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Le battaglie dell’Internazionale per la costruzione di un partito rivoluzionario in Italia

di Andrea Davolo

 

Nei primi quattro congressi dell’Internazionale comunista, i rapporti fra il gruppo dirigente dell’Internazionale e quelli della sezione italiana furono caratterizzati da discussioni molto accese, talvolta aspre, che non a caso furono al centro dei dibattiti congressuali e che riguardavano essenzialmente i metodi di costruzione del Partito comunista nella lotta contro due tendenze: il riformismo e l’estremismo.

La lotta contro il riformismo

Il biennio rosso: la rivoluzione “tradita” dai socialisti

Nell’estate del 1920, il secondo congresso della Terza Internazionale fissava le “ventuno condizioni” per l’adesione. Elaborate da Lenin, le tesi avevano come obiettivo quello di stimolare, principalmente nell’Europa occidentale, la costruzione di partiti rivoluzionari che, come il Partito bolscevico russo, fossero organizzati e centralizzati, in grado di intervenire tra i lavoratori, i contadini e i sindacati. Il clima politico generale in cui si celebrava quel congresso era ben descritto dalle parole di Karl Radek, uno dei dirigenti dell’Internazionale:

Il secondo congresso dell’Internazionale comunista viene convocato in un momento in cui si può dire con assoluta certezza che la rivoluzione mondiale non può più essere arrestata.1

Proprio la necessità di portare a termine i compiti rivoluzionari motivava la necessità di rompere completamente con il riformismo e con gli opportunisti (articolo 7), anche prevedendo l’espulsione dal partito dei membri che non avessero accettato le tesi dell’Internazionale (articolo 21).

Nelle prospettive dell’Internazionale comunista, la Germania e l’Italia erano i paesi dove i processi rivoluzionari ponevano all’ordine del giorno il tema della presa del potere da parte della classe lavoratrice. Per questo motivo, la pressione a sottoscrivere ed accettare le ventuno condizioni venne portata avanti soprattutto nei confronti del Partito socialista italiano (Psi), che già aveva dato la propria adesione nell’ottobre del 1919, ma i cui dirigenti principali, Serrati e Lazzari, non si decidevano a espellere la corrente riformista di destra capeggiata da Turati, che con la sua azione politica sabotava dall’interno del partito la possibilità che il Psi potesse porsi alla guida del processo rivoluzionario, estendendolo e coordinandolo.

Il Psi fu l’unico tra i partiti socialisti dell’Europa occidentale a mantenere una posizione critica nei confronti della guerra.2 Questo favorì il successivo processo di adesione dei socialisti italiani alla Terza Internazionale. Trotskij spiegò le ragioni di questo caso singolare ricorrendo a due motivazioni. Da un lato, le vicende interne allo stesso Psi, che già nel 1912 aveva subito una scissione di destra con l’espulsione dal partito di un settore apertamente sciovinista che difendeva l’impresa coloniale in Libia e la politica espansionistica del governo Giolitti.3 Dall’altro lato, il fatto che l’Italia entrò in guerra nove mesi dopo gli altri paesi, data la presenza di un consistente settore della borghesia italiana contrario all’intervento militare diretto da parte dell’Italia. Queste condizioni avevano, secondo Trotskij, dialetticamente ritardato il processo di epurazione della sezione italiana dell’Internazionale dagli elementi riformisti.4

La politica del gruppo dirigente del Psi, tuttavia, entrava in contraddizione con i processi che maturavano in Italia. Gli scioperi, in corso dall’anno precedente, si erano intensificati nel corso della primavera del 1920, ingrossando le file dei sindacati e provocando una crescita del movimento dei Consigli di fabbrica che, a Torino, cominciavano a imporsi come veri e propri organismi di contro-potere operaio. In particolare, il cosiddetto “sciopero delle lancette”, che impegnava gli operai torinesi su un tema puramente politico, il controllo dei lavoratori sulla produzione, dimostrava la forza e la compattezza della lotta operaia. Ma a far fallire lo sciopero contribuì proprio la posizione ambigua del gruppo dirigente del Psi, che si dichiarò formalmente a fianco degli operai torinesi, ma all’atto pratico non fece nulla per la proclamazione di uno sciopero generale, per non schierarsi contro la posizione della direzione “turatiana” della Cgl che, contraria allo sciopero di Torino, accusava di mancata disciplina le organizzazioni sindacali locali.

L’atteggiamento inconcludente del Psi, che proprio nelle giornate insurrezionali di Torino svolgeva a Milano un proprio convegno nazionale, è descritto molto bene dalle parole di Gramsci: “Mentre la massa operaia a Torino difendeva coraggiosamente i Consigli di fabbrica, la prima organizzazione basata sulla democrazia operaia, a Milano si chiacchierava intorno a progetti e metodi teorici per la formazione di Consigli come forma di potere politico da conquistare da parte del proletariato. Si discuteva sul modo di sistemare le conquiste non avvenute e si abbandonava il proletariato torinese al suo destino.5

E infatti fu proprio in quel convegno che il Consiglio nazionale del Psi bocciò la richiesta avanzata da Gramsci e dal gruppo de L’Ordine Nuovo di allargare il movimento fuori e oltre Torino. Se la destra di Turati sosteneva addirittura che fosse necessario superare la crisi andando al governo con il radicale Nitti, la corrente maggioritaria di Serrati e Lazzari (i massimalisti) non raccoglieva l’appello, per evitare una spaccatura del partito.

Per Lenin, la piattaforma presentata dalla sezione torinese del Psi (il gruppo della rivista L’Ordine Nuovo, diretta da Gramsci) era sostanzialmente giusta e avanzava proposte che corrispondevano “pienamente a tutti i principi fondamentali della Terza Internazionale.”6

Il II congresso dell’Internazionale comunista si concluse, tuttavia, senza un avanzamento significativo da questo punto di vista. Semmai lo sviluppo della discussione dimostrava un’adesione più che formale dei dirigenti del Psi all’Internazionale. Se infatti Lenin, Trotskij e tutti i principali dirigenti della rivoluzione russa misero all’ordine del giorno il tema della costruzione di partiti fortemente coesi sul piano politico e organizzativo, Serrati e Lazzari risposero che non era possibile espellere i riformisti fin quando essi rimanevano leali alla disciplina di partito. Se davvero Turati avesse voluto sabotare la politica del Psi, sostenevano i massimalisti, avrebbe accettato di entrare nel governo Giolitti nella posizione di ministro, ovvero traducendo in pratica la linea politica che lui sosteneva con la sua corrente nel partito. Ma Turati non faceva questo e si disciplinava alla linea maggioritaria di un partito che difendeva la “libertà d’opinione” al suo interno. Argomentando questo, i massimalisti dimostravano di non comprendere il ruolo della corrente di Turati, che era proprio quello di condizionare la linea del Psi da una posizione di minoranza, imbrigliando il partito in una posizione che, se da un lato si richiamava nei suoi proclami all’esperienza della rivoluzione russa, dall’altro non faceva nulla per preparare la rivoluzione in Italia, proprio perché dominato dalla paura di “spaccare l’organizzazione”.

Anche a causa degli scarsi collegamenti tra la Russia e l’Italia, nel mezzo della guerra civile, e delle poche informazioni in possesso di Lenin e degli altri leader bolscevichi, la direzione della Terza Internazionale per lungo tempo credette, anche dopo il II congresso, nella possibilità che i massimalisti si potessero liberare della destra del partito. In questo contesto, solo Gramsci sembrava rendersi conto della necessità di procedere velocemente alla costruzione di una tendenza rivoluzionaria organizzata a livello nazionale, forse anche perché scottato dallo sconfortante isolamento subito dal gruppo de L’Ordine Nuovo durante gli scioperi di Torino. Per questo motivo partecipò alla riunione del gruppo del Soviet, la corrente di Bordiga presente soprattutto a Napoli, con l’intento di proporre l’unificazione delle due correnti sulla base della rinuncia da parte di Bordiga alle tesi dell’astensionismo strategico7, ricevendo però un secco rifiuto.

Ma furono soprattutto i tentennamenti di Serrati e compagni che provocarono l’assenza di una organizzazione rivoluzionaria centralizzata, coerente nella proposta di un programma rivoluzionario e contrapposta ai riformisti, nel momento decisivo del settembre del 1920, quando il movimento delle fabbriche occupate si concluse con la sconfitta, segnando la fine del “biennio rosso” in Italia. In realtà, l’indecisione dei massimalisti era solo il sintomo della loro profonda sfiducia nei confronti della prospettiva di una rivoluzione in Italia. Nell’impostazione teorica dei massimalisti, infatti, il compito del partito non era tanto quello di guidare le masse nella presa del potere con un programma politico rivoluzionario, ma semmai quello di accompagnare l’evoluzione degli eventi attraendo sempre più militanti e rafforzando quindi le proprie strutture: “il compito del Partito socialista non è, secondo me, quello di condurre le forze in piazza, quanto di approntare tutte le forze dell’assestamento socialista […] In questa opera di rincalzo della rivoluzione il Partito socialista italiano è forse il più preparato. Noi abbiamo una fitta rete di sezioni, di sindacati, di cooperative…8 Su questo punto, forse ancora più che sulla polemica riguardo l’espulsione dei riformisti della destra del partito, appare evidente lo spazio enorme che separa le concezioni di Serrati da quelle di Lenin e della Terza Internazionale e semmai avvicina il dirigente socialista italiano alle posizioni della cosiddetta “Internazionale due e mezzo”. Questa era una federazione di organizzazioni socialiste uscite dalla Seconda Internazionale, ma che non intendevano entrare nella Terza, sulla base dell’argomentazione opportunista per cui, data la diversità delle condizioni economiche, culturali e politiche nei paesi dell’Europa occidentale, la “via per il socialismo” poteva essere differente per ogni paese e si poteva quindi, in alcune condizioni, prescindere da un programma politico rivoluzionario e da una rottura con lo Stato borghese.9

Fu questa impostazione a lasciare il movimento operaio italiano privo di una strategia rivoluzionaria. Nel settembre del 1920, la maggioranza delle fabbriche metalmeccaniche del paese venne occupata e il lavoro riprese sotto la direzione dei Consigli di fabbrica. I padroni chiedevano l’intervento armato, ma l’unica opzione sul tavolo era impraticabile, perché richiedeva il bombardamento delle fabbriche, a cominciare dalla Fiat. L’iniziativa ricadeva completamente sulle spalle dei dirigenti del movimento operaio, ma il Psi, privo di un programma politico e di una strategia in grado di scalzare la linea riformista e sabotatrice della Cgl, si limitò a proclamare lo “scontro che si avvicina”, senza costruire nulla nella pratica.

Trotskij spiegò che la classe operaia italiana seguì l’agitazione e gli slogan dei socialisti, traendone conclusioni rivoluzionarie, occupando le fabbriche. Tuttavia la tattica del Psi si rivelò essere astratta e superficiale, priva di obiettivi strategici: a cosa avrebbe dovuto portare l’intero movimento? Il Partito socialista avrebbe dovuto accompagnare il movimento dei lavoratori guidandoli all’insurrezione e alla presa del potere, come in Russia? Sul terreno concreto della lotta politica, una chiara risposta del gruppo dirigente socialista non arrivò mai, lasciando il movimento operaio totalmente sospeso e privo di una guida politica. Il 20 settembre i lavoratori, lasciati soli nella lotta dalle loro organizzazioni, furono costretti a smobilitare, mentre il governo Giolitti accordava alcune concessioni sulla rappresentanza dei Consigli, salvando però il potere della borghesia nelle fabbriche e nel paese.

La sconfitta del movimento delle occupazioni dimostrava, quindi, che la rivendicazione di un’autonomia del Psi dalle indicazioni politiche dell’Internazionale serviva solo a mascherare l’opportunismo e a rimandare a tempo indeterminato la rivoluzione. A queste conclusioni giunsero Gramsci e Bordiga, che rompendo ogni indugio decisero in ottobre di procedere all’unificazione delle loro correnti in una frazione comunista. Ormai convinti della necessità di non ritardare ancora la formazione di un partito comunista che potesse prepararsi a una nuova occasione rivoluzionaria, Gramsci e Bordiga furono poi i protagonisti nel gennaio del 1921 della “scissione di Livorno” e della nascita del Partito comunista d’Italia (Pcd’I).

La lotta contro l’estremismo

Il dissenso sulla tattica del fronte unico

L’atteggiamento politico del Pcd’I sarà subito al centro di fraterni, ma aspri dibattiti con l’Internazionale comunista e la discussione sulla “questione italiana” sarà all’ordine del giorno dei due successivi congressi del Comintern: il terzo svoltosi nel 1921 e il quarto nel 1922.

Nelle parole di Lenin “fate la scissione con Turati, per poi allearvi con lui” era contenuta l’essenza della tattica che la Terza Internazionale stava proponendo al neonato Pcd’I. La separazione politica e organizzativa dai riformisti e la concentrazione dei rivoluzionari in un partito, erano solo la prima parte del problema che i comunisti italiani dovevano affrontare sulla strada verso la rivoluzione. L’altra, non meno importante, era la conquista della maggioranza dei lavoratori italiani. Già i risultati dell’ultimo congresso del Partito socialista, celebratosi immediatamente prima della “scissione di Livorno”, chiarivano quali fossero i rapporti di forza. Infatti, se la mozione di Turati prendeva solo 14mila voti e la mozione comunista 58mila voti, la mozione dei massimalisti continuava a mantenere la maggioranza con 98mila voti. Tuttavia, il gruppo dirigente del Pcd’I, saldamente in mano a Bordiga, la cui corrente era in quel momento politicamente più omogenea rispetto agli ordinovisti di Gramsci, scambiava l’umore dell’avanguardia con quello delle masse e sviluppava la propria politica fondandosi sulla premessa che il Partito socialista fosse ormai destinato a morire. Anche L’Ordine Nuovo, pochi giorni prima della scissione, titolava: “Prenda Turati il cadavere del fu Partito socialista e se ne faccia sgabello per la sua ambizione senile. Comunisti avanti!

Tuttavia, anche le successive elezioni dell’aprile del 1921 dimostrarono che le grandi masse dei lavoratori non avevano ancora abbandonato il Partito socialista, che ottenne un milione e mezzo di voti contro i 290mila del Partito comunista. Nonostante l’enorme sconfitta subita l’autunno precedente, la classe operaia italiana non aveva ancora tratto le sue conclusioni sul gruppo dirigente socialista e questo fondamentalmente per due ragioni. Innanzitutto, il Partito comunista si era da poco costituito, ma soprattutto in tutto il periodo precedente non era stata condotta all’interno del Partito socialista una battaglia di frazione centralizzata, coordinata e sufficientemente lunga perché potesse emergere un nuovo gruppo dirigente rivoluzionario, riconosciuto dal movimento operaio italiano. In Russia, prima del 1917, il processo di costruzione di un partito marxista solido e ben organizzato, dotato di un programma politico e di una strategia rivoluzionaria, ebbe inizio nel 1903 con la fondazione, all’interno del partito socialdemocratico operaio russo, della corrente dei bolscevichi contrapposta alla corrente riformista dei menscevichi. L’esistenza di una frazione rivoluzionaria organizzata all’interno del Partito socialista avrebbe probabilmente messo i comunisti italiani in una posizione più avanzata nel settembre del 1920 e negli sviluppi successivi. Al contrario, il Pcd’I rappresentava una minoranza combattiva, ma ancora esigua rispetto ai compiti rivoluzionari. Tuttavia, interpretando la scissione di Livorno come un atto unico formale che avrebbe risolto tutti i problemi posti dalla costruzione di un partito rivoluzionario, il gruppo dirigente del Pcd’I non si poneva la questione di una tattica che potesse permettere all’organizzazione, ancora fragile, del nuovo partito di raggiungere i lavoratori socialisti e di conquistarli.

Nel frattempo, il Partito socialista aveva protestato contro l’esclusione dall’Internazionale comunista, inviando alcuni delegati al terzo congresso (giugno-luglio 1921) perché la decisione presa al congresso precedente potesse essere rivista. Se la base militante del Psi non era ancora disposta a lasciare il partito, tuttavia aveva già abbandonato la politica del suo gruppo dirigente, costringendolo a orientarsi stabilmente verso la Terza Internazionale, che continuava a godere di una grande autorità presso i lavoratori italiani. Questa situazione poteva essere una grande occasione per i comunisti per mettere in pratica quanto il Comintern andava proponendo ai partiti comunisti dell’Europa occidentale nel suo terzo congresso, ovvero la costruzione di un fronte unico con i socialdemocratici, con la convocazione di azioni comuni che dimostrassero la maggiore adeguatezza del programma e della strategia comunista nel rispondere agli interessi della classe lavoratrice e degli oppressi. Infatti, la linea riformista non avrebbe permesso ai socialisti di condurre la lotta fino in fondo, mostrando alle masse che i comunisti avevano “una via concreta e che invece il Psi non sa cosa fare.”10

La parola d’ordine del terzo congresso era quindi quella di “andare alle masse”, ma questa venne raccolta dal Pcd’I limitatamente alla sola azione sindacale. Bordiga d’altra parte chiarì cosa intendesse lui stesso per fronte unico: unità sindacale per fronteggiare la riduzione dei salari, la disoccupazione e l’offensiva fascista. Ma niente blocco dei partiti operai.11 Un impostazione molto diversa da quella che Lenin e Trotskij avevano dato alla questione, su questo punto contrapposti anche ad alcuni dirigenti bolscevichi dell’Internazionale come Zinoviev e Bucharin: “In Europa occidentale e in America, dove le masse operaie sono organizzate in sindacati e partiti politici e dove dunque l’emergere di movimenti spontanei è un evento raro, i partiti comunisti devono tentare di lanciare una lotta comune per gli interessi immediati del proletariato, rafforzando la propria influenza nei sindacati e aumentando la propria pressione sui partiti che hanno una base proletaria.12

Il contesto politico era d’altra parte cambiato rispetto alla fase precedente. Il clima del congresso era ben diverso da quello dell’anno precedente. I processi rivoluzionari del dopoguerra non erano riusciti a rovesciare il capitalismo, si segnalava una ripresa della reazione borghese e si apriva una fase di stabilità, per quanto precaria, durante la quale i partiti comunisti avrebbero dovuto rafforzarsi avanzando un programma di rivendicazioni sul quale sfidare i riformisti. A tal proposito Trotskij, durante i lavori del terzo congresso, entrò in polemica con il delegato italiano Terracini che, riportando la posizione della sezione italiana, espresse il forte rifiuto del Pcd’I nei confronti dell’unità d’azione con il Partito socialista, convinto al contrario che l’inasprimento della lotta contro i socialisti avrebbe spinto le masse “ad aprire gli occhi” e a seguire i comunisti:

Ebbene, gli operai che non entrano nel loro partito e che non comprendono il nostro partito – ed è il motivo per cui non vi entrano – vogliono avere la possibilità di lottare per il pezzo di pane, il pezzo di carne. Essi vedono il Partito comunista e il Partito socialista, e non comprendono perché essi si sono separati […] essi dicono: ‘Ci si dia la possibilità di lottare per l’oggi!’ Non possiamo rispondere loro: ‘Ma ci siamo separati per preparare il vostro futuro, il vostro grande dopodomani.’ Essi non comprenderebbero, perché sono completamente assorbiti dal loro ‘oggi’, perché se potessero comprendere questo argomento, per essi del tutto teorico, sarebbero entrati nel partito.13

Il rifiuto della tattica del fronte unico dei partiti operai da parte del Pcd’I portò anche ad una sottovalutazione del pericolo fascista. Se per l’Internazionale comunista la lotta contro il fascismo “è lotta politica per eccellenza che si può combattere soltanto sotto la direzione delle masse lavoratrici e stretti nel vincolo del fronte unitario”14, Togliatti derubricava la violenza fascista a “nient’altro che una nuova forma della dittatura borghese […] costituito in partito, il fascismo avrà la sua parte al festino della democrazia. Tutti si metteranno facilmente d’accordo15, mentre Bordiga si spingeva ad affermare che “fascisti e socialdemocratici sono due aspetti dello stesso nemico di domani” e che “se la reazione bianca strozzerà la socialdemocrazia, preparerà le migliori condizioni per la sua rapida sconfitta da parte della rivoluzione.”16

Era evidente quindi che la considerazione che il gruppo dirigente del Pcd’I aveva nei confronti del fascismo fosse legata al rifiuto della tattica del fronte unico e alla concezione secondo la quale il Psi continuava semmai a essere il nemico principale. Nelle tesi del secondo congresso del Pcd’I, si arrivò ad affermare persino che un eventuale governo socialdemocratico assalito dai fascisti, non avrebbe dovuto avere la solidarietà dei comunisti, perché questo avrebbe generato confusione e ritardato “l’avanzata rivoluzionaria.”17

L’estremismo dei dirigenti del Pcd’I, incapaci di rispondere alla richiesta di unità dei lavoratori di fronte all’avanzata della reazione borghese, fece compiere ai comunisti un errore decisivo quando si trattò di decidere la linea di condotta da tenere nei confronti degli Arditi del popolo, un movimento antifascista, spontaneo e di massa, che sorse in varie città. La composizione sociale degli Arditi del popolo era fortemente proletaria, ma il Pcd’I, contrario alla possibilità che i suoi militanti potessero organizzarsi sul terreno politico e militare con lavoratori “ideologicamente non comunisti”, preferì formare una propria organizzazione di autodifesa, staccando i propri militanti dal resto della classe.

La risposta dell’Internazionale fu molto dura e diretta contro l’orientamento di fondo del partito: “È chiaro che agli inizi avevamo a che fare con un’organizzazione di massa proletaria e in parte piccolo-borghese che si ribellava spontaneamente contro il terrorismo. Dove erano in quel momento i comunisti? Erano occupati a esaminare con una lente d’ingrandimento il movimento per decidere se era sufficientemente marxista e conforme al programma? Il Pci doveva penetrare subito energicamente nel movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai e in tal modo convertire in simpatizzanti gli elementi piccolo-borghesi […] Il Partito comunista è il cervello e il cuore della classe operaia e, per il partito, non c’è movimento, a cui partecipino masse di operai, troppo basso e troppo impuro […] Il vostro giovane partito deve utilizzare ogni possibilità per avere contatto diretto con larghe masse operaie e per vivere con loro. Per il nostro movimento è sempre più vantaggioso compiere errori con la massa che lontano dalla massa, racchiusi nella cerchia ristretta dei dirigenti di partito, affermare la nostra castità per principio.18

Anche il fronte unico sindacale fu tuttavia più proclamato che effettivamente praticato. Nella Cgl i comunisti assieme ai massimalisti avrebbero avuto la maggioranza necessaria per la proclamazione di uno sciopero generale contro il fascismo, ma l’assillo di doversi differenziare da Serrati lasciò la palla in mano a Turati e ai riformisti, che convocarono il cosiddetto “sciopero legalitario” con l’esplicito obiettivo di ottenere il coinvolgimento dei socialisti nel governo. Lo sciopero, organizzato rifiutando la possibilità di difendersi dalla violenza fascista, fallì. La relazione che il Pcd’I presentò al quarto congresso dell’Internazionale tuttavia tracciava un bilancio degli eventi ancora una volta estremista, secondo la logica del tanto peggio, tanto meglio: “Nessuno ascolta più i massimalisti, è finita anche l’influenza dei dittatori gialli del movimento operaio.19 Esprimendo soddisfazione per la disgregazione nelle file del Partito socialista, avvenuta per mano della reazione fascista e non dei comunisti, i dirigenti del Pcd’I non si accorsero che quella stessa reazione stava disarmando tutto il movimento operaio.

Note

  1. K.Radek, Il II congresso dell’Internazionale comunista, in L’Ordine Nuovo, anno II, n. 10, 17 luglio 1920.
  2. Tuttavia, la posizione del gruppo dirigente del Psi fu molto differente da quella dei bolscevichi che, riconoscendo correttamente lo scontro di classe in atto nella guerra e il suo carattere imperialista, si impegnarono in un lavoro di propaganda ben riassunto nello slogan “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”. Al contrario, l’orientamento del Psi era “né aderire, né sabotare” che, oltre a non riconoscere il ruolo e le responsabilità della borghesia italiana, finì per rendere il partito completamente inerme e immobile di fronte agli eventi.
  3. Si tratta della corrente di Bissolati e Bonomi, principali fondatori del Partito socialista riformista italiano e fautori della tesi dell’interventismo democratico.
  4. L. Trotskij, La questione italiana al III congresso dell’Internazionale comunista, in Scritti sull’Italia, Massari Editore.
  5. A. Gramsci, Il movimento torinese dei Consigli di fabbrica, in Internazionale Comunista, anno I, n. 14, novembre 1920.
  6. Lenin, Sul movimento operaio italiano, Editori Riuniti.
  7. L’astensionismo strategico è una tattica che afferma l’inutilità e la dannosità dell’uso delle elezioni e del lavoro parlamentare per la costruzione del partito rivoluzionario dei lavoratori.
  8. G.M. Serrati, Il dovere dell’ora presente, in Comunismo, anno II, n. 1, 1-15 ottobre 1920.
  9. La mozione dei massimalisti al XVII congresso del Partito socialista italiano, che precedette la scissione comunista, riporta: “Il Partito socialista dichiara che accetta i ventuno punti di Mosca e quanto alla loro esecuzione intende siano interpretati secondo le condizioni ambientali e storiche del paese.”
  10. L. Trotskij, Lettera alla delegazione del Pcd’I, in Scritti sull’Italia, Massari Editore.
  11. A. Bordiga, Il fronte unico, in Il Comunista, 28 ottobre 1921.
  12. Tesi sulla tattica del terzo congresso dell’Internazionale comunista, in Assalto al cielo. Documenti e manifesti dei Congressi dell’Internazionale Comunista (1919-1922), Giovane Talpa Editore.
  13. L. Trotskij, A proposito del fronte unico, disponibile sul nostro sito a questo link
  14. L’Ordine Nuovo, 26 marzo 1922.
  15. P. Togliatti, Il fascismo partito politico, in L’Ordine Nuovo, 25 settembre 1921.
  16. A. Bordiga, Tra le gesta fasciste e la campagna elettorale, in Rassegna comunista, n. 2, 15 aprile 1921.
  17. Tesi sulla tattica, in Ordine Nuovo, 3 gennaio 1922.
  18. P. Spriano, Gli arditi del popolo, in Storia del Partito comunista italiano. Vol. 1. Da Bordiga a Gramsci, Einaudi.
  19. Relazione del Partito comunista d’Italia al quarto congresso dell’Internazionale comunista, in Lo Stato Operaio, anno II, n. 6, 6 marzo 1924.