
Il panarabismo e il movimento comunista in Medio Oriente
3 Febbraio 2026
Le cause oggettive e soggettive della degenerazione della Quarta Internazionale
3 Febbraio 2026Intervento di Serena Capodicasa al seminario nazionale di formazione “La lotta del popolo palestinese, la rivoluzione araba e il movimento operaio internazionale” (Milano, 13 dicembre 2025).
Il 12 maggio 2025 Abdullah Ocalan, leader storico del PKK, il partito curdo dei lavoratori, e della lotta di liberazione del popolo curdo, ha rilasciato dalla prigione turca in ui è detenuto dal 1999, un annuncio (tragicamente) storico, dichiarando lo scioglimento del PKK sulla base di una trattativa col regime di Erdogan.
Questo avvenimento si ricollegava ad un altro punto di svolta nella storia del popolo curdo, avvenuto pochi mesi prima in Siria, tanto che Davide Grasso (che possiamo considerare il portavoce in Italia dell’organizzazione sorella del PKK in Siria, il PYD partito dell’Unione democratica), aveva detto che erano stati i curdi di Siria ad aprire per primi una strada “positivamente” riformista.
Dopo il crollo del regime di Assad del dicembre 2024 sotto l’offensiva delle milizie jihadiste dell’HTS di Al-Jolani (sponsorizzate dalla Turchia e benedette dall’imperialismo occidentale), i curdi siriani del PYD hanno infatti aperto dei negoziati per convivere con il nuovo regime, arrivando a ipotizzare la fusione delle proprie milizie col nuovo esercito.
In un’intervista dello scorso ottobre 2025 Fawza Youssef, leader del PYD, su questi negoziati e sulle difficoltà che ci sono, oltre ad attribuire un ruolo positivo agli USA come garanti degli stessi negoziati, commentava positivamente l’obiettivo del nuovo governo siriano di voler normalizzare i rapporti con Israele, dicendo:
“Riteniamo importante che la Siria possa avere relazioni pacifiche con i paesi vicini; tuttavia qualsiasi accordo non deve avvenire a spese della Siria.”
Un punto di vista nazionalista siriano per giustificare buoni rapporti con lo Stato sionista responsabile del genocidio dei palestinesi a Gaza!
Queste parole esprimono il livello di arretramento politico da parte di un’organizzazione che aveva rappresentato un punto di riferimento per la sinistra a livello internazionale, in particolare dopo la strenua resistenza di Kobane contro l’esercito islamico nel 2014! Così come in solidarietà con Ocalan e il PKK ci furono mobilitazioni a livello internazionale contro il suo arresto.
Oggi assistiamo non solo ad un ripiegamento della lotta, ma a una vera e propria capitolazione delle direzioni politiche del popolo curdo di fronte ai propri nemici storici: il regime turco, i gruppi jihadisti, le potenze imperialiste occidentali.
Per capire questa parabola e le responsabilità della direzione, bisogna ripercorrere la storia di questa lotta e individuarne le basi teoriche.
Alcuni cenni di storia del Kurdistan
Nella misura in cui il Kurdistan è stato negato in quanto nazione insieme alla stessa identità del popolo curdo, non esistono censimenti ufficiali. Si stima tuttavia che i curdi siano tra i 30 e i 40 milioni di persone che vivono in un territorio, il Kurdistan appunto, grande quanto la Francia e oggi diviso tra Turchia, Siria, Iran e Iraq.
Si tratta di una popolazione molto antica che cominciò a colonizzare questi territori già nel primo millennio a. C., ben prima della formazione degli imperi ottomano e persiano. Organizzati in principati, per tutta una fase i principi curdi si barcamenarono tra i due imperi, nel XVI secolo collaborarono ad esempio con quello ottomano contro quello persiano.
Si trattava di una società attraversata da profonde divisioni di classe: da un lato i principi, i grandi proprietari terrieri, dall’altro i contadini poveri.
Emblematico rispetto a queste divisioni era il reggimento Hamidiye, cavalieri reclutati perlopiù tra l’élite dei principati curdi, che nelle ninne nanne i curdi rappresentavano la parte dell’uomo nero che frequenta gli incubi dei bambini. Questo reggimento si rese responsabile del genocidio degli armeni tra il 1915 e il 1918, ma ci furono intere province come Dersim che si schierarono dalla parte degli armeni.
L’attuale divisione del Kurdistan fu sancita dopo la Prima guerra mondiale, con la disgregazione dell’impero ottomano e le interferenze dell’imperialismo occidentale, in quel frangente soprattutto francese e britannico, per imporre la propria influenza nell’area.
La storia del popolo curdo rappresenta un classico esempio di come le aspirazioni delle nazionalità oppresse possano essere strumentalizzate dall’imperialismo per perseguire i propri interessi, usandole spesso come merce di scambio.
Inizialmente, nel 1920 con il trattato di Sèvres vennero seminate illusioni sulla possibilità di una separazione dei curdi dalla Turchia, con un riferimento esplicito ad un “Kurdistan indipendente”. Ma queste promesse vennero presto disattese perché non corrispondevano alla spartizione che l’imperialismo riteneva più congeniale. Con il trattato di Losanna rimasero solo vaghi riferimento al diritto di parlare la propria lingua per i “cittadini turchi non turcofoni” e, insieme alla nazione Kurdistan, divisa in quattro Stati la cui influenza veniva spartita tra le potenze europee, venne di fatto cancellata la stessa identità del popolo curdo, che da allora venne sottoposto ad una sanguinaria repressione a cui i curdi risposero con periodiche rivolte negli anni ’20 e ’30.
Ipocrisia dell’imperialismo
La condizione di frammentazione del Kurdistan è stata cinicamente sfruttata a proprio favore dall’imperialismo e dagli stessi Stati in cui i curdi sono stati divisi. Ognuno di questi applicava infatti una repressione sanguinaria sui curdi all’interno dei propri confini ma usava i curdi che vivevano negli altri paesi per perseguire i propri interessi. È successo ad esempio con la collaborazione tra l’Iran e i curdi dell’Iraq durante la guerra Iran-Iraq del 1980-88, o sempre tra i curdi iracheni e la Turchia contro il PKK, così come con l’alleanza stabilita più recentemente tra gli stessi e l’imperialismo statunitense durante le sue due guerre contro l’Iraq.
Il territorio curdo in Iraq, estremamente ricco di petrolio, viene di fatto usato come base d’appoggio dagli Stati Uniti, che gli hanno anche garantito una no fly zone durante l’ultima guerra, così come la possibilità di stabilirsi come regione di fatto autonoma. Questa è controllata da due partiti rivali il Partito dell’unione patriottica (PUK) di Talabani e il Partito democratico del Kurdistan (KDP) di Barzani che a seconda delle fasi si alternano al potere o collaborano, ma che sono entrambi estremamente corrotti e collusi con l’imperialismo e esercitano una funzione di repressione nei confronti dei lavoratori della regione.
Per fare un esempio, recentemente, il 3 dicembre, in una raffineria di Erbil ci sono stati scontri con tanto di vittime tra lavoratori che chiedevano posti di lavoro e le forze di sicurezza legate al KDP, partito di cui il padrone della raffineria è un esponente storico. Le divisioni di classe interne alla società curde sono un macigno di cui non si può non tenere conto.
Il PKK: fondazione, programma e metodi
Nel contesto di atroce di oppressione e repressione del popolo curdo a distinguersi per il ruolo progressista giocato è stato il PKK, Partito dei lavoratori dei curdi di Turchia. Il PKK nascendo per rispondere alle aspirazioni nazionali di un popolo oppresso, lo fece riferendosi esplicitamente alla tradizione marxista e comunista. L’iniziativa della sua fondazione venne infatti negli anni ’70 da un gruppo di studenti che si erano radicalizzati e avvicinati alle idee del marxismo sotto la guida di Ocalan. Il congresso di fondazione si tenne il 28 novembre 1978 e assunse come programma un manifesto redatto da Ocalan dal titolo “La via della rivoluzione in Kurdistan”. Ecco alcuni dei suoi punti più salienti:
1) I nemici del popolo curdo sono la borghesia turca e imperialismo occidentale (Francia, GB, USA),
2) ma anche le “marionette riformiste curde” che accettano lo status quo e cercano soluzioni al suo interno.
3) Si rivendica la formazione di un “Kurdistan indipendente, unito e socialista”, parola d’ordine rivoluzionaria non solo perché pone la questione di una liberazione nazionale di tutto il popolo curdo, ma anche perché lo fa su basi socialiste;
4) Si rivendica altresì una Federazione socialista del Medio Oriente, le ultime parole recitano: “Viva l’indipendenza e l’Internazionalismo proletario”.
Tuttavia il problema di queste parole d’ordine formalmente avanzate è che risentivano di una forte impronta dell’impostazione stalinista rispetto alla questione nazionale e coloniale. Di fatto il manifesto riproponeva fedelmente la teoria dei due stadi con cui lo stalinismo ha soffocato rivoluzioni e processi di liberazione nazionale, pensiamo alla Cina del 1925-27 o alla Spagna del 1936-39. Si poneva infatti come prima tappa da raggiungere quella della “dittatura democratica”, ovvero prima si deve ottenere la liberazione sotto il capitalismo, poi “nel lungo termine” si potrà passare alla rivoluzione socialista.
Inoltre, per quanto si dichiarasse la classe lavoratrice come base sociale di riferimento “primaria”, e i signori proprietari terrieri venissero considerati collaboratori della Turchia, il loro rovesciamento non veniva posto come obiettivo.
Infine il riferimento all’internazionalismo era più che altro formale. Il PKK non applicò mai l’unica strategia che avrebbe potuto rappresentare la leva per la liberazione del popolo curdo: il legame con la classe operaia turca.
Il potenziale per una politica di questo tipo era molto concreto proprio in virtù della repressione nelle aree curde, che costringeva migliaia di profughi a lasciare i villaggi colpiti per trasferirsi nelle periferie delle città turche. Si stima che dei 15-20 milioni di curdi che vivono in Turchia (la maggioranza relativa dell’intero popolo curdo), circa il 70-75% abiti proprio nelle città turche a stretto contatto col proletariato turco di cui a tutti gli effetti costituiscono una componente. E questo potenziale è stato confermato più volte dai risultati di un partito come l’HDP, un partito legale filocurdo che in diverse tornate elettorali aveva dimostrato di poter attrarre voti anche tra i lavoratori turchi.
Anziché perseguire la strada dell’unità di classe contro le classi dominanti turca e curda, il PKK intraprese quella che lo portava nella direzione opposta, abbracciando a partire dal 1984 la via della lotta armata non solo contro l’esercito turco, ma anche con atti terroristici che colpivano la popolazione civile che veniva così compattata attorno ai propri governanti.
Nonostante i suoi limiti il PKK ha comunque rappresentato un riferimento per il popolo curdo. Nel 1990 i funerali di 13 suoi guerriglieri si trasformarono in una manifestazione di 10mila persone, repressa nel sangue dall’esercito turco, scatenando una rivolta che si diffuse in diversi villaggi, con decine di migliaia di manifestanti e stazioni di polizia e sedi istituzionali date alle fiamme. Questa rivolta verrà ricordata come Serhildan (“alzare la testa” in curdo) ed è considerata come l’Intifada dei curdi.
Il PKK non si limitava allo scontro armato ma, con un’impostazione simile a quella dell’OLP in Palestina, la affiancava ad un approccio diplomatico, illudendosi di poter ottenere qualcosa dalle potenze imperialiste europee. Questo approccio venne usato a esempio da Ocalan per richiedere asilo politico. Italia, Germania, Grecia non potevano concedere l’estradizione alla Turchia, paese in cui vige la pena di morte, ma questo non impedì di far avvenire il suo arresto in Kenya, dove soggiornava presso l’ambasciata greca. Ancora una volta l’imperialismo occidentale aveva modo di dispiegare il suo cinismo e la sua ipocrisia, ancora una volta si rendeva evidente il fatto che le nazioni oppresse non potranno mai fidarsi dell’imperialismo.
Dal Kurdistan socialista al “confederalismo democratico”
In carcere Ocalan sottomise le precedenti idee e pratiche del PKK ad una severa autocritica. Non potendolo fare da un punto di vista marxista, non avendo mai compreso in fondo la teoria marxista, fece una brusca virata in senso riformista.
Il primo punto della sua autocritica in cui emerge la totale incomprensione del marxismo riguardava lo Stato:
“Se mi sono reso in un certo senso colpevole è perché io stesso sono stato contagiato dalla cultura del potere e della guerra. Ho preso parte a questo gioco, poiché con convinzione quasi religiosa ho creduto che per ottenere la libertà fosse necessario uno Stato e quindi una nuova guerra.”
Anche sotto il condizionamento esercitato dal crollo dei regimi di bonapartismo operaio in URSS e in Europa dell’Est, il riconoscimento dello Stato come strumento di repressione e esercizio del potere lo fece approdare alla rinuncia alla lotta per l’indipendenza. Tutta l’elaborazione marxista, in particolare di Lenin, sulla necessità di spezzare la macchina statale borghese, di instaurare nel primo periodo dopo la rivoluzione una dittatura del proletariato, nonché il processo che porta all’estinzione dello Stato, tutto questo è assente dai suoi ragionamenti.
L’altra categoria che viene sottoposta a critica e rinnegata è quella di nazione, un concetto che il PKK avrebbe “idolatrato”. Al suo posto bisognerebbe aspirare ad una “libera forma sociale”, una “comunità nazionale democratica, egualitaria e libera” ispirata alla “società naturale”, ovvero alle società primitive che sono state corrotte dall’avvento del patriarcato, dal quale sarebbero poi derivate guerre, violenza, divisioni in classi, ecc. Anche in questo caso, la totale assenza dell’analisi marxista sulla nascita della società di classe e del suo ruolo rispetto a ogni forma di oppressione a partire da quella femminile, conduce ad una visione riformista che vorrebbe umanizzare il capitalismo in senso femminista e ecologista.
Il rifiuto del concetto di Stato, può sembrare un’influenza anarchica ma lo è solo fino a un certo punto, perché il passo successivo non è la parola d’ordine della distruzione, ma di fatto della convivenza. Lo Stato turco rimane, magari meglio se si democratizzasse un po’, e compatibilmente con esso, non c’è la rivendicazione di un Kurdistan indipendente, ma della formazione di regioni autonome che si autogovernano secondo i principi del cosiddetto confederalismo democratico, nell’ambito di una società femminista e ecologista.
Ma in cosa consiste concretamente il confederalismo democratico? Su che cosa si basa?
La risposta è abbastanza prosaica: cooperative, organizzazioni della società civile, organizzazioni per i diritti umani, istituzioni comunali; tutte queste istituzioni sarebbero alla base di una democrazia parlamentare borghese.
Il modello di fatti è quello della democrazia partecipativa del movimento No global nei primi anni 2000, un modello istituzionale riformista la cui massima espressione fu il Comune di Porto Alegre in Brasile.
Parallelamente a livello internazionale, la proposta avanzata era quella di trasformare i Social forum in una “piattaforma sovranazionale delle democrazie locali”.
Ora, i Social forum erano le assemblee del movimento no global che duravano ore e ore e in cui alla fine decidevano sempre i soliti dirigenti; chi all’epoca ebbe modo di partecipare a queste riunioni, può testimoniare che di democratico avevano ben poco.
Così, al posto di un Kurdistan socialista all’interno di una federazione del Medio Oriente, passò a rivendicare un “Kurdistan democratico, in una federazione mediorientale democratica, congresso globale per la democrazia”.
Il suo obiettivo ora erano delle comunità autonome locali che convivessero con lo Stato turco. Rinunciando ad una prospettiva rivoluzionaria (per quanto mai perseguita fino in fondo come già spiegato), Ocalan rinunciò di fatto alla lotta di liberazione del Kurdistan, portando alla sua completa atomizzazione.
Nei fatti è una rinuncia al diritto all’autodeterminazione del popolo curdo, per il quale si richiedono spazi democratici all’interno degli Stati fra i quali è spartito.
L’esperienza del Rojava
Lo spazio dedicato fin qui all’elaborazione, la revisione, l’abiura di fatto, da parte di Ocalan in carcere serve a capire la base teorica di un’esperienza che è stata un punto di riferimento a sinistra a livello internazionale – quella del Rojava, l’insieme dei territori curdi all’interno della Siria.
Questa esperienza nacque nel contesto delle primavere arabe, un processo rivoluzionario che nel 2011 incendiò i paesi arabi, dalla Tunisia, all’Egitto, alla Libia, per citarne alcuni e arrivò anche in Siria. Qui però la rivoluzione contro il regime di Assad cadde molto presto sotto il controllo delle milizie islamiche e degenerò in una guerra civile. Fu nel contesto di questa guerra che l’organizzazione curda siriana gemellata col PKK, il PYD costituì delle regioni autonome nei territori a maggioranza curda nel Nord-Est della Siria (abbandonati dall’esercito siriano). Queste regioni da allora sono appunto governate secondo i principi del confederalismo democratico.
Non possiamo negare che questo processo abbia avuto degli elementi avanzati: il rispetto e il coinvolgimento nell’amministrazione delle altre nazionalità, che a loro volta sono minoranze nazionali (armeni, assiri, caldei, arabi); la posizione ricoperta dalle donne, che hanno colpito le coscienze con i reparti femminili delle milizie (YPJ, Unità di protezione delle donne) e il contributo che hanno dato a cacciare l’Isis. Sia le YPJ che le YPG si sono distinte per la capacità di ricacciare l’esercito islamista dove nessun altro riusciva, e questo è stato possibile non solo sulla base di un’organizzazione militare efficiente, ma anche motivata politicamente.
Detto questo, se oggi si parla di accordi e negoziati con forze assimilabili agli stessi gruppi reazionari contro cui hanno combattuto, Al-Jolani e le milizie dell’HTS che hanno preso il potere in Siria, questo ha una base in concezioni teoriche sbagliate, che oggi hanno dimostrato di rappresentare una trappola per la lotta del popolo curdo.
Politica ed economia in Rojava
Le strutture politiche del Rojava rappresentano un sistema capillare con diversi livelli di rappresentanza, commissioni, consigli, municipalità, ecc. ma siamo comunque in un ambito di democrazia borghese e di un sistema economico capitalista, con tanto di principio della difesa della proprietà privata sancito nella Costituzione. L’economia si basa in gran parte su cooperative agricole, manca una base industriale vera e propria, cosa tra l’altro rivendicata sulla base di teorie ambientaliste come quella della decrescita.
È significativo da questo punto di vista il ruolo che viene assunto dal petrolio. In un’intervista dal titolo “Costruire un’economia anticapitalista in Rojava”, la studiosa curda Azize Aslam dice significativamente: “in nome del principio ecologico industria petrolifera è stata rifiutata”.
Per poi aggiungere che:
“il petrolio è diventato elemento strategico nel bene e nel male. Da un lato, esso alimenta il conflitto tra Russia e Stati Uniti nella regione; dall’altro, impone loro di tenere conto delle forze di autodifesa che controllano le zone in cui si trovano le riserve petrolifere.”
Di fatto, ancor più del petrolio l’elemento strategico sono gli accordi con le potenze imperialiste, usando come leva per l’appunto l’accesso alle risorse petrolifere da un lato, e le capacità militari da esercitare in funzione anti-ISIS dall’altro.
Si tratta a tutti gli effetti di una scelta strategica, sancita dal punto di vista militare con la formazione delle SDF – le Forze democratiche siriane – ovvero un vero e proprio esercito con forze di altre nazionalità organizzato direttamente dagli Stati Uniti, e all’interno delle quali le componenti curde rappresentano la parte più importante e impegnata sul campo. Basti pensare che tra il 2015 e il 2019, ci sono stati 11mila caduti tra i soldati curdi, a fronte di otto tra gli americani.
Le forze curde in Siria sono di fatto state usate dall’imperialismo americano in funzione anti-ISIS… ma cos’hanno ricevuto in cambio?
Come “ricompensa” oggi si ritrovano al governo della Siria le stesse forze contro cui hanno combattuto, per di più con la benedizione degli USA e la sponsorizzazione della Turchia che ha approfittato della situazione per riprendere l’offensiva nelle regioni curde. Ancora una volta l’imperialismo ha mostrato il suo volto ipocrita e cinico.
In questa dinamica a spirale, i curdi di Siria, abbandonati dall’imperialismo e sempre più isolati, sono entrati in trattative con il nuovo regime.
A questo punto è opportuno una riflessione sulla natura delle relazioni intraprese con l’imperialismo. Alla nostra critica si potrebbe obiettare per esempio che anche i bolscevichi scesero a patti con le potenze imperialiste europee firmando la pace di Brest-Litovsk. Le differenze tuttavia sono enormi, in quel caso si trattava di una questione concreta dettata dalla necessità di salvaguardare la rivoluzione da una situazione di estremo pericolo, e soprattutto di un accordo contingente, tutt’altro che accordo strategico e permanente. Al contrario, i tavoli dei negoziati vennero usato dai bolscevichi come tribuna per fare appelli rivoluzionari al proletariato dei paesi europei.
Nel caso del Rojava, si è sancita un’alleanza rinunciando di fatto alla lotta per la liberazione del Kurdistan, che in questi anni è stata sostituita da un’atomizzazione tra i diversi gruppi in cui è diviso il popolo curdo, ognuno con i propri interessi e le proprie politiche specifiche che li hanno portati inesorabilmente a capitolare ai propri nemici storici.
Davide Grasso, nel commentare positivamente questo sviluppo, ha candidamente dichiarato che l’esistenza di un partito come il PKK rappresentava un “involontario intralcio ai processi di lotta o negoziato in corso in Siria come in Turchia” (corsivo nostro).
Ocalan nella dichiarazione di dissoluzione del PKK ha rinnegato non solo il passato in cui con le sue rivendicazioni si rifaceva ad una tradizione marxista (pur con tutte le distorsioni staliniste), ma anche il confederalismo democratico, arrivando a rivendicare “Più democrazia per la repubblica turca” di Erdogan!
La tragica parabola della lotta del popolo curdo, oggi abbandonato da tutte le sue direzioni politiche, mostra in negativo la necessità di tornare al metodo del marxismo, quello autentico, sulla questione nazionale. Si tratta di un metodo, appunto, non un principio dogmatico, che è in grado di assumere le parole d’ordine corrette in ogni situazione specifica, distinguendo ciò che è progressista da ciò che è reazionario (perché le aspirazioni nazionali dei popoli possono anche essere strumentalizzate dall’imperialismo in chiave reazionaria, come è successo in Jugoslavia negli anni ’90).
Nel caso specifico del popolo curdo, la sua lotta di liberazione può assumere un carattere progressista solo se articolata nella parola d’ordine unitaria di un Kurdistan indipendente, che unisca nella stessa lotta il popolo curdo attraverso tutti i confini in cui è diviso e all’interno dei quali è oppresso. Ma questa rivendicazione, che mette in discussione la tenuta degli Stati in cui i curdi sono divisi, deve essere accompagnata da un appello rivoluzionario al proletariato di queste nazioni per la formazione di una federazione socialista di tutto il Medio Oriente. Il proletariato di Turchia, Iran e di tutti i paesi della regione, ha dimostrato più volte di poter lottare contro i propri regimi.
Solo unendo il destino dei popoli oppressi a quello del proletariato di tutti gli altri paesi della regione, e del mondo, in chiave rivoluzionaria e anti-capitalista, può essere messa la parola fine alla storia di barbarie e oppressione che attraversa il Medio Oriente, dalla Palestina al Kurdistan.
Bibliografia
Namo Aziz, “Kurdistan – Storia di un popolo e della sua lotta”. Manifestolibri, 2000.
Abdullah Öcalan, “Oltre lo Stato, il potere e la violenza”, Edizioni Punto Rosso, 2016.
Michael Knapp, Ercan Ayboga, Aja Flach, “Laboratorio Rojaa – Confederalismo democratico, ecologia radicale e liberazione delle donne nella terra della rivoluzione”, Red Star Press, 2016.
Azize Aslan, “Costruire un’economia anticapitalista in Rojava – Sfide e risultati -Intervista”, aprile 2025, disponibile su democraticmodernity.com.
