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Perché il nucleare non è la soluzione

di Jacopo Filardi

 

“Triplicare il nucleare entro il 2050”: questa è la via d’uscita proposta alla COP28 da Macron e Kerry, l’inviato sul clima di Washington. Un piano basato sui “piccoli reattori modulari” e le “altre tecnologie avanzate”, a cui hanno aderito 22 paesi, tra cui Francia, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Marocco, Polonia, Romania, Svezia, Ucraina ed Emirati Arabi. Anche paesi che non hanno partecipato alla conferenza sembrano aver adottato linee simili, in particolare Cina e India, con molteplici centrali in funzione e altre in costruzione. Anche l’inviato italiano a Dubai, Francesco Corvaro, ha dichiarato: “Non possiamo più escludere il nucleare, ci serve un nuovo mix energetico.”

Le posizioni pro-nucleare sono anche state sdoganate in ampi settori del movimento ambientalista, in quanto la fissione comporta emissioni di anidride carbonica molto ridotte. Proprio per questo riteniamo importante fare chiarezza su questo metodo di produzione energetica e sul perché non è una soluzione alla crisi climatica.

Un’alternativa green?

Uno degli argomenti utilizzati a favore del nucleare è che, da sole, le fonti rinnovabili non sarebbero sufficienti a rimpiazzare tutta l’energia prodotte da fonti fossili. La base di questo ragionamento è che le centrali a fissione rappresentano un’alternativa più facile, più pratica ed economica rispetto alle problematiche dell’energia solare, idrica e geotermica. La realtà è l’esatto contrario: i tempi, i costi e le difficoltà tecniche del nucleare sono decisamente maggiori rispetto a quelli delle fonti rinnovabili.

Stando ai dati di giugno 2023, ci sono 436 reattori nucleari in funzione, con altri 57 in costruzione (un terzo di questi solo in Cina), e l’attuale produzione energetica di cui sono responsabili è pari al circa il 10% di tutta l’energia prodotta a livello mondiale. Tenendo conto che molte delle centrali esistenti sono obsolete e andrebbero chiuse, sarebbe quindi necessario costruire migliaia di reattori per poter coprire una parte considerevole del fabbisogno. Non ci spingeremo in fantomatiche stime di efficienza degli altrettanti fantomatici reattori di quarta generazione, dato che quelli esistenti sono fermi alla terza, se non alla seconda (e quindi risalgono agli anni ’80 e ’90). Una nuova centrale costa tra 6 e 9 miliardi di dollari, richiede tra i 5 e i 12 anni di tempo per entrare in funzione (di più negli Stati dove non ci sono precedenti). Questi tempi e costi sono impraticabili non solo per affrontare il cambiamento climatico, ma anche per le aziende private del settore, che non potrebbero mai realizzare i loro profitti senza ingenti aiuti statali.

Il problema della fattibilità rappresenta solo la punta dell’iceberg. La fissione nasconde una serie di problematiche di impatto ambientale. Una centrale nucleare necessita di strutture di supporto (centrali di arricchimento, ad esempio) e di una zona di esclusione, che in totale occupano più di 20 km². In più, deve essere costruita in prossimità di grandi bacini idrici per il raffreddamento, ma sufficientemente lontani da centri abitati e zone suscettibili a disastri naturali. Anche solo individuare un gran numero di queste posizioni è una sfida tutt’altro che semplice.

Le centrali, poi, subiscono un infragilimento neutronico, che danneggia le superfici metalliche e le porta ad essere inutilizzabili dopo 40-60 anni. Per di più il processo di smantellamento richiede circa 20 anni, aggiungendosi alle tempistiche già irragionevolmente lunghe.

I rischi del nucleare

L’argomento delle scorie nucleari, che in alcuni casi rimangono radioattive per migliaia di anni, è ancora irrisolto. La soluzione di seppellire il materiale ad alto rischio (lento e costante rilascio di radiazioni) si scontra con il rischio di contaminazione dei bacini idrici e di attività geologica nel sottosuolo. In molti paesi (come l’Italia) trovare siti a rischio geologico nullo è quasi impossibile. Anche dove questo rischio è minimo, individuarli non è facile. Negli Stati Uniti, nel 1987 era stato deciso di realizzare un deposito profondo per lo stoccaggio permanente di rifiuti radioattivi nei monti Yucca, in Nevada, un progetto da 90 miliardi di dollari che si è rivelato un buco nell’acqua: i lavori sono cominciati solo nel 2002 e nel 2010 sono stati abbandonati. Ad oggi gli USA, la più grande potenza del mondo, non hanno un centro permanente per lo stoccaggio e ci sono migliaia di tonnellate di scorie radioattive sparse in sistemazioni provvisorie, spesso in superficie, che attendono di essere messe in sicurezza.

Nemmeno la questione della sicurezza degli impianti è da sottovalutare. Fino ad oggi sono stati registrati 11 incidenti di fusione del nucleo almeno parziali, senza contare molti altri incidenti “minori” di perdite e contaminazioni. Anche assumendo un perfetto modello di sicurezza (cosa che in un sistema come quello capitalista, incentrato sulla massimizzazione del profitto e il taglio dei costi, non possiamo fare), la maggior parte di questi incidenti hanno un carattere imprevedibile in sistemi così complessi. Con una semplice analisi statistica, aumentare esponenzialmente il numero dei reattori farebbe aumentare di pari passo la frequenza degli incidenti.

Gli ambientalisti pro-nucleare, che ripetono in continuazione che gas e petrolio sono fonti non rinnovabili e destinate ad esaurirsi, dimenticano che la fissione nucleare necessita di uranio e altre materie prime che sono ancor più rare, limitate e di difficile estrazione. Senza contare che, se anche l’uranio fosse disponibile su vasta scala, la sua estrazione (come quella di molte delle terre rare utilizzate come materiali neutronici) comporta grossi rischi per la salute e per l’ambiente. I minatori in questo settore incorrono in una chance di più del 70% di cancro ai polmoni per avvelenamento da radiazione.

La promozione dell’industria nucleare non risponde pertanto alla necessità di raggiungere un mix di produzione energetica più “sostenibile”, ma risponde solo agli interessi delle multinazionali del settore e dei governi che le proteggono (Francia e USA in primis). Il motivo per cui la “transizione ecologica” invocata da tutti non si concretizza non è legato ai limiti tecnologici delle fonti rinnovabili, ma alla logica della massimizzazione del profitto che domina il sistema economico in cui viviamo.

Non possiamo permettere che la lotta contro il cambiamento climatico venga piegata agli interessi dei capitalisti, indipendentemente dal fatto che appartengano alla lobby del fossile o a quella del nucleare.