
La Quarta Internazionale di fronte alla Rivoluzione Cubana
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Corrispondenze sulle nostre attività nelle scuole
24 Febbraio 2026[Intervento di Fabio Guerrini al seminario nazionale di formazione “Le cause oggettive e soggettive della degenerazione della Quarta Internazionale” (Milano, 14 dicembre 2025).]
La formulazione della teoria della “politica militare proletaria” da parte di Lev Trotskij, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è uno dei migliori esempi di applicazione della dialettica marxista e della capacità di sviluppare una politica rivoluzionaria adatta alle condizioni storiche, senza aggrapparsi a formule predeterminate e sorpassate.
La neonata Quarta Internazionale adottò ufficialmente questa politica sulla guerra ad una conferenza tenutasi a Chicago nel settembre del 1940 (1). Tuttavia, in tutte le sezioni ufficiali dell’Internazionale la teoria rimase solo sulla carta, poiché Trotskij era stato brutalmente assassinato da un sicario stalinista il 21 agosto di quell’anno e, senza la sua guida, nessuna di esse riuscì a metterla veramente in pratica.
L’unica organizzazione trotskista ad applicare correttamente e con notevole successo la “politica militare proletaria” fu la Workers International League britannica, guidata da Ted Grant e Ralph Lee; nonostante al congresso di fondazione della Quarta Internazionale nel 1938, per via delle sbrigative manovre di James Cannon (2), non fosse stata riconosciuta nemmeno come sezione simpatizzante.
I marxisti e la guerra
Marx ed Engels svilupparono la loro posizione sulla guerra in un’epoca in cui il capitalismo e la borghesia svolgevano un ruolo ancora relativamente progressista. Molte borghesie nazionali lottarono, nel corso del XIX secolo, contro il feudalesimo e l’assolutismo, conducendo guerre rivoluzionarie per la liberazione nazionale. In questi casi “[…] tutti gli onesti democratici rivoluzionari, nonché tutti i socialisti […] simpatizzarono sempre per il successo di quel paese (cioè di quella borghesia)” (3).
Come Lenin espose brillantemente ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (4), tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il capitalismo concluse la sua funzione di progresso ed entrò nella sua fase definitivamente parassitaria e terminale. Con un’Europa dominata interamente da potenze imperialiste, anche la posizione dei marxisti sulla guerra dovette evolversi e l’idea di “difesa nazionale” perse ogni significato rivoluzionario.
La Seconda Internazionale, che organizzava e riuniva i lavoratori nei partiti “socialdemocratici” dei vari Paesi, formalmente riconobbe la necessità di adottare una tattica rivoluzionaria in caso di guerra tra potenze imperialiste. Alla Conferenza di Stoccarda del 1907 venne adottata una risoluzione che prevedeva, oltre all’opposizione alla guerra, la necessità di utilizzare la crisi generata da tale guerra per accelerare l’abbattimento della borghesia. Al Congresso di Copenaghen del 1910 e al Congresso di Basilea del 1912 si ribadì il carattere imperialista dell’imminente guerra e che il dovere dei partiti socialisti fosse quello di opporvisi con tutti i mezzi a propria disposizione.
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale nel 1914, tutte queste posizioni vennero completamente e vergognosamente tradite dai dirigenti socialisti in tutti i Paesi belligeranti. Troppo legati alle posizioni istituzionali che si erano costruiti nel corso dei decenni, i “socialdemocratici” europei soccombettero totalmente alle rispettive borghesie votando i crediti di guerra nei rispettivi parlamenti, con pochissime eccezioni. Applicare le risoluzioni che loro stessi avevano votato a Stoccarda e Basilea, avrebbe significato una rottura rivoluzionaria col sistema nel quale erano abituati a fare politica, e quindi il rischio di essere messi fuori legge.
Questa svolta fu totalmente opportunista e i dirigenti dei partiti socialisti imposero una linea di “socialsciovinismo”5, ovvero la rinuncia alla lotta di classe e un appoggio incondizionato alla propria borghesia per la sopraffazione delle altre nazioni.
In queste condizioni, Lenin dovette condurre una lotta politica implacabile ed estrema contro le posizioni scioviniste. Nel settembre del 1915 fu convocata a Zimmerwald, formalmente dai partiti socialisti svizzero e italiano, una conferenza che riunisse tutti coloro i quali, all’interno del movimento socialista, si opponevano alla guerra. Parteciparono poche decine di rivoluzionari da tutta Europa, ma anche in questo caso Lenin si trovò in minoranza. Dal suo punto di vista, bisognava denunciare e rompere con la Seconda Internazionale, che aveva tradito sotto ogni aspetto l’internazionalismo proletario, e fondare una nuova Internazionale che potesse porre fine la guerra con metodi rivoluzionari.
Fu in questa fase, ovvero dalla Conferenza di Zimmerwald fino alla Rivoluzione di febbraio, che Lenin sviluppò la teoria del “disfattismo rivoluzionario”, ovvero il portare la lotta rivoluzionaria fino alle estreme conseguenze, arrivando ad auspicare la sconfitta della propria nazione durante la guerra reazionaria. Questo ovviamente non significava auspicare la vittoria delle borghesie nemiche, né in nessun caso fornire loro appoggio. Tutto l’accento andava messo sulla parte rivoluzionaria, il compito dei marxisti era infatti quello di lottare contro le rispettive borghesie in tutti i Paesi. Chiarito questo, è altresì evidente che vi sia un legame tra gli insuccessi militari del proprio governo e la facilità di abbatterlo per via rivoluzionaria.
Va notato che Lenin si rivolgeva – nelle parole di Trotskij – ad una “avanguardia dell’avanguardia” (6), non voleva conquistare le masse, ma delimitare il campo delle forze rivoluzionare, distinguersi chiaramente dagli sciovinisti, senza lasciare adito al minimo fraintendimento. Quando in Russia si concretizzò la reale possibilità della rivoluzione proletaria, Lenin superò la parola d’ordine del “disfattismo rivoluzionario” per concentrare tutta l’enfasi sulla necessità della presa del potere e della trasformazione della guerra da imperialista a civile, contro il governo borghese. Il ruolo decisivo nella conquista delle masse fu svolto dallo slogan “tutto il potere ai Soviet!” e non dal rifiuto di difendere la patria borghese.
Sviluppo della politica militare proletaria
La posizione di Trotskij di fronte alla Seconda guerra mondiale imperialista è stata più volte fraintesa o non compresa pienamente. A scanso di equivoci, egli si oppose sempre intransigentemente ai conflitti imperialisti e al militarismo nel suo complesso: in nessuna circostanza si sarebbe dovuto dare appoggio o fiducia alla classe dominante sulla conduzione della guerra. L’unica guerra accettabile era quella della classe lavoratrice contro la classe dominante. Ma solo con le masse è possibile conquistare il potere e stabilire il socialismo.
È in questo senso che la “politica militare proletaria” si lega alla politica di Lenin durante la Grande guerra, adattandola alla situazione contingente per conquistare le masse e, in ultima istanza, prepararsi alla presa del potere. Il secondo conflitto mondiale tra imperialisti fu la continuazione del primo, ma “continuazione non significa ripetizione; bensì sviluppo, approfondimento, acutizzazione” (7). Così la politica di Trotskij fu una continuazione di quella di Lenin; ma anche in questo caso continuazione non significava ripetizione, bensì sviluppo, approfondimento, acutizzazione.
In un periodo di guerra totale, di militarismo consolidato e di leva obbligatoria, le masse all’interno delle organizzazioni militari erano destinate a svolgere il ruolo più decisivo di tutti. Sarebbe stato impossibile influenzare il corso degli eventi con una politica di astensione, poiché le organizzazioni genuinamente rivoluzionarie non erano ancora abbastanza forti da poter abolire il militarismo capitalista.
Saper adattare le tattiche pratiche alla situazione contingente significava “andare dove vanno i lavoratori” (8), proteggere i loro interessi nell’esercito così come si proteggevano in fabbrica. Per diventare leader influenti tra i lavoratori era necessario conquistare la loro fiducia, diventare i più abili tra i soldati-operai, dimostrare di essere più interessati al benessere generale dei propri compagni che a cercare una soluzione personale al problema della guerra sfuggendo alla leva.
In ultima analisi, la strategia rivoluzionaria poteva essere solo quella di prendere il militarismo come realtà e contrapporre, tramite rivendicazioni transitorie, un programma di classe del proletariato al programma degli imperialisti in ogni punto. Era necessario opporsi all’invio di soldati-operai in battaglia senza un adeguato addestramento e attrezzatura; pretendere la formazione di una milizia operaia, o perlomeno l’elezione degli ufficiali da parte dei soldati-operai, nonché la nazionalizzazione dell’industria bellica e il controllo, da parte dei sindacati, sui fondi stanziati per l’addestramento e l’equipaggiamento.
Il compito dei rivoluzionari in quel frangente era quello di entrare nelle forze armate e svolgere lì un lavoro politico significativo, lottando per la formazione di comitati tra i soldati e svolgendo un ruolo dirigente all’interno di essi, in modo da diffondere le idee del marxismo e della rivoluzione.
Applicazione della p.m.p.
La “politica militare proletaria” venne effettivamente applicata solo in Gran Bretagna e nelle sue forze armate. Questo si deve sia alla situazione oggettiva in cui si trovava il Paese, sia all’indiscutibile capacità e determinazione dei compagni della Workers International League.
I fattori oggettivi furono principalmente due. Il primo riguardava le condizioni disastrose in cui versava l’imperialismo britannico: decenni di declino avevano reso le masse sempre più sensibili alla questione di chi detenesse realmente il potere. Inoltre, se fino a quel momento la classe dominante aveva potuto concedere qualcosa ai lavoratori, grazie allo sfruttamento intensivo delle colonie, a quel punto tanto una vittoria ottenuta con l’aiuto americano quanto una sconfitta per mano della Germania avrebbero comunque privato la Gran Bretagna del suo dominio imperialista a vantaggio di una potenza straniera, lasciando così le masse alla mercé dello sfruttamento padronale. (9)
Il secondo fattore oggettivo era il totale discredito che le organizzazioni di massa avevano agli occhi dei lavoratori. Il Partito laburista era passato completamente al campo della borghesia dopo una rovinosa sconfitta elettorale nel 1931. Il Partito comunista, come solito per i partiti stalinisti, era soggetto a continui “zig-zag” politici, in base ai dettami di Mosca. Nel 1941, quando la Germania invase l’Unione Sovietica, passò da una politica di boicottaggio dello sforzo bellico britannico al suo completo opposto, ovvero ad una politica di crumiraggio nei confronti dei lavoratori che scioperavano e di totale appoggio al governo conservatore di Churchill. (10) Questo non deve sorprendere, poiché Stalin utilizzava il Comintern, fondato da Lenin e Trotskij nel 1919 come partito della rivoluzione mondiale, alla stregua di un’estensione del suo Ministero degli esteri. Nel 1943 arriverà persino a sciogliere la Terza Internazionale per rassicurare gli alleati anglo-americani.
Decisivo per l’applicazione della “politica militare proletaria” si rivelò tuttavia il fattore soggettivo, ossia la presenza di una dirigenza rivoluzionaria all’altezza della situazione. La Wil, alla quale era stato precluso l’accesso alla Quarta Internazionale, fu costretta a condurre una dura lotta politica contro la Revolutionary Socialist League (11), la sezione trotskista ufficiale in Gran Bretagna, che sosteneva posizioni pacifiste piccolo-borghesi. Così, le già esigue forze del trotskismo britannico si ridussero a poche decine di militanti genuinamente rivoluzionari. Ciononostante, questi compagni svolsero un lavoro impeccabile, sia nella propaganda rivoluzionaria nel Paese, sia all’interno delle forze armate.
In Gran Bretagna la Wil portò avanti un programma politico che chiedeva il rovesciamento del governo conservatore di Churchill e la formazione di un governo laburista con un programma socialista, capace di condurre una guerra rivoluzionaria contro la Germania nazista. Al contrario, la politica della Rsl era un’applicazione estremamente meccanica e molto semplificata del “disfattismo rivoluzionario” e si ridusse essenzialmente, come si accennava, ad una posizione pacifista di stampo piccolo-borghese: volevano sconfiggere la coscrizione, ma non avevano rivendicazioni concrete se non il semplice rifiuto di iscriversi alle liste. Questa politica era doppiamente sbagliata poiché se le masse sono in un periodo in cui, date le condizioni oggettive, chiedono la pace, allora si può utilizzare questo loro desiderio, ma ciò non deve trasformarsi in pacifismo. Con metodi pacifisti, infatti, una guerra potrebbe concludersi solo con una pace imperialista; per cambiare davvero la natura della guerra e portarla a termine, è necessario modificare la classe al potere. Tuttavia, l’errore più grande fu la totale mancanza di comprensione del momento storico in cui ci si trovava e dei sentimenti dei lavoratori. Essi, giustamente, vedevano nel fascismo e nel nazismo la più grande minaccia alla propria emancipazione; la più cruda barbarie era stata dimostrata nella Guerra civile spagnola e durante l’invasione della Francia. A chi proponeva uno sterile programma di pace i lavoratori rispondevano che Hitler non voleva la pace. Per conquistare la loro fiducia non si poteva quindi certo dire che “Hitler fosse il male minore”, come fece la Rsl, ma era necessario portare avanti un programma rivoluzionario, spiegare che l’unica forza in grado di sconfiggere il nazismo e il fascismo non sono gli altri imperialismi, ma i lavoratori stessi, organizzati in armi. (12)
Nelle forze armate il lavoro che venne svolto diede frutti ancora maggiori. Tutti i compagni della Wil non fondamentali per il funzionamento dell’organizzazione furono inviati ad arruolarsi assieme alla loro classe. Ovunque fossero di stanza ebbero molto rapidamente una risposta positiva da parte degli altri soldati. Ad esempio, dall’agosto del 1940 l’esercito britannico organizzò il cosiddetto Army Bureau of Current Affairs (ABCA), utilizzato dagli ufficiali per spiegare ai soldati cosa accadeva sui diversi fronti e per informarli degli avvenimenti politici più importanti; in molti casi i compagni della Wil, assieme ad altri elementi di sinistra, riuscirono a prendere il controllo di diversi ABCA. Inoltre, parteciparono al Parlamento delle truppe al Cairo e, in Cirenaica, Arthur Leadbetter fu eletto Primo ministro nel Parlamento delle truppe del Bengasi. L’esperimento di “parlamentarismo” tra le truppe fu presto concluso dagli alti comandi dell’esercito, resisi contò della pericolosità della situazione. Ma il lavoro di agitazione fra le truppe non si concluse e fu messa in pratica una tattica semplice ma efficace: in ogni reparto in cui si trovavano i militanti genuinamente marxisti lottavano per il miglioramento delle condizioni dei propri compagni d’armi e, discutendo con loro, diffondevano le idee di Trotskij e Marx. (13)
Questo tipo di lavoro fu particolarmente efficace tra i soldati dell’Ottava Armata britannica. Questa era il fiore all’occhiello dell’esercito e operò prima in Nord Africa, sconfiggendo per prima gli italo-tedeschi nelle due battaglie di El Alamein, e poi in Italia, dopo lo sbarco del 1943. Il fermento rivoluzionario tra le fila di questa armata era notevole: i soldati iniziarono a parlare apertamente di tornare a casa finita la guerra e, senza disarmare, assicurarsi che le cose sarebbero cambiate. (14)
I risultati di questo approccio alla guerra imperialista, sia tra i soldati che in patria, furono eccellenti per le forze trotskiste britanniche che lo applicarono. La Wil (dal 1944 Rcp, Revolutionary Comunist Party) crebbe da poche decine di compagni all’inizio del conflitto fino a svariate centinaia alla fine di esso. Ciò è la dimostrazione che la massima flessibilità tattica unita alla più intransigente fermezza politica, caratteristiche che contraddistinguono la nostra organizzazione fin dalle sue origini, danno grandi risultati in termini di costruzione delle forze rivoluzionarie. Ovviamente questi successi derivano dalla precisa elaborazione teorica di trotskij; l’azione dei marxisti, infatti, non può mai prescindere da un’analisi oggettiva della situazione concreta e dei rapporti tra le forze in campo.
Note
- Bollettino pubblicato sul Socialist Appeal il 12 ottobre 1940. Report della Conferenza di Chicago, tenuta dal Swp tra il 27 e il 29 settembre 1940.
- Alessandro Giardiello, Le origini del Partito Comunista Rivoluzionario. Per approfondire si veda Ted Grant, Storia del trotskismo britannico in Il lungo filo rosso, AC Editoriale, 2007, (parte 1).
- Lenin, Il socialismo e la guerra, Opere complete, vol. 21, Editori riuniti, 1966, p. 274.
-
Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, AC Editoriale, 2022.
- Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 280.
- Trotskij, Bonapartismo, fascismo e guerra, Writings of Leon Trotsky 1939-40, pp. 411-12. Articolo non finito a causa dell’assassinio di Trotskij. Reperibile in Il lungo filo rosso, cit., p. 92.
- Ibidem.
- Bollettino del Swp del 12 ottobre 1940.
- Ted Grant, Prepararsi al potere, anche in Il lungo filo rosso, cit., pp. 245-66.
- Ibidem.
- Ted Grant, Risposta alla RSL, in Il lungo filo rosso, cit., pp. 267-91.
- Ibidem.
- Ted Grant, Un trotskismo di tipo nuovo, Il nostro lavoro nelle forze armate, in Il lungo filo rosso, cit., pp. 127-130.
- Ibidem.
