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Lo sciopero generale olandese del febbraio 1941

Il testo che segue è la traduzione di un opuscolo pubblicato dalla sezione olandese della Tendenza Marxista Internazionale (Revolutie) nel 2016, in occasione del settantacinquesimo anniversario dello sciopero generale in Olanda del 1941 contro l’occupazione nazista. L’articolo ripercorre una pagina eroica e poco nota nella storia del movimento operaio europeo. In questo periodo di scontro all’interno dell’Unione Europea, con i governi italiano e olandese schierati uno contro l’altro, pensiamo sia utile, in un’ottica internazionalista, riscoprire le tradizioni di lotta anche della classe operaia olandese.

La redazione

Introduzione

Lo sciopero del febbraio 1941 è stato uno dei più importanti momenti della lotta di classe olandese e della resistenza contro l’occupazione dell’Olanda da parte della Germania nazista.

Fu l’ultimo sciopero generale visto in Olanda, in tutto e per tutto un atto politico del movimento operaio. Fu la prova che la propaganda nazista non aveva un potere illimitato e che la classe lavoratrice olandese era pronta a lottare contro le leggi razziali, il che invece non rappresentava affatto una priorità per il governo in esilio a Londra.

Lo sciopero cambiò la linea relativamente “mite” dei nazisti [in Olanda] in una più apertamente repressiva. Fu chiaro a tutti che il regime avrebbe retto solamente usando apertamente il terrore e questo, ben lungi da essere un segno di forza, fu invece una prima dimostrazione di debolezza.

Dopo la guerra, la classe dominante si appropriò dello sciopero, rappresentandolo come un atto generico di resistenza del popolo olandese contro l’occupazione. Venne negato il ruolo giocato dai comunisti, che fino al 1968 furono persino estromessi dalle celebrazioni, quando invece erano stati proprio loro ad assumerne l’iniziativa!

Lo sciopero di febbraio rappresenta da questo punto di vista un buon esempio di unità e solidarietà.

L’occupazione

Nel 1940 l’Olanda venne soggiogata e occupata dalla Germania nazista. L’esercito era antiquato e la classe dominante non era preparata, né intenzionata a resistere. Il suo dominio, incentrato sulla marina militare, si basava sullo sfruttamento coloniale dell’Indonesia, mentre in Europa manteneva un atteggiamento di neutralità nei confronti delle maggiori potenze, quali la Gran Bretagna e la Germania. Dopo che Hitler prese il potere nel 1933, venne visto come un “amichevole capo di Stato”. Rifugiati ebrei, socialisti e comunisti, in fuga dalla Germania nazista, vennero respinti o arrestati.

I contrasti tra Gran Bretagna e Germania portarono presto alla guerra. La Germania aveva bisogno di controllare la costa del Mare del Nord, geograficamente strategica, e per conquistarla fece ricorso a tutti i mezzi possibili, come ad esempio il bombardamento di Rotterdam.

I nazisti, per dominare il popolo olandese, portarono avanti la politica del “divide ed impera”. Fu sottolineata la somiglianza tra gli “ariani” olandesi e quelli tedeschi, mentre gli ebrei erano dipinti come una popolazione nomade e inferiore. L’antisemitismo era già presente nella società olandese e negli anni ‘30, quando i rifugiati ebrei cominciarono ad arrivare, venne rafforzato attraverso il voto a favore dei partiti conservatori. Il razzismo fu portato dai nazisti ad un livello superiore. Gli ebrei, che dovevano registrarsi ufficialmente come tali, furono estromessi dalla pubblica amministrazione e non poterono più avere funzioni pubbliche.

Il NSB (Nationaal-Socialistische Beweging – il movimento nazionalsocialista olandese)

Durante l’occupazione i nazisti si appoggiarono sul NSB. Questa organizzazione fascista ebbe una certa base elettorale durante gli anni ‘30, ma non fu mai forte come il partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori (il partito nazista) in Germania. In effetti, negli ultimi anni precedenti all’occupazione, gli iscritti al partito diminuirono. Con il sostegno degli occupanti il NSB riprese fiducia e usò le sue squadracce, il WA (Weerbaarheidsafdeling – esercito paramilitare), per azioni intimidatorie contro ebrei e oppositori politici.

Di conseguenza nelle grandi città ci furono, per mano del WA, diverse azioni antisemite. Vennero attaccati negozi gestiti da ebrei, caffetterie che avevano rifiutato di appendere il cartello “proibito agli ebrei”, e anche singoli individui sui mezzi pubblici.

Nonostante la presenza in Olanda di sentimenti antisemiti, era presente anche una tradizione socialista e comunista di solidarietà con gli ebrei. Diversi leader del SDAP (Sociaal-Democratische Arbeiderspartij-Partito socialdemocratico dei lavoratori) e del CPN (Communistische Partij Nederland-Partito comunista olandese), erano ebrei. Questo assicurò azioni spontanee della classe lavoratrice non ebrea in solidarietà con la popolazione ebraica. Per esempio, dopo l’attacco ai negozi ebraici di Schilderswijk (un quartiere popolare dell’Aja, NdT), la popolazione locale, per la maggior parte lavoratori, si riversò in strada per protestare e contrattaccare, colpendo i negozi gestiti da persone iscritte al NSB.

Ad Amsterdam accadde qualcosa di simile, ma su più larga scala. Le molestie perpetrate dal WA fecero si che gli ebrei organizzassero delle unità di autodifesa. L’11 febbraio 1941 ci fu un’azione del WA, che voleva marciare nel quartiere ebraico per intimidire e attaccare le persone. In Waterlooplein (la piazza vicina al quartiere ebraico, NdT) si scontrarono con la squadra ebrea di difesa, sostenuta anche da unità comuniste.

Durante questo scontro il leader del WA, Hendrik Koot, rimase ucciso; questo comportò una maggiore repressione da parte degli occupanti nazisti e il quartiere ebraico venne chiuso. Una settimana dopo la “Grüne polizei” (polizia nazista) fece irruzione in una gelateria gestita da due ebrei tedeschi, sapendo che un’unità di difesa ebraica doveva riunirsi lì. Poiché questo raid causò diversi feriti tra i nazisti, questi decisero che era arrivato il momento di condurre i primi importanti rastrellamenti contro la popolazione ebraica, come punizione collettiva.

I rastrellamenti avvennero il 22 e il 23 febbraio. Durante il mercato in Jonas Daniël Meijerplein (la piazza principale del quartiere ebraico, NdT), il WA, sostenuto dal Sicherheitsdienst (servizio segreto nazista), radunò violentemente 427 uomini, scelti in maniera del tutto casuale, e li arrestò. Una grossa parte di questi trovò la morte nel campo di concentramento di Mauthausen in Austria. Dato che il mercato era frequentato anche da non ebrei, questo episodio fu uno shock molto pesante per la classe lavoratrice di Amsterdam.

Lo sciopero

Sebbene il regime fascista si opponesse brutalmente agli scioperi, quello del febbraio 1941 non fu l’unico ad essere organizzato durante l’occupazione. In più di una località ci furono diverse azioni da parte di disoccupati costretti ai lavori forzati, contro il prolungamento della giornata di lavoro e per richiedere compensi più alti. Ci fu anche un’agitazione ai cantieri navali di Amsterdam-Noord, quando si venne a sapere che un gruppo di lavoratori sarebbe stato sorteggiato per andare a lavorare in Germania. Si arrivò ad uno sciopero il 17 febbraio, durante il quale i lavoratori abbandonarono i cantieri.

Il CPN provò ad incanalare questa rabbia in uno sciopero generale da tenersi il giorno successivo, ma i nazisti riuscirono a impedirlo. Ciò nonostante la protesta della classe lavoratrice contro i raid antisemiti perpetrati dai nazisti crebbe sufficientemente per scatenare una mobilitazione. Il 24 febbraio il CPN tenne un’assemblea pubblica al Noordermarkt (mercato nel quartiere Jordaan, uno dei quartieri centrali di Amsterdam, NdT) per discutere della possibilità di effettuare uno sciopero generale; all’assemblea erano presenti diversi militanti del partito impiegati al comune di Amsterdam. Fu deciso lo sciopero dei lavoratori del comune da tenersi il giorno successivo, seguito da uno sciopero generale il 26. La notte stessa vennero stampati diversi manifesti con lo slogan “Sciopera, sciopera, sciopera!!!”, che il giorno dopo furono diffusi dai lavoratori in sciopero.

La mattina del 25 iniziarono a incrociare le braccia i tramvieri, seguiti successivamente dai lavoratori di altri dipartimenti pubblici. Gli attivisti del CPN raggiunsero Amsterdam-Noord con il traghetto e solidarizzarono con i lavoratori dei cantieri navali in sciopero per aiutarli a vincere, dopodiché tornarono insieme al centro della città per estendere lo sciopero ad altri settori.

Il 26 lo sciopero si estese al settore privato e le lavoratrici giocarono un grande ruolo nel coinvolgere le sartorie. Si fermarono anche i lavoratori del Bijenkorf (un grande magazzino del centro di Amsterdam, NdT). Gli studenti delle scuole superiori uscirono dalle classi e si unirono ai manifestanti.

Lo sciopero non fu confinato solo alla città di Amsterdam, ma coinvolse anche altri centri, come Haarlem, Velsen, la ragione di Zaanstreek, Weesp, Bussum, Muiden, Hilversum e Utrecht.

Finito l’effetto sorpresa, la repressione cominciò già nel pomeriggio del 25. Colpi di pistola furono sparati sui manifestanti. Durante lo sciopero 9 persone vennero uccise e 24 ferite gravemente.

A reprimere le manifestazioni fu principalmente la Grüne polizei, dato che i soldati semplici tedeschi non erano abbastanza affidabili in queste operazioni su larga scala contro i civili.

Anche se lo sciopero non fermò le deportazioni nei campi di concentramento, la mobilitazione fu un duro colpo per i nazisti. La politica del “divide et impera” dei “germanici olandesi” contro gli ebrei non funzionò, visto che gli scioperi avevano dimostrato la grande solidarietà dei lavoratori olandesi nei confronti degli ebrei. Proprio per questo motivo l’occupazione proseguì facendo maggiormente ricorso alla repressione, dimostrando sempre più chiaramente la vera faccia del regime fascista.

A marzo avvennero le prime esecuzioni di militanti comunisti. Nei mesi successivi allo sciopero centinaia di comunisti vennero arrestati.

L’appropriazione dello sciopero di febbraio

Come detto in precedenza, lo sciopero scaturì dal rifuto dell’occupazione nazista, dalla solidarietà della classe lavoratrice di Amsterdam e di altre città verso la popolazione ebraica; un ruolo importante venne giocato dai militanti del CPN, ma anche il MLL-Front di Henk Sneevliet (Marx-Lenin-Luxemburg Front, una branca clandestina del partito comunista, NdT) fece la sua parte nell’allargare lo sciopero, così come molti lavoratori non iscritti a nessun partito.

Fu l’ultimo sciopero generale organizzato in Olanda e l’unico in Europa specificatamente contro la deportazione degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Fu quindi un atto di resistenza contro il nazismo e contro le politiche razziali costruito su basi di classe.

Dopo la guerra, la classe dominante olandese si appropriò dello sciopero, definendolo un atto di “resistenza nazionale” del popolo olandese. Il ruolo del partito comunista venne nascosto e fino al 1968 la presenza degli iscritti al partito alle cerimonie di commemorazione non era ben gradita.

Alla commemorazione del 75esimo anniversario, nel 2016, il re Willem-Alexander, durante il suo discorso, ha ribadito il “carattere nazionale” dello sciopero. Tutto ciò è decisamente ipocrita. Il comportamento tenuto dalla classe dominante olandese, della casa reale e del governo in esilio, fu di disprezzo verso gli ebrei. Le loro preoccupazioni si concentravano nel tutelare i propri interessi di classe.

Una parte della borghesia si sottomise e collaborò con gli occupanti. Dopo tutto, i loro capitali non erano minacciati, ma solamente soggetti agli interessi di guerra tedeschi. Un’altra parte, invece, vedeva maggiori benefici nel collaborare con gli Alleati. Un’altra parte ancora tenne un atteggiamento equidistante tra i due campi, in continuità con la politica di neutralità precedente alla guerra.

La famiglia reale e il governo volarono in esilio a Londra e da lì iniziarono a trattare segretamente con i tedeschi, anche se alla fine sostennero le forze alleate. Dall’Inghilterra cercarono di convincere la maggioranza della resistenza olandese ad affidarsi agli Alleati.

Contrastare la persecuzione degli ebrei non era il loro obiettivo. L’ispettore capo delle ferrovie olandesi, che faceva parte della resistenza e manteneva i contatti con il governo, chiese più volte in che modo potesse rendersi utile per contrastare le deportazioni. La risposta da Londra fu: “No! Far procedere [il traffico ferroviario]!”. Questo perché uno sciopero delle ferrovie sarebbe stato dannoso per l’economia, ovvero per gli interessi delle aziende olandesi.

Ancora una volta è evidente come la classe dominante olandese abbia fatto poco o nulla per fermare le deportazioni degli ebrei, mentre la classe lavoratrice scioperò, anche mettendo a repentaglio la propria vita.

Questo non deve essere mai dimenticato e dobbiamo difenderci dalle argomentazioni di chi vuole distorcere la storia in nome dell’unità nazionale.

Dopo lo sciopero

A seguito dello sciopero, la repressione da parte degli occupanti divenne ancora più dura, mentre il tentativo di mettere gli uni contro gli altri non funzionò, vista l’unità realizzata nella lotta. La repressione rivelò la vera faccia degli occupanti fascisti, che persero sempre più sostegno tra la popolazione olandese.

Il partito comunista giocò un ruolo importante, principalmente grazie alla pressione dal basso dei suoi militanti, dato che la dirigenza stalinista stava seguendo una linea scorretta. A seguito del patto Molotov-Ribbentrop del 1939, la linea imposta da Mosca era che la Gran Bretagna e gli Alleati fossero il vero nemico da combattere, anziché assumere una posizione contro entrambi i campi imperialisti.

Lo stato di illegalità imposto al partito comunista, lo costrinse a iniziare un lavoro clandestino e gli iscritti cominciarono da sé forme di resistenza contro le leggi anti-ebraiche. Con lo sciopero di febbraio questo lavoro clandestino aumentò e, naturalmente, il partito venne attaccato duramente. Quando Hiltler invase l’Unione Sovietica, i vertici del partito imposero il cambio della linea sino ad ora tenuta. Da quel momento la lotta contro la Germania nazista doveva diventare esclusiva. Per fare questo doveva essere applicata la politica dei fronti popolari, cioè la linea per cui i partiti comunisti di tutta Europa dovevano allearsi con tutte le altre organizzazioni anti-fasciste [comprese quelle borghesi] e con gli Alleati.

Questa fu tutt’altro che una politica di classe, perché di fatto significava il sostegno a una forza imperialista e ad una parte della classe capitalista. La linea fu imposta per garantire gli interessi dei burocrati sovietici. In Olanda questo significò la collaborazione con organizzazioni borghesi facenti parte del Consiglio di Resistenza.

Quando alla fine della guerra esplose un’ondata rivoluzionaria, iniziata in Italia nel 1943 a seguito della caduta di Mussolini, la linea dei fronti popolari fece si che, dopo la capitolazione della Germania nazista, i partiti comunisti entrassero in governi di unità nazionale in tutta Europa (Francia, Belgio, Italia).

Il partito comunista olandese nel 1946 provò ad applicare la stessa linea.  La “Waarheid” (“la Verità”, il quotidiano del partito comunista, NdT) fu per un certo periodo il giornale più diffuso in Olanda; dopo la guerra il CPN era il partito maggiormente rappresentato nel consiglio comunale di Amsterdam.

Paul de Groot, segretario generale del partito, era pronto a partecipare ad un governo di unità nazionale, in cambio di un congruo numero di ministeri, ma la trattativa non si completò a causa di uno scontro sulle poltrone.

Ciò nonostante svolsero lo stesso ruolo dall’esterno, contribuendo ad “addomesticare” le iniziative rivoluzionarie delle masse, così che la controrivoluzione per vie parlamentari, potesse avere successo e mantenere il sistema capitalista intatto.

Attualità

Dobbiamo continuare a ricordare lo sciopero del febbraio 1941, poiché fu una pagina importante nella storia del movimento operaio olandese; inoltre, fu l’ultimo sciopero generale organizzato in Olanda. Non dobbiamo permettere alla classe dominante di appropriarsi dell’eredità dello sciopero.

Dimostrò come fascismo e razzismo possano essere combattuti attraverso l’organizzazione di azioni su basi di classe.

Oggi assistiamo in tutta Europa a un risveglio dei partiti populisti di destra e si ripresentano gruppi fascisti molto più aggressivi rispetto al passato.

Le tradizioni dello sciopero di febbraio tornerà a rivivere nel movimento operaio olandese, e rivedremo nuovamente i lavoratori e i disoccupati battersi contro il capitalismo contro ogni tipo di divisione della classe su basi razziali.