo della popolazione operaia della città. Fu un successo straordinario, che costrinse i fascisti di Balbo a ritirarsi con la coda tra le gambe.

La vittoria di Parma fu un episodio isolato, ma molto significativo. Se la politica adottata a Parma fosse stata applicata anche nel resto del paese, i lavoratori italiani sarebbero riusciti a sconfiggere il fascismo.

Solo la classe lavoratrice organizzata, armata di un programma politico contro il fascismo e della disponibilità a lottare contro di esso, sarà in grado di distruggere la minaccia dei fascisti. In ultima analisi, tuttavia, è solo la completa distruzione del capitalismo, che ha bisogno del fascismo e lo alimenta, con tutti gli orrori che lo accompagnano, e la sua sostituzione con un sistema governato dai lavoratori, che garantirà la sconfitta finale del fascismo.

 

Note

  1. Phil Piratin, Our flag stays red.
  2. Phil Piratin, ibid.
  3. Ted Grant, The menace of fascism.
  4. A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Pgreco, p. 353.