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La verità dietro l’inflazione

Recentemente il problema dell’inflazione è tornato di attualità. Riteniamo quindi utile mettere a disposizione dei nostri lettori questo breve articolo di Ted Grant sull’argomento, pubblicato sul Militant nel gennaio del 1971 e per la prima volta tradotto in italiano. Il testo rappresenta un’applicazione, tanto sintetica quanto precisa, delle teorie economiche marxiste nell’analisi di una situazione concreta. Sebbene il contesto degli anni ’70 presenti parecchie differenze rispetto a quello attuale, le valutazioni di Ted Grant hanno una valenza più generale: ad esempio quando viene spiegato che non sono gli aumenti salariali a provocare l’inflazione, ma l’esatto contrario; oppure quando vengono evidenziati i limiti delle ricette capitaliste per contrastare l’inflazione.

                                                                                                                                  La redazione

 

di Ted Grant

 

Il governo conservatore e la stampa capitalista, la televisione e la radio hanno condotto una campagna instancabile e incessante sulla questione dell’inflazione, incolpando il movimento sindacale e la classe operaia del continuo aumento dei prezzi. Sono l'”avidità”, l'”egoismo” e il “teppismo” dei lavoratori nel chiedere aumenti salariali fino al 30% i responsabili della situazione economica del paese! Risuona il costante ritornello: “se i salari salgono, i prezzi salgono, tutti stanno peggio, compresi quelli che ricevono i salari più alti, e i pensionati, le vedove e i malati sono in grande difficoltà”.

Qual è la verità? L’ipocrisia nauseante dei commentatori e dei ministri conservatori che piangono lacrime di coccodrillo sulla situazione di queste persone è pari solo al loro impassibile rifiuto di prendere qualsiasi misura per alleviare la loro condizione. Ma cosa causa l’aumento dei prezzi? Se i capitalisti potessero arbitrariamente aumentare i prezzi, non aspetterebbero l’aumento dei salari. Sono interessati a guadagnare il massimo, sono interessati ai profitti. Ciò che li ferma è la concorrenza, specialmente nelle condizioni moderne, a livello nazionale e internazionale. Infatti in generale sono i salari che restano indietro rispetto ai prezzi e non viceversa.

Se i capitalisti potessero aumentare i prezzi a loro piacimento, perché dovrebbero affrontare la prospettiva di scioperi duri, con conseguente perdita di produzione e di profitti, piuttosto che accettare le richieste salariali dei lavoratori? Se si trattasse semplicemente di far passare gli aumenti salariali, questo sarebbe il modo più ovvio per risolvere il problema. Ma di fatto il profitto della classe capitalista è costituito esclusivamente dal lavoro non pagato della classe operaia. Di conseguenza un aumento dei salari per i lavoratori, a parità di altre condizioni, significa un calo del profitto dei capitalisti. Da qui le grida di dolore degli scribacchini pagati dal capitalismo nei mass media.

Le grida di angoscia dei parlamentari conservatori e il clamore della CBI (la Confindustria britannica, Ndt) contro le spese statali “improduttive” e “parassitarie” derivano dal fatto che il denaro “speso” dallo Stato può essere raccolto solo dalla tassazione che viene o dalle tasche dei lavoratori o dalle tasche dei capitalisti. Risparmiando su cose “dispendiose” come i servizi sociali, più denaro può essere travasato nell’interesse del grande capitale.

La parte del prodotto nazionale lordo assorbita dalla spesa statale è aumentata dal 37% del 1957 al 50% del 1969; questo in un momento in cui, nel migliore dei casi, l’economia è cresciuta solo lentamente. Da qui il programma dei conservatori, difeso con zelo sulle pagine della stampa capitalista e fragorosamente applaudito dagli altri organi dell’opinione pubblica, di smantellare spietatamente le riforme del dopoguerra a spese della classe operaia.

I capitalisti possono ottenere un surplus solo dal lavoro che impiegano. Quello che Marx chiama capitale costante è l’investimento in macchinari, capannoni, materie prime e così via. Questo è “lavoro morto” che passa invariato nel prodotto finale. Con lo sviluppo della tecnica, si deve investire sempre di più per sfruttare relativamente sempre meno lavoro. Di conseguenza, nonostante l’aumento dello sfruttamento e l’aumento del surplus estratto dai lavoratori, c’è una caduta tendenziale del saggio di profitto. Quest’anno ICI, Fords, Courtaulds e molte altre imprese gigantesche hanno registrato un effettivo calo dei profitti, nonostante in molti casi ci sia stato un aumento degli investimenti.

Di conseguenza vogliono aumentare i loro profitti spremendo i lavoratori, aumentando la produttività, ricorrendo a ritmi di lavoro più intensi e facendosi aiutare dal governo Tory ad opporsi agli aumenti salariali e a introdurre leggi anti-sindacali per ostacolare e limitare la lotta dei lavoratori per ottenere migliori condizioni di vita.

“Capitale fittizio”

Una delle cause principali della continua caduta del potere d’acquisto del denaro in Gran Bretagna, come in altri paesi capitalisti, è la spesa “gonfiata” per gli armamenti, che in Gran Bretagna assorbe più di 2,5 miliardi di sterline. I lavoratori dell’industria militare devono mangiare, avere delle case in cui abitare, procreare, avere tempo libero e condurre tutte le normali attività della classe operaia. I capitalisti di queste industrie devono realizzare il tasso medio di profitto, se non di più. La spesa è interamente improduttiva, non produce né beni di consumo né beni d’investimento, e di conseguenza è a carico della produzione della società nel suo insieme. Da qui l’indebolimento della moneta. Allo stesso tempo il debito nazionale, che ora ha raggiunto una cifra astronomica tra 1,2 e 1,4 milioni di sterline, per le spese in armamenti distrutti nelle guerre imperialiste nel corso del secolo scorso, costituisce un drenaggio enorme e parassitario di risorse economiche.

La Gran Bretagna non è un caso speciale. L’inflazione è diffusa in tutto il mondo capitalista. Le sue conseguenze sono aggravate in Gran Bretagna dalla lentezza dell’economia dovuta al cattivo stato di salute del capitalismo.

Per far fronte all’aumento dei prezzi, i lavoratori di tutti questi paesi hanno chiesto livelli di retribuzione più alti. Negli Stati Uniti, nonostante il massiccio aumento della disoccupazione, in molti settori i lavoratori hanno ottenuto grandi aumenti, superiori al 14%. Nei paesi del mercato comune europeo, i salari sono aumentati del 14% quest’anno, gli aumenti più alti degli ultimi dodici anni. In Italia i salari sono aumentati del 18% e nella Germania occidentale del 15%.

In passato, una delle principali argomentazioni [contro gli aumenti salariali] della classe capitalista e dei suoi giornalisti è stata il basso livello dei salari dei loro concorrenti, soprattutto in Europa occidentale. Ora in confronto la Gran Bretagna, a causa della relativa stagnazione economica, sta rapidamente diventando un paese a manodopera a basso costo. Nella stampa capitalista e negli altri mezzi di comunicazione nelle mani della classe dominante, si continua a sostenere che i padroni non possano permettersi salari più alti a causa della concorrenza internazionale. È il fallimento dei capitalisti nell’investire il surplus estratto dai lavoratori la vera radice del problema. Ma i capitalisti investiranno solo se possono ottenere un extra profitto. Di conseguenza il potenziale della scienza e della tecnica britanniche non è stato utilizzato e la Gran Bretagna, un tempo la principale nazione industriale, affronta la minaccia molto reale di diventare l’ultima ruota del carro in confronto ai suoi rivali.

Nel frattempo le misure del governo, come quelle del precedente governo laburista, limitano il mercato con le tasse a carico dei lavoratori e la “stretta economica e monetaria”. Questo, più i bassi salari, non dà alcun “incentivo” ai capitalisti ad investire. Questo a sua volta diventa un circolo vizioso. La lotta del movimento sindacale per salari più alti può costringere i capitalisti ad investire di più in macchinari per risparmiare sul lavoro. Limitare i salari si traduce semplicemente in superprofitti per i capitalisti.

L’attuale ripresa economica è il periodo “più adatto” in cui i lavoratori possono migliorare il loro tenore di vita. Di conseguenza, le esortazioni in tutto il mondo capitalista, dalla Norvegia all’America, da parte dei banchieri e degli industriali, e con loro dei governi, a sostegno di politiche di contenimento dei prezzi e dei redditi, di una stretta monetaria o della “fermezza” dei governi e dei padroni contro quelle che definiscono richieste salariali “irragionevoli”. Cercano di trovare una “soluzione”, a spese dei lavoratori, alla malattia capitalista dell’inflazione.

In America questa malattia si è manifestata con l’aumento della disoccupazione, il calo o la stagnazione della produzione e l’aumento dei prezzi. Il tentativo di aggiustare alla bene e meglio l’economia sulla base dei consigli da stregoni degli economisti capitalisti ha avuto questo risultato senza precedenti.

Il keynesismo, la bibbia dei leader laburisti (e una filosofia dell’inflazione), è stato completamente screditato: i tentativi di operare sui suoi precetti in Gran Bretagna e in America sono stati dei fallimenti totali. E ora, i cosiddetti metodi “monetaristi” hanno avuto i risultati sopra delineati. Essi partono dalla proposizione elementare per cui una data quantità di denaro è necessaria per muovere una data quantità di merci in un’economia capitalista, in base ad una velocità fissa nella circolazione del denaro, e in tali circostanze, se per esempio la quantità di banconote in circolazione viene raddoppiata, anche i prezzi raddoppieranno. I monetaristi arrivano quindi alla conclusione che in una situazione di inflazione, una riduzione della “massa monetaria”, cioè dell’emissione di liquidità e di credito, provocherebbe un calo proporzionale dei prezzi, o almeno fermerebbe l’inflazione costante dei prezzi. Essi immaginano che la rimozione del sintomo curerà la malattia. In realtà la causa dell’inflazione in America e altrove è rappresentata dal capitale fittizio generato dalla produzione militare, dai trucchi in borsa, dalla falsa emissione di azioni senza la garanzia di capitali reali, immobili o macchinari, dallo spreco della guerra del Vietnam, ecc. È impossibile eliminare l’inflazione senza sradicarne le cause: di conseguenza il tentativo di una stretta monetaria in America ha significato molti fallimenti, disoccupazione e aumento dei prezzi. L’inflazione continua a salire. La produzione industriale è rimasta ferma o è scesa. In Gran Bretagna la stretta monetaria, e la politica di contenimento dei prezzi e dei redditi, ha provocato alti profitti, un arresto dell’economia, bassi investimenti e prezzi in aumento.

Prendere il controllo dei monopoli

La produzione sta aumentando faticosamente al ritmo del 2-3% in Gran Bretagna. L’investimento di capitali sta aumentando in modo altrettanto letargico. Anche in America, i nuovi investimenti sono scesi al 2%! La disoccupazione in Gran Bretagna ha superato le 650.000 unità, mentre i prezzi aumentano vertiginosamente. Anche secondo l’indice ufficiale, il costo della vita è aumentato dell’8%! Così una politica monetaria restrittiva ha significato bassa produzione, aumento della disoccupazione e prezzi più alti.

La malattia del sistema deve essere “alleviata” a spese della classe operaia. Ma anche se questa operazione avesse successo, la malattia organica del capitalismo non sarebbe curata. È l’irrazionalità della produzione per il profitto, e non per il beneficio dei produttori, la causa di tutte le difficoltà del sistema a livello nazionale e internazionale. La lotta della classe operaia contro il progetto di legge anti-sindacale, contro i tagli ai servizi sociali, per un salario minimo di 20 sterline a settimana, così come i modesti aumenti salariali richiesti dai lavoratori con una scala mobile dei salari per compensare l’aumento dei prezzi e la riduzione dell’orario di lavoro per assorbire i disoccupati: queste sono richieste minime.

La soluzione a lungo termine non è una nuova e disastrosa politica di contenimento dei prezzi e dei redditi da parte del prossimo governo laburista, come sostenuto da Lord George-Brown, e suggerito da Roy Jenkins e Barbara Castle [dirigenti del partito laburista dell’epoca, Ndt], che avrà gli stessi risultati delle ultime versioni di questa politica, ma una rottura con il capitalismo e le politiche capitaliste. La nazionalizzazione delle “leve fondamentali dell’economia”, con un indennizzo minimo solo per chi ne ha effettivamente bisogno, deve essere il programma del movimento operaio.

Nonostante i capitalisti piangano miseria, la Gran Bretagna rimane ancora uno dei paesi più ricchi del mondo. 120 miliardi di sterline è il totale stimato. La Gran Bretagna ha i macchinari, la scienza, la tecnica e l’abilità della classe operaia, che potrebbero essere usati per produrre in abbondanza e garantire standard di vita decenti per tutti. L’unica risposta è l’organizzazione e la gestione dell’economia da parte della classe lavoratrice nell’interesse della classe lavoratrice.