Israele-Palestina: gli imperialisti temono un’escalation della guerra
23 Ottobre 2023
Il declino cinese e la crisi politica che si avvicina
24 Ottobre 2023
Israele-Palestina: gli imperialisti temono un’escalation della guerra
23 Ottobre 2023
Il declino cinese e la crisi politica che si avvicina
24 Ottobre 2023
Mostra tutto

Introduzione a “L’imperialismo” di Lenin

Guerra e imperialismo sono due parole tornate prepotentemente all’ordine del giorno. C’è bisogno di risposte serie, di tornare alle analisi di Lenin e “L’Imperialismo” è un testo fondamentale per comprendere la fase storica in cui viviamo. Pubblichiamo l’introduzione scritta nel 2022 da Alessandro Giardiello.

 

di Alessandro Giardiello

 

Quando nel 1916 a Zurigo Lenin scrisse L’imperialismo, era impegnato in una battaglia senza quartiere contro i dirigenti dell’Internazionale socialista (Is), che avevano tradito la risoluzione del congresso di Basilea del 1912, dove era stata approvata all’unanimità la linea della “guerra alla guerra”.

La risoluzione proclamava con tono perentorio il carattere imperialistico della guerra e come il proletariato avrebbe adottato tutti i mezzi a sua disposizione per evitare il conflitto, fino al punto di sfruttarne la crisi economica conseguente per sollevare le masse e rovesciare il sistema capitalista.

Ma alle parole non seguirono i fatti e quando nell’agosto del 1914 scoppiò effettivamente la Prima guerra mondiale, i partiti socialisti si trasformarono nelle guardie pretoriane delle proprie borghesie nazionali, non solo votando nei parlamenti i crediti di guerra, ma dando sostegno attivo allo sforzo bellico. Le eccezioni a questa febbre nazionalista furono poche. Tra queste si distinsero i bolscevichi, i socialisti serbi, gli spartachisti tedeschi di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, il gruppo del Nashe Slovo di Lev Trotskij. (1)

Per quanto non nutrisse eccessive illusioni sui dirigenti della Seconda Internazionale, Lenin fu sorpreso dalla rapidità di quel voltafaccia. Quando lesse sul Vorwärts, l’organo ufficiale della socialdemocrazia tedesca, che i deputati della Spd al Reichstag avevano votato i crediti di guerra, in un primo momento pensò si trattasse di una contraffazione del quartier generale tedesco. (2)

Le diserzioni nel campo socialista furono ignominiose. Benito Mussolini, all’epoca direttore dell’Avanti, abbandonò il socialismo per intraprendere la via che lo avrebbe condotto al fascismo. Gustave Hervé, antimilitarista, anticolonialista e sindacalista rivoluzionario, che nel 1907 aveva presentato una mozione al congresso di Stoccarda nella quale si proponeva di fermare la guerra imperialista con lo sciopero generale (posizione che venne definita illusoria da Lenin), diventò un fervente nazionalista e si spostò sempre più a destra fino ad assumere posizioni semi-fasciste. Il belga Emil Vandervelde, già presidente del burò socialista internazionale, accettò di entrare come ministro in un governo della borghesia nel mezzo di una guerra imperialista. Jules Guesde, considerato da molti il “padre del marxismo francese” fece lo stesso. Giorgij Plechanov, fondatore del marxismo in Russia che durante la guerra russo-giapponese aveva stretto la mano al socialista giapponese Sen Katayama, si schierò anch’esso dalla parte del governo zarista.

Il primo a reagire a questa orda reazionaria fu il marxista olandese Anton Pannekoek, con un articolo dal titolo Il collasso dell’Internazionale, nel quale si proclamava che “la Seconda Internazionale era morta”. Lenin ne fece pubblico apprezzamento: “Fanno più di tutti per una vera, e non ipocrita, ricostituzione di una Internazionale Socialista, e non sciovinista, uomini come Pannekoek (…)” (3)

Non appena si riprese dall’incredulità iniziale Lenin decise di rompere con i “socialpatrioti” per gettare le basi di una nuova Internazionale dei lavoratori, quella comunista, che muoverà i primi passi alla Conferenza di Zimmerwald, nel settembre del 1915.

I rivoluzionari in quel frangente erano obiettivamente isolati. Non senza ironia Trotskij scrisse:

Ci pigiammo in quattro carrozze e salimmo verso la montagna (…) I delegati scherzavano sul fatto che mezzo secolo dopo la costituzione della Prima Internazionale tutti gli internazionalisti trovavano posto in quattro carrozze.” (4)

Si trattava di ricostruire a partire da quello sparuto gruppo di militanti un nuovo progetto rivoluzionario nelle condizioni di isolamento in cui la guerra aveva ridotto i socialisti che si erano mantenuti fedeli ai principi del marxismo rivoluzionario.

Per questa ragione L’imperialismo non venne concepito neanche per un istante come un lavoro di ricerca e di studio ma piuttosto come uno strumento di lotta politica, secondo il metodo che era congeniale a Lenin, le cui azioni e opere erano sempre finalizzate all’obiettivo centrale della costruzione del partito rivoluzionario.

Nella stesura del testo Lenin si affiderà a dati e ragionamenti tratti dagli scritti di altri studiosi che avevano approfondito il tema negli anni precedenti. Non a caso riconobbe onestamente il debito nei confronti di Hobson e Hilferding, pur criticandone diversi aspetti sul piano politico ed economico.

Secondo lo storico australiano L. G. Churchward, dal quaderno di appunti di Lenin risulta che il rivoluzionario russo lavorò al testo dopo aver passato in rassegna, in modo accurato ed esauriente, tutta la letteratura disponibile sull’argomento: si trattava di ben 148 libri e 232 articoli! (5)

Tale immane documentazione si rese necessaria, perché si trattava di analizzare un fenomeno fondamentalmente nuovo su cui si era sviluppato un dibattito frenetico, che durava da oltre un decennio, nel movimento socialista internazionale.

Come è noto il primo a trattare seriamente l’argomento fu John Atkinson Hobson, un liberale borghese di impostazione radicale. La sua visione si basava sull’idea che il capitalismo potesse essere riformato secondo criteri etici. (6)

Ostile alla rendita fondiaria, alle gerarchie militari e alla burocrazia statale, Hobson aveva nei confronti dell’imperialismo un atteggiamento di tipo mazziniano. Una visione fondamentalmente pacifista e piccolo borghese al cui centro c’era un vago ideale di convivenza fra i popoli.

Il suo tentativo fu quello di provare a convincere la borghesia che il colonialismo fosse irrazionale ed anti-economico. Secondo Hobson, la politica coloniale ed imperialista non era da attribuirsi ai rapporti di produzione capitalistici, bensì ad una “erronea economia di distribuzione”, per cui sarebbe stato possibile rimediare con scelte politiche differenti. Si trattava con ogni evidenza di un tentativo destinato a cadere nel vuoto per la semplice ragione che si scontrava con gli interessi della classe dominante, che aveva bisogno di espandersi e reperire nuove risorse e mercati per accrescere i profitti.

Nonostante i suoi limiti politici Hobson riuscirà a denunciare con efficacia il militarismo e la politica coloniale delle grandi potenze, con tutto ciò che questo comportava in termini di razzismo, autoritarismo e predominio degli apparati burocratici statali. Non a caso il libro esercitò una grande influenza sul movimento operaio britannico e non solo. Ebbe il merito di aprire un dibattito che si sviluppò nel seno del movimento operaio con la rapidità di una freccia scoccata dall’arco.

Tra i primi socialisti a intervenire fu Eduard Bernstein, il rappresentante della destra dell’Internazionale socialista, che avanzò l’idea, estremamente pericolosa e reazionaria, che i partiti operai non dovevano opporsi alla colonizzazione in sé, ma solo alle forme in cui questa si realizzava nel sistema capitalista. (7) Rosa Luxemburg si scaglierà contro queste posizioni e sarà, in quegli anni, la critica più acuta delle posizioni riformiste e revisioniste.

Karl Kautsky, il massimo esponente della Seconda Internazionale, si collocò al centro di questo dibattito: da una parte si oppose alla “politica coloniale socialista”, dall’altra sviluppò l’idea opportunista dell’ultraimperialismo, che sarà al centro della polemica di Lenin, che la apostroferà con parole sferzanti, definendola una “ultra-stupidità”. (8)

Rosa Luxemburg, che ebbe il grande merito di contrastare l’opportunismo di Bernstein, Kautsky e compagni, pur tuttavia commise un errore. Credeva infatti che il capitalismo potesse mitigare le proprie contraddizioni solo attraverso la conquista di nuovi mercati nelle zone “precapitaliste”, vale a dire in quei paesi dove esistevano ancora economie dal carattere feudale o semi-feudale. (9)

Una visione unilaterale che la condusse alla conclusione che una volta che il capitalismo si fosse insediato in ogni angolo del pianeta, si sarebbe verificato un crollo automatico del sistema. Questa concezione “crollista” verrà criticata in seguito da Lenin, che spiegherà come, in assenza di una rivoluzione socialista, il capitalismo, a costo di approfondire e aggravare le sue contraddizioni, avrebbe sempre trovato una via di uscita. Anche a costo di trascinare l’umanità nella barbarie. Per parte sua il socialista austriaco Otto Bauer si concentrò su un altro aspetto dell’analisi di Marx, la tendenza al calo del saggio di profitto e la necessità del sistema di esportare merci e capitali “eccedenti” per contrastarla. Una considerazione di per sé giusta, ma che anche in questo caso assumeva solo una parte del pensiero di Marx, trasformandola in un assoluto e perdendo di vista l’analisi globale. (10)

Nel 1910 venne pubblicata l’opera di Rudolf Hilferding Il capitale finanziario. (11) L’opera susciterà grandi entusiasmi nel movimento socialista. Kautsky la definirà enfaticamente: “Il quarto volume mancante del Capitale”.

Hilferding, che nei primi anni della sua militanza aveva aderito alla sinistra socialista, successivamente si spostò sulle posizioni centriste di Kautsky; nel suo libro, partendo dalle considerazioni di Marx sulla centralizzazione del capitale, concluse che nel corso del loro sviluppo le grandi imprese sarebbero diventate sempre più dipendenti dalle banche per adattarsi ai cambi bruschi del mercato, e che le banche a loro volta per proteggere i loro prestiti avrebbero investito sempre più nell’industria per favorire la nascita di cartelli e trust. Più grandi erano questi trust, maggiore era la necessità di credito, di conseguenza la concentrazione industriale stimolava una centralizzazione parallela del capitale bancario e la fusione della banca con l’industria.

Lenin non criticherà questa parte dell’analisi, anzi la farà sua. Così come accoglierà l’idea di Hilferding, secondo la quale l’economia pianificata propria del socialismo è la logica conseguenza della naturale tendenza del capitalismo a socializzare la produzione. Contemporaneamente respinse la teoria della moneta di Hilferding e soprattutto il suo tentativo di conciliare il marxismo con l’opportunismo offrendo una base analitica alla posizione di Kautsky.

Secondo Hilferding infatti, la tendenza del capitale finanziario verso la cartellizzazione generale, produceva un unico potente centro di controllo del capitalismo. Anche se formalmente aggiunse che un tale cartello non poteva eliminare l’antagonismo nel campo della distribuzione, concluse che si sarebbe giunti a una situazione tale per cui l’intera produzione capitalista mondiale poteva essere regolata da un organismo unico che avrebbe determinato il volume della produzione in tutti i rami dell’industria. I prezzi sarebbero diventati una questione puramente nominale e il denaro non avrebbe più svolto alcun ruolo. Nella visione utopica di Hilferding non sarebbe scomparso solo il denaro, ma persino l’anarchia della produzione capitalista e il valore di scambio delle merci.

L’obiezione a questa tesi era che se il capitalismo poteva pianificare l’economia attraverso un unico centro di comando, avevamo di fronte un sistema che nel corso della sua evoluzione poteva trasformarsi in qualcosa di diverso, in una società senza antagonismi tra le classi e tra gli Stati, che equivaleva a dire che il capitalismo poteva auto-riformarsi e diventare un sistema pacifico e tutto sommato progressivo.

Analogamente Kautsky aveva parlato di una nuova fase:

quella cioè dello spostamento della politica dei cartelli nella politica estera. Si avrebbe allora la fase dell’ultra-imperialismo, cioè della unione degli imperialismi di tutto il mondo e non della guerra tra essi, la fase della fine della guerra in regime capitalista, la fase dello sfruttamento collettivo del mondo ad opera del capitale finanziario internazionalmente coalizzato.” (12)

Il potenziale riformista di questa tesi era facile da comprendere e di certo non sfuggiva a Lenin, tanto più che il capitalismo con la “Grande guerra” stava trascinando la società nell’abisso, smentendo clamorosamente le ipotesi pseudo-pacifiste di Hilferding e Kautsky.

Il rivoluzionario russo nell’Imperialismo si soffermerà sul punto decisivo:

Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale. Ma non appena i rapporti di forza sono modificati, in quale altro modo in regime capitalistico si possono risolvere i contrasti se non con la forza?” (13)

è qui ben sintetizzata la linea divisoria tra il riformismo illusorio di Kautsky e il realismo rivoluzionario di Lenin.

In seguito Lenin ebbe anche modo di precisare che l’imperialismo non andava inteso come uno “stadio finale” del capitalismo nel quale la concorrenza spariva e i rapporti di forza tra trust, cartelli e Stati diventavano stabili e immutabili. Questi viceversa erano destinati a subire nuovi e più acuti sconvolgimenti.

L’occasione per approfondire questi aspetti si presenterà nel congresso del Partito comunista russo (bolscevico) del marzo del 1919, dove nella polemica con Bucharin, difese la seguente posizione:

In nessun luogo del mondo il capitalismo monopolistico è esistito né esisterà mai senza che, in parecchi settori, sussista la libera concorrenza (…) L’imperialismo, in realtà non ristruttura, né può ristrutturare da cima a fondo il capitalismo. L’imperialismo complica e acutizza le contraddizioni del capitalismo, “intreccia” la libera concorrenza con il monopolio, ma non può sopprimere lo scambio, il mercato, la concorrenza, le crisi, ecc. (…) Non esiste un tale tutto. Esiste un transito dalla concorrenza al monopolio (…) questa congiunzione tra due aspetti contraddittori, la concorrenza e il monopolio, è l’essenza dell’imperialismo (…) L’imperialismo puro, senza il fondamento del capitalismo, non è mai esistito, non esiste in nessun luogo e non potrà mai esistere. Si è generalizzato in modo errato tutto ciò che è stato detto sui consorzi, i cartelli, i trust, il capitalismo finanziario, quando si è voluto presentare quest’ultimo come se esso non poggiasse affatto sulle basi del vecchio capitalismo.” (14)

e aggiungerà in un passaggio successivo:

l’imperialismo e il capitalismo finanziario sono una sovrastruttura del vecchio capitalismo (enfasi nostra).” (15)

Un concetto che già Marx aveva trattato, in Miseria della filosofia, rispondendo a Proudhon:

Nella pratica della vita si trovano non soltanto la concorrenza, il monopolio, ed il loro antagonismo, ma anche la loro sintesi, che non è una formula ma un movimento. Il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio. I monopolisti si fanno la concorrenza, i concorrenti diventano monopolisti. Se i monopolisti restringono la concorrenza fra di loro attraverso associazioni parziali, la concorrenza aumenta tra gli operai; e più la massa dei proletari cresce di fronte ai monopolisti di una nazione, più la concorrenza diventa sfrenata tra i monopolisti in nazioni diverse. La sintesi è tale che il monopolio non può mantenersi se non passando continuamente attraverso la lotta della concorrenza.” (16)

La visione di Lenin era dinamica, in nessun momento lasciava presagire che il quadro degli equilibri internazionali che si erano stabiliti nel corso della prima guerra mondiale fosse destinato a durare per sempre. Non solo gli accordi monopolistici potevano essere sostituiti da altri accordi, da fasi in cui la concorrenza
(che non spariva mai completamente) riaffiorava con più forza; ma potevano cambiare anche le relazioni degli Stati con l’industria, le banche e con altri Stati.

Non a caso nell’Imperialismo è contenuta anche la seguente osservazione:

Il tratto caratteristico del periodo considerato è costituito dalla spartizione definitiva della terra; definitiva, non già nel senso che sia impossibile una nuova spartizione – che anzi nuove spartizioni sono possibili e inevitabili – ma nel senso che la politica coloniale dei paesi capitalistici ha condotto a termine l’arraffamento di terre non occupate sul nostro pianeta. Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un padrone a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello di appartenenza ad un padrone.” (17)

La posizione di Bucharin era invece rigida, formalista e per certi aspetti speculare a quella di Hilferding. Se pure è vero che respinse la conclusione sulla possibile ammortizzazione dello scontro tra gli Stati, ne L’economia mondiale e l’imperialismo, (18) scritto nel 1915, Bucharin sosterrà la tesi di “un’unica cricca capitalista finanziaria” e la trasformazione dello Stato imperialista in “un capitalista congiunto, collettivo”, che avrebbe espresso la volontà collettiva della borghesia nazionale.

Il richiamo al capitalismo di Stato diventerà ancora più evidente dopo la Rivoluzione d’Ottobre quando tratterà la questione nei seguenti termini:

(…) la riorganizzazione dei rapporti produttivi del capitalismo finanziario ha seguito un cammino che conduce all’organizzazione di uno stato capitalista universale, all’eliminazione del mercato, alla conversione del mercato, alla conversione del denaro in un’unità di conto, all’organizzazione della produzione su scala nazionale, e la subordinazione di tutto il meccanismo economico nazionale agli obiettivi della competizione internazionale, sarebbe a dire, principalmente alla guerra.” (19)

Superfluo dire che l’esperienza storica concreta ha smentito le tesi di Bucharin che non hanno trovato alcun riscontro pratico (così come quelle di Hilferding) e che la critica di Lenin si sia dimostrata corretta, in quanto tutte le forme di capitalismo di Stato che sono sorte in seguito (si pensi alla Germania e all’Italia nazi-fascista, alla Corea del Sud, al Giappone fino ad arrivare alla Cina di oggi), per quanto molto diverse tra di loro, in nessun caso sono state il prodotto della dittatura del capitale finanziario, né tanto meno hanno cancellato la concorrenza, il mercato e la moneta in quanto tali.

A questo proposito non è secondario ricordare quanto Trotskij disse sul capitalismo di Stato in un passaggio de La rivoluzione tradita:

Sul piano della teoria si può immaginare una situazione in cui la borghesia intera si costituisca in società per azioni, per amministrare tramite lo Stato tutta l’economia nazionale (…). In un ‘capitalismo di Stato’ integrale, la legge della distribuzione eguale dei profitti si applicherebbe direttamente senza concorrenza di capitali, con una semplice operazione contabile. Non è mai esistito un regime del genere e non esisterà mai a causa delle profonde contraddizioni che dividono i possidenti tra di loro… tanto più che lo Stato, rappresentante unico della proprietà capitalista, costituirebbe per la rivoluzione sociale un obiettivo troppo allettante“. (20)

Alla quale aggiunse una considerazione altrettanto importante che faceva dei distinguo tra le diverse forme di intervento statale:

Durante la guerra e soprattutto durante le esperienze dell’economia fascista, si è inteso sempre di più per ‘capitalismo di Stato’ un sistema d’intervento e di direzione economica da parte dello Stato. I francesi adoperano in casi simili un termine molto più appropriato: statalismo. Il capitalismo di Stato e lo statalismo hanno senz’altro dei punti in comune, ma come sistemi sarebbero opposti piuttosto che identici. Il capitalismo di Stato comporta la sostituzione della proprietà statale alla proprietà privata e conserva per ciò stesso un carattere parziale. Lo statalismo – sia nell’Italia di Mussolini, nella Germania di Hitler, negli Stati Uniti di Roosevelt che nella Francia di Léon Blum – comporta l’intervento dello Stato sulle basi della proprietà privata, per salvare la proprietà privata. Quali che siano i programmi dei governi, lo statalismo consiste inevitabilmente nel trasferire dai più forti ai più deboli i gravami di un sistema in putrefazione (…). Lo statalismo, nei suoi sforzi di economia dirigistica, non si ispira all’esigenza dello sviluppo delle forze produttive, ma alla preoccupazione di conservare la proprietà privata a detrimento delle forze produttive che insorgono contro di essa. Lo statalismo frena lo sviluppo della tecnica sostenendo imprese non vitali e mantenendo strati sociali parassitari; in una parola è profondamente reazionario.” (21)

Va detto che questo tipo di politiche, a cui Trotskij fa riferimento, vennero mantenute in Italia anche dopo la caduta del fascismo, e per certi aspetti approfondite. Ai tempi della Democrazia cristiana, nel movimento operaio c’era una frase di uso comune per definire il fenomeno: “Socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”.

Quel tipo di politiche sono state abbandonate negli anni ’90 e poi riprese su scala mondiale dopo la crisi del 2007-08, una classica crisi di sovrapproduzione, che si è tradotta in un notevole ritorno degli Stati sulla scena economica con misure protezionistiche, nazionalizzazioni borghesi e salvataggi di aziende “zombie” (società virtualmente fallite e mantenute in vita artificialmente dagli Stati, che si stima siano oltre il 20% in Cina e negli Stati Uniti).

Dopo gli anni della cosiddetta globalizzazione dove imperava il liberismo, abbiamo visto un ritorno a forme di statalismo economico con le banche centrali che attraverso il quantitative easing (espansione creditizia) stanno annegando il capitalismo e le sue contraddizioni in un fiume di denaro, a costo di portare i debiti pubblici e privati alle stelle. La pandemia di Covid-19 ha solo portato all’estremo questa tendenza che si è consolidata da almeno un decennio a questa parte.

Se da una parte si mostra il carattere parassitario del capitale, che non ha precedenti nella storia, dall’altra sono state smentite tutte le ipotesi di coloro che avevano teorizzato la “fine dell’imperialismo e degli Stati nazionali”.

Prima di addentrarci nella polemica con queste posizioni, dobbiamo introdurre una premessa, che riguarda la questione centrale dello scambio ineguale tra paesi imperialisti e paesi dominati.

All’inizio del quarto capitolo dell’Imperialismo (L’esportazione del capitale) Lenin tratta un concetto fondamentale:

Nel capitalismo sono inevitabili lo sviluppo diseguale e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi (…)” (22)

Questa idea verrà approfondita da Trotskij, nella Storia della Rivoluzione Russa e successivamente da George Novack, in un testo del 1957, La legge dello sviluppo ineguale e combinato. Un concetto ripreso più volte anche dal rivoluzionario britannico Ted Grant.

L’idea base è che lo sfruttamento imperialista tenda a generare sottosviluppo nei paesi dipendenti, ma il mercato mondiale e l’interazione tra paesi con economie differenti producono uno sviluppo delle forze produttive che per quanto diseguale è anche combinato.

Tali varianti determinate da diverse condizioni naturali o circostanze storiche (non solo economiche ma anche politiche o comunque dal carattere sovrastrutturale) sono tra i molteplici fattori della storia che costituiscono la base per l’emergere di fenomeni eccezionali, nei quali delle caratteristiche di uno stadio inferiore si fondono con quelle di uno stadio superiore dello sviluppo sociale.

Queste formazioni combinate hanno carattere contraddittorio e particolare. Esse possono deviare a tal punto dalla norma e determinare un rivolgimento tale da produrre un salto qualitativo nell’evoluzione sociale, da rendere capace un popolo o una nazione, in precedenza arretrata, di distanziare per tutto un periodo un popolo o una nazione più avanzata.

Novack nel saggio citato lo spiegherà in questi termini:

Sul territorio americano non vi fu alcuna ripetizione meccanica di tappe storiche ormai superate (…) Nelle colonie americane la schiavitù fu assai diversa da quella della Grecia classica e dell’antica Roma. In America essa fu una “schiavitù borghesizzata” (…) Uno dei frutti più bizzarri di questa fusione di schiavitù e capitalismo, fu la comparsa di mercanti di schiavi tra gli indiani Creek, nel sud degli Stati Uniti. Vi poteva essere qualcosa di più anomalo e contraddittorio di indiani d’America che vivevano in un sistema di comunismo primitivo, si trasformavano in proprietari di schiavi e vendevano le proprie merci sul mercato borghese?” (23)

In altre parole i paesi arrivati più tardi sulla scena storica possono accedere, insieme ai loro elementi di arretratezza, alle tecnologie più avanzate che sono il frutto dello sviluppo del capitalismo più moderno.

Come disse Trotskij:

Lo sviluppo di un paese storicamente arretrato porta necessariamente a una combinazione originale delle diverse fasi del processo storico.” (24)

La conseguenza più importante dell’interazione dello sviluppo ineguale con lo sviluppo combinato è il verificarsi di “balzi” nel corso della storia. I balzi storici diventano inevitabili in virtù del fatto che l’imperialismo impone dei compiti che possono essere assolti solo con i metodi più moderni. Sotto l’impulso delle condizioni esterne, essi sono costretti a scavalcare o ad attraversare rapidamente delle fasi evolutive che in origine avrebbero richiesto tutta una epoca storica.

I popoli europei impiegarono quasi tremila anni per elevarsi dalla barbarie superiore della Grecia omerica all’Inghilterra della rivoluzione industriale, il Nordamerica compì questa stessa trasformazione in 300 anni. La Cina moderna ne ha impiegati circa trenta (settanta se si considera lo sviluppo delle forze produttive reso possibile dalla rivoluzione del 1949) e, nonostante un sistema industriale estremamente moderno, nelle campagne cinesi ci sono ancora 400 milioni di contadini che producono con mezzi agricoli piuttosto arretrati.

Corollario di questa tesi è che ci sono classi che possono svolgere le funzioni di altre classi. Possiamo considerare la legge dello sviluppo ineguale e combinato una legge intimamente legata a quella della rivoluzione permanente. Nei fatti ne è un presupposto:

Per i paesi a sviluppo borghese ritardato e in particolare per i paesi coloniali e semicoloniali, la teoria della rivoluzione permanente significa che la soluzione vera e compiuta dei loro problemi di democrazia e di liberazione nazionale non è concepibile se non per opera di una dittatura del proletariato, che assuma la guida della nazione oppressa e, prima di tutto, delle sue masse contadine (…) La rivoluzione democratica nel corso del suo sviluppo si trasforma direttamente in rivoluzione socialista e diviene così rivoluzione permanente (enfasi nostra).” (25)

Lo abbiamo visto nella Rivoluzione d’Ottobre, dove il proletariato si è fatto carico dei compiti della rivoluzione borghese (distribuendo le terre ai contadini, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione ai popoli oppressi, cancellando i retaggi feudali), ma lo abbiamo visto anche in altri contesti storici, dove le classi feudali hanno portato avanti i compiti della rivoluzione borghese.

In un testo del 1964, La rivoluzione coloniale e la rottura tra Cina e Urss, Ted Grant scriverà:

Dove una classe entra tardivamente in scena ed è incapace di giocare il ruolo che la storia esige, tale ruolo viene svolto da altre classi e forze sociali. Ad esempio in Giappone, nella transizione dal feudalesimo al capitalismo, l’aristocrazia si trasformò in classe dirigente industriale. Questo fatto ha lasciato la sua impronta fino ad oggi sui rapporti sociali giapponesi. In Germania il fallimento e l’incapacità della borghesia portò, come spiegavano Marx ed Engels, gli Junkers a portare avanti i compiti della rivoluzione democratica borghese.” (26)

Ted Grant, in questo testo, se da una parte si proponeva di dare una spiegazione dei processi che si erano realizzati in Cina e a Cuba, dove delle guerriglie contadine vittoriose avevano dato vita a degli stati operai, seppur deformati, dall’altra conduceva una battaglia contro le concezioni foquiste e guerrigliere, che si stavano affermando non solo negli ambienti stalinisti, ma anche nel movimento trotskista. I principali dirigenti della Quarta Internazionale, Ernest Mandel, Michel Pablo e Livio Maitan, si erano allontanati dalle posizioni di Lenin e Trotskij, e nel farlo non esitarono ad espellere Ted Grant dall’organizzazione che lo stesso Trotskij aveva fondato nel 1938.

Mandel e compagni avevano perso totalmente fiducia nella classe operaia e si orientarono ad altri soggetti (intellettuali, contadini, militari) e più in generale a concezioni terzomondiste, i cui principali riferimenti sul piano dell’analisi erano i “teorici della dipendenza”.

La teoria della dipendenza si allontanerà dalla visione leninista per introdurre rigide dicotomie tra lo sviluppo dei paesi imperialisti e il sottosviluppo dei paesi coloniali. Questa scorretta analisi dell’imperialismo condurrà a scelte politiche e strategie di lotta che si riveleranno a dir poco disastrose.

Per suffragare tale affermazione dovremo necessariamente addentrarci, nei limiti consentiti da questa introduzione, nei meandri del pensiero di diversi esponenti che nel dopoguerra hanno trattato la questione dell’imperialismo, dei monopoli, dello sviluppo capitalistico e del sottosviluppo.

Li dividiamo in due gruppi: i teorici degli anni ’60 e ’70, l’epoca della Rivoluzione coloniale, e quelli degli anni ’90 e 2000, che hanno ispirato il movimento altermondialista, nato con le mobilitazioni di Seattle e Genova.

In alcuni casi sono le stesse persone, ma le scuole di pensiero differiscono, in quanto il crollo dell’Urss e dei regimi stalinisti nei paesi dell’Est ha aperto una fase completamente nuova nei rapporti di forza a livello mondiale producendo effetti considerevoli sul dibattito all’interno del movimento.

La teoria della dipendenza maturerà alla fine degli anni ’50. In ordine cronologico bisognerebbe partire dal saggio di Paul Baran, Il surplus economico, (27) del 1957 a cui seguirà Il capitale monopolistico, dove Baran e Sweezy sosterranno che:

la gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema capitalistico è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno ad un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso, fino a quando giungiamo all’ultimo paese che non ha nessuno da sfruttare (…) Abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori.” (28)

Questa linea influenzerà significativamente un giovane insegnante tedesco emigrato con la famiglia a Chicago e che nel 1962 si trasferirà in America Latina, Andrè Gunder Frank, che in due saggi degli anni ’60, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina (29) e America Latina: sottosviluppo o rivoluzione, (30) elaborerà la tesi che a provocare il sottosviluppo non era la carenza di capitalismo ma proprio la sua esistenza. Il capitalismo, estendendo le sue pratiche di sfruttamento, determinava una gerarchia di centri di sviluppo organizzati che rendevano il sottosviluppo l’altra faccia necessaria dello sviluppo.

L’elemento progressivo dell’analisi di Gunder Frank era il superamento delle concezioni desarroliste (sviluppiste) di Raul Prebisch e altri intellettuali sudamericani, che partivano dal presupposto che il sottosviluppo dell’America Latina fosse determinato dall’assenza di rapporti di produzione capitalistici. Questa idea sul piano politico si traduceva nella necessità di stabilire un’alleanza interclassista tra contadini, operai e settori progressisti della borghesia nazionale.

Trotskij, che aveva vissuto in America Latina negli ultimi anni della sua vita, aveva criticato queste concezioni che dominavano formazioni politiche come l’Apra peruviana e altri partiti o movimenti di tipo populista. Nella teoria della rivoluzione permanente aveva spiegato come le borghesie nazionali fossero troppo corrotte e subalterne nei confronti del capitale straniero per poter svolgere un qualunque ruolo progressista e come fosse decisivo anche nei paesi arretrati che il proletariato mantenesse la propria indipendenza politica nel corso della rivoluzione.

I teorici della dipendenza rifiutarono o ignorano queste tesi e, pur partendo da una giusta premessa (e cioè che fosse il capitalismo il problema e non l’assenza di capitalismo) giunsero a conclusioni totalmente false, che si riveleranno non meno utopiche di quelle dei desarrolisti.

Gunder Frank, pur individuando in un primo momento la borghesia nazionale come l’avversario di classe, nel corso della sua evoluzione politica finirà per separare l’imperialismo dalla sua base economica, il capitalismo, dimenticando quanto affermato da Lenin nell’Imperialismo e nella polemica con Bucharin.

Nel suo libro America Latina: sottosviluppo o rivoluzione, sulla base di lunghe analisi delle situazioni storiche cilena e brasiliana, concluderà che uno dei motivi principali del sottosviluppo era che il nemico immediato era sì la borghesia nazionale, e la borghesia locale nelle campagne, ma il nemico strategico era l’imperialismo. A partire da questa analisi veniva introdotta una gerarchia che in un secondo momento lo porterà a porre la lotta antimperialista e di liberazione nazionale ad avere la priorità sul conflitto di classe.

L’aspetto positivo della posizione di Gunder Frank era che, sotto l’influenza della rivoluzione cubana del 1959, poneva apertamente l’alternativa tra “sottosviluppo capitalista o rivoluzione socialista”.

Ciò detto, non avendo una solida comprensione della teoria marxista commise diversi errori. Ad esempio considerava l’America Latina come pienamente capitalista fin dal XVI secolo. In realtà, la teoria dello sviluppo diseguale e combinato ci permette di comprendere come i modi di produzione introdotti dai conquistadores spagnoli (lavoro forzato, schiavitù, forme semi-feudali) erano inseriti in un sistema di estrazione delle risorse internazionale che costituiva la fase dell’accumulazione primitiva del capitale.

La tesi di Gunder Frank che l’America Latina fosse pienamente capitalista già nella fase coloniale produrrà una sottovalutazione sull’importanza dei compiti democratici nazionali irrisolti (particolarmente la questione indigena e contadina). Inoltre Gunder Frank centrava la sua analisi sulla sfera dello scambio, mentre un’analisi marxista rigorosa dovrebbe sempre riferirsi alla sfera della produzione.

Di conseguenza il terreno dello scontro si spostava dalla lotta di classe alla lotta tra nazioni dominate e nazioni imperialiste, non capendo un aspetto decisivo e cioè che il proletariato dei paesi dipendenti aveva il suo alleato naturale nella classe operaia dei paesi avanzati. La politica di unità nazionale nella lotta contro l’imperialismo e la linea stalinista dei “fronti popolari”, (31) che erano uscite dalla porta, rientravano così dalla finestra.

Si svilupparono di conseguenza tutta una serie di idee scorrette ed utopiche. Se da una parte Samir Amin ritenne che l’unica strategia possibile era battersi per l’autonomia dei paesi dipendenti ed un loro “distacco” dai centri imperialisti (non si capisce esattamente per quale via), il tentativo di Gunder Frank fu quello di suggerire a Salvador Allende, durante il governo di Unidad popular in Cile, di determinare uno sviluppo autonomo dell’economia cilena, dove le classi popolari non fossero a traino delle relative borghesie.

Buone intenzioni che si tradurranno in riforme guidate dall’alto dal governo Allende che saranno spazzate via dal boicottaggio del capitale internazionale e la conseguente interruzione degli investimenti esteri e relative fughe di capitali; per finire con il colpo di Stato di Pinochet dell’11 settembre 1973, sostenuto dagli Usa, che dimostrò una volta di più come non ci si poteva “sconnettere” dall’imperialismo, né prescindere da esso.

Si poteva solo combatterlo per via rivoluzionaria, rovesciando la base su cui poggiava: il sistema capitalista di produzione. Ma questo non faceva parte dei piani di Allende.

La teoria della dipendenza finì così in un bagno di sangue e a pagarne il prezzo più alto oltre ad Allende, che morì coraggiosamente con il mitra in mano combattendo contro il golpe, furono decine di migliaia di attivisti che vennero torturati e assassinati in Cile, ma in seguito anche in Argentina e nel resto dell’America Latina, dove queste teorie produssero danni altrettanto gravi.

Il 1973, anno del golpe di Pinochet, rappresenterà un punto di non ritorno per la teoria della dipendenza, con una ritirata su tutta la linea che aprirà la strada a nuovi e ulteriori arretramenti sul piano politico e ideologico.

Gunder Frank, che andrà in esilio in Europa, invece di riconoscere onestamente i suoi errori, introdurrà dei correttivi che sposteranno i termini della questione, senza andare al fondo dei problemi.

La sconfitta in Cile era stata di per sé devastante ma c’era da spiegare anche altro, ad esempio il fenomeno delle “tigri asiatiche”, paesi come Hong Kong, Singapore, Corea del Sud e Taiwan, che a partire dagli anni ’60 avevano innescato robusti processi di industrializzazione, un cambiamento dei tradizionali modelli di sviluppo e una forte crescita economica. Sviluppi che si resero possibili grazie a un mix di autoritarismo, investimento pubblico massiccio, sostegno statale alle aziende e apertura selettiva ai mercati, e che non potevano essere compresi sulla base dei rigidi schemi dei teorici della dipendenza.

Come se ne uscì? Invece di rivedere la teoria dalle fondamenta, Gunder Frank sposterà i “centri” e le “periferie” dichiarando che la sua teoria non prevedeva che fosse “centro” l’occidente e “periferia” l’Asia. Così facendo, senza rinnegare il passato, passerà dal dipingere un mondo diviso in blocchi, ad un mondo a “pelle di leopardo”, nel quale “tanti centri interconnessi sfruttavano l’insieme delle periferie distribuite, a volte vicinissime”.

Questa posizione sempre più astratta e fumosa verrà intrapresa anche da Immanuel Wallerstein, il quale sposterà l’obiettivo dagli Stati-nazione ad una non meglio precisata “unità di analisi globale” e a “costellazioni di centri e periferie”.

Negli anni ’80 la teoria della dipendenza si trasformerà così in “Scuola dei sistemi-mondo”, Wallerstein inizierà a sistematizzarla ne Il sistema mondiale dell’economia moderna (32) e la consoliderà nel corso degli anni ’90.

C’erano già state delle anticipazioni che avevano presentato il capitalismo moderno nella chiave che poi sarà quella dei “sistemi-mondo”, tra questi il libro del 1971 di Samir Amin, L’accumulazione su scala mondiale, (33) e quello di Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale (34) del 1972.

Nel 1994 Giovanni Arrighi pubblicherà Il lungo XX secolo (35) nel quale metterà al centro una versione differente dei “cicli” rispetto a quella di Marx e Lenin, interpretandoli come fasi di contrazione ed espansione strutturalmente costanti nella storia.

In base alla ipotesi di Arrighi-Wallerstein, il sistema capitalistico era visto come una successione di cicli di accumulazione (composti da una fase di espansione produttiva ed una fase terminale di tipo finanziario) e da cicli di egemonia nei quali un “centro” si imponeva a molte “periferie”. Quando la fase di espansione produttiva iniziava ad essere meno redditizia (e si allentava il vantaggio monopolistico iniziale) a causa dell’accresciuta concorrenza, allora i capitali generati venivano detenuti in forma liquida e non più investiti in attività divenute troppo rischiose, e si aveva quindi una fase di speculazione finanziaria che preparava il crollo.
Solo l’emergere di una nuova potenza economica globale poteva, dopo una fase turbolenta e non di rado di guerra, determinare un nuovo “centro” e riavviare il processo su basi nuove e progressive.

Un tentativo meta-storico in cui si ingabbiavano 400 anni di storia, dalla nascita del mercantilismo olandese fino ai giorni nostri, che avrebbe provocato orrore in Marx e nel quale si stravolgeva tutto ciò che Lenin aveva detto sulla finanziarizzazione dell’economia.

Una concezione dove non solo non c’era più alcuno spazio per la lotta delle classi oppresse, ma nella quale, come già per Kautsky, si ipotizzava una capacità di auto-rigenerazione del sistema che diventava possibile grazie alla affermazione della nuova potenza globale in ascesa. Le speranze di Arrighi per un certo numero di anni furono riposte nel Giappone ma quando il Sol Levante entrò in stagnazione prolungata rivolse lo sguardo alla Cina, in particolare nel suo ultimo libro, Adam Smith a Pechino. (36)

Nel 1999, la cosiddetta “banda dei quattro” (Gunder Frank, Wallerstein, Arrighi, Samir Amin) si disgregherà. Con ReOrient (37) Gunder Frank romperà con le premesse comuni arrivando a sostenere che un “sistema mondo” era sempre esistito già prima del capitalismo, almeno da seimila anni. La civiltà capitalista occidentale non aveva più alcuna specificità. Struttura e sovrastruttura non esistevano più.

Le repliche di Wallerstein, Arrighi e Amin saranno furiose; accettare le tesi di Gunder Frank significava rimuovere ogni parvenza di marxismo e di propensione alla lotta per un’alternativa di sistema.

Samir Amin proverà a reagire più convintamente degli altri due, e nel farlo recupererà concetti e vecchie pratiche della teoria della dipendenza (a partire dalla parola d’ordine della “disconnessione”). Questo tentativo lo porterà ad ottenere un certo riconoscimento nel ceto movimentista che si formerà dalle mobilitazioni contro la globalizzazione.

Dall’altra parte Gunder Frank chiuderà il sipario portando alle logiche conseguenze la sua concezione, affermando che “non esiste un possibile sistema alternativo” non perché non ci sia “dipendenza” (non ha mai cambiato idea su questo), “ma perché ogni sganciamento è un’illusione”. Ci si può limitare solo alla denuncia. Si può solo lottare ma senza alcun progetto possibile. Una posizione a dir poco disperata.

Samir Amin risponderà in Oltre la mondializzazione (38) dove rivedrà le precedenti posizioni del 1973. La cosiddetta mondializzazione veniva ora letta come una transizione caotica verso un avvenire sconosciuto. Una transizione che, fino a quando era dominata dalla logica capitalista, comunque generava necessariamente polarizzazione. Ma, aggiungerà Samir Amin, rispetto alla situazione dei primi anni ’70, quando il processo pur avviato era al suo inizio, le periferie ora sono state industrializzate e in alcuni casi si sono create delle catene produttive integrate.

Dunque “la polarizzazione si è spostata su altri terreni”. La prospettiva, e possibile via di uscita, è ora quella di un “mondo policentrico”, nel quale sia possibile perseguire, scegliendoli secondo i propri orientamenti e bisogni, margini di autonomia.

Questa posizione piacerà molto alle forze staliniste e neocampiste, che vedranno nel crescente antagonismo degli “emergenti” e di paesi come Russia e Cina un possibile campo progressista al quale allinearsi in chiave anti-americana e anti-europea.

Nel 2006 Amin svilupperà ulteriormente questa linea di pensiero scrivendo Per un mondo multipolare. (39) In questo libro la sua interpretazione del significato dell’internazionalismo socialista partiva “dall’autonomia, la destrutturazione delle relazioni di potere e dominazione, la disconnessione dai vincoli del capitale”.

In questa visione le lotte concrete dovevano partire dalle condizioni locali e specifiche, nazionali, di dominazione ed essere rivolte a conquistare il potere, ma non nel senso tradizionale leninista, bensì per “fare controrete, opporsi alla logica globale e disconnetterla”.

Disconnettersi ed imporre “elementi di socialismo”, ovvero elementi che obblighino il capitalismo ad adattarsi ad una logica che non gli è propria. è quello che Amin chiama “un modello policentrico e pluralista”.

Non a caso nel 2009, nel libro La Crisi (40) rivaluterà la posizione della Cina, giudicata centro di civiltà che potrebbe vincere la sfida con l’occidente e “reinventare” il capitalismo (ovviamente, “con caratteristiche cinesi”), sulla base di una struttura centralizzata e ben amministrata da opporre al capitalismo inventato dall’occidente che è, invece, intrinsecamente imperialista e dunque predatorio.

Dopo tanto peregrinare l’approdo era lo stesso di Arrighi. Tutte le speranze venivano riposte nella Cina. Cosa restava della lotta di classe? Meno di nulla.

Non meglio di loro faranno Toni Negri e i post-operaisti. Se da una parte Negri criticherà Arrighi accusandolo di teleologia (la storia che si muove in base a un piano preordinato), dall’altra scriverà con Michael Hardt il libro Impero (pubblicato in Italia nel 2003) che notevole diffusione ebbe nel movimento dell’epoca, e nel quale si criticherà apertamente il concetto di imperialismo.

Per Negri e Hardt i rapporti di forza e gli scontri tra potenze imperialiste non esistevano più. L’ultima guerra imperialista, a loro dire, era stata quella del Vietnam. Nel libro c’è una frase che è tutto un programma:

“La storia delle guerre imperialiste, interimperialiste e antimperialiste è finita. La storia si è conclusa con il trionfo della pace”. (41)

Secondo questa lettura nel mondo esisteva un’unica entità sovranazionale, uno spazio mondiale dominato da un capitale unico, non meglio identificato.L’opera avrà lo stile inconfondibile di un personaggio come Toni Negri, sufficientemente ambigua e anguillesca da scansare e travisare la realtà.

Al centro dell’analisi verrà messa la guerra del Golfo, e non a caso, in quanto in quel frangente ci fu una larga coalizione tra le potenze imperialiste, che però non si è vista successivamente nella guerra dei Balcani e nella maggior parte dei conflitti, dalla Siria, al Libano, all’Afghanistan fino ai recenti sviluppi in Ucraina.

Per quanto nell’introduzione si neghi l’esistenza di una potenza egemone, nel testo ci sono affermazioni in cui si lascia intendere che il “nuovo ordine imperiale” è a guida americana:

“Al vertice della piramide c’è un superpotere, gli Stati Uniti, che esercitano l’egemonia sull’uso globale della forza.” (42)

Ma il punto centrale è che gli autori invece di usare delle parole al posto di altre (“Impero” al posto di “imperialismo”) avrebbero dovuto dimostrare per quale ragione la guerra del Golfo non era imperialista. Non mirava forse ad assicurare alle multinazionali del petrolio l’accesso a prezzi più contenuti? Non mirava a perpetuare il dominio su nazioni oppresse da parte delle principali potenze, contro ogni tentativo di ribellione e di indipendenza? A queste domande non viene data risposta.

Quando si scende sul terreno storico e teorico le cose si fanno anche peggiori. Secondo gli autori:

“Lenin era d’accordo con la tesi di fondo di Kautsky secondo la quale esiste un trend nello sviluppo capitalistico verso la cooperazione internazionale da parte dei singoli capitali finanziari nazionali che avrebbero probabilmente dato vita a un’unica organizzazione mondiale. Quello che respingeva energicamente era l’uso che Kautsky faceva di questa proiezione per giustificare un futuro di pace e per negare le dinamiche della realtà contemporanea.” (43)

Abbiamo già spiegato la fallacia di questa idea in apertura di testo. Non ci torneremo. L’analisi di Lenin era cento volte più profonda e articolata di quanto i suoi critici vogliano farci credere.

Che cosa resta delle tesi di Negri-Hardt, a vent’anni dalla pubblicazione del libro? Dove ritroviamo il cosiddetto “capitale unico”?

La realtà che osserviamo oggi è che il capitale a livello internazionale è tutto salvo che unico e unificato. Ciò che abbiamo di fronte è la lotta mortale tra gruppi monopolistici e tra Stati che ne rappresentano gli interessi. Non si propone forse Putin, invadendo l’Ucraina, di difendere dei precisi interessi, cioè quelli di un’oligarchia, di una borghesia russa, impegnata a fare profitti e che si trova a confliggere con gli interessi di altre società americane ed europee?

Se per Hardt e Negri l’Impero è caratterizzato dalla sparizione delle frontiere e degli Stati nazionali, come spiegano gli autori l’esistenza di altre forze imperialiste nel mondo oltre agli Usa, sempre più armate e sempre più aggressive? Come dobbiamo leggere la guerra in Ucraina, o i conflitti che abbiamo visto in Siria, in Libia, nello Yemen, solo per citare i più importanti?

E che dire del nuovo ordine imperiale a guida americana, quando gli Stati Uniti stanno subendo sconfitte e umiliazioni in ogni angolo del pianeta cedendo terreno a nuove potenze globali o regionali come Cina e Russia? Come va letta la recente fuga ignominiosa degli Usa dallo scenario afghano o il tradimento nei confronti degli ucraini, prima aizzati contro la Russia e poi sostanzialmente abbandonati al loro destino?

Questi fatti sono fin troppo evidenti, ma possiamo star certi che non per questo si fermeranno i tentativi di cancellare Lenin e riesumare Kautsky. Buon ultimo, l’economista Ernesto Screpanti che nel 2013 ha scritto L’imperialismo globale e la grande crisi.

Il ragionamento di Screpanti è tanto semplice quanto sorprendente. Sorprendente in quanto la stesura del libro è successiva alla crisi economica del 2008, in un contesto in cui il ruolo degli Stati è cresciuto significativamente, così come i conflitti bellici tra potenze antagoniste.

Ma Screpanti ignora tutto questo e ci ripete come un disco rotto che gli Stati svolgono una funzione residuale e le contraddizioni interimperialiste che permangono hanno un carattere secondario, di conseguenza non possono sfociare in guerre aperte e prolungate. Difficile ipotizzare un distacco più grande dalla realtà per un libro scritto nell’anno che ha fatto registrare il maggior numero di guerre dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Pur tuttavia Screpanti per dimostrare questa tesi dedica ben 271 pagine dove si possono trovare osservazioni del genere:

“Il grande capitale può talvolta essere nazionalista tatticamente; ma strategicamente è cosmopolita (…) Nel fondo non ci sono contraddizioni tra Usa e Russia nel Medio Oriente e in Asia Centrale, quando i carri armati americani si ritirano, possono entrare gli investimenti diretti esteri, e questi saranno tanto americani quanto tedeschi, cinesi o russi (…) L’ordine economico mondiale che serve al capitale non è quello delle grandi potenze, dei trattati, delle intese e delle guerre interimperiali, bensì quello della sovereignless global governance, quello del governo assicurato dai mercati.” (44)

Ma se queste “vecchie” contraddizioni interimperialiste sono risolte e tutto ciò che dice l’autore è vero, come si spiega la recente scelta di Putin di invadere l’Ucraina o quella precedente di Obama di destabilizzare il territorio ucraino finanziando il movimento Euromaidan e le bande naziste per rovesciare il governo di Yanukovich nel 2014?

Ci sovviene una proposta. Visto che gli Usa e le forze occidentali, mentre scriviamo, sono alla ricerca di un mediatore per fermare la guerra in Ucraina, perché non inviare a Mosca il professor Screpanti? Chissà che con i suoi solidi argomenti non possa convincere Putin dal retrocedere dai suoi “inutili” intenti bellicosi.

Se dovesse tornare vivo dalla missione, cosa che naturalmente gli auguriamo, il suggerimento è di inviarlo subito dopo a Pechino, per convincere anche Xi Jin Ping sulla totale inutilità di incrementare le spese militari (più che raddoppiate in dieci anni), costruire basi militari su isole artificiali nel mare del sud, rivendicare la sovranità di Taiwan e dare vita all’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), una banca di investimenti che con ogni evidenza si propone di sostituire il Fondo monetario internazionale (controllato dagli Usa) per sostenere gli investimenti e l’esportazione di capitali che attraverso la Via della Seta Pechino sta portando avanti in oltre cinquanta paesi nel mondo.

Non si capisce per quale ragione la banca centrale di Pechino metta a disposizione svariate centinaia di miliardi di dollari delle proprie riserve per tale operazione, e perché Xi Jin Ping abbia dato vita al Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo economico e commerciale che riguarda oltre 3 miliardi di consumatori e che con ogni evidenza segnala una sostanziale perdita di peso strategico degli Stati Uniti nell’area e un contemporaneo rafforzamento della Cina.

Se si guarda alle cinque condizioni essenziali a cui fa riferimento Lenin per definire l’imperialismo si vedrà come tutte e cinque si adattano perfettamente alle caratteristiche del capitalismo cinese, anche se formalmente la sovrastruttura politica permanga quella di uno Stato stalinista, guidato da un partito comunista burocratizzato.

Screpanti nel suo libro ci parla di un mondo parallelo che poteva sembrare realistico negli anni della globalizzazione, ma che oggi non corrisponde a nessuna delle tendenze che si stanno affermando nel capitalismo a livello mondiale.

I lettori ci scuseranno per il sarcasmo, forse eccessivo, ma non è più tempo di diplomazia. Bisogna chiamare le cose con il loro nome, condurre una battaglia chiara contro queste posizioni da “marxismo accademico”, che milioni di giovani si ritrovano ad ascoltare nelle aule universitarie di tutto il mondo e che servono a confondere, disarmare ideologicamente e spingere indietro qualsiasi movimento anticapitalista e rivoluzionario possa formarsi nei prossimi anni.

Ci si rifiuta di prendere atto che a partire dal 2008 siamo entrati in una fase completamente nuova della crisi capitalista, una crisi organica, in cui le lancette della globalizzazione hanno cominciato a girare all’indietro e in cui l’analisi di Lenin sull’imperialismo dimostra di essere più attuale che mai, naturalmente nei suoi tratti generali.

Così come avvertiva Lenin, è necessario aggiornare questa analisi alla luce dei nuovi avvenimenti, compito al quale i marxisti non si sono sottratti in questi anni. (45) Ma il nucleo della teoria è assolutamente attuale e gli sviluppi che il capitalismo ha avuto nell’ultimo secolo non sono quelli spiegati da Samir Amin, Negri, Screpanti che sono stati smentiti più volte dalla realtà viva degli avvenimenti. Pensiamo di averlo sufficientemente argomentato.

Non c’è momento più appropriato per ripubblicare un testo come L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, quando in Ucraina si consuma la tragedia di una nuova guerra imperialista, una guerra che sta provocando morte e sofferenze infinite.

Può non piacerci ma queste due parole, guerra e imperialismo, sono tornate prepotentemente all’ordine del giorno. C’è bisogno di risposte serie, di tornare alle analisi di Lenin e alle tradizioni politiche del bolscevismo, il partito più democratico e rivoluzionario che la storia abbia mai conosciuto, almeno fino alla degenerazione staliniana.

Solo per questa via possiamo comprendere le autentiche cause dei conflitti e condurre una lotta efficace contro il capitalismo, il cui abbattimento, in ultima analisi, è l’unico modo per bandire le guerre dal pianeta.

Alessandro Giardiello

25 marzo 2022

 

Note

1. Una posizione neutralista (“Né aderire, né sabotare”) venne assunta anche dal Partito socialista italiano, ma bisogna tenere presente che la pressione borghese a cui era sottoposto il Psi era di gran lunga inferiore in quanto l’Italia non entrò in guerra che dieci mesi più tardi. Inoltre quando la decisione venne presa dal re e dal primo ministro Salandra, c’era un settore importante della borghesia, rappresentata politicamente da Giolitti, che era apertamente contraria al conflitto bellico. Giolitti si oppose alla guerra fino al giorno in cui in Parlamento si aprì la discussione sui crediti di guerra (20 maggio 1915); anche se alla fine nel voto si adeguò alla linea di Vittorio Emanuele II.

2. “Tanta era ancora, a onta del suo spirito critico, la fiducia di Lenin nella socialdemocrazia tedesca”. In L. Trotskij, La mia vita, Mondadori, 1961, pag. 200.

3. V. I. Lenin, Sciovinismo morto e socialismo vero. In V. I. Lenin, Opere Complete, Editori Riuniti, 1955-70, vol. XXI, pag. 88.

4. L. Trotskij, op. cit., pag. 214.

5. Gli appunti di Lenin sono stati pubblicati in italiano sotto il nome di Quaderni sull’Imperialismo, in V. I. Lenin, Opere Complete, cit., vol. XXXIX.

6. J. A. Hobson, Imperialism: A Study, pubblicato per la prima volta nel 1902.

7. La scontro tra posizioni procolonizzatrici e anticolonizzatrici venne affrontato per la prima volta nel congresso di Amsterdam (1904), ma fu al congresso di Stoccarda che la questione esplose in tutta la sua virulenza. La risoluzione proposta da Van Kol e sostenuta da Bernstein, Jaurès e Vandervelde affermava che “il congresso non condanna in via di principio e in assoluto qualsiasi politica coloniale, che, in regime socialista, potrà essere un’opera di civilizzazione”. Venne respinta per una maggioranza risicata di 127 voti contro 108. Per approfondire la questione si veda G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, Editori Laterza, 1977.

8. Vedi a pag. 188.

9. R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, Pgreco, 2021.

10. O. Bauer, La politica coloniale e i lavoratori, 1905, pubblicato su Die Neue Zeit.

11. R. Hilferding, Il capitale finanziario, Feltrinelli, 1961.

12. K. Kautsky, Die Neue Zeit, anno XXXIII, I, pag. 144 (30 aprile 1915).

13. Vedi a pag. 192.

14. V. I. Lenin, Rapporto sul programma del partito, in V.I. Lenin, Opere complete, ed. cit., vol. XXIX, pag. 147.

15. Ivi, pag. 150.

16. K. Marx, Miseria della filosofia, Newton Compton Editore, 1976, pag. 117.

17. Vedi a pag. 162.

18. N. Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo, Samonà e Savelli, 1966.

19. N. Bucharin, L’economia del periodo di trasformazione, Jaca Book, 1987.

20. L. Trotskij, La rivoluzione tradita, A.C. Editoriale, 2007, pagg. 290-291.

21. Ivi, pag. 291

22. Vedi a pag. 137.

23. G. Novack, La legge dello sviluppo ineguale e combinato, in appendice a E. Mandel, Introduzione alla teoria economica marxista, Erre Emme edizioni, 1992, pagg. 152-153.

24. L. Trotskij, Storia della Rivoluzione russa, Sugarco Edizioni, 1987, pag. 38. La formulazione della legge è esposta nel primo capitolo del libro: Particolarità dello sviluppo della Russia (pagg. 37-55).

25. L. Trotskij, La rivoluzione permamente, A. C. Editoriale, 2004, pagg. 270-273.

26. T. Grant, La rivoluzione coloniale e la rottura tra Cina e Urss, in T. Grant, Il lungo filo rosso, A. C. Editoriale, 2007, pag. 501.

27. P. Baran, Il surplus economico, Feltrinelli, 1971.

28. P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, 1966, pag. 152.

29. A. G. Frank, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, 1969.

30. A. G. Frank, America Latina: Sottosviluppo o rivoluzione, Einaudi, 1971.

31. Con l’espressione “fronti popolari” ci si riferisce a governi di collaborazione di classe tra i partiti borghesi e i partiti socialdemocratici e comunisti, in particolar modo a quelli che si formarono in Spagna e in Francia nell’estate del 1936, la cui funzione storica fu quella di subordinare il proletariato alla borghesia per soffocare le situazioni rivoluzionarie che si erano sviluppate in questi paesi (guerra civile spagnola, movimento di scioperi e occupazione delle fabbriche in Francia).

32. I. Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, Il Mulino, 3 voll., 1974, 1980, 1989.

33. S. Amin, L’accumulazione su scala mondiale, Jacabook, 1972.

34. A. Emmanuel, Lo scambio ineguale, Einaudi, 1972.

35. G. Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 1996.

36. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, 2008.

37. A. G. Frank, ReOrient, University of California, 1998.

38. S. Amin, Oltre la mondializzazione, Editori Riuniti, 1999.

39. S. Amin, Per un mondo multipolare, Edizioni Punto rosso, 2006.

40. S. Amin, La Crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?, Edizioni Punto rosso, 2009.

41. M. Hardt, T. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, 2003, pag. 180.

42. Ivi, pag. 290.

43. Ivi, pag. 219.

44. E. Screpanti, L’imperialismo e la grande crisi, Deps Siena, 2013, pagg. 57-59.

45. A tal proposito rimandiamo il lettore ai seguenti testi: L’imperialismo oggi e il carattere di Russia e Cina, della Tendenza Marxista Internazionale, L’Imperialismo un secolo dopo Lenin, di A. Giardiello, pubblicato sulla rivista marxista falcemartello n° 4, La Cina è vicina… a dominare il mondo?, di A. Giardiello, pubblicato su falcemartello n° 8.