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La rivoluzione di febbraio del 1917 – L’assalto al cielo

di Alan Woods

La Prima guerra mondiale si stava rivelando una catastrofe per la Russia. Dal fronte giungevano notizie di una sconfitta dopo l’altra. Il crollo dell’economia provocava carenze di pane. Folle di donne affamate e disperate facevano la coda davanti ai forni in attesa di pane che non sarebbe arrivato. Ma tra gli strati superiori della società russa le cose andavano molto diversamente.

Una cricca dissoluta e dispotica governava il paese con pugno di ferro. Alle feste dei ricchi aristocratici e dei banchieri lo champagne scorreva a fiumi. Ufficiali in servizio che avrebbero dovuto trovarsi al fronte, dove i loro uomini soffrivano orrori indicibili, erano invece ospiti regolari di questi ricevimenti in cui prostitute d’alto bordo si mescolavano a miliardari e cortigiani.

Il tanfo dello scandalo spargeva il suo intollerabile fetore fuori dalla corte dello zar e raggiungeva ogni angolo della società, ogni fabbrica e ogni trincea fradicia e maleodorante. Il tentativo di evitare la rivoluzione con una congiura di palazzo attraverso l’assassinio del perverso monaco Rasputin fu un insuccesso. L’opposizione liberale borghese nella Duma implorò lo zar di introdurre dei cambiamenti dall’alto, per ottenere la fiducia della popolazione e prevenire una rivoluzione dal basso – ma invano. Nicola replicò sdegnosamente: “Che cosa sono queste chiacchiere sulla fiducia del popolo? Che sia il popolo a meritare la mia fiducia”.

L’insurrezione

Ma sotto la superficie di un’apparente tranquillità il processo molecolare della rivoluzione si muoveva spedito. L’anno 1917 si aprì con un’ondata di scioperi a Pietrogrado, dopo una breve pausa tra novembre e dicembre del 1916. Solo a gennaio incrociarono le braccia in 270mila, 177mila nella sola Pietrogrado. Gli scioperi furono accompagnati da assemblee e manifestazioni di massa. Era l’inizio di un movimento generale delle masse.

Il punto culminante fu raggiunto il 23 febbraio – data della Giornata internazionale delle donne nel vecchio calendario giuliano utilizzato in Russia fino al 1918, che usiamo per tutte le date in questo articolo.

Quel giorno un marinaio di 25 anni, Fyodr Raskolnikov, guardò fuori dalla finestra e pensò: “Oggi è la Giornata delle donne. Succederà qualcosa nelle strade oggi?” E qualcosa accadde. Assemblee di massa protestarono contro la guerra, il costo eccessivo della vita e le cattive condizioni lavorative delle donne. Le donne marciarono sulle fabbriche, chiamando i lavoratori a uscire. Tutta la città di Pietrogrado ribolliva di vita. La velocità della luce con cui donne e giovani si muovevano colse di sorpresa anche gli attivisti.

Il giorno seguente, duecentomila operai – oltre la metà della classe lavoratrice di Pietrogrado – scesero in sciopero. Vi furono grandi assemblee nelle fabbriche e imponenti manifestazioni. Fiumi di persone si riversarono nel centro della città superando i blocchi della polizia e dell’esercito al grido di “Pane!”, “Pace!” e “Abbasso la monarchia!” La rivoluzione era appena cominciata e immediatamente acquistò un impeto enorme, spazzando via ogni cosa davanti a sé. Lo zar aveva firmato di suo pugno l’ordine di aprire il fuoco sui manifestanti disarmati. Inizialmente i soldati spararono in aria. Quindi il reggimento Pavlovsk ricevette l’ordine di sparare sui lavoratori, ma invece aprì il fuoco contro la polizia. Questo fu un punto di svolta decisivo. Le potenti forze che lo stato pensava fossero a sua disposizione si sciolsero come neve al sole. Sulla carta, il regime aveva forze possenti a propria disposizione ma, al momento della verità, al regime mancò la terra sotto i piedi. Una volta che il proletariato cominciava a muoversi, nulla poteva fermarlo. La rivoluzione di febbraio (come è conosciuta, benché, nel calendario in vigore dopo il 1918, in realtà ebbe luogo a marzo) fu relativamente pacifica perché nessuna forza significativa era preparata a difendere il vecchio regime. Vi furono numerosi episodi di fraternizzazione fra soldati e scioperanti. I lavoratori si presentarono davanti alle caserme per lanciare appelli ai loro fratelli in uniforme.

Perfino i cosacchi, un’unità speciale di élite utilizzata per reprimere le proteste, si dimostrarono inaffidabili. I cosacchi a cavallo rimasero immobili mentre i lavoratori spingevano in avanti, passando addirittura sotto la pancia dei cavalli. Un manifestante lo notò mentre passava sotto l’animale, e il soldato lo guardò ammiccando. Questo piccolo aneddoto dice già tutto ciò che occorre sapere.

Il dualismo di poteri

Dopo il 27 febbraio, gran parte della capitale era nelle mani dei lavoratori e dei soldati, compresi i ponti, gli arsenali, le stazioni ferroviarie, il telegrafo e il servizio postale. Basandosi sull’esperienza del 1905, i lavoratori costituirono soviet (consigli operai) per assumere il governo della società. Per l’inizio di marzo, lo zar Nicola, ormai privo di potere, aveva abdicato e la dinastia Romanov rimaneva solo sui libri di storia. Il potere era nelle mani dei lavoratori e dei soldati ma, in assenza della necessaria direzione, essi non portarono la rivoluzione fino in fondo. Questo fu il paradosso fondamentale della rivoluzione di febbraio.

I leader riformisti (i socialisti rivoluzionari e i menscevichi) che costituivano il nucleo centrale del Comitato esecutivo dei soviet, non avevano affatto la prospettiva di prendere il potere; al contrario, inciamparono l’uno sull’altro nella fretta di consegnare il potere alla borghesia, benché quest’ultima non avesse giocato alcun ruolo nella rivoluzione e ne fosse terrorizzata. Profondamente convinti che la borghesia fosse l’unica classe in grado di governare, erano ansiosi di offrire il potere conquistato dai lavoratori e dai soldati al settore “illuminato” della borghesia alla prima occasione utile.

Tuttavia, questi liberali non avevano alcuna vera base di appoggio di massa nella società. I rappresentanti della grande imprenditoria sapevano già che avrebbero potuto mantenere la loro condizione sostenendo i dirigenti dei soviet. Il vecchio ordine si attendeva che questa fosse solo una situazione provvisoria. Le masse presto si sarebbero stancate di questa follia. Il movimento si sarebbe spento e allora avrebbero potuto semplicemente cacciare i “socialisti” a calci nel sedere e ripristinare l’ordine. Ma per il momento, i socialisti erano un male necessario con cui convivere, nel timore di qualcosa di peggio.

I liberali borghesi si mossero in fretta per riprendere il controllo. Un comitato, guidato da Mikhail Rodzianko, già portavoce della Duma, si autoproclamò il Governo provvisorio della Russia. Un altro esponente di rilievo di questo comitato, Shulgin, fece involontariamente trapelare le vere ragioni per la formazione del Governo provvisorio, quando osservò: “se non prendiamo noi il potere, altri lo faranno al posto nostro, quelle canaglie che hanno già eletto altre canaglie nelle fabbriche”. Le “canaglie” a cui si riferiva erano i membri dei consigli operai (i “soviet”), comitati di lotta con base di massa, eletti democraticamente nei posti di lavoro, che fecero immediatamente la loro comparsa.

Il governo provvisorio

Il 2 marzo fu costituito formalmente il governo provvisorio. Era composto principalmente da grandi latifondisti e industriali. Il principe Lvov fu nominato presidente del consiglio dei ministri. Il ministro degli esteri era il segretario del partito dei Cadetti, Milyukov. Il ministro delle finanze era il ricco industriale dello zucchero e proprietario terriero Konovalov. Il ministero della guerra e della marina andrò all’ottobrista Guchkov. L’agricoltura fu assegnata al cadetto Shingarev.

A questa banda reazionaria di furfanti i soviet affidarono il governo della Russia! Lo scopo dei liberali era fermare la rivoluzione con delle modifiche cosmetiche dall’alto che avrebbero preservato il più possibile del vecchio regime. In questa grottesca commedia degli errori, i lavoratori, che avevano versato il loro sangue per rovesciare i Romanov, consegnarono il potere ai loro dirigenti, i quali a loro volta lo consegnarono alla borghesia liberale che, infine, lo offrì nuovamente ai Romanov.

Tutto questo non sfuggì ai lavoratori e ai soldati, specialmente gli attivisti, il cui atteggiamento verso i politici borghesi nel governo provvisorio era caratterizzato da un sentimento crescente di sfiducia. Tuttavia essi si fidavano dei loro dirigenti, menscevichi e SR, i “socialisti moderati” che costituivano la maggioranza del Comitato esecutivo dei soviet e che continuavano a ripetere loro di avere pazienza, che il primo obiettivo era consolidare la democrazia, preparare la convocazione dell’Assemblea costituente eccetera.

I dirigenti menscevichi e socialisti rivoluzionari che dominavano il soviet inizialmente avevano numerosi vantaggi sui bolscevichi. Avevano i “grandi nomi” del gruppo parlamentare, persone note alle masse attraverso la stampa legale durante gli anni di guerra. Inoltre offrivano quella che appariva una via d’uscita semplice alla massa dei lavoratori e dei contadini privi di esperienza politica che per la prima volta entravano in scena, intossicati com’erano dalle illusioni democratiche.

Menscevichi e socialisti rivoluzionari si aggrappavano alla borghesia liberale. Quest’ultima si aggrappava al vecchio ordine. Operai e contadini, solo da poco risvegliati alla vita politica, stavano lottando per trovare la propria strada ma ancora mancavano dell’esperienza e della fiducia per fare affidamento sulle proprie forze. Gli oratori menscevichi e i “grandi nomi” li riempivano di soggezione e mettevano a tacere i loro dubbi.

In nome dell’unità e della “difesa della democrazia”, unità di tutte “le forze progressiste”, etc., usavano l’argomento che la classe operaia non potesse trasformare la società “da sola” e ripetevano come pappagalli la penosa litania tradizionalmente riproposta, allora come oggi, dai leader riformisti per convincere i lavoratori che non sono in grado di cambiare la società e dovranno sempre farsi una ragione del dominio del capitale. Spiegavano che il soviet avrebbe “fatto pressione sui liberali borghesi” perché agissero in favore degli interessi dei lavoratori. In questo modo nacque l’aborto del “dualismo di poteri”.

I bolscevichi nel febbraio

La crescita del Partito Bolscevico nel 1917 rappresenta la trasformazione più spettacolare nell’intera storia dei partiti politici. A febbraio il partito contava un numero assai piccolo di militanti – probabilmente non più di ottomila, in un paese enorme con una popolazione di 150 milioni di abitanti. Eppure, a ottobre i bolscevichi furono forti abbastanza da condurre milioni di lavoratori e di contadini alla conquista del potere.

Gli operai bolscevichi nelle fabbriche mostravano un sano scetticismo e sfiducia nei confronti del governo provvisorio fin dal principio. Ma l’arrivo di Kamenev e Stalin dall’esilio in Siberia impresse immediatamente una netta svolta a destra delle posizioni politiche assunte dai dirigenti bolscevichi a Pietrogrado. Questa svolta ebbe subito un riflesso sulle pagine del loro giornale. Sulla Pravda del 14 marzo, due giorni dopo il suo ritorno, Kamenev chiese in un editoriale: “A che cosa servirebbe accelerare il processo, quando il processo già si sta svolgendo a un ritmo così rapido?” Stalin sosteneva la stessa posizione di Kamenev, solo più cautamente.

Stalin e Kamenev avevano capitolato all’enorme pressione della “opinione pubblica”. La posizione che difendevano di fatto cancellava le linee di separazione tra bolscevichi e menscevichi, al punto che la Conferenza dei bolscevichi tenutasi a marzo considerò davvero la questione di una fusione. In effetti, se la posizione di Stalin e Kamenev fosse stata accettata, non ci sarebbero state ragioni serie per mantenere due partiti separati.

Stalin una volta aveva descritto le differenze tra bolscevismo e menscevismo come “una tempesta in un bicchiere”. Nei verbali della conferenza di marzo del partito leggiamo queste parole: “Stalin: è inutile correre avanti e anticipare divergenze. Non c’è vita di partito senza divergenze. Sopravvivremo a piccole divergenze all’interno del partito. Ma c’è una questione – è impossibile unire ciò che non può essere unito. Avremo un solo partito con coloro che condividono i principi di Zimmerwald e Kienthal…

Se questa linea opportunista non fosse stata corretta, avrebbe inferto un colpo mortale alla rivoluzione. Per riuscire a convincere il partito a cambiare rotta, Lenin dovette combattere una lotta feroce che proseguì per tutto il 1917 e si concluse infine con il suo successo.

Ma questo risultato non fu ottenuto immediatamente né con facilità. Dalla lontana Svizzera Lenin osservava con ansia crescente l’evoluzione della linea seguita dai dirigenti bolscevichi a Pietrogrado.

Lenin

Non appena udì la notizia del rovesciamento dello zar, Lenin telegrafò a Pietrogrado il 6 marzo: “La nostra tattica: nessuna fiducia e nessun sostegno al nuovo governo; Kerensky è particolarmente sospetto; armare il proletariato è l’unica garanzia; elezioni immediate del Consiglio municipale di Pietrogrado; nessun riavvicinamento con gli altri partiti”. Lenin bombardò la Pravda di lettere e articoli in cui proponeva che i lavoratori rompessero con i liberali borghesi e prendessero il potere nelle proprie mani.

Non appena la Pravda riprese la pubblicazione, Lenin cominciò a mandare le sue famose Lettere da lontano. Leggendo questi articoli e confrontandoli con i discorsi alla conferenza di marzo, sembra di essere in due mondi diversi. Quando le lettere di Lenin li raggiunsero a Pietrogrado, i dirigenti bolscevichi rimasero sbalorditi. Un aspro conflitto si aprì tra Lenin e i suoi compagni più vicini.

I dirigenti bolscevichi erano così imbarazzati dalle lettere di Lenin che esitarono diversi giorni prima di pubblicarle. E anche allora, ne mandarono in stampa solo una delle due, che fu censurata per tagliare tutti i passaggi in cui Lenin si opponeva a qualsiasi accordo con i menscevichi. Non ebbero sorte migliore gli articoli di Lenin: o non vennero proprio pubblicati, o subirono mutilazioni.

Nel numero 27 della Pravda, Kamenev scrisse: “Per quanto concerne lo schema generale di Lenin, esso ci appare inaccettabile, in quanto procede dall’assunto che la rivoluzione democratica borghese sia completata, e specula sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione in una rivoluzione socialista”. Questa affermazione rispecchia le opinioni di Kamenev, Stalin e la maggior parte degli altri “vecchi bolscevichi” nella primavera del 1917.

Trotskij

Di tutti i dirigenti della socialdemocrazia all’epoca, soltanto uno mantenne una posizione che corrispondeva perfettamente con quella difesa da Lenin. Quell’uomo era Leon Trotskij, con cui Lenin si era scontrato frequentemente in passato. Quando Trotskij seppe della rivoluzione di febbraio, era ancora in esilio a New York, dove scrisse immediatamente una serie di articoli sul giornale Novy Mir.

La dinamica degli eventi aveva spinto Lenin e Trotskij a un riavvicinamento. In modo indipendente, a partire da posizioni differenti, giunsero alla medesima conclusione: la borghesia non può risolvere i problemi della Russia. I lavoratori devono prendere il potere.

In un momento in cui i “vecchi bolscevichi”, contro il parere espresso di Lenin, si riavvicinavano ai menscevichi, pareva loro che le idee di Lenin fossero puro “trotskismo”, e in un certo senso non avevano torto.

“Tutto il potere ai soviet”

La cantilena abitualmente ripetuta dagli storici borghesi è che la rivoluzione d’ottobre non fu che un “colpo di stato” portato avanti da una minoranza di cospiratori guidata da Lenin, mentre la rivoluzione di febbraio era stato un movimento spontaneo, dal basso delle masse. La conclusione implicita è che la seconda rivoluzione fu un evento negativo, che avrebbe condotto inesorabilmente alla dittatura, mentre la prima fu una rivoluzione “per la democrazia” – un movimento dell’intera società. Entrambe le affermazioni sono false.

Questi storici specializzati nel senno di poi adesso spiegano che, se la rivoluzione di febbraio non fosse stata “rovinata” dai bolscevichi, sarebbe sbocciato un paradiso di democrazia e i problemi successivi sarebbero stati evitati. Questo assunto è completamente falso. La vicenda di Kornilov, alcuni mesi dopo, mostrò esattamente dove stava conducendo la fine del dualismo di poteri. Il governo provvisorio era soltanto una facciata dietro la quale si radunavano le forze della reazione. La scelta, per la popolazione russa, non era tra democrazia e dittatura, ma tra chi avrebbe preso il potere tra i lavoratori e i reazionari.

La verità è che i lavoratori e i contadini russi avevano già il potere nelle loro mani a febbraio. Se i dirigenti dei soviet avessero agito diversamente, la rivoluzione si sarebbe sviluppata in modo pacifico, senza la guerra civile, perché avevano il sostegno della stragrande maggioranza della società. L’unica ragione che impedì di raggiungere l’obiettivo di una rivoluzione pacifica in Russia fu la codardia e il tradimento dei dirigenti riformisti dei soviet.

Il bolscevichi erano una minoranza nei soviet, che erano dominati dai partiti riformisti, i socialisti rivoluzionari e i menscevichi. Questa è la ragione per cui Lenin lanciò lo slogan “Tutto il potere ai soviet.” Il loro primo obiettivo non era la presa del potere ma conquistare la maggioranza che aveva illusioni nei riformisti.

Prendete il potere!

Da marzo fino alla vigilia dell’insurrezione di ottobre, Lenin richiese insistentemente che i dirigenti riformisti dei soviet prendessero il potere nelle loro mani, spiegando che questo avrebbe garantito una trasformazione pacifica della società. Garantì che, se i leader riformisti avessero deciso questo passo, i bolscevichi si sarebbero limitati alla lotta pacifica per conquistare la maggioranza nei soviet.

Menscevichi e socialisti rivoluzionari rifiutarono di prendere il potere perché erano fermamente convinti che fosse la borghesia a dover governare. Il risultato di questa politica fu che a prendere l’iniziativa furono inevitabilmente le forze reazionarie. Dietro la facciata del fronte popolare russo (il governo provvisorio) la classe dominante si stava raggruppando per preparare la sua vendetta, che si manifestò con le “giornate di luglio”. I lavoratori subirono una sconfitta, il Partito bolscevico fu soppresso e Lenin costretto a nascondersi in Finlandia.

Si preparava il terreno per la controrivoluzione. Il generale Kornilov marciò su Pietrogrado per schiacciare la rivoluzione. I bolscevichi lanciarono lo slogan del fronte unico per sconfiggere Kornilov. Fu il punto di svolta della rivoluzione russa. Attraverso l’utilizzo di una piattaforma di rivendicazioni di transizione (pace, pane e terra, tutto il potere ai soviet) e di una tattica flessibile (il fronte unico) i bolscevichi conquistarono la maggioranza dei lavoratori e dei soldati nei soviet. Solo allora Lenin lanciò la parola d’ordine della presa del potere, che portò alla vittoria dei bolscevichi in ottobre, il 7 novembre 1917 nel calendario moderno.

La rivoluzione d’ottobre, lungi dall’essere un colpo di stato, fu la rivoluzione più popolare e democratica della storia. Se i bolscevichi non avessero preso il potere in quel momento, la rivoluzione russa sarebbe stata destinata alla sconfitta come la Comune di Parigi. Il fascismo avrebbe raggiunto il potere in Russia cinque anni prima di Mussolini. Invece, i lavoratori e i contadini russi presero il potere nelle proprie mani attraverso i soviet e aprirono un nuovo orizzonte destinato a ispirare l’intera umanità. Il giudizio finale di Rosa Luxemburg sul Partito bolscevico può essere considerato l’ultima parola sulla storia del più grande partito rivoluzionario della storia:

Quello che conta è distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è, il nocciolo dalle escrescenze accidentali nelle politiche dei bolscevichi. Nell’epoca presente, mentre affrontiamo lotte decisive in tutto il mondo, il problema principale del socialismo era ed è la questione scottante del nostro tempo. Non è questione di questo o quell’aspetto secondario della tattica, ma della capacità di agire del proletariato, la sua forza nell’azione, la volontà di potere del socialismo in quanto tale. In questo, Lenin e Trotskij e i loro compagni furono i primi, coloro che si mossero in anticipo per essere d’esempio al proletariato di tutto il mondo; e sono ancora gli unici finora a poter dire a voce alta, come Hutten: ‘Io ho osato!’

Questo è l’essenziale e ciò che è duraturo nella politica dei bolscevichi. In questo senso appartiene a loro, per sempre, il ruolo storico di aver marciato alla testa del proletariato internazionale con la conquista del potere politico, di aver posto praticamente il problema della realizzazione del socialismo e di aver portato a un livello superiore la resa dei conti tra capitale e lavoro nel mondo intero. In Russia il problema poteva soltanto essere posto. Non poteva essere risolto in Russia. E in questo senso, ovunque, il futuro appartiene al bolscevismo”.

 

24 febbraio 2017

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