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Prospettive dello sviluppo mondiale (luglio 1924)

Il testo seguente è la trascrizione di un discorso di Trotskij del 18 luglio 1924, successivamente pubblicato sull’organo ufficiale sovietico Izvestija il 5 agosto dello stesso anno sotto il titolo Le premesse della rivoluzione proletaria.

In esso Trotskij analizza i rapporti internazionali dopo la pace di Versailles, la crisi rivoluzionaria seguita alla Prima guerra mondiale e in particolare il significato dell’ascesa degli Stati Uniti come prima potenza mondiale. L’analisi dei rapporti internazionali (declino della Gran Bretagna, frantumazione dell’Europa e suo asservimento al capitale nordamericano, scontro mondiale sul dominio dei mari e sulla politica navale) e la loro connessione con la lotta di classe e con il ruolo del riformismo costituiscono una fondamentale lezione di metodo per la comprensione non solo di quella epoca storica, ma anche della fase attuale, segnata precisamente da una rottura dei precedenti equilibri mondiali, che si ripercuote direttamente sullo scontro politico e di classe in ogni paese. (la redazione – agosto 2022)

 

di Lev Trotskij

Ancora una volta sulle condizioni per una rivoluzione proletaria

Compagni, sono trascorsi dieci anni dallo scoppio della guerra imperialista. Durante questo periodo il mondo è molto cambiato; ma non quanto avevamo supposto e previsto dieci anni fa ed è ben lontano dall’esserlo. Noi analizziamo la storia dal punto di vista della rivoluzione sociale. Questo punto di partenza è allo stesso tempo teorico e pratico, dunque dinamico. Analizziamo le condizioni di sviluppo così come prendono forma al di là e indipendentemente dalla nostra volontà, con l’obiettivo, dopo averle comprese, di agire su di esse attraverso la nostra volontà attiva, ovvero la volontà della classe organizzata. Questi due lati del nostro approccio marxista alla storia sono legati strettamente e indissolubilmente. Se ci limitassimo a prendere in considerazione solamente quanto accade, il nostro approccio degenererebbe a lungo andare nel fatalismo e nell’indifferenza, nell’apatia sociale e a un certo punto assumerebbe l’aspetto del menscevismo, che contiene una dose consistente di fatalismo e un’accettazione riverente di quanto avviene sulla testa delle persone. Se ci limitassimo, dall’altro lato, alla sola azione rivoluzionaria, alla volontà rivoluzionaria, rischieremmo di cadere nel soggettivismo, che è multiforme: una delle sue varietà è l’anarchismo, un’altra è il socialismo rivoluzionario di sinistra, la nostra varietà russa di soggettivismo, e include infine quelle manifestazioni del comunismo stesso che Vladimir Ilic (Lenin) chiamava “la malattia infantile dell’estremismo”: tutta l’arte della politica rivoluzionaria consiste nel combinare correttamente l’analisi oggettiva con l’azione soggettiva. Questa è l’essenza dell’insegnamento di Lenin.

Dicevo che ci approcciamo alla storia a partire dalla rivoluzione che è destinata a trasferire il potere nelle mani della classe operaia per la rifondazione comunista della società. Ma quali sono i presupposti per la rivoluzione sociale? Sotto quali condizioni può sorgere, svilupparsi e vincere? Tali condizioni sono numerose. Ma si possono raggruppare sotto poche voci principali, e forse, per iniziare, sotto due. Le condizioni oggettive, ovvero quelle che prendono forma indipendentemente dalle persone, e le soggettive. Le condizioni oggettive, se dobbiamo iniziare dalla base, dalle fondamenta – ed è da lì che dobbiamo iniziare – sono anzitutto create da un certo livello di sviluppo delle forze produttive (domando indulgenza a quelli per cui quel che dico è l’ABC. Presumo che queste questioni non sono l’ABC per tutti quanti sono qui riuniti. E del resto, tutti noi abbiamo avuto occasione più e più volte di tornare all’ABC, ai fondamentali, così da arrivare tramite il vecchio metodo a nuove conclusioni, innescate dalla situazione esistente). E dunque, la premessa fondamentale, cardinale per la rivoluzione sociale è un certo sviluppo delle forze produttive, a un livello in cui il socialismo e poi il comunismo in quanto sistema economico, modo di produzione e distribuzione dei beni, offre dei vantaggi materiali. Sull’aratro del contadino è impossibile edificare il comunismo o anche solo il socialismo.

Un certo livello di sviluppo tecnico è necessario. Se consideriamo il mondo capitalista nel suo insieme, possiamo dire che un tale livello è stato raggiunto? Indiscutibilmente sì. Come provarlo? Ne è una prova il fatto che le più grandi imprese capitalistiche e le loro combinazioni in trust e sindacati, stanno conquistando imprese di piccole e medie dimensioni in tutto il mondo. Di conseguenza, un’organizzazione socioeconomica che riposi unicamente sulla tecnologia delle imprese più grandi, correttamente costruita sul modello dei trust e dei sindacati, ma su principi di solidarietà; un’organizzazione che abbracci l’intera nazione, lo Stato e poi il mondo intero offrirebbe vantaggi materiali colossali. Questa condizione esiste ed esiste già da tempo.

La seconda condizione oggettiva è che la società sia così divisa al suo interno da produrre una classe interessata al rivolgimento sociale, abbastanza forte numericamente e abbastanza influente sul piano produttivo da assumersi questo compito. Ma ciò non basta. È necessario per questa classe – e qui passiamo alle condizioni soggettive – possedere una chiara comprensione della situazione e desiderare coscientemente la rivoluzione.  Deve porsi alla sua testa un partito capace di esserne la guida e assicurarne la vittoria. E questo, dall’altro lato, presuppone una situazione speculare per la classe dominante, la sua perdita di influenza sulle masse popolari, lo scompiglio tra le sue fila, la perdita di fiducia in se stessa. Ecco le condizioni per definire una situazione rivoluzionaria. Le precondizioni psicologiche, politiche e organizzativamente dinamiche per il compimento dell’insurrezione e per la sua vittoria possono realizzarsi solo sulla base di certe relazioni sociali e produttive.

Se ci soffermiamo sulla seconda condizione, la divisione in classi della società, ovvero il ruolo e il significato del proletariato nella società, possiamo ancora dire una e una sola cosa: questa condizione è matura da tempo, da decenni. Il ruolo del proletariato russo, che è ancora molto giovane, lo dimostra nel migliore dei modi. Cosa è dunque mancato fino ad ora? La condizione soggettiva decisiva, la consapevolezza del proletariato europeo della sua posizione nella società, e la sua corrispondente organizzazione, l’allenamento sufficiente da parte del partito capace di porsi alla sua guida. Questo è mancato! Più di una volta noi marxisti abbiamo sottolineato che, a dispetto di ogni sorta di teoria idealista, la consapevolezza della società continua a ristagnare ben oltre le condizioni oggettive di sviluppo – e lo vediamo su larga scala storica nella sorte del proletariato. Le forze produttive sono da tempo mature per il socialismo. Il proletariato gioca un ruolo economico decisivo da lungo tempo, specie nei principali paesi capitalisti. Da esso dipende l’intero meccanismo della produzione e, di conseguenza, il funzionamento della società. Quel che manca è il fattore finale, il fattore soggettivo. La coscienza rimane indietro.

E così la guerra imperialista ha rappresentato, da un lato, la pena storica per il ritardo della coscienza del proletariato rispetto al suo essere; e, dall’altro, è stata un potente impulso in avanti. È così che abbiamo visto la guerra imperialista. È scoppiata perché il proletariato non si è mostrato abbasta forte da evitarla; non è riuscito a orientarsi nella società, a prendere coscienza del proprio ruolo, della propria missione storica, ad organizzarsi, a porsi il compito di prendere il potere e vincere questa sfida. Allo stesso tempo la guerra imperialista, che è arrivata come la pena non per la colpa, ma per la sventura del proletariato, era destinata a giocare e ha giocato il ruolo di un potente fattore rivoluzionario.

La guerra ha messo a nudo l’acuta, profonda e insopportabile necessità di un cambiamento effettivo nella struttura sociale. Ho detto che la transizione a un’economia socialista avrebbe offerto considerevoli vantaggi sociali già molto prima della guerra. Questo significa che anche prima del suo scoppio le forze produttive si sarebbero sviluppate di gran lunga più potentemente su basi socialiste che non su basi capitalistiche. Ma abbiamo visto che perfino su basi capitalistiche, le forze produttive sono cresciute rapidamente non solo in America ma anche in Europa. In ciò risiede la “giustificazione” dell’esistenza stessa del capitalismo. Dopo la guerra imperialista lo scenario che abbiamo di fronte è già totalmente differente: le forze produttive non stanno crescendo; al contrario, sono state distrutte. Sono, perfino più di prima, costrette nella cornice della proprietà privata dei mezzi di produzione e nel recinto degli Stati nazionali creati dalla Pace di Versailles. Gli eventi dell’ultimo decennio hanno per la prima volta svelato incontrovertibilmente che un ulteriore sviluppo del progresso umano è incompatibile con il capitalismo. In questo senso la guerra è stata un fattore rivoluzionario. Ma solo in questo senso. Capovolgendo la società con i suoi metodi spietati, la guerra ha spinto la coscienza delle masse fuori dal solco del conservatorismo e della tradizione. Siamo entrati in un’epoca di rivoluzione.

Il decennio passato: 1914-1924

Se analizziamo il decennio trascorso da questo punto di vista, potremo suddividerlo in diversi periodi nettamente distinti. Il primo è quello della guerra imperialista, che abbraccia più di quattro anni – in Russia un po’ meno, poco più di tre anni. Un nuovo periodo comincia col febbraio e particolarmente con l’ottobre del 1917. È il periodo della risposta rivoluzionaria alla guerra. La storia del 1918-1919 e in parte anche del 1920, almeno per certi paesi, procede interamente ed esclusivamente sotto il segno della liquidazione della guerra imperialista e della prospettiva imminente della rivoluzione proletaria in tutta Europa. Nel nostro paese scoppia la rivoluzione d’ottobre, gli imperi centrali vedono il rovesciamento delle loro monarchie, l’intera Europa e perfino l’America sono attraversate da una potente sollevazione del movimento operaio. Le ultime punte alte della sollevazione del dopoguerra furono l’insurrezione in Italia nel settembre del 1920 e le giornate del marzo 1921 in Germania. L’insurrezione del settembre 1920, (1) in Italia coincise cronologicamente con un movimento da parte nostra – l’offensiva dell’Armata Rossa contro Varsavia –, parte integrante di questa potente marea rivoluzionaria, ed è rifluita insieme ad essa. È possibile dire che questa epoca di offensiva diretta postbellica ha avuto il suo culmine nella terribile esplosione in Germania del marzo 1921. Abbiamo vinto nella Russia zarista, e il potere del proletariato si è consolidato nel nostro paese. Le monarchie dell’Europa centrale sono state rovesciate senza dare battaglia. Ma in nessun altro luogo il proletariato ha preso il potere, salvo in Ungheria e in Baviera, dove però non è riuscito a mantenerlo che per poco tempo. A questo punto può sembrare, e così sembrava ai nostri nemici, che si preparasse un’epoca di ristabilimento dell’equilibrio capitalista, un’era di risanamento dalle ferite impresse dalla guerra imperialista e di consolidamento della società borghese.

Dal punto di vista della nostra politica rivoluzionaria questo nuovo periodo comincia con una ritirata. Annunciammo questa ritirata – non senza una seria lotta interna – al terzo Congresso del Comintern alla metà del 1921. Prendemmo nota del fatto che il primo potente assalto dallo scoppio della guerra imperialista non era stato sufficiente alla vittoria, perché mancava un partito capace di assicurarla; e il maggior evento conclusivo di questo periodo di tre anni, il movimento di marzo in Germania, segnalò un grande pericolo: proseguendo lungo quella strada, i giovani partiti dell’Internazionale comunista rischiavano di essere fatti a pezzi. La Terza Internazionale fece appello fermarsi, ordinando una ritirata dalla linea del fronte di battaglia in cui i nostri partiti in Europa erano stati condotti dagli eventi postbellici. Si è aperta poi un’era di lotta per l’influenza sulle masse, un periodo di sistematico, ostinato lavoro agitativo sotto lo slogan dell’unità del fronte proletario, e poi del fronte unico operaio e contadino. Questa fase è durata approssimativamente due anni e in questo breve intervallo ha preso forma un adattamento psicologico al lavoro pacifico di agitazione e propaganda. Sembrava che gli eventi rivoluzionari fossero stati rimandati a un futuro alquanto lontano. Tuttavia, precisamente alla fine di questo breve periodo, l’Europa è stata nuovamente sconvolta da una potente scossa, l’occupazione della Ruhr.

A un primo sguardo, l’occupazione della Ruhr poteva sembra un episodio minore per un’Europa insanguinata e lacerata, che aveva già visto più o meno tutto. In realtà, l’occupazione della Ruhr era simile a una breve ripetizione della guerra imperialista. I tedeschi non hanno opposto resistenza, perché non avevano mezzi per resistere, e la Francia ha invaso, armi alla mano, il paese vicino, prendendo possesso di una regione industriale che costituisce il cuore dell’economia della Germania. Il risultato è stato che la Germania, e con lei il resto d’Europa, ha di nuovo vissuto in una certa misura una situazione di guerra. L’economia tedesca e, di riflesso, l’economia francese si ritrovarono disorganizzate. È stato come se la storia avesse deciso di ripetere un esperimento. Cinque anni dopo che la guerra imperialista aveva sconvolto il mondo intero, sollevato le masse più arretrate di lavoratori, ma senza condurli alla vittoria, la storia tentava un nuovo esperimento, una sorta di riesame.

Vi darò una breve ripetizione della guerra imperialista: così ha parlato la storia. Scuoterò di nuovo dalle sue fondamenta la già scossa economia europea e darò a voi, il proletariato, i partiti comunisti, un’opportunità di rimediare alle opportunità che avete perso durante gli ultimi cinque anni.

Abbiamo visto come nel corso del 1923 la situazione in Germania si è mossa improvvisamente e drasticamente in direzione rivoluzionaria. La società borghese fu scossa alle fondamenta. Stresemann, (2) il primo ministro borghese, dichiarò apertamente di essere a capo dell’ultimo governo borghese in Germania. I fascisti dicevano: “Lasciate che i comunisti prendano il potere, il nostro turno arriverà dopo”. La vita nazionale e governativa tedesca fu completamente sconvolta. Ricordate tutti la sorte del marco e dell’economia tedesca nel suo insieme durante quel periodo. Ci fu un riversarsi spontaneo delle masse verso il Partito comunista. La socialdemocrazia, che è oggi la principale forza di stagnazione al servizio della vecchia società, era spaccata, indebolita e aveva perso fiducia in se stessa. I lavoratori lasciavano le sue fila. Oggi, analizzando retrospettivamente il periodo che abbraccia tutto il 1923 e specialmente la parte finale del 1923, da giugno in poi, possiamo dire: la storia non ha mai creato e difficilmente creerà ancora delle condizioni più favorevoli alla rivoluzione. Se assegniamo ai nostri giovani studiosi marxisti il compito di immaginare una situazione più favorevole per la presa del potere, non ci riuscirebbero, ovviamente dando per certo che svolgerebbero il loro compito sulla base di dati reali e non mitici o fantastici. Ma una cosa mancava. Mancavano, da parte del Partito comunista, il temperamento, la decisione e l’abilità necessari ad assicurare un’azione tempestiva e vittoriosa. E quest’esempio dovrebbe ancora una volta insegnare a tutti noi – e soprattutto ai nostri giovani – qual è il ruolo e il significato di una corretta direzione nel Partito comunista che, nel calcolo storico, è l’ultimo fattore della rivoluzione proletaria, ma non l’ultimo in termini di importanza.

La sconfitta della rivoluzione tedesca segnò una nuova era di sviluppo per l’Europa, e in parte per il mondo. Caratterizzammo questo nuovo periodo come il periodo di arrivo al potere degli elementi democratico-pacifisti della società borghese. I fascisti lasciavano il posto ai pacifisti, ai democratici, ai menscevichi e ad altri partiti piccolo-borghesi. Certo, se la rivoluzione avesse vinto in Germania, l’attuale fase storica avrebbe un contenuto completamente diverso. Anche se in Francia il governo Herriot (3) fosse giunto al potere avrebbe avuto un aspetto del tutto differente, e la sua esistenza sarebbe stata di gran lunga inferiore, anche se non scommetterei nemmeno ora sulla sua longevità politica. La stesso si può dire per Macdonald e per le altre varietà di questa stessa specie democratico-pacifista.

Fascismo, democratismo, kerenskismo

Per avere una comprensione basilare del cambiamento avvenuto, bisogna chiedersi: che cos’è il fascismo? E che cos’è il riformismo pacifista che talvolta, per amor di brevità, è definito kerenskismo? (4) Ho già dato delle definizioni di questi concetti diffusi. Ma li ripeto, perché senza una corretta comprensione del fascismo e del neo-riformismo si arriverebbe inevitabilmente a una prospettiva politica falsata. Il fascismo può assumere tratti differenti nei diversi paesi; può essere diversificato dal punto di vista della sua composizione sociale, ma è, nella sua essenza, un raggruppamento di forze combattenti spinto in avanti dalla società borghese minacciata per vincere il proletariato in una guerra civile. Quando l’apparato dello Stato democratico-parlamentare si avviluppa nelle proprie contraddizioni, quando la legalità borghese ostacola la stessa borghesia, quest’ultima mette in moto gli elementi più combattivi a sua disposizione, liberandoli dalle catene della legalità, e spingendoli ad usare qualunque metodo di forza e terrore. Questo è il fascismo. È dunque il mezzo attraverso cui la borghesia conduce la guerra civile, così come il proletariato raggruppa le sue forze e si organizza per l’insurrezione. Possiamo dunque dire che il fascismo non può rappresentare una condizione protratta e per così dire “normale” per la società borghese. Parimenti una situazione insurrezionale non può essere una condizione normale e costante per il proletariato. O l’insurrezione contro il fascismo termina con la sconfitta del proletariato, e in quel caso la borghesia gradualmente ripristina il suo “normale” apparato statale; o il proletariato vince, e in quel caso non rimane spazio per il fascismo, ma per ragioni totalmente differenti. Il proletariato vittorioso, come abbiamo imparato dalla nostra dura esperienza, ha a sua disposizione diversi mezzi per impedire al fascismo di prosperare e, anzitutto, di crescere.

Dunque, la sostituzione al fascismo del normale “ordine” borghese è stata determinata dalla sconfitta degli attacchi iniziali del proletariato, del primo (1918-21) come del secondo (1923). La società borghese ha resistito e ha riguadagnato una certa fiducia in se stessa. Non si trova oggi così direttamente minacciata in Europa da armarsi e mettere in moto i fascisti. Ma non si sente ferma abbastanza da dominare sotto il proprio nome. Ecco perché il menscevismo è necessario nell’intervallo tra due atti del dramma storico. La borghesia ha bisogna dei MacDonald (5) in Inghilterra e, ancora più urgentemente, del Blocco delle sinistre in Francia.

Ma è possibile considerare il governo del Labour Party in Inghilterra o il governo del Blocco delle sinistre in Francia come un regime di kerenskismo? Abbiamo applicato condizionalmente la definizione di kerenskismo alla crescita del riformismo tre anni fa, quando ci aspettavamo che lo spostamento parlamentare a sinistra in Francia e in Inghilterra avrebbe coinciso con cambiamenti rivoluzionari in Germania. Ciò non è accaduto e la rivoluzione in Germania è stata sconfitta nell’autunno dello scorso anno. Oggi la ripetizione della definizione di kerenskismo per riferirsi al Blocco delle sinistre o a Macdonald, testimonia una mancanza di comprensione della situazione e costituisce un abuso di una terminologia invalsa.

Che cos’è il kerenskismo? È un regime che sorge quando la borghesia ha già perso le speranze o non spera più di vincere in un’aperta guerra civile e fa le concessioni più estreme e rischiose, consegnando il potere agli elementi più a “sinistra” della democrazia borghese. È un regime che cresce quando l’apparato di repressione si è già ritirato o sta scivolando dalle mani della borghesia. È chiaro che il kerenskismo non può essere una condizione protratta della società. Deve terminare con la vittoria del kornilovismo (nelle lingue europee: dei fascisti) o con quella dei comunisti. Il kerenskismo è un preludio diretto all’Ottobre, anche se, certamente, il bisogno dell’Ottobre non sempre e dovunque emerge dal kerenskismo… È possibile, in questo senso, chiamare kerenskismo il regime di Macdonald o quello del Blocco delle sinistre in Francia? No, è inammissibile. La situazione in Inghilterra non è quella del ’17 in Russia. Lo stato delle forze del Partito comunista inglese non permette alcuna prospettiva vicina di presa del potere. E se è così, non ci sono nemmeno le basi per il kornilovismo. Con tutta probabilità, Macdonald cederà il potere ai Tories, seguendo tutte le regole di procedura parlamentare. In Francia, né le condizioni dell’apparato dello Stato, né le forze del Partito comunista lasciano presupporre un’evoluzione diretta e repentina dal regime del blocco di sinistra alla rivoluzione proletaria. Il concetto di kerenskismo chiaramente non si applica in questi casi. Sarebbe necessario un serio cambiamento perché si possa parlare di kerenskismo. La domanda centrale adesso è questa: che cosa rappresenta questo periodo temporaneo di riformismo? Su cosa si poggia? Può essere un regime stabile? Può diventare una condizione normale per un certo numero di anni, cosa che significherebbe certamente un corrispondente ritardo nella rivoluzione proletaria? È questa la questione centrale del nostro tempo.

Come abbiamo già detto, una tale questione non può essere risolta esclusivamente sul piano soggettivo, cioè sul piano dei nostri desideri e della nostra mera volontà di effettuare un cambiamento nella situazione. E qui, come sempre, l’analisi oggettiva, che tiene conto di quello che è e di quello che sta cambiando e realizzandosi, deve essere la precondizione per le nostre azioni. Proviamo ad approcciare la questione precisamente sotto questo aspetto.

Che cosa determina la sorte del “riformismo” europeo?

Attualmente i riformisti sono al potere nei principali paesi europei. Il riformismo presuppone alcune concessioni da parte delle classi proprietarie, certi “sacrifici”, anche se modesti, da parte della borghesia a favore del proletariato. Si può pensare che nell’Europa attuale, che è molto più povera di quanto fosse prima della guerra, c’è una base economia per profonde ed estese riforme sociali? Almeno nel continente, gli stessi riformisti non ne parlano che molto poco. Se mai si fa riferimento oggi a “riforme sociali”, è spesso nella direzione opposta: soppressione della giornata di otto ore o introduzione di emendamenti che l’annullerebbero nei fatti, e via su questa strada. Ma c’è una questione pratica assai vicina alle “riforme” che è una questione di vita o di morte per i lavoratori d’Europa, in primo luogo per quelli tedeschi, austriaci, ungheresi, polacchi, e anche per quelli francesi. La questione della stabilità della moneta. La stabilizzazione delle valute – il marco, la corona, il franco – significa la stabilizzazione dei salari e li assicura rispetto a possibili crolli. Questa questione è centrale nella vita dell’intero proletariato europeo. Indubbiamente i successi, tutt’altro che affidabili e stabili, raggiunti su questo terreno costituiscono una delle basi più importanti dell’attuale era pacifico-riformista.

Se il marco dovesse crollare in Germania la situazione rivoluzionaria si ripresenterebbe in tutta la sua portata. Se il franco continuasse a precipitare come accaduto pochi mesi fa, la sorte del gabinetto Herriot sarebbe ancora più difficile e in dubbio di quanto sia oggi.

La questione del neo-riformismo deve essere formulata in questi termini: su quali basi poggiano le speranze di un consolidamento dell’equilibrio economico, anche se relativo e temporaneo, specie per quel che riguarda la stabilizzazione della moneta e dei salari? Quanto sono radicate in profondità queste basi?

Nell’approcciare questa questione ci imbattiamo nel fattore centrale dell’epoca attuale: gli Stati Uniti d’America. Compagni, chiunque speri o cerchi di discutere del destino dell’Europa o del proletariato mondiale senza tenere in considerazione il potere e il significato degli Stati Uniti, sta facendo i conti senza l’oste. Perché il padrone del mondo capitalista – comprendiamolo chiaramente! – è New York, Washington e il suo Dipartimento di Stato.

Lo comprendiamo anche limitandoci al solo piano tracciato dagli esperti. Osserviamo che l’Europa, fino a ieri così potente e orgogliosa della propria cultura e del proprio passato storico, per cavarsela e liberarsi dalle spaventose contraddizioni e disgrazie in cui essa stessa si è cacciata, è costretta a invitare dall’altra parte dell’Atlantico un generale di nome Dawes. Lo invitano dall’America, lui si siede sicuro, e qualcuno dice che ha perfino poggiato i piedi sul tavolo. Quest’uomo traccia precisamente le regole e gli appuntamenti per la ricostruzione dell’Europa. E poi consegna questo organigramma che fissa arrivi e partenze dei treni governativi di tutti gli Stati d’Europa ai rispettivi governi. E vi si conformeranno tutti! Hughes, il ministro agli Affari esteri degli Stati Uniti, sta facendo una visita non ufficiale in Europa. Macdonald e Herriot hanno intanto organizzato una conferenza super ufficiale. Conosciamo ormai sufficientemente bene questa routine, così abituale, così diplomatica e zuccherosa da provocare la nausea. Alle spalle della conferenza, dietro le quinte, e non molto dietro in verità, si intravedono facilmente un paio di eccellenti e robusti stivali americani. È il signor Hughes che presenta richieste e dà ordini. Perché ordini? Perché ha il potere di ordinare. In cosa consiste questo potere? Nel capitale. Nella ricchezza. In un potere economico senza precedenti. (6)

In passato, lo sviluppo dell’Europa e del mondo intero procedeva in larga misura sotto la bacchetta da direttore d’orchestra dell’Inghilterra. L’Inghilterra fu il primo paese a fare uso su larga scala di carbone e acciaio e grazie a questo ha tenuto fra le mani per lungo tempo la leadership del mondo.

In altre parole, l’Inghilterra riscuoteva i frutti politici, nelle relazioni internazionali, della propria preponderanza economica. Dirigeva l’Europa, metteva un paese contro l’altro, concedeva o rifiutava prestiti, finanziava la lotta contro la Rivoluzione francese, ecc. L’Inghilterra governava il mondo. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono la figlia maggiore dell’Inghilterra che ha ottenuto una grande eredità dalla madre. Ma la preponderanza dell’Inghilterra nel suo momento di massima prosperità è niente in confronto alla preponderanza attuale degli Stati Uniti sull’intero pianeta. Se non si comprende questo, è impossibile seguire le sorti della storia contemporanea, i suoi prossimi capitoli. Il generale Dawes non è apparso accidentalmente dall’altro lato dell’Oceano, né è causale che siamo obbligati a sapere che il suo nome è Dawes e che vanta il grado di generale. Lo accompagnano diversi banchieri americani, sfogliano i documenti diplomatici dei governi europei e dicono: non permetteremo questo; esigiamo quest’altro. Perché? Perché il sistema delle riparazioni collasserebbe se l’America non fornisse la prima rata, 800 milioni di marchi oro, per stabilizzare la moneta tedesca. Dall’America dipende se il franco è stabile o crolla e, in misura minora, se la sterlina è stabile, crolla o se continua a galleggiare. Si, tutto dipende dall’America, e voi sapete che il marco, il franco e la sterlina giocano un certo ruolo nella vita delle persone.

II – L’imperialismo “pacifista” degli USA

Il pieno e completo ingresso dell’America nel campo attivo della politica imperialista mondiale non risale a ieri. Potremmo dire che il punto di rottura decisivo nella sua politica ha coinciso approssimativamente con il passaggio al XX secolo. La guerra ispano-americana scoppiò nel 1898; l’America si impossessò di Cuba, assicurandosi in tal modo la chiave di Panama, e di conseguenza l’accesso all’Oceano Pacifico, alla Cina e al continente asiatico. Nel 1900, l’ultimo anno del XIX secolo, l’esportazione di prodotti industriali americani superò per la prima volta nella storia americana la loro importazione. Questo già rendeva l’America, su un piano contabile per così dire, un paese con una politica mondiale attiva. Nel 1901 o nel 1902 strappò la provincia di Panama alla Repubblica colombiana. In queste faccende l’America ha una sua propria politica che ha applicato nelle isole hawaiane e io credo nelle isole Samoa, ma che di sicuro è stata adottata a Panama e viene ora applicata in Messico. Quando reputa necessario impossessarsi di territori esteri, per soggiogarli o per concludere qualche trattato capestro, organizza una piccola rivoluzione autoctona e poi entra in scena con l’obiettivo di pacificarla e sedarla – precisamente il modo in cui il generale Dawes interviene adesso a tranquillizzare e pacificare l’Europa, distrutta da una guerra portata avanti con l’assistenza dell’America stessa. In questo modo gli Stati Uniti si assicurarono Panama nel 1902 e cominciarono lo scavo del canale. Nel 1920 il canale, già completato, aprì un grande capitolo nella storia dell’America e dell’intero globo terrestre. Gli Stati Uniti introdussero una correzione drastica nella geografia per i propri interessi e scopi. Non c’è una mappa qui ma potete immaginarne una. Come sapete l’industria statunitense si concentra nella parte orientale, sul versante atlantico. La parte occidentale è prevalentemente agricola. Gli Stati Uniti sono attratti completamente, o per meglio dire in primo luogo, dalla Cina, con la sua popolazione di 400 milioni di abitanti e le sue innumerevoli, inesplorate e infinite risorse. Attraverso il Canale di Panama, l’industria americana si è aperta una via marittima verso occidente che accorcia le distanze di migliaia di chilometri. Gli anni 1898, 1900, 1914 e 1920 segnano l’ingresso degli Stati Uniti nella via maestra del brigantaggio mondiale, ovvero nella strada dell’imperialismo. L’indicazione per questa strada era la guerra. Come ricorderete, gli Stati Uniti non entrarono in guerra che nei suoi atti finali. Per tre anni non combatterono. Appena due mesi prima di entrare in guerra, Wilson annunciò che non poteva parlare di una partecipazione americana alla folle zuffa europea. Fino a un certo momento si sono accontentanti di monetizzare razionalmente in dollari il sangue dei “folli” europei.

Ma quando li raggiunse il timore di una conclusione vittoriosa della guerra per la Germania, il più pericoloso rivale futuro, intervennero attivamente. Il loro intervento determinò l’esito del conflitto.

E la cosa notevole è che mentre l’America nutriva avidamente la guerra con la sua industria e interveniva per aiutare a battere un temibile concorrente, riusciva tuttavia a mantenere una solida reputazione di pacifismo. Questo è uno dei più interessanti paradossi, uno dei più curiosi scherzi della storia – scherzi che non ci hanno provocato e non ci provocano grande ilarità. L’imperialismo americano è nella sua essenza spietatamente rude, predatorio, nel pieno senso della parola, e criminale. Ma per le speciali condizioni di sviluppo di cui gode può presentarsi con la veste del pacifismo: una modalità preclusa ai parvenus imperialisti del vecchio mondo, in cui tutto rimane trasparente. Questa maschera pacifista sembra essersi incollata così bene al volto imperialista della borghesia e del governo americano da non poter essere strappata. Ciò dipende in parte da fattori storici e geografici. Gli Stati Uniti hanno potuto fare a meno di un esercito terrestre. Perché? Perché è estremamente difficile raggiungerli. Alla loro destra c’è l’Oceano Atlantico e alla sinistra il Pacifico (persino l’Oceano è pacifista!): come possono essere raggiunti? L’Inghilterra è un’isola e questo è uno dei fattori determinanti del suo carattere ed è, insieme, uno dei suoi principali vantaggi. Anche gli Stati Uniti sono una vasta isola in rapporto al vecchio mondo. L’Inghilterra si protegge con la sua flotta. Ma se il fronte navale inglese dovesse essere spezzato, le isole britanniche resterebbero senza difesa e potrebbero essere tagliate in due con una sciabola da cavalleria, tanto è stretto questo pezzo di terra. Ma si provi a tagliare a metà gli Stati Uniti. È un’isola che possiede al contempo tutti i vantaggi della Russia, l’immensità del suo territorio. Grazie alle sue distanze colossali, anche senza una flotta, sarebbe meglio difesa dell’Europa o del Giappone. Questa è la ragione geografica fondamentale della sua maschera pacifista diventata una seconda faccia… e se l’America ha intrapreso la costruzione di un esercito, è stato solo perché costretta. Da cosa? Dai barbari, dal Kaiser, dagli imperialisti tedeschi.

L’altra ragione della loro reputazione di pacifismo deve essere vista, come dicevo, nella storia. Gli Stati Uniti entrarono nell’arena globale dopo che il mondo intero era già stato accaparrato e spartito. L’avanzata imperialista degli Stati Uniti procede sotto le parole d’ordine della “libertà dei mari”, delle “frontiere aperte”, e così via. Mentre si impegnano in atti di aperta criminalità militare, la responsabilità – agli occhi della popolazione statunitense e fino a un certo punto agli occhi dell’intera società mondiale – ricade unicamente sul resto del mondo.

Wilson aiutò a dare il colpo di grazia alla Germania e poi apparve in Europa presentando i suoi 14 punti che promettevano il benessere universale e il regno della pace, il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, il castigo per i criminali della stoffa del Kaiser, ricompense per i virtuosi, ecc. Il vangelo di Wilson! Ce lo ricordiamo ancora. L’intera piccola borghesia europea, ed anche un settore della classe operaia europea, i lavoratori menscevichi, credettero per mesi nel vangelo di Wilson. Questo professore di provincia innalzato al ruolo di rappresentante del capitalismo americano, grondante di sangue da capo a piedi – perché in fin dei conti aveva incitato al massacro europeo – apparve in Europa come l’apostolo del pacifismo e della pacificazione. E tutti dicevano: Wilson porterà la pace; Wilson risolleverà l’Europa. In ogni caso, Wilson non è riuscito a compiere in Europa quel che Dawes, accompagnato da una schiera di banchieri, riesce ora a compiere; voltò lamentoso le spalle all’Europa e tornò in America. Grandi furono i pianti e le lamentele dei pacifisti democratici e dei socialdemocratici contro la follia della borghesia europea, colpevole di aver rifiutato un accordo con Wilson e avergli così impedito di portare la pace negli affari europei.

Wilson fu rimpiazzato. Il partito repubblicano giunse al potere. L’America attraversò un periodo di boom industriale e commerciale, basato quasi esclusivamente sul mercato interno, ovvero sul temporaneo equilibrio tra industria e agricoltura, tra l’Est e l’Ovest del paese. Questo boom non durò a lungo, all’incirca due anni. Lo scorso anno il boom si è esaurito. La scorsa primavera, infatti, si sono manifestati i sintomi di una crisi commerciale e industriale, che colpisce settori dell’agricoltura statunitense in modo selvaggio. E, come sempre, la crisi ha dato un rapido impulso all’imperialismo. Il capitale finanziario americano reagisce alla crisi inviando i suoi rappresentanti in Europa per completare l’opera cominciata con la guerra imperialista e continuata con la pace di Versailles, il piano di degradare ed asservire economicamente l’Europa.

Il piano: mettere l’Europa a razione

Cosa vuole il capitalismo americano? Cosa sta cercando? Cerca, ci è stato detto, stabilità; vuole ripristinare il mercato europeo; vuole che l’Europa sia nelle condizioni di ripagare il suo debito. Come? Attraverso quali misure? E fino a che punto? Dopo tutto, il capitalismo americano ha interesse a non rendere l’Europa competitiva; non può permettere all’Inghilterra, e ancora meno alla Germania e alla Francia, specialmente alla Germania, di riguadagnare i loro mercati mondiali al punto da ritrovarsi incastrato, essendo ora un capitalismo d’esportazione, che esporta sia beni che capitali. Il capitalismo americano aspira alla posizione di dominatore mondiale; vuole stabilire un’autocrazia imperialista americana sul pianeta. È questo che vuole. Cosa farà con l’Europa? Deve, dicono, pacificarla. Come? Sotto la sua egemonia. E questo cosa significa? Significa che all’Europa sarà permesso di riprendersi entro limiti posti in anticipo, destinandole solo certe sezioni ristrette del mercato mondiale. Il capitalismo americano sta ora dettando ordini e distribuendo istruzioni ai suoi diplomatici. Esattamente allo stesso modo si sta preparando ed è pronto a darle anche alle banche europee e ai trust, alla borghesia europea nel suo insieme… ecco il suo obiettivo. Farà a fette i mercati, regolerà l’attività degli investitori e degli industriali europei. Se desideriamo dare una risposta precisa e chiara alla domanda su cosa voglia l’imperialismo americano, dobbiamo dire: vuol mettere l’Europa a razionamento.

Questo significa che specificherà quante tonnellate, quanti litri e chilogrammi esattamente e quanti materiali l’Europa ha il diritto di acquistare e vendere. Nelle tesi del terzo congresso del Comintern scrivemmo che l’Europa sta venendo balcanizzata. Al momento attuale questa tendenza è stata largamente rinforzata. Gli Stati della penisola balcanica hanno sempre avuto un protettore, ora nella persona della Russia zarista, ora dell’Austria-Ungheria. La loro intera vita politica è dipesa dalla volontà di potenti protettori, che si tratti della successione dei partiti al governo o della sostituzione di dinastie (Serbia). Oggi l’Europa balcanizzata si trova nella stessa posizione rispetto agli Stati Uniti e, in parte, rispetto alla Gran Bretagna. Nella misura in cui gli antagonismi tra loro si acuiscono, i governi europei si consumeranno le scarpe nelle sale di attesa di Washington e Londra; il cambio di partiti e governi sarà determinato in ultima analisi dai desideri del capitalismo americano, che sta decidendo per l’Europa quanto può mangiare e bere…

Le razioni, come sappiamo sulla base della nostra esperienza diretta, non sempre sono dolci, specie se rigidamente standardizzate e offerte non alle sole popolazioni europee, ma anche alle classi dominanti, piuttosto abituate al dessert. Queste includono, in ultima analisi, non solo la Germania, non solo la Francia, ma anche l’Inghilterra. Sì, anche l’Inghilterra deve prepararsi allo stesso destino. Sentiamo dire che oggi l’America sta marciando mano nella mano con l’Inghilterra e che si è formato un blocco anglosassone. Si allude frequentemente al capitale anglosassone, alle politiche anglosassoni… si dice che l’antagonismo fondamentale del mondo riposi sull’ostilità tra America e Giappone. Ma questo è il linguaggio di chi non comprende la situazione. L’antagonismo mondiale di fondo si muove lungo gli interessi divergenti di americani e inglesi. È ciò che il futuro metterà a nudo con sempre più evidenza.

Gli Stati Uniti e la socialdemocrazia europea

Prima di passare a questa importante questione estremamente importante, analizziamo il posto che il capitalismo americano riserva ai radicali e menscevichi europei, alla socialdemocrazia d’Europa, quella stessa Europa che ora deve confrontarsi con i razionamenti.

Alla socialdemocrazia europea è stato affidato il compito – e non lo dico per scopi polemici – di aiutare il capitalismo americano a mettere a razione l’Europa. Che sta facendo attualmente la socialdemocrazia tedesca e francese? Cosa stanno facendo i socialisti in Europa? Riflettiamo su questa faccenda studiandola da più vicino.

Si educano e provano a educare le masse lavoratrici alla religione dell’americanismo. Questo non significa che sono diventati tutti presbiteriani o quaccheri. Significa che stanno forgiando una nuova religione politica a partire dall’americanismo e dal ruolo del capitalismo americano in Europa. Stanno insegnando, o provando a insegnare, alle masse lavoratrici che l’Europa non può mantenersi senza il ruolo pacificatore del capitalismo americano e dei suoi prestiti. Guidano l’opposizione alla propria borghesia, come fanno i socialpatrioti tedeschi, non dal punto di vista della rivoluzione proletaria, né per ottenere riforme, ma smascherando quanto questa borghesia sia smodata, avida, sciovinista e incapace di raggiungere un accordo con il capitalismo americano, che è invece pacifista, democratico e umano. È questa ora la questione centrale della vita politica europea e specialmente tedesca. In altre parole, la socialdemocrazia europea sta diventando davanti ai nostri occhi l’agente politico del capitalismo americano. Questo sviluppo era atteso o inaspettato? Se ricordiamo – e non ce n’è quasi bisogno – che la socialdemocrazia è l’agente della borghesia, diviene chiaro che la socialdemocrazia, nella logica della sua degenerazione politica, è destinata a diventare l’agente della borghesia più potente e più forte, la borghesia di tutte le borghesie: la borghesia americana. Poiché il capitalismo americano si assume il compito di “unificare” l’Europa, “pacificarla” ed “educarla” ad affrontare la questione delle riparazioni, e finché il portafogli è nelle mani della borghesia americana, l’intera dipendenza della socialdemocrazia tedesca dalla borghesia tedesca, e della socialdemocrazia francese dalla propria borghesia, viene gradualmente trasferita al padrone principale. Un grande padrone è arrivato in Europa, il capitalismo americano. Ed è naturale che la socialdemocrazia debba assumere una posizione politicamente dipendente dal padrone dei suoi padroni. È il fatto fondamentale per comprendere l’attuale situazione e l’attuale politica della Seconda Internazionale. Coloro che non colgono questo dato chiaramente falliranno nella comprensione degli eventi di oggi e domani e continueranno a muoversi in superficie, vivendo di frasi generiche.

Ma c’è di più: una mano lava l’altra. La socialdemocrazia prepara il terreno al capitalismo americano; precede il carro, parla del ruolo salutare del capitalismo americano, spazza la strada, la ripulisce dai rifiuti ed elargisce benedizioni. Non è un lavoro da poco! L’imperialismo è abituato a mandare avanti i missionari. I selvaggi nelle colonie di solito sparavano al prete e a volte lo mangiavano. Poi il guerriero veniva mandato a vendicare il sant’uomo, e subito dietro arrivavano il mercante e l’amministratore. Per colonizzare l’Europa e trasformarla in un dominio americano di nuovo tipo, il capitalismo americano non ha bisogno di inviare sacerdoti e missionari. Sul posto, sul continente europeo, c’è un partito politico il cui intero compito consiste nel predicare il vangelo di Woodrow Wilson, il vangelo di Calvin Coolidge, e le sacre scritture delle borse di New York e Chicago. È precisamente questa la missione dell’attuale menscevismo. Ma, ripeto, una mano lava l’altra. Per questo servizio i menscevichi ci guadagnano, e non poco. In effetti, non molto tempo fa la socialdemocrazia tedesca dovette assumere la diretta difesa armata della propria borghesia, quella stessa borghesia che marciava spalla a spalla con i fascisti. Noske è in fin dei conti la figura simbolo della politica postbellica della socialdemocrazia tedesca. Oggi ha un ruolo diverso. Oggi la socialdemocrazia tedesca si concede il lusso di essere all’opposizione. Critica la propria borghesia e mantiene così una certa distanza tra sé e i partiti del capitale. In che modo critica la propria borghesia? Dice: sei egoista, ottusa e subdola, ma c’è una borghesia sull’altra sponda dell’Atlantico che anzitutto è ricca e potente; e in più è umana, riformista e pacifista e vuole darci 800 milioni di marchi in contanti per ristabilire la moneta. Ma tu, borghesia tedesca, sei indisciplinata. Come osi essere così ostinata di fronte alla borghesia americana dopo aver trascinato la nostra cara patria nella palude della povertà? Ti smaschereremo senza pietà di fronte alle masse popolari tedesche! Questo è detto con i toni di un tribuno rivoluzionario… in difesa della borghesia americana.

Lo stesso vale per la Francia. Certamente, in consonanza con la situazione politica francese e con la reputazione più rispettabile del franco francese, ogni cosa in questo paese avviene lentamente e con toni modulati. Ma essenzialmente anche lì accade lo stesso. Il partito di Léon Blum, Renaudel e Jean Longuet (7) ha la piena responsabilità della pace di Versailles e dell’occupazione della Ruhr. Dopo tutto, come sappiamo, è ancora incontestabile che il governo Herriot, sostenuto dai socialisti, è per la continuazione dell’occupazione della Ruhr. Ma ora i socialisti francesi si permettono di dire al loro alleato Herriot: “Gli americani chiedono di liberare la Ruhr sotto queste condizioni. Fatelo… Anche noi ora lo domandiamo.”

Lo chiedono questo non per la volontà e la forza del proletariato francese, ma al fine di sottomettere la borghesia francese al volere della borghesia americana. Non dimenticate che la borghesia francese deve 3 miliardi e 700 milioni di dollari alla borghesia americana. E questo significa qualcosa! Se l’America vuole può far precipitare il franco. Certamente, non lo farà. Dopotutto la borghesia americana è arrivata in Europa per riportare l’ordine e non la rovina. Non lo farà, ma se volesse potrebbe. Tutto è nelle sue mani. Di fronte a un debito di quasi 4 miliardi, le argomentazioni di Renaudel, Blum e gli altri hanno un suono piuttosto convincente alle orecchie della borghesia francese. Allo stesso tempo la socialdemocrazia tedesca, francese e degli altri paesi viene autorizzata ad opporsi alla propria borghesia, a portare avanti politiche “di opposizione” su questioni concrete, e con ciò a riguadagnarsi la fiducia di almeno un settore di classe operaia.

Non è tutto. I partiti menscevichi dei vari paesi europei hanno ora una certa possibilità di intraprendere delle “azioni” comuni. La socialdemocrazia europea rappresenta già un coro piuttosto armonioso. Per certi versi si tratta di un fatto nuovo. Per dieci anni, ovvero dall’inizio della guerra imperialista, non ha avuto opportunità di presentarsi in un fronte comune. Ora che questa possibilità esiste, i menscevichi si uniscono in coro per supportare l’America, il suo programma, le sue richieste, il suo pacifismo e la sua grande missione. E qui arriviamo alla questione della Seconda Internazionale in Europa.

È questa la spiegazione di certi segni di vita nel semi-cadavere della Seconda Internazionale. Al pari dell’Internazionale dei sindacati di Amsterdam, è in via di ricostituzione. Certo, non come prima della guerra. Il passato non può tornare; la vecchia forza è andata ormai. L’Internazionale comunista non può essere rimossa dalla storia. Non è nemmeno possibile eliminare la guerra imperialista, che ha gravemente ferito, e in più punti, la spina dorsale della Seconda Internazionale. Quest’ultima, tuttavia, sta cercando di risollevarsi e di camminare con le stampelle americane. Il cambiamento in corso deve essere valutato in tutta la sua estensione, compagni. Durante la guerra imperialista, la socialdemocrazia tedesca è rimasta legata strettamente e del tutto apertamente alla propria borghesia e alla sua macchina militare. La socialdemocrazia francese alla propria. Che tipo di Internazionale poteva esistere, mentre i partiti si combattevano, si accusavano e si insultavano a vicenda? Non c’era alcuna possibilità di mantenere la maschera dell’internazionalismo o anche solo la sua ombra. Al momento delle trattative di pace esisteva la stessa situazione. La pace di Versailles ha semplicemente rappresentato il sigillo su carta diplomatica dei risultati della guerra imperialista.

C’era spazio per la solidarietà? No. E la situazione è rimasta essenzialmente la stessa nel periodo dell’occupazione della Ruhr. Ma ora il grande capitalismo americano arriva in Europa e dice: ecco il programma per voi, signori menscevichi!

E la socialdemocrazia accetta questo programma come base per la sua intera attività. Questo nuovo programma unisce i socialdemocratici francesi, tedeschi, inglesi, svizzeri. Ogni cittadino svizzero, dopo tutto, spera che la Svizzera venderà più orologi una volta che gli americani avranno ristabilito l’ordine e la tranquillità in Europa. Tutta la piccola borghesia, che si esprime nel modo più accurato attraverso la socialdemocrazia, ritrova la sua unità spirituale nel programma dell’americanismo. In breve, la Seconda Internazionale possiede finalmente un programma unitario: quello che il generale Dawes le ha portato da Washington.

Vediamo qui di nuovo lo stesso paradosso: quando il capitalismo americano si lancia nel brigantaggio più aperto, è pienamente in grado di spacciarsi per riorganizzatore e pacificatore, per una sorta di principio storico e umanistico. E nel farlo crea una piattaforma per la socialdemocrazia, di gran lunga superiore alla piattaforma nazionalistica che quest’ultima adottava fino a ieri. La borghesia autoctona si trova a portata di mano; la si può osservare, come se fosse sul palmo della mano. Il capitalismo americano, invece, è lontano grandi distanze; le sue azioni non sono chiaramente osservabili, e queste azioni, come tutti sanno, non sono sempre impeccabili; in più ha il potere, e questa è la cosa più importante, vanta una colossale e incredibile ricchezza, senza precedenti nella storia, che impressiona così tanto il cittadino medio e il socialdemocratico.

Lasciatemi aggiungere una parentesi: nel corso dell’ultimo anno, per dovere sono stato obbligato a impegnarmi in discussioni con senatori tanto repubblicani quanto democratici. In apparenza sono totalmente provinciali. Non sono sicuro che conoscano bene la geografia europea. È difficile da dire. Ma per amor di gentilezza accordiamogli una certa conoscenza. Quando discutono di politica si esprimono come segue: “ho detto a Poincaré”, “ho detto a Curzon”, “ho spiegato a Mussolini…” Si sentono padroni in Europa. Questo nuovo ricco produttore di latte condensato, questo ricco confezionatore di alimenti di Chicago o altrove, si riferisce con totale sufficienza agli eminenti politici borghesi d’Europa. Si aspetta di essere il padrone. Si sente già il padrone. Ed è l’esatta ragione per cui certi calcoli della borghesia inglese per conservare il proprio ruolo si riveleranno fallimentari. Ho promesso di occuparmi di questo aspetto e lo farò ora.

III – Stati Uniti e Inghilterra

Il principale antagonismo mondiale è nel conflitto di interessi tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Perché? Perché l’Inghilterra è ancora il paese più ricco e più forte dopo gli Stati Uniti. È il principale rivale dell’America, il principale ostacolo sul suo percorso. Se la potenza dell’Inghilterra dovesse essere schiacciata, minata, o addirittura demolita, cosa rimarrebbe? Gli Stati Uniti disporranno certo facilmente del Giappone. L’America ha tutti gli assi nella manica: le finanze, l’acciaio e il petrolio, vantaggi politici nelle relazioni con la Cina, che dopo tutto stanno “liberando” dal Giappone. L’America sta sempre liberando qualcuno, è il suo mestiere. Il principale antagonismo è tra Stati Uniti e Inghilterra e sta crescendo sempre di più. La borghesia inglese si è sentita a disagio di recente, dai primi anni dopo Versailles. Conoscono il valore della moneta sonante e non possono non notare che il dollaro prevale ormai sulla sterlina. Sanno che questa preponderanza troverà inevitabilmente la sua espressione politica. La stessa borghesia inglese ha pienamente sfruttato il potere della sterlina nella sua politica internazionale, e sente che si apre ora l’era del dollaro. Cerca consolazione e prova a consolarsi con delle illusioni. Il più serio giornale inglese dice: “Sì, gli americani sono molto ricchi ma rimangono, in ultima analisi, provinciali. Noi inglesi abbiamo fatto un’esperienza di gran lunga superiore. Gli yankees hanno bisogno del nostro consiglio e della nostra guida. Condurremo questi nostri parenti provinciali, improvvisamente diventati così ricchi, lungo i percorsi della politica mondiale; e naturalmente dovremo conservare una posizione corrispondente mentre riscuotiamo un compenso per questa operazione.”

C’è di sicuro un poco di verità in questo. Ho già menzionato i miei dubbi sulla conoscenza della geografia europea da parte dei senatori. Tuttavia, per fare grossi affari in Europa conoscerne la geografia non danneggia.  Ma è così difficile per una classe dominante acquisire delle conoscenze? Per una borghesia che si è arricchita rapidamente, non lo è per niente. I figli dei Morozov e dei Mamontov (ricche famiglie mercantili russe i cui capostipiti erano contadini), che indossavano lapti (8), hanno un’impressionante somiglianza con i nobili ereditari. È la classe oppressa, il proletariato, che fatica ad elevarsi, a svilupparsi e a conquistare tutti gli elementi della cultura. Ma per una classe possidente, specialmente per una così favolosamente ricca come la borghesia americana, non è affatto difficile. Troverà, formerà o comprerà specialisti in ogni campo. L’americano non fa che cominciare a rendersi conto della sua importanza mondiale. La sua “consapevolezza” americana è rimasta indietro rispetto al suo “essere” americano e mondiale. Bisogna affrontare la questione non come si presenta ai nostri occhi in questo momento, ma nella sua giusta prospettiva. Una prospettiva non in termini di lunghi decenni, ma di piuttosto di pochi anni.

Questa torre di Babilonia che è la potenza economica americana troverà la sua espressione in ogni cosa. Nella politica mondiale l’Europa capitalista ha attualmente a sua disposizione l’eredità del suo potere economico passato, la sua vecchia influenza internazionale, che pure non corrisponde più alle sue condizioni materiali. L’America non ha ancora imparato a esercitare il suo potere. Questo è vero. Ma sta imparando rapidamente, sulle ossa e la carne dell’Europa. Ha ancora bisogno dell’Inghilterra come una guida sulla strada della politica mondiale. Ma non per molto. Sappiamo quanto rapidamente una classe possidente, nella sua ascesa, modifica il suo carattere, la sua apparenza e i suoi metodi d’azione. Prendiamo come esempio la borghesia tedesca. Non molto tempo fa i tedeschi erano considerati timidi sognatori dagli occhi chiari, un popolo di “poeti e pensatori”. Pochi decenni di sviluppo capitalista hanno trasfigurato la borghesia tedesca nella classe imperialista più aggressiva e corazzata. Ma il castigo è arrivato in fretta. Il carattere della borghesia tedesca ha subito di nuovo un cambiamento. Oggi sull’arena europea, stanno assimilando rapidamente il comportamento e il carattere di cani bastonati. La borghesia inglese è più seria. Il suo carattere si è modellato nel corso di secoli. La sua consapevolezza di sé come  classe le è penetrata fino al midollo, ai nervi e alle ossa. Sarà molto più difficile toglierle di dosso la stima di sé come dominatrice del mondo, ma gli americani gliela toglieranno ugualmente, quando gli affari si faranno seri.

Gli inglesi si consolano invano pensandosi come una guida necessaria a un’America inesperta. Certo, ci sarà un periodo di transizione, ma l’importante non è l’esperienza diplomatica, ma il potere reale, il capitale e l’industria. Ora, gli Stati Uniti occupano economicamente il primo posto nel mondo. Realizzano la metà o un terzo dei beni di prima necessità prodotti su scala mondiale. Producono i due terzi del petrolio (nel 1923 hanno persino raggiunto il 72%), che attualmente gioca un ruolo militare e industriale eccezionale. Certo, si lamentano molto del pericolo di esaurimento delle loro risorse petrolifere. Nei primi anni del dopoguerra, pensavo che queste lamentele fossero un modo di preparare il consenso dell’opinione pubblica alla futura conquista del petrolio di altri paesi. Ma i geologi affermano che, al ritmo attuale di consumo, il petrolio americano durerà effettivamente 25 anni, secondo alcuni, 40 per altri. Ma in 25 o 40 anni l’America, con la sua industria e la sua flotta, sarà in grado di sottrarre petrolio a tutti gli altri dieci volte di più. Non c’è bisogno di passare notti insonni su questo argomento.

La posizione mondiale degli Stati Uniti è espressa in cifre indiscutibili. Lasciatemi menzionarne alcune tra le più importanti. Gli Stati Uniti producono un quarto del grano mondiale; più di un terzo dell’avena; circa tre quarti del mais; la metà del carbone esportato; circa la metà dei minerali di ferro e quasi il 60 per cento dell’acciaio; il 60 per cento del rame; il 47 per cento dello zinco. Le ferrovie americane costituiscono il 26 per cento dell’intera rete ferroviaria mondiale; la loro marina mercantile, che prima della guerra quasi non esisteva, rappresenta ora il 25 per cento del tonnellaggio mondiale. Infine, il numero di automobili che circolano negli Stati Uniti è pari all’84,4 per cento del totale mondiale! Mentre la produzione di oro negli Stati Uniti occupa un posto relativamente modesto (14 per cento), grazie alla loro bilancia commerciale attiva, hanno tesaurizzato il 44,2 per cento dell’oro esistente nel mondo. Il reddito nazionale americano è due volte e mezzo i redditi nazionali combinati di Inghilterra, Francia, Germania e Giappone. Queste cifre decidono tutto. Apriranno loro la strada sulla terra, sul mare e nell’aria.

Che cosa fanno presagire queste cifre per la Gran Bretagna? Niente di buono. Significano una sola cosa: l’Inghilterra non sfuggirà alla sorte comune dei paesi capitalisti. L’America la metterà a razione. Che a Lord Curzon piaccia o no, dovrà accettare le razioni. Ma dobbiamo anche aggiungere: quando l’Inghilterra si troverà costretta ad accettare apertamente le razioni, non si farà appello a Curzon. Non è adatto, è troppo indisciplinato. No, si ricorrerà a Macdonald. L’autostima dei politici della borghesia inglese li rende disponibili a ridurre il più grande impero mondiale sulle misere fondamenta delle razioni americane. Sarà necessaria l’eloquenza benigna dei Macdonald, degli Henderson e dei fabiani per esercitare pressione sulla borghesia inglese e per convincere i lavoratori inglesi: “Vogliamo dunque entrare in guerra contro l’America? No, noi siamo per la pace, per gli accordi”. Ma cosa significa fare accordi con lo zio Sam? I dati citati parlano da soli. “Accettare le razioni. Questo è l’unico accordo per voi. Non ce n’è un altro. Se rifiutate, preparatevi alla guerra.”

L’Inghilterra, fino ad ora, si è ritirata passo dopo passo di fronte all’America. È ancora fresco il ricordo del presidente Harding che invita a Washington l’Inghilterra, la Francia e il Giappone e propone tranquillamente all’Inghilterra… cosa? Di limitare la sua flotta. Né più, né meno.

Prima della guerra la dottrina inglese prevedeva che la propria flotta dovesse essere più potente di quella delle due successive maggiori potenze navali messe insieme. Gli Stati Uniti hanno definitivamente posto un termine a questa dottrina. A Washinton, Harding ha iniziato con l’invocare, secondo il costume, “la risvegliata consapevolezza della civilizzazione” e ha terminato dicendo all’Inghilterra che deve accettare le razioni. “Prenderete cinque unità; io ne prenderò 5 (per il momento), la Francia 3, il Giappone 3”. Da dove vengono queste proporzioni? La flotta americana era di gran lunga più debole di quella inglese, ma è cresciuta enormemente durante la guerra. Ogni volta che gli inglesi scrivono con preoccupazione della flotta americana, gli americani rispondono chiedendo: “Perché abbiamo costruito la nostra flotta? Per difendere le vostre isole inglesi dai sottomarini tedeschi.”

È per questo, pensate, che hanno costruito la loro flotta. Ma è utile anche per altri scopi. Ma perché gli Stati Uniti a Washington sono ricorsi a questo programma di limitazioni? Non perché non siano in grado di costruire abbastanza velocemente navi da guerra, e delle più grandi per giunta. Nessuno può batterli in questo. Quel che non è possibile creare in breve tempo sono i marinai necessari, addestrati e sufficientemente formati. Questo richiede del tempo. Qui risiede la ragione dei dieci anni di respiro prospettati da Washington. Difendendo il loro programma di limitazioni le riviste navali americane hanno scritto: “Se solo osate tentennare di fronte a un accordo, sforneremo navi da guerra come tante frittelle”. La risposta del principale periodico navale inglese fu all’incirca la seguente: “Siamo anche noi a favore di accordi pacifici. Perché continuate a minacciarci?”

Questa risposta riflette la nuova mentalità della classe dominante inglese. Si sta abituando al fatto che è necessario sottomettersi all’America e che il massimo che le si possa chiedere è un trattamento gentile. È anche il massimo che la borghesia europea potrà sperare di ottenere dall’America.

Nella competizione con gli Stati Uniti, sono possibili solo ritirate per l’Inghilterra. Al prezzo di queste ritirate il capitalismo inglese compra il diritto di partecipare ad accordi col capitalismo americano. Sembra così emergere una coalizione capitalista anglo-americana. L’Inghilterra si salva la faccia e non senza profitto. Ne ricava infatti sostanziali vantaggi, ma al prezzo di ritirate e lastricando la strada per l’avanzata americana. Gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro posizione mondiale e l’Inghilterra si sta indebolendo.

Proprio qualche giorno fa la Gran Bretagna ha rinunciato al suo precedente piano di fortificare Singapore. Singapore e Hong Kong rappresentano le principali vie di comunicazione dell’imperialismo. Singapore è il ponte tra l’Oceano Indiano e il Pacifico. Costituisce una delle più importanti basi della politica inglese in Estremo Oriente. Ma nel Pacifico l’Inghilterra può condurre la sua politica sia con il Giappone contro l’America, che con l’America contro il Giappone. Erano state stanziate somme enormi per la fortificazione di Singapore. E Macdonald doveva decidere: con l’America contro il Giappone? O con il Giappone contro l’America? Così, naturalmente, ha rinunciato alla fortificazione di Singapore. Non si tratta certo dell’ultima parola della politica imperialista inglese. La questione potrebbe ripresentarsi. Tuttavia, allo stato attuale, ciò rappresenta per l’Inghilterra la rinuncia a una politica indipendente – o a un’alleanza col Giappone – nel Pacifico. E chi ha ordinato all’Inghilterra (sì, ordinato!) di rompere l’alleanza con il Giappone? L’America. È stato inviato un ultimatum formale: rompere l’alleanza con il Giappone. E l’Inghilterra l’ha rotta. Intanto, sta facendo concessioni e retrocedendo. Ma questo significa che le cose procederanno così fino alla fine e che è esclusa una guerra tra loro? In nessun caso. Al contrario, al costo di concessioni oggi l’Inghilterra sta comprando solo difficoltà raddoppiate per domani. Sotto la copertura della collaborazione si stanno accumulando contraddizioni esplosive e senza precedenti. A un certo punto per resistere sarà costretta a mobilitare tutte le sue forze e a imbracciare le armi. Ma anche in una lotta aperta, per quanto possiamo prevedere, l’America ha di sicuro più chances di vittoria.

L’Inghilterra è un’isola e anche l’America, nel suo genere, lo è, ma molto più grande. L’Inghilterra è completamente dipendente per la sua esistenza quotidiana da paesi al di là dell’oceano. Il continente americano “insulare” ha invece al suo interno tutto il necessario all’esistenza e a portare avanti una guerra. L’Inghilterra ha domini coloniali su molti mari e l’America li libererà. Avendo iniziato la guerra con l’Inghilterra, chiamerà a raccolta centinaia di milioni di indiani spingendoli a insorgere in difesa dei loro inalienabili diritti nazionali. Lo stesso farà dall’Egitto all’Irlanda – non mancano quelli che possono essere chiamati a liberarsi dal giogo del capitalismo inglese. Così come oggi l’America avanza in Europa per succhiarne la linfa vitale indossando le vesti del pacifismo, così nella guerra con l’Inghilterra avanzerà come il più grande emancipatore dei popoli coloniali.

La storia passata rende le cose facili al capitalismo americano: per ogni atto di rapina c’è uno slogan di liberazione a portata di mano. Per quel che riguarda la Cina si tratta della politica delle “porte aperte!”. il Giappone prova a smembrare la Cina e a soggiogarne certe province attraverso la forza militare, perché non c’è ferro in Giappone, non c’è carbone né petrolio. Si tratta di tre colossali svantaggi per il Giappone nella sua lotta con gli Stati Uniti. Ecco perché cerca di impadronirsi con la forza delle ricchezze della Cina. Ma gli Stati Uniti dicono: “Porte aperte in Cina”.

Per quel che riguarda gli oceani, cosa ha da dire l’America? “La libertà dei mari!”. Fa un certo effetto. Ma cosa significa in concreto? Significa: cara flotta inglese, fatti da parte e lasciami spazio! “Porte aperte in Cina” significa: “Giappone, fatti da parte e lasciami passare!” È essenzialmente una questione di conquista economica, di razzia. Ma per le condizioni specifiche di sviluppo americano, quest’opera viene presentata sotto le insegne del pacifismo e perfino dell’emancipazione.

Naturalmente anche l’Inghilterra possiede grandi vantaggi che le derivano dalla sua intera storia passata. Anzitutto dispone di potenti punti di appoggio e delle più forti basi navali del mondo. L’America no. Ma, in primo luogo, è possibile crearli; secondariamente è possibile spazzare via tutto questo, progressivamente e con la forza; infine, le basi inglesi dipendono dai suoi domini coloniali ed è esattamente per questo che sono vulnerabili. L’America troverà alleati e aiutanti ovunque – la potenza più forte ne trova sempre – e insieme ad essi, l’America troverà le basi necessarie.

Se attualmente l’America lega a sé il Canada e l’Australia attraverso lo slogan della difesa della razza bianca contro la gialla – e così giustifica il suo diritto alla supremazia navale –, allora nella prossima fase, che potrebbe arrivare presto, questi virtuosi presbiteriani potrebbero annunciare che in ultima analisi queste persone dalla pelle gialla sono anch’esse a immagine di Dio e quindi autorizzate a sostituire il dominio coloniale inglese con la dominazione economica dell’America. In una guerra contro l’Inghilterra, gli Stati Uniti sarebbero in una posizione favorevole, dal momento che fin dal primo giorno potrebbe chiamare a raccolta indiani, egiziani e altri popoli coloniali spingendoli a sollevarsi e assistendoli con armi e rifornimenti.

L’Inghilterra dovrà pensarci dieci volte prima di decidersi alla guerra. Ma, evitandola, sarà costretta a ritirarsi un passo alla volta sotto la pressione del capitalismo americano. Condurre la guerra richiede i Lloyd George e i Churchill; i Macdonald sono necessari per ritirarsi senza combattere.

Quel che è stato detto circa le relazioni tra Stati Uniti e Inghilterra si applica anche, con le necessarie modifiche, e per così dire, in miniatura, al Giappone, e su una scala davvero minore, alla Francia e alle potenze europee di secondo rango. Qual è la posta in gioco in Europa? L’Alsazia-Lorena, la Ruhr, il territorio della Saar, la Slesia, ovvero, piccole fasce di terra. Al contempo l’America sta tracciando un piano per ridurre chiunque a razione.

Differentemente dall’Inghilterra, l’America non sta preparando la creazione di un esercito americano, di un’amministrazione americana, per le sue colonie, Europa inclusa. “Permetterà” loro di mantenere in casa un ordine pacifista, riformista, impotente, con l’ausilio della socialdemocrazia e dei radicali francesi, e di altri partiti piccolo borghesi, a spese delle rispettive popolazioni. Ed estorcerà da loro benedizioni (fino a un certo momento) per non aver violato la loro indipendenza. Questo è il piano del capitalismo americano e questo è il programma sulla cui base la Seconda Internazionale sta risuscitando.

Prospettiva di guerre e rivoluzioni

Il piano americano per sottomettere il mondo intero non è per niente pacifico. Al contrario, è carico di guerre e dei più grandi spasmi rivoluzionari. Non a caso l’America continua a espandere la sua flotta. È impegnata infaticabilmente nella costruzione di incrociatori leggeri e veloci. E quando l’Inghilterra sussurra le sue proteste, l’America risponde: devi tenere a mente che non solo godo di un rapporto di 5 a 5 con te ma anche di 5 a 3 con il Giappone; e quest’ultimo possiede un altissimo numero di incrociatori leggeri che mi rende necessario ristabilire la proporzione.

L’America sceglie il moltiplicando più alto e lo moltiplica per il suo coefficiente di Washington. E gli altri non possono competere con lei perché, come dicono gli stessi americani, possono sfornare navi da guerra come frittelle.

La prospettiva che si apre è dunque la preparazione del più grande combattimento di cani internazionale, sull’arena del Pacifico come dell’Atlantico, sempre che la borghesia riesca a mantenere il suo dominio mondiale per un periodo di tempo sufficiente. È infatti difficile concepire che le borghesie di tutti i paesi si ritirino docilmente nel cortile di casa e si trasformino in vassalli dell’America senza opporre resistenza. Le contraddizioni sono troppo grandi, gli appetiti troppo insaziabili, l’urgenza di perpetuare l’antico dominio troppo potente, le abitudini dell’Inghilterra a dominare il mondo troppo radicate. Ci saranno scontri militari. L’epoca indicata del pacifismo americano sta ponendo le basi per nuove guerre su una scala senza precedenti e di inimmaginabile mostruosità.

Se torniamo ora ad occuparci delle possibilità di sviluppo del riformismo europeo, questione centrale della mia esposizione, dobbiamo dire: queste sono direttamente legate alle sorti del pacifismo imperialista americano. Se le azioni dirette alla trasformazione dell’Europa in un dominio americano di nuovo tipo dovessero incontrare un certo successo (e ciò avverrà, a meno di una resistenza delle popolazioni o di un’interruzione generata dalla guerra o dalla rivoluzione), allora, in accordo con questo sviluppo, la socialdemocrazia, come l’ombra dell’imperialismo americano, conserverà la sua influenza in una certa misura. In Europa sarà stabilito un equilibrio putrido, poggiante sui resti dell’antico potere e sugli elementi di una nuova e magra esistenza sulle razioni standardizzate americane. Tutto questo sarà coperto da un’accozzaglia ideologica costituita dalle banalità rifritte della socialdemocrazia europea, con una veste americana di pacifismo quacchero. È difficile immaginare qualcosa di più ripugnante e osceno di questa prospettiva. La domanda non dovrebbe quindi essere posta come segue: quali sono le forze della socialdemocrazia europea? Piuttosto: quali possibilità ci sono per il capitalismo americano di riuscire, attraverso un finanziamento parsimonioso all’Europa, a sorreggere un nuovo regime in Europa? È impossibile fare previsioni esatte. È sufficiente per noi comprendere le nuove dinamiche delle relazioni mondiali per cogliere con chiarezza i fattori fondamentali che determineranno la situazione in Europa ed essere in grado di seguire la marcia degli eventi, facendo il punto sui successi e fallimenti del padrone di casa dell’attuale epoca, gli Stati Uniti d’America. È sufficiente per noi capire gli zig zag della politica socialdemocratica europea, e con ciò accrescere la consapevolezza del proletariato. Le contraddizioni che hanno preparato la guerra imperialista dieci anni fa sono state aggravate dalla guerra, sigillate diplomaticamente dalla pace di Versailles, e infine approfondite dall’ulteriore sviluppo della guerra di classe in Europa. Tutte queste contraddizioni esistono ancora oggi come ferite aperte. E gli Stati Uniti vi si scontreranno in tutta la loro acutezza.

È un duro lavoro quello di porre un paese affamato sotto razioni. Lo sappiamo sulla base della nostra esperienza diretta. Chiaramente noi siamo passati per quest’esperienza in condizioni totalmente differenti e obbedendo alla necessità inamovibile di lottare per la salvezza del paese rivoluzionario.

Ma quest’esperienza ci ha convinti che un regime di fame e razioni è soggetto a shock e sconvolgimenti che, nel nostro caso, hanno portato alla minacciosa insurrezione di Kronstadt. Oggi, in base alle proprie considerazioni capitalistiche e guidata dalla logica della rapacità imperialista, l’America sta facendo l’esperimento delle razioni su una scala gigantesca e in relazione a molti popoli. Questo piano non andrà in porto senza incontrare resistenza e senza suscitare una dura lotta di classe e accanite lotte nazionali. Quanto più la forza del capitalismo americano tende a trasformarsi in potenza politica – e questo processo sta accelerando – quanto più il capitalismo americano si espande a livello internazionale, quanto più i banchieri americani impartiscono ordini ai governi europei, tanto più grande, centralizzata e decisa sarà la resistenza delle più ampie masse europee. Non solo del proletariato, ma anche della piccola borghesia e dei contadini. Perché, signori americani, fare dell’Europa una colonia non è facile come credete!

Siamo di fronte all’inizio di questo processo. Oggi, per la prima volta dopo parecchi anni, il proletariato tedesco fa esperienza di un leggero e pietoso sollievo. Come tutti sapete, quando un lavoratore è terribilmente esausto, dopo essere stato affamato per lungo tempo, diventa molto sensibile al più lieve sollievo. Al proletariato tedesco questo viene ora dato dalla stabilizzazione del marco e dei salari. Ciò ha condotto a una certa stabilizzazione della socialdemocrazia tedesca, ma è una stabilità temporanea. L’America non è per niente preparata ad aumentare le razioni tedesche e meno fra tutte quelle destinate al proletariato tedesco. Lo stesso vale per il lavoratore francese o inglese.

Di cosa ha bisogno l’America? Ha bisogno di assicurarsi i profitti a spese delle masse lavoratrici europee, rendendo così stabile la posizione privilegiata dello strato superiore della classe operaia americana. Senza l’aristocrazia operaia il capitalismo americano non può mantenersi. Senza Gompers (9) e i suoi sindacati, senza gli operai qualificati e ben pagati, il regime politico del capitalismo americano precipiterà nell’abisso. Ma è possibile mantenere l’aristocrazia operaia americana nella sua posizione privilegiata solo sottoponendo i “plebei”, la “marmaglia” proletaria d’Europa alle razioni, rigidamente fissate e avaramente ponderate.

Lungo questa strada sarà sempre più difficile per la socialdemocrazia europea sostenere il vangelo dell’americanismo agli occhi delle masse lavoratrici europee. La resistenza dei lavoratori contro il padrone dei padroni, contro il capitalismo americano, sarà sempre più centralizzata. Lo slogan della rivoluzione in tutta Europa e della sua forma statale, gli “Stati Uniti sovietici d’Europa” sarà un grido di battaglia sempre più forte.

In che modo la socialdemocrazia sta provando a intorpidire e avvelenare la coscienza dei lavoratori europei? Dice loro che l’intera Europa, smembrata e fatta a pezzi dalla pace di Versailles, non può andare avanti senza l’America. Ma il partito comunista europeo dirà: menti, possiamo se vogliamo. Niente ci costringe a rimanere in un’Europa atomizzata. È precisamente il proletariato rivoluzionario che può unificare l’Europa trasformandola negli Stati Uniti proletari d’Europa. L’America è potente. Lo è contro la piccola isola inglese che riposa su colonie in tutto il mondo. Ma contro l’unità degli operai e dei contadini europei, tenuti insieme da una sola Federazione sovietica, l’America si rivelerà impotente!

Il capitale americano può sentirlo. Per il bolscevismo non c’è nemico più feroce e motivato del capitalismo americano. La politica di Hughes non è fantasia né capriccio, ma l’espressione della volontà del capitalismo più concentrato al mondo, che entra ora nell’epoca della lotta aperta della supremazia mondiale. Entra in collisione con noi, se non altro perché le vie che attraversano il Pacifico portano alla Cina e alla Siberia. L’idea di colonizzare la Siberia è uno dei pensieri più allettanti per l’imperialismo americano. Ma c’è un ostacolo. Noi deteniamo il monopolio del commercio estero. Contiamo sulle basi socialiste della politica economica. Questo è il primo ostacolo sulla via dell’autocrazia per il capitalismo americano.

Se anche il capitalismo americano penetrasse in Cina con lo slogan della “porta aperta!” – e penetrerà in Cina – troverebbe tra le masse popolari non la religione dell’americanismo ma il programma politico del bolscevismo tradotto in lingua cinese. Non Wilson, Harding o Coolidge, non Morgan o Rockefeller, non questi nomi sono sulle labbra dei manovali o dei contadini cinesi. Il nome di Lenin è pronunciato con entusiasmo in tutto l’Oriente.

Gli Stati Uniti possono sconfiggere la Gran Bretagna solo sfruttando lo slogan dell’emancipazione dei popoli. Sulle loro labbra questa politica è ipocrita, così come lo è la politica del pacifismo in Europa. Ma in Oriente, oltre al console, al mercante, al professore americani, accanto al giornalista, ci sono dei combattenti, dei rivoluzionari che hanno dato prova di saper tradurre il programma di liberazione del bolscevismo nella loro lingua. Ovunque, in Europa come in Asia, l’americanismo imperialista si scontra con il bolscevismo rivoluzionario. Questi, compagni, sono i due opposti princìpi della storia contemporanea.

Ricordo che nel 1919 in una conversazione con Vladimir Ilic (Lenin) sull’arrivo di Wilson in Europa e sul fatto che l’intera stampa borghese era piena da un lato del nome di Wilson e dall’altro del nome di Lenin, dissi scherzando “Lenin e Wilson: sono questi i due cavalieri dell’apocalisse della storia contemporanea”.

Vladimir Ilic rise. Neanche io prevedevo allora fino a che punto questa battuta sarebbe stata giustificata dalla storia. Il leninismo e l’imperialismo americano sono i soli due cavalieri che si stanno attualmente scontrando in Europa; questo scontro attraversa tanto l’Atlantico quanto il Pacifico. Il destino dell’umanità dipende dall’esito di questo scontro.

Il nemico americano è molto più centralizzato e potente dei nemici europei presi singolarmente, ma anche la nostra forza risiede nella concentrazione. Il nostro nemico sta concentrando i lavoratori europei. La rianimazione della Seconda Internazionale è solo un sintomo superficiale e temporaneo del fatto che il proletariato europeo si trova costretto a combattere non entro una cornice nazionale, ma su scala continentale. Quanto più ampie saranno le masse lavoratrici prese dal bisogno di resistere, tanto più larga sarà la base di resistenza e tanto più rivoluzionarie saranno le idee destinate a imporsi. E più le idee prevalenti tra le masse sono rivoluzionarie, più il terreno diventa favorevole al bolscevismo. Ogni successo dell’americanismo contribuirà a centralizzare e ad estendere la lotta per il bolscevismo.

L’avvenire lavora per noi!

Dal momento che mi sto rivolgendo a un’assemblea convocata dalla Società degli Amici della Facoltà delle Scienze fisiche e matematiche, mi permetterete, dopo avervi dato una critica marxista rivoluzionaria dell’americanismo, di sottolineare che noi non condanniamo l’americanismo in blocco. Non rinunceremo a imparare dagli americani e dall’americanismo tutto quel che si può. Ci manca la loro tecnica e la loro efficienza lavorativa. La scienza è la premessa per la tecnologia: le scienze naturali, fisiche e matematiche. Ora, per noi è necessario avvicinarci il più possibile agli americani in questi campi. Costruire il bolscevismo all’americana: ecco il nostro compito! Siamo ancora deboli da questo punto di vista. Eppure, siamo riusciti a resistere. In futuro la lotta può assumere proporzioni di gran lunga più terribili. Ma è più semplice per noi ferrarci all’americana di quanto non sia per il capitale americano mettere a razione l’Europa e il mondo intero. Se ci ferriamo con la matematica e la tecnologia; se americanizziamo la nostra industria ancora fragile, potremo dire con sicurezza decuplicata che l’avvenire è nostro. Il bolscevismo americanizzato schiaccerà e vincerà l’americanismo imperialista.

Note

(1) Il riferimento è all’occupazione delle fabbriche del settembre 1920, punto più alto delle mobilitazioni operaie del biennio rosso 1919-20.

(2) Gustav Stresemann (1878-1929), uomo politico tedesco conservatore. Già sostenitore della monarchia e della sua politica espansionistica, dopo la guerra si staccò dal partito nazional-liberale e fu fondatore del partito popolare tedesco. Fu primo ministro e successivamente ministro degli Esteri durante la Repubblica di Weimar e venne considerato il principale esponente di una politica di normalizzazione dei rapporti con le potenze vincitrici e di reinserimento della Germania nella politica internazionale.

(3) Eduard Herriot (1872-1957) fu uno dei principali dirigenti del partito radicale e radical-socialista francese. Tra i numerosi incarichi politici che ricoperse, nel 1924 fu a capo di un breve governo di coalizione con i socialisti (il “blocco delle sinistre”).

(4) Fëdor Kerenskij (1881-1970) fu ministro della Giustizia, della Guerra e poi primo ministro nel governo provvisorio instaurato in Russia dopo la rivoluzione del febbraio 1917. Trotskij chiama in causa il suo governo come ultimo governo possibile in un regime di democrazia borghese che attraversi una profonda crisi, esaurito il quale le uniche alternative sono o la reazione aperta (fascismo, governo militare) o la rivoluzione e proletaria. In questo senso Trotskij distingue il kerenskismo da altre forme di normale coalizione di classe tra partiti borghesi e partiti operai riformisti. Il senso dell’analogia è specificato più oltre nel testo.

(5) Ramsay MacDonald (1866-1937) fu un dirigente riformista dal Partito laburista britannico. Neutralista durante la guerra e successivamente fautore di una soluzione di compromesso al problema delle esorbitanti riparazioni di guerra imposte alla Germania e di un accordo (non raggiunto) sugli armamenti navali. Fu tre volte primo ministro, le prime due in governi laburisti. Nel 1931 ruppe con i sindacati e capeggiò una scissione di destra dal Labour, ponendosi a capo di un governo di unità nazionale insieme ai liberali e ai conservatori, passando alla storia come un classico esempio di rinnegato dal campo del movimento operaio britannico.

(6) Charles G. Dawes fu un banchiere, diplomatico e poi vicepresidente degli Usa. Charles E. Hughes, politico americano, all’epoca era Segretario di Stato. Ai loro nomi è legato l’intervento del capitale nordamericano in Europa al fine di sostenere con prestiti il graduale rientro della Germania nel sistema dei pagamenti delle riparazioni di guerra e la conseguente stabilizzazione del marco. Tale intervento si era reso necessario dopo che la crisi del 1923 aveva portato alla sospensione dei pagamenti, all’iperinflazione tedesca e all’occupazione militare della Ruhr da parte dell’esercito francese, creando una situazione prerivoluzionaria in Germania.

(7) Figure dirigenti della Sfio, il partito socialista francese.

(8) I lapti erano delle tipiche calzature contadine fabbricate con corteccia di betulla.

(9) Samuel Gompers (1850-1924) fu uno dei principali dirigenti sindacali statunitensi. Nato in una famiglia operaia ebrea dell’East End di Londra, fu presidente della American Federation of Labor che rappresentò per decenni un sindacalismo di mestiere, patriottico, fautore della collaborazione di classe e ostile a qualsiasi prospettiva socialista.