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I soviet e la democrazia operaia

di Francesco Giliani

 

Uno dei compiti più importanti, se non il più importante, consiste oggi nello sviluppare il più largamente possibile la libera iniziativa degli operai e di tutti gli sfruttati nell’opera del lavoro creativo nel campo dell’organizzazione. Bisogna distruggere ad ogni costo il pregiudizio selvaggio, infame, abominevole, secondo il quale solamente le cosiddette classi superiori, soltanto i ricchi e coloro che sono passati per le scuole delle classi ricche possono dirigere lo Stato e l’edificazione della società socialista.

Lenin, Come organizzare l’emulazione?, dicembre 1917

 

La propaganda della borghesia e dei riformisti è da sempre unanime nel considerare la grande maggioranza della popolazione incapace di prendere decisioni sulle questioni cruciali: l’economia, la guerra e la pace, lo sviluppo dell’istruzione o del sistema sanitario e così via. La soluzione che ci viene presentata è quella di affidarci ai cosiddetti “esperti” (ministri, generali, direttori generali, padroni). Tutt’al più ci è permesso di eleggere deputati ricoperti di privilegi e liberi da qualsiasi vincolo con chi li ha eletti. La chiamano “democrazia”. In realtà si tratta di un sistema nel quale tutte le istituzioni presentano l’interesse dei capitalisti come “bene comune” e lo difendono con la forza dell’apparato statale.
Per questa gente le calunnie contro la Rivoluzione d’Ottobre non sono mai abbastanza. Non ne siamo sorpresi. In effetti il governo sovietico presieduto da Lenin, basato sul sistema politico più autenticamente democratico che la storia abbia sinora conosciuto, ha incarnato la superiorità della democrazia operaia rispetto alla democrazia borghese, fondata sul dominio del denaro e della classe possidente anche nella più democratica delle repubbliche parlamentari.
Che cosa erano i soviet? Si trattava di consigli, o comitati, di operai, soldati e contadini nati come organismi di lotta durante la Rivoluzione di Febbraio, quella che aveva rovesciato lo Zar, e coordinatisi a livello nazionale nel congresso pan-russo dei soviet. Nessun corpo politico è mai stato così sensibile alla volontà popolare. John Reed, comunista e giornalista statunitense testimone della Rivoluzione d’Ottobre, così lo descrisse nel 1918:

Almeno due volte l’anno vengono eletti da tutta la Russia i delegati al Congresso pan-russo dei soviet. Teoricamente questi delegati sono scelti per elezione popolare diretta: dalle campagne, uno per ogni 125mila elettori; dalle città, uno per ogni 25mila. In pratica, però, sono solitamente scelti dai soviet provinciali e cittadini. Una sessione straordinaria del Congresso può essere convocata in qualsiasi momento su iniziativa del Comitato esecutivo centrale russo o su richiesta di soviet che rappresentino un terzo della popolazione lavoratrice.
Questo organismo, composto da circa duemila delegati, si riunisce nella capitale e decide sulle questioni essenziali della politica nazionale. Elegge un Comitato esecutivo centrale che invita i delegati dei comitati centrali di tutte le organizzazioni democratiche. Questo Comitato esecutivo centrale allargato dei soviet russi è il parlamento della Repubblica russa. È composto da circa 350 persone. Tra un congresso e l’altro è l’autorità suprema; non può agire al di fuori delle linee stabilite dall’ultimo congresso ed è strettamente responsabile di tutti i suoi atti nei confronti del congresso successivo […]
Il Comitato esecutivo centrale elegge al suo interno undici commissari, che presiedono i comitati incaricati dei diversi rami del governo, al posto dei ministri. Questi commissari possono essere revocati in qualsiasi momento. Essi sono responsabili nei confronti del Comitato esecutivo centrale. I commissari eleggono un presidente. Da quando è stato costituito il governo sovietico, questo presidente è stato Lenin. Se la sua leadership non fosse soddisfacente, Lenin potrebbe essere revocato in qualsiasi momento dai delegati delle masse lavoratrici russe.

 

Il Potere sovietico

In base alla Costituzione sovietica del 1918, i diritti politici ed elettorali erano riservati a chi viveva del proprio lavoro senza sfruttare altre persone: ne erano dunque esclusi i capitalisti, i membri del clero di ogni religione, gli ex-agenti della polizia zarista e i membri della dinastia deposta. Le formalità burocratiche in campo elettorale erano eliminate. Le masse lavoratrici fissavano date e modalità delle elezioni e potevano revocare in ogni momento i loro delegati.
Tendenze egualitarie ispirarono la pratica del regime sovietico. L’esempio veniva dall’alto. In particolare Lenin ottenne di fissare, anche per i commissari del popolo, un salario mensile di 500 rubli, comparabile a quello di un operaio qualificato. Non si trattava certo di demagogia: quando nel maggio 1918 il servizio amministrativo del governo propose di aumentare il salario dei commissari del popolo a 800 rubli, Lenin stesso ne bloccò con fermezza l’applicazione, definendola “illegale” ed in flagrante violazione di un decreto emanato nel novembre 1917 dal governo sovietico. Questa spinta egualitaria si manifestò nell’insieme dell’economia. Mentre l’indice di tensione tra il salario di un manovale e quello di un lavoratore qualificato era di 2,32 nel 1917, tale differenziale diminuì a 1,19 nel giugno 1918 ed a 1,04 nel 1920. Quando il potere sovietico si vide costretto a concedere agli specialisti salari fino a quattro volte superiori a quelli di un lavoratore comune, la misura fu onestamente presentata come un temporaneo passo indietro resosi necessario per ottenere la collaborazione dei tecnici, quasi tutti ostili al nuovo potere, e rilanciare la produzione industriale disorganizzata da anni di guerra civile.
Il sistema sovietico fu il primo esempio concreto di un assetto politico concepito per assicurare alla maggioranza sfruttata il potere necessario per emanciparsi e prendere in mano la propria vita. Nel settembre 1918 Trotskij così spiegò il classismo intransigente che ispirava il bolscevismo: “la lotta che portiamo avanti cerca di determinare a chi debbano appartenere le case, i palazzi e finanche il sole ed il cielo: agli operai ed ai contadini o ai borghesi ed ai proprietari terrieri?” Naturalmente, per i bolscevichi il teatro di questa lotta era il mondo intero.

Controllo operaio

Il trasferimento di tutto il potere ai soviet stimolò gli sforzi dei lavoratori per stabilire un controllo attivo sulle aziende. I comitati di fabbrica si sentirono più legittimati ad impartire ordini alle vecchie dirigenze aziendali.
Uno dei primi decreti del governo sovietico riguardò il controllo operaio. Quella misura istituiva il consenso dei lavoratori per permettere la chiusura di un’azienda o per modificarne sensibilmente il funzionamento. In più il decreto legittimava gli operai a prendere conoscenza dei libri contabili dell’azienda nonché dell’entità dei suoi depositi, abolendo di fatto il segreto bancario. In generale il controllo operaio era finalizzato a familiarizzare i lavoratori con la gestione delle fabbriche: controllare l’operato di amministratori e tecnici sarebbe servito ad istruire la classe a prendere in mano direttamente tutta la vita economica.
Il decreto era stato emanato quando ancora il governo sovietico non aveva potuto predisporre una pianificazione economica. Tuttavia nessuno contestò che la decisione sull’allocazione del carburante o di altre materie prime scarsamente disponibili spettasse ad organismi economici centrali dotati di una visione complessiva e non ai singoli soviet. La necessità della centralizzazione in campo economico in funzione dei bisogni di tutti i lavoratori, d’altronde, fu ribadita anche dalla Conferenza dei comitati di fabbrica di Pietrogrado del gennaio 1918.
Il decreto sul controllo operaio era un passo cosciente nella direzione della socializzazione dei mezzi di produzione. Consapevole anch’essa della portata dello scontro in atto, l’associazione degli industriali di Pietrogrado ordinò ai suoi membri di chiudere le aziende nelle quali veniva esercitato il controllo operaio.
Il sabotaggio padronale spinse molti comitati di fabbrica a chiedere al governo sovietico di passare direttamente alla nazionalizzazione, con forme di gestione della fabbrica che di frequente associavano i comitati stessi ed i sindacati di settore. In alcuni casi il controllo operaio permise di impedire il trasferimento all’estero di fondi da parte di padroni in fuga, oppure di realizzare progetti di riconversione dell’economia bellica, come all’Opičeskij di Pietrogrado che passò dal produrre detonatori per granate a proiettori cinematografici per conto del Commissariato del popolo all’istruzione. Sulle 500 nazionalizzazioni effettuate prima del decreto del giugno 1918 che espropriava l’industria privata, ben 400 furono la conseguenza di azioni di soviet locali o di settore (marina mercantile) che il governo bolscevico approvò e legalizzò.

Democrazia operaia e società

Il potere sovietico non incoraggiò l’attività delle masse nei soli luoghi di lavoro. Ogni problema della vita quotidiana doveva essere risolto dai lavoratori stessi.
Nell’autunno 1918, ad esempio, in ogni quartiere di Pietrogrado esistevano soviet o comitati di caseggiato ai quali si rivolgevano le persone bisognose di un alloggio. Già dal novembre 1917 il Consiglio dei commissari del popolo aveva incoraggiato i lavoratori a risolvere la crisi degli alloggi accordando ai soviet locali il diritto di requisire gli immobili necessari. Anche in questo caso il sistema dei soviet superava la distinzione tra potere legislativo ed esecutivo, favorendo la partecipazione delle masse all’applicazione delle decisioni prese collettivamente. Lenin considerava “l’iniziativa creatrice delle masse” come il fattore cruciale per costruire la società socialista.
L’iniziativa delle masse interessò anche il sistema giuridico. I tribunali popolari furono in un primo momento formati da giudici eletti e poi, dal febbraio 1918, i soviet locali ebbero il compito di designare i magistrati. Nelle scuole, il Commissariato del popolo all’istruzione attribuì la gestione a soviet composti da lavoratori del settore, rappresentanti del locale soviet operaio e delegati degli studenti di almeno 12 anni d’età.

La nostra bandiera

Le principali formazioni politiche riformiste dell’epoca, i menscevichi ed i Socialisti Rivoluzionari (SR), abbandonarono il congresso pan-russo dei soviet non appena i bolscevichi, dopo l’insurrezione vittoriosa, proclamarono i soviet base del nuovo potere.
Nelle settimane successive, l’ala sinistra degli SR ruppe col proprio partito di provenienza, già impegnato in un’opposizione armata al potere sovietico assieme ad ex-ufficiali zaristi, e partecipò per tre mesi al governo della Russia sovietica assieme al partito bolscevico, disponendo di 7 commissari del popolo su 18. Questo fatto basta a smentire il mito, alimentato tanto dalla borghesia che dallo stalinismo, che i bolscevichi fossero per principio sostenitori di un regime a partito unico. In realtà, il partito bolscevico, al tempo di Lenin, era pronto a concedere libertà politica e di stampa alle formazioni che si fossero poste onestamente sul terreno del sistema sovietico. Nessuna tolleranza poteva, invece, essere concessa a quei “socialisti” che nella guerra civile si schierarono assieme alle armate “bianche”.
Questi semplici criteri spiegano le differenti posizioni (dalla messa al bando alla legalizzazione) che di volta in volta il partito bolscevico correttamente assunse nei confronti di menscevichi e SR.
L’approfondirsi della guerra civile, a partire dall’estate del 1918, frenò lo sviluppo della democrazia operaia. Aiutate militarmente dalle principali potenze capitaliste del resto del mondo, anch’esse desiderose di strangolare il bolscevismo, le vecchie classi possidenti spodestate e gran parte del corpo degli ufficiali impegnarono fino all’inizio degli anni ’20 gran parte delle risorse del giovane Stato sovietico in una sanguinosa battaglia per la sopravvivenza. L’economia s’avvicinò al collasso. Tra le rigide necessità imposte dalla guerra civile, oltre all’aumento significativo delle prerogative della Ceka, c’era anche la necessità di un arruolamento di massa nell’Armata Rossa, a partire dagli operai d’avanguardia. Rispondendo a critiche sulla ridottissima frequenza delle riunioni del Comitato esecutivo centrale (CEC) del Congresso pan-russo dei soviet, Trotskij replicò che il CEC era “al fronte”.
Malgrado questi problemi oggettivi, aggravati dall’arretratezza economica e culturale che la Russia sovietica ereditava dallo zarismo e dalla mancata estensione della rivoluzione, l’esempio concreto della Russia al tempo di Lenin mostra le enormi potenzialità di una democrazia operaia. Anche per questo i comunisti, oggi, devono alzare la bandiera del bolscevismo.