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Le lotte operaie e contadine in Perù e il governo di Velasco Alvarado

Il testo che segue è stato alla base del terzo e ultimo seminario che si è tenuto il 27 maggio a Milano sulla storia del movimento operaio peruviano. La discussione ha trattato le lotte operaie e contadine degli anni ‘60 e ‘70 e la formazione del governo militare di Velasco Alvarado. Lo mettiamo a disposizione di tutti i nostri lettori (la redazione).

 

di Alessandro Giardiello

Molti attivisti di sinistra ancora oggi in Perù ricordano con nostalgia il governo militare che giunse al potere il 3 ottobre del ‘68.
Che ruolo svolse quel governo e che relazione ebbe con le lotte sociali che si svilupparono nel paese negli anni ‘60 e ‘70?
Il cosiddetto “governo rivoluzionario delle Forze Armate” guidato dal generale Velasco Alvarado non era un fenomeno nuovo in America Latina (si pensi all’esperienza di Cardenas in Messico, Peron in Argentina, Torres in Bolivia, ecc.) e rientra in quelle forme di bonapartismo di “tipo particolare” di cui Trotskij aveva parlato durante gli anni del suo esilio in Messico.
Fu così che l’ex capo dell’Armata Rossa, che con Lenin fu il principale artefice della Rivoluzione d’Ottobre, potè osservare da vicino il fenomeno del governo guidato da Cardenas, che definì nei seguenti termini:

Nei paesi industrialmente arretrati il capitale straniero ha una funzione decisiva. Di qui la relativa debolezza della borghesia nazionale rispetto al proletariato nazionale. Ciò determina un potere statale di tipo particolare. Il governo si barcamena tra il capitale straniero e il capitale indigeno, tra la debole borghesia nazionale e il proletariato relativamente forte. Ciò conferisce al governo un carattere bonapartista sui generis, di tipo particolare. Si colloca, per così dire, al di sopra delle classi. In realtà può governare o divenendo strumento del capitale straniero e tenendo incatenato il proletariato con una dittatura poliziesca o manovrando con il proletariato e giungendo persino a fargli delle concessioni, assicurandosi in tal modo la possibilità di una certa libertà nei confronti dei capitalisti stranieri. La politica attuale (di Càrdenas) rientra nella seconda categoria: le sue maggiori conquiste sono l’espropriazione delle ferrovie e delle industrie petrolifere. Queste misure si pongono direttamente sul piano del capitalismo di Stato. Tuttavia, in un paese semicoloniale, il capitalismo di Stato si trova sotto la pesante pressione del capitale privato straniero e dei suoi governi, e non può reggere senza l’appoggio attivo dei lavoratori. Per questo senza lasciarsi sfuggire di mano il potere reale, tenta di far ricadere sulle organizzazioni operaie una parte considerevole della responsabilità per l’andamento della produzione nei settori nazionalizzati dell’industria.” (Lev Trotskij, Industria nazionalizzata e gestione operaia, enfasi nostra).

Compiti della rivoluzione democratica borghese

Questa definizione si attaglia perfettamente al governo militare di Velasco Alvarado che governò il Perù dal 1968 al 1975, anche se il velasquismo ha le sue particolarità. La mobilitazione della classe operaia peruviana in quegli anni non aveva ancora un carattere esplosivo come in Cile sotto il governo Allende e l’Unidad Popular. Come vedremo l’apice della mobilitazione operaia si raggiunse dopo la caduta del governo, ciò nonostante ci fu sempre una certa resistenza da parte dei lavoratori a farsi inglobare dallo Stato e a collaborare con il governo miliare.
Il governo di Velasco si proponeva di mobilitare le Forze armate e l’apparato dello Stato nell’intento di portare avanti i compiti della rivoluzione democratica nazionale che la borghesia peruviana era incapace di portare a termine, il che significava sviluppare il mercato interno, contro gli interessi della borghesia legata al capitale straniero (da Marx definita compradora), fare la riforma agraria, tutelare i diritti democratici delle popolazioni indigene.
La politica economica del governo puntava a conquistare il sostegno del movimento di massa, consolidare una borghesia nazionale e resistere alle pressioni dell’oligarchia e dell’imperialismo.
Il fatto che un settore dei militari e della piccola borghesia si appoggiasse sulla classe operaia e i contadini non significherà tuttavia che Velasco Alvarado non cercasse un accordo con l’oligarchia e l’imperialismo e non reprimesse il movimento di massa, anche violentemente in determinate occasioni. Tutti i governi bonapartisti di tipo particolare storicamente hanno attuato in forme simili, dando colpi a destra e a sinistra, oscillando in ogni momento tra le classi. Questa è la loro caratteristica principale.
La politica dei marxisti è quella di non riporre alcuna fiducia in questi governi borghesi, sicuramente appoggiando tutte le misure progressiste contro i latifondisti e l’imperialismo, ma allo stesso tempo mantenendo la totale indipendenza politica e sindacale del proletariato e delle masse contadine.

La rivoluzione cubana e i suoi effetti internazionali

Velasco Alvarado non fu un fulmine a ciel sereno ma giunse al potere al termine di un processo di lotte sociali cominciato all’inizio degli anni ‘60.
Il trionfo della rivoluzione cubana nel 1959 ebbe un enorme impatto politico. Le concezioni foquiste di Ernesto Che Guevara e Fidel Castro si diffusero tra gli attivisti politici e sociali di tutta l’America Latina e non solo. Correnti castriste e guevariste si formeranno nei partiti comunisti e di sinistra e persino all’interno dei movimenti nazionalisti borghesi con base di massa. In Perù ad esempio sorse l’Apra Rebelde, in Venezuela da Azione democratica nacque il Mir (Movimiento izquierda revolucionaria) e anche all’interno del movimento peronista in Argentina si formarono settori guevaristi.
Ma ciò che importa fu che in Perù a seguito della rivoluzione cubana ci fu una sollevazione contadina di massa, concentrata a Cuzco e nelle vallate de La Convenciòn y Lares, nel mezzo della Cordigliera delle Ande. Da una parte i contadini occuperanno in massa le terre, dall’altra i latifondisti inizieranno a organizzarsi per difendere violentemente le loro proprietà.
Hugo Blanco era il leader indiscusso di queste occupazioni e della formazione di sindacati contadini che si generano in tutto il paese nel giro di pochi mesi.
La mobilitazione ed organizzazione che si basava sul movimento di massa non aveva niente a che vedere con l’orientamento difeso dalla direzione cubana, in particolare dal Che, che proponeva il “foco” guerrigliero, che all’azione di massa sostituiva la lotta armata di gruppi di avanguardia che si confrontavano militarmente con l’apparato dello Stato. Fu così che due concezioni per la rivoluzione in America Latina si confrontarono in quegli anni.
Hugo Blanco era un marxista, critico con lo stalinismo e sostenitore delle idee di Trotskij, si convinse di queste idee quando era uno studente di agraria all’Università de La Plata in Argentina, dove entrò in contatto con militanti trotskisti argentini.
Quando tornò in Perù Hugo Blanco inizialmente si installò a Lima ma fu costretto quasi immediatamente a rifugiarsi a Cuzco, la sua città natale, per scappare dalla repressione poliziesca. Parlava il quechua, che era la lingua dei contadini. Si convinse che i contadini in Perù avevano un enorme potenziale rivoluzionario e ne divenne il principale leader, riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Venne definito il “Che peruviano”, anche se come abbiamo visto le sue posizioni erano differenti da quelle di Guevara e infatti il Che non sostenne le sue iniziative ma preferì sostenere altri dirigenti che in quegli anni difendevano la linea foquista in Perù (Bejar, Pereira e Bengochea tra gli altri).

La strategia di Hugo Blanco e la rivoluzione agraria

In Perù si stava aprendo un periodo che potremmo definire di rivoluzione agraria. La strategia che Blanco discusse con i suoi compagni verteva su tre punti fondamentali: 1) Terra e voto ai contadini, 2) Unificazione delle lotte con il proletariato delle zone urbane, 3) Costruzione del partito rivoluzionario.
Nel novembre del 1961, a La Convenciòn, manifestarono 40mila contadini contro la presenza di un ministro del governo nazionale. Hugo Blanco in quel momento era il leader contadino più conosciuto in Perù e le occupazioni delle terre da lui proposte si estesero a macchia d’olio.
La lotta di massa stava ottenendo i suoi risultati fino al punto che i giudici smettevano di ordinare lo sgombero delle terre occupate perché le loro sentenze oltre a essere ridicolizzate dai contadini, non venivano applicate, in quanto l’esercito non era in grado di ristabilire l’ordine per il carattere di massa delle occupazioni e il sostegno popolare di cui godevano.
A quel punto i latifondisti decisero di usare le maniere forti assoldando truppe paramilitari per sgomberare le occupazioni con l’uso della violenza bruta. Per Hugo Blanco si pose il problema dell’autodifesa e la costituzione di milizie armate basate nelle organizzazioni di massa (sindacati e assemblee contadine) che serviranno a difendersi dalle squadracce padronali. Una strategia assolutamente corretta che non aveva nulla a che vedere con la tattica della guerriglia.
Tragicamente però all’interno del partito di Blanco (il FIR, Frente de Izquierda Revolucionaria) si svilupparono altre posizioni che misero in discussione quella linea. Alcuni militanti provenienti dall’Argentina come Daniel Pereyra, influenzati dai cubani cominciarono ad organizzare “un esercito rivoluzionario” che potesse organizzare un atto eclatante.
Si trattava dell’assalto alla caserma Gamarra a Cuzco (tentando di applicare meccanicamente quanto avevano fatto i cubani nel 1953 con l’assalto alla Moncada).
Allo scopo di finanziare il nuovo “esercito” si decise di fare delle “espropriazioni”, vale a dire delle rapine alle banche. Pochi giorni dopo la manifestazione contadina di massa a La Convenciòn, un gruppo di militanti del FIR a Lima (all’insaputa di Hugo Blanco) organizzò l’assalto alla filiale Magdalena del Banco Popular. Il 12 aprile del 1962 ci sarà il secondo assalto, al Banco del Credito di Miraflores, sempre a Lima, che sarà un fallimento totale.
Uno dei militanti coinvolti nella rapina venne riconosciuto e arrestato con i suoi compagni dalla polizia che li torturò. Non appena scoprirono che i militanti coinvolti appartenevano al gruppo politico di Hugo Blanco la polizia scatenò la persecuzione contro il leader contadino. La maggior parte dei militanti vennero arrestati. Hugo Blanco di conseguenza rimase senza il sostegno necessario del suo partito.
All’inizio i gruppi di autodifesa realizzarono il loro obiettivo: i latifondisti ridussero la violenza delle minacce. Ma col passare del tempo la scalata repressiva si intensificò: prima nei settori dove il movimento era meno organizzato. Poi andarono a La Convención e impedirono alla Federazione Provinciale dei Contadini di La Convención e Lares di continuare a riunirsi.
Le azioni e reazioni andarono aumentando e sfociarono in scontri sempre più duri e nella morte di contadini e poliziotti. Durante uno sciopero a Cuzco ci furono dei morti negli scontri, Hugo Blanco, fu incriminato per la morte di un poliziotto e detenuto. Venne condannato a morte.
Una campagna internazionale che ebbe grande ripercussione nel movimento operaio ottenne che la pena venisse ridotta a 25 anni di carcere e diversi anni più tardi che Hugo Blanco venisse liberato grazie a un’amnistia.
Ma la lotta era stata compromessa e una volta che Blanco venne arrestato la tattica foquista si diffuse e acquistò ancora più forza non solo in Perù ma in tutto il continente latinoamericano.
Per questa politica scellerata ci sono precise responsabilità internazionali, non solo da parte della direzione cubana, ma anche di quei dirigenti della Quarta Internazionale, che dimenticando gli insegnamenti di Lenin e Trotskij decisero di appoggiare la guerriglia rurale (Mandel, Frank e in particolare Livio Maitan che a quei tempi era il responsabile della Quarta Internazionale per l’America Latina). Da lì a poco dalla Quarta Internazionale venne espulsa la sezione inglese, guidata da Ted Grant, che si opponeva alla tattica guerrigliera e che diede vita al movimento internazionale che oggi risponde al nome di Tendenza Marxista Internazionale.

Particolarità della rivoluzione peruviana

La particolarità delle rivoluzione peruviana è che inizialmente alla testa del movimento non c’era la classe operaia (come era avvenuto nella rivoluzione russa, ma anche nella rivoluzione boliviana del 1952) ma i contadini di Cuzco e di Puno. La radicalità di questo movimento fu alla base delle concessioni che Velasco Alvarado fece a partire dal 1968 quando si installò al potere. L’idea era quella di concedere delle riforme dall’alto per evitare una rivoluzione dal basso.
Il nucleo dei militari che si schierarono con Velasco Alvarado si formò politicamente e personalmente nella lotta dell’esercito contro la guerriglia (esattamente come avvenne in Venezuela con Hugo Chavez).
In un’intervista lasciata a un giornalista di Le Monde da Morales Bermudez (che nel 1975 fece un golpe contro Velasco Alvarado, ma che a parole si proponeva di continuare il suo “processo rivoluzionario”) si delineava in modo molto preciso questa strategia:
I piani per il trasferimento del potere all’esercito si basavano su obiettivi molto importanti e la nostra filosofia non è cambiata: consolidare il processo rivoluzionario e impedire che si vada verso una deriva di statalismo comunista o si torni a forme superate di capitalismo pre-rivoluzionario”.
Questo c’era alla base del golpe del 3 ottobre 1968, da una parte non farsi schiacciare dall’imperialismo Usa, dall’altra contenere il movimento degli operai e dei contadini. Infatti dopo un periodo di lotte contadine durato oltre 5 anni nel 1967 ci sarà un risveglio della classe operaia che comincerà con lo sciopero generale a oltranza che riguarderà la città di Arequipa.
La lotta si concluse con degli scontri tra i manifestanti e le forze armate che mostrava fino a che punto il movimento si stava radicalizzando contro il governo di Belaunde Terry, che l’anno dopo venne deposto dai militari.
Il governo dei militari aveva tra i suoi obiettivi quello di promuovere uno sviluppo (capitalista) del paese, liberandolo dai retaggi feudali e dal dominio imperialista. Fenomeni simili si produssero anche in altri paesi e in certi casi condussero si spinsero fino all’espropriazione dall’alto della grande proprietà privata e alla nascita di stati operai deformati modellati sull’Urss (Siria, Birmania, Mozambico), ma non nel caso del Perù dove i militari rifiutarono il modello stalinista (anche se il governo di Velasco Alvarado stabilì relazioni commerciali con l’Urss).

Il risveglio della classe operaia peruviana e il golpe di Alvarado

Nella classe operaia iniziava a manifestarsi una certa insofferenza e un distacco sempre più grande nei confronti dell’Apra (Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana) di Haya de la Torre, che fino ad allora aveva esercitato un controllo quasi assoluto sui lavoratori peruviani, attraverso la CTP (Confederacion Trabajadores Peruanos). Non a caso nel 1968 si ricostituirà la CGTP (Central General Trabajadores Peruano) fondata nel 1929 da Jose Carlos Mariategui e che era stata messa fuori legge dalla dittatura di Luis Miguel Sanchez Cerro. A guidare la nuova CGTP ci saranno dei militanti comunisti che già nel corso degli anni ‘60 avevano cominciato ad unificare le diverse categorie di lavoratori.
In un certo senso il golpe di Velasco Alvarado avrà un carattere preventivo, prevenire la crisi prerivoluzionaria che stava esplodendo in Perù.
La prima misura che prese Velasco Alvarado fu nazionalizzare l’International Petroleum Company (controllata dalla Standard Oil) e una serie di imprese collegate a questo monopolio imperialista. Subito dopo avanzò un progetto di riforma agraria con la creazione di cooperative nelle zone rurali. Vennero espropriati 10 milioni di ettari di terra ai latifondisti e consegnate ai contadini poveri. Velasco inoltre difese la cultura indigena, il bilinguismo e la figura di Tupac Amaru II. Faceva appello al sentimento nazionale indigena e antimperialista.
Insieme a queste misure (che per quanto limitate erano progressiste e da sostenere) ce n’erano altre che andavano nella direzione opposta con importanti concessioni al capitale straniero. Ad esempio la concessione allo sfruttamento e all’estrazione del petrolio nell’Amazzonia peruviana alla multinazionale Occidental Petroleum Company.
Il governo darà anche vita ad una serie di organismi che avevano l’obiettivo esplicito di controllare i movimenti di massa e integrarli nello Stato borghese, togliendo ai lavoratori peruviani l’indipendenza che avevano faticosamente riconquistato dopo oltre 30 anni di subalternità all’aprismo.
Lo strumento che venne formato a tale scopo fu il SINAMOS (Sistema Nacional de Movilizacion Social) che con i fondi statali si proponeva di penetrare nelle organizzazioni sindacali per corromperle, formando allo stesso tempo un sindacalismo parallelo attraverso la fondazione della CTRP (Confederacion de Trabajadores de la Revolucion Peruana) che puntava a sostituire la CGTP e a istituire un sindacato unico totalmente integrato al regime militare (secondo il modello corporativo fascista).
Lo stesso modello si provò ad imporlo nelle campagne attraverso la formazione della CNA (Confederacion Nacional Agraria) allo scopo di frenare l’evoluzione del sindacalismo contadino cominciato da Hugo Blanco e dai suoi compagni, che stava prendendo piede con la formazione e la crescita della CCP (Confederacion Campesina de Perù).
A compimento di questo progetto Velasco Alvarado formerà i “Comitati del lavoro”, che si proponevano di assicurare la “partecipazione operaia” ai profitti delle imprese nei settori dell’economia nazionalizzati e dell’economia mista: un tentativo di promuovere l’alleanza tra i capitalisti e i lavoratori, una posizione utopica e per giunta reazionaria che pretendeva di abolire la lotta di classe per decreto.
Tuttavia era indiscutibile che nella classe operaia vi fossero illusioni, sulla possibilità che il governo militare potesse realizzare e soddisfare le aspirazioni dei settori più poveri e umili della società peruviana.
Sia perché il governo stava adottando una serie di misure antimperialiste, anche se limitate, sia perché godeva dell’appoggio del Partito comunista Peruviano (PCP) e del governo cubano, sia perché veniva attaccato sulla stampa dai settori tradizionalmente reazionari e conservatori della borghesia peruviana. Il fatto che il governo degli Stati Uniti mostrasse chiaramente la sua insoddisfazione e opposizione per le misure adottate generava una certa base sociale al governo.

Indipendenza politica del proletariato

Ma nonostante queste illusioni, a dimostrazione di fino a che punto la classe operaia sia l’unica coerentemente alternativa alla borghesia, i lavoratori si opponevano e resistevano a tutti i tentativi del governo di privarli delle loro organizzazioni indipendenti.
La maggioranza della classe operaia rifiuterà la CTRP e i tentativi di farsi integrare nell’apparato statale attraverso il SINAMOS. In particolare tra il 1973 e il 1975 ci sarà un profondo conflitto tra il movimento operaio, che lottava per preservare le proprie organizzazioni sindacali, e i vertici burocratici, che cercavano di integrare il movimento nel sistema corporativo dei militari.
Quando tutti i metodi pacifici fallirono il governo tentò la carta della repressione aperta, formando il Movimiento Laboral Revolucionario (MLR), che aldilà del nome era un movimento dal carattere semi-fascista basato su gruppi di sottoproletari armati il cui obiettivo dichiarato era attaccare con violenza le assemblee dei lavoratori e le sedi dei sindacati e distruggere qualunque forma di sindacalismo indipendente.
Nel 1973 venne arrestato Hernan Cuentas, che guidò la lotta per la costituzione del sindacato indipendente dei lavoratori di Cuajone, che avevano deciso di rompere con la CTRP.
Dopo lo sciopero dei minatori del Sud e la marcia su Arequipa, seguì una profonda repressione, che portò alla distruzione del sindacato e la deportazione di Hernan Cuentas.
La CTRP riprese con la forza, il controllo delle miniere fino al 1978 quando, sostenuto dalla mobilitazione rivoluzionaria delle masse, Hernan Cuentas assieme ai suoi compagni, ricostituirà il sindacato indipendente dei minatori. Episodi simili si riprodurranno a livelli diversi nelle altre categorie.
La caduta di Velasco Alvarado nel 1975, in ultima analisi, fu il prodotto dell’incapacità del governo militare di integrare il movimento operaio nell’apparato dello Stato. Il governo inoltre si scontrò con la contraddizione insita nelle sue stesse concezioni. Non è possibile portare a termine i compiti della rivoluzione nazionale e democratica in un paese come il Perù senza rompere con il capitalismo.
Il solo parlarne portò Velasco Alvarado a scontrarsi con i settori decisivi della classe dominante e gli elementi di destra dell’apparato dello Stato e dei militari (nelle forze armate c’erano esponenti di sinistra ma anche settori apertamente fascisti) che finirono col sabotare il governo. I limiti delle riforme di Velasco Alvarado non soddisfacevano la classe operaia e i contadini, ma le sue parole d’ordine e le illusioni che generava con esse non potevano essere accettate dall’oligarchia capitalista il cui carattere arretrato e reazionario (legato a doppio filo con l’imperialismo) gli impediva di svolgere alcun ruolo progressista.

Il ruolo del Partito comunista peruviano

In questo processo è importante sottolineare il ruolo che ebbe il Partito comunista peruviano, che non fu solo quello di appoggiare il colpo di stato di Velasco Alvarado, considerato l’artefice della “rivoluzione agraria, democratica e antimperialista”, ma di sostenere l’idea che la principale battaglia del movimento operaio e sindacale fosse quella di aumentare la produttività del lavoro. Il PCP difese inoltre la linea dell’uniformità sindacale, vale a dire del sindacato unico che nel contesto dato significava sciogliere la CGTP nella CTRP controllata dai militari.
In più occasioni il PCP e i suoi quadri sindacali si schierarono contro le mobilitazioni operaie a difesa della produttività delle industrie e della stabilità del governo militare.
Questa linea imposta dal PCP alla CGTP provocherà nel 1973 la prima grave crisi nel movimento. Victor Cuadros (segretario della federazione dei minatori) e Ricardo Diaz Chavez (membro dello stesso sindacato e del Comitato centrale del PCP) verranno espulsi dal partito per aver promosso lo sciopero dei minatori e rifiutato la linea del sabotaggio delle lotte messa in campo dal PCP a difesa del governo militare. Il PCP li accusò di “estremismo” perché si negarono a far fallire gli scioperi operai. Secondo gli stalinisti la classe operaia doveva subordinarsi completamente al governo militare e accettare la politica di unità nazionale.
Il risultato fu che la federazione dei minatori uscì dalla CGTP. Allo stesso modo il sindacato degli insegnanti, il SUTEP, passò sotto la direzione della scissione maoista del PCC, Patria Roja. Anche se occorre segnalare che i gruppi (maoisti e di estrema sinistra) che ruppero con il PCP in questi anni, avevano una posizione per quanto opposta completamente errata, in quanto consideravano il governo di Velasco Alvarado un governo “socialfascista”.
Altre categorie romperanno con la CGTP. Dopo i minatori e gli insegnanti, seguiranno i vetrai, i contadini, i lavoratori della birra, ecc.
Il tentativo del gruppo dirigente del PCP, di fondere la CGTP con la CTRP fallirà il che segnerà la fine di Velasco Alvarado e l’avvento del golpe di Morales Bermudez, il cui carattere sarà molto più reazionario rispetto al suo predecessore.

L’avvento di Morales e Bermudez e lo sciopero generale

Bermudez preparerà una vera e propria guerra civile contro i lavoratori, in primo luogo arrestando dirigenti sindacali come Victor Cuadros, Arturo Salas, Ricardo Diaz Chavez, Genaro Ledesma, ecc.
Ma non riuscirà a piegare la classe operaia.
I primi a mobilitarsi contro Bermudez saranno i pescatori, uno sciopero che durerà ben due mesi nel 1976. Il loro sindacato fino a quel momento era ancora organizzato nella CTRP, ma il vincolo salterà per aria nel corso della mobilitazione, quando i pescatori formeranno delle milizie a Chimbote, El Callao per difendersi dagli sgherri del MLR.
Difenderanno così l’indipendenza dei comitati di sciopero e delle assemblee evitando le provocazioni e le aggressioni delle bande semifasciste.
Il tutto avvenne spontaneamente in quanto la direzione della CGTP invece di sostenere la lotta lavorerà per il suo isolamento.
A quel punto il governo militare decreterà lo stato d’emergenza in tutto il paese sospendendo le libertà individuali e lanciando una vasta repressione contro lo sciopero.
Dopo una strenua resistenza i pescatori privi di una direzione saranno sconfitti ma la loro lotta non avverrà invano in quanto sarà d’esempio per tutti gli altri contribuendo a generare un clima di radicalizzazione che preparerà la strada allo sciopero generale.
Lo sciopero di 24 ore del 19 luglio ‘77 avrà così un carattere profondamente politico. I dirigenti del CGTP che fino ad allora avevano sabotato le lotte, per l’enorme pressione dal basso, dovettero convocarlo e mettersi alla testa della mobilitazione.
Era la prima volta nella storia del movimento operaio peruviano che si convocava uno sciopero generale di 24 ore. Il proletariato riuscì a mobilitare tutta la nazione attorno a se (contadini, piccola borghesia, intellettuali, sottoproletariato, ecc).
Morales Bermudez e il suo governo si trovarono sospesi per aria.

Il piano “Tupac Amaru”

Il governo militare fu così costretto ad annunciare il piano “Tupac Amaru”, vale a dire la loro rinuncia e la volontà di trasferire il potere a un governo civile, con nuove elezioni e la convocazione di un’Assemblea Costituente.
La difficoltà ad applicare questo piano era che non esistevano più i partiti borghesi a cui trasferire il potere. Questi non avevano più funzionato dal 1968, anno del golpe di Velasco Alvarado. Per giunta la borghesia era profondamente divisa al suo interno. L’ultima risorsa che restava alla classe dominante per sbarrare la strada al proletariato e ai contadini era la figura storica di Haya de la Torre, anche se il vecchio dirigente dell’Apra aveva ormai 85 anni!
Nel frattempo il movimento operaio continuava la sua offensiva, il 23 e 24 maggio 1978 verrà convocato un nuovo sciopero generale. Lo sciopero partirà in modo semi-spontaneo nel sud del paese, con l’obiettivo esplicito di rovesciare la dittatura militare. Arequipa sarà totalmente paralizzata dagli scioperanti e nel giro di pochi giorni l’80% del paese scenderà in sciopero.
La CGTP si troverà di fronte a un movimento inarrestabile (a Huancavelica i minatori scenderanno in piazza con la dinamite e andranno nelle carceri a liberare i prigionieri politici). Anche nell’apparato dello Stato e tra i militari si apriranno delle crepe profonde. Inizierà a farsi strada il terrore di una rivoluzione come quella boliviana del 1952. A quel punto l’apparato staliniano del PCP si vedrà costretto a “cavalcare la tigre” e a convocare un nuovo sciopero generale di 48 ore che riceverà un’adesione pressoche totale in tutto il paese.
Se solo la direzione avesse fatto appello all’insurrezione e alla conquista del potere da parte di un’assemblea rivoluzionaria degli operai e dei contadini non c’era alcuna forza che si sarebbe potuta opporre in quel momento, ma il gruppo dirigente del PCP si guardò bene dal prendere in considerazioni tale ipotesi.

L’Assemblea Costituente

In mancanza di questo i militari e la borghesia, per dare sfogo alla mobilitazione e deviarla su un binario morto avanzarono la proposta dell’Assemblea Costituente. L’Assemblea Costituente verrà fortemente condizionata dai militari che gli assegneranno il compito esclusivo di dare vita a una Costituzione, quella del ‘79, che doveva tutelare il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione e consegnare il potere a una democrazia borghese.
Il governo militare investirà una cifra enorme di denari pubblici sulle municipalità, soldi che serviranno ai partiti della borghesia per costruirsi delle clientele elettorali necessarie a recuperare il consenso che avevano totalmente perso.
La Costituzione del ‘79, per quanto conteneva alcune parole d’ordine avanzate sarà nei fatti “una rivoluzione promessa a fronte di una rivoluzione mancata”. Allo stesso modo che lo fu quella italiana del 1947 o quella spagnola del 1978.
L’Apra uscirà dalle elezioni come primo partito e Haya de la Torre sarà il presidente della Assemblea Costituente legittimando con la sua figura tutta l’operazione. Nel discorso di apertura il vecchio dirigente aprista, dirà chiaramente che: “L’Assemblea Costituente é subordinata al governo militare”.
L’assenza di un partito rivoluzionario di massa farà rifluire il movimento e consoliderà il potere della borghesia proprio attraverso l’uso dell’Assemblea Costituente. Questo deve farci riflettere rispetto a chi oggi in Perù considera la parola d’ordine dell’Assemblea Costituente come una soluzione a tutti i problemi.
In assenza di misure economiche che mettano il controllo dell’economia nelle mani dei lavoratori e dei contadini la semplice convocazione di un’Assemblea Costituente può trasformarsi in uno strumento della classe dominante, così come avvenne nel 1979 quando l’Assemblea Costituente e la Nuova Costituzione non determinarono alcun miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, dei contadini e dei settori più poveri del Perù.
Il riflusso del movimento operaio preparerà la strada ai governi degli anni ‘80 di Azione Popolare (Fernando Terry) e dell’Apra (Alan Garcia Perez) che indebitandosi con il Fmi, rimetteranno il Perù sotto il dominio diretto dell’imperialismo yankee preparando la strada alla svolta reazionaria fujimorista. Da questa esperienza storica dobbiamo trarre le conclusioni che si riveleranno preziose per intervenire nelle future mobilitazioni che vedono impegnati oggi i lavoratori e i contadini peruviani contro la dittatura di Dina Boluarte.

 

27 maggio 2023