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Elezioni in Argentina, la crisi del capitalismo getta nello scompiglio i partiti della borghesia

Domenica 19 novembre si terrà il secondo turno delle presidenziali in Argentina. Tra i due contendenti, Sergio Massa (peronista e attuale ministro dell’Economia) e Javier Milei (ultradestra) è un testa a testa in tutti i sondaggi.
Nonostante l’appoggio a Massa di tutti i presidenti progressisti dell’America Latina, da Lula a Boric, e di gran parte della sinistra, con l’intento di fermare “l’ascesa del fascismo” nelle vesti di Milei, ambedue i candidati dovranno gestire la crisi del capitalismo argentino, e lo faranno attaccando i lavoratori e i giovani.
Come spiegano in questo articolo i compagni della Corriente Socialista Militante, sezione argentina della TMI, solo con la lotta si potrà fermare la destra e il programma di austerità imposto dal FMI.

 

di Alejandro Spezia (Corriente Socialista Militante)

Domenica 22 ottobre gli argentini si sono recati alle urne per eleggere il prossimo presidente. Le elezioni hanno avuto luogo in un contesto di una situazione economica disperata e per giunta in peggioramento con il 40% della popolazione che vive in povertà, un’inflazione a tre cifre, un debito statale insostenibile. Tale è la manifestazione della crisi globale del capitalismo in Argentina, un paese dall’economica capitalista arretrata, dipendente dall’esportazione di materie prime.
Vista la situazione, risulta sorprendente che l’attuale ministro dell’Economia, Sergio Massa, si sia piazzato al primo posto in questa tornata elettorale. Andrà ora al secondo turno, il 19 novembre, contro il candidato libertario di estrema destra Javier Milei.
Massa, pur indebolito dalla sua malgestione della crisi economica, ha ancora la possibilità di diventare presidente. Tuttavia le elezioni hanno rivelato la grande insofferenza accumulata dalla classe lavoratrice argentina nei confronti dei partiti borghesi che hanno governato il paese nei 40 anni seguiti alla transizione democratica.
Massa e l’alleanza peronista Union por la Patria hanno ottenuto il 37%, 3,8 milioni di voti in meno rispetto alle elezioni del 2019 quando al primo turno ottennero il 48%.
La principale sconfitta della giornata elettorale è sicuramente Patricia Bullrich, la candidata di Juntos por el Cambio (Uniti per il cambiamento), la coalizione tradizionale della destra, al momento all’opposizione. Con un programma elettorale centrato su giustizialismo, risanamento dei conti e lo spauracchio del kirchnerismo, Bullrich non ha ottenuto più del 24% dei voti.

Javier Milei

Javieri Milei ed il suo nuovo partito La Libertad Avanza hanno ottenuto il 30% al primo turno: un terremoto elettorale, avvenuto nella prima elezione presidenziale a cui si è presentato. Milei è asceso a principale leader dell’opposizione, facendo leva sulla rabbia scatenata dalla crisi economica fra la piccola borghesia, tra i disoccupati e tra i settori arretrati della classe lavoratrice.
Milei, che per la maggior parte della sua carriera è stato un seguace della Austrian School of Economics, è sceso nell’arena politica propugnando un’ideologia “anarco-capitalista”, iper-individualista, infarinata di conservatorismo sociale. Tuttavia, più che sul suo programma di libero mercato e dollarizzazione dell’economia, il suo consenso si basa sugli attacchi aggressivi che ha mosso contro ciò che designa come la “casta” politica argentina.

 

Si è spinto sino all’appropriazione demagogica dello slogan del movimento rivoluzionario del 2001 “¡Que se vayan todos!” (Mandiamoli via tutti!). Ma Milei è tanto impossibilitato a trovare nuove soluzioni economiche quanto lo è di liberarsi della putrescente e corrotta casta politica argentina.

Dietro i suoi attacchi veementi contro lo status quo si celano le stesse politiche di tagli e privatizzazioni portate avanti durante la dittatura militare con i piani economici di Martínez de Hoz, durante la presidenza di Carlos Menem negli anni ’90 e, in misura minore, durante quella di Mauricio Macri (2015-19), producendo ogni volta effetti disastrosi per la classe lavoratrice.
Altra caratteristica di questa tornata elettorale, poco riportata dalla stampa borghese, sono i livelli record di astensionismo, in un paese nel quale il voto è obbligatorio.
Nonostante l’affluenza del 77,6% rappresenti un aumento rispetto al 70% delle primarie di agosto, si tratta del secondo tasso di astensionismo più alto dalla restaurazione della democrazia nel 1983. C’è poca convinzione che qualsiasi candidato possa risolvere i pressanti problemi del paese: in molti han deciso che votare non valeva la pena.
Nel frattempo, il Frente de Izquierda y de los Trabajadores – Unidad (Fronte di sinistra e dei lavoratori – Unità, FIT-U), la coalizione dei principali partiti di sinistra, ho ottenuto il 2,7% alle elezioni presidenziali, aggiungendo un quinto deputato al proprio gruppo parlamentare. Tuttavia, non è stata in grado di presentarsi come una credibile alternativa rivoluzionaria ai milioni di lavoratori che sono rimasti a casa piuttosto che votare per i partiti borghesi.
Per connettersi su base rivoluzionaria con la crescente schiera di lavoratori disillusi dai partiti capitalisti, la FIT-U deve abbandonare la linea di adattamento all’apparato statale borghese e aiutare i giovani e i lavoratori più avanzati a comprendere la necessità di costruire un partito rivoluzionario di massa.

 

L’austerità in arrivo

Molti commentatori avevano pronosticato una vittoria di Milei alle elezioni presidenziali, sulla base della sua vittoria inaspettata nelle primarie, con il 30% dei consensi. Invece alle presidenziali ha mantenuto quasi esattamente la sua percentuale di voti delle primarie, mentre Massa e la sua coalizione hanno recuperato tre milioni di voti, collocandosi al primo posto. La diminuzione dell’astensionismo tra primarie ed elezioni presidenziali ha quasi totalmente favorito Union por la Patria.
Massa, in quanto ministro dell’Economia, nell’ultimo mese ha messo in campo una serie di misure quali l’abolizione delle trattenute in busta paga di alcuni lavoratori salariati, sussidi, aumento della spesa per l’istruzione e dello stato sociale, che hanno avuto un impatto su settori di lavoratori.
Ad aiutare Union por la Patria è stato anche un sano istinto di difesa dei propri interessi da parte dei lavoratori argentini, che stanno usando qualsiasi mezzo a disposizione per fermare il pericolo rappresentato dall’estrema destra.

Sergio Massa e Cristina Kirchner

È comprensibile che molti lavoratori voteranno per Massa, se ciò vuol dire fermare un candidato che propugna miseria economica per lavoratori e disoccupati, e che propone perfino il libero mercato per gli organi umani. Tuttavia abbiamo il dovere di avvertire che Massa non rappresenta per nulla un’alternativa all’austerità che verrà inflitta alla classe lavoratrice. Il debito pubblico argentino si assesta sui 403 miliardi di dollari, oltre l’88% del PIL. Il debito è un peso soffocante sull’intera economia nazionale e pone lo stato a rischio di insolvenza. Per ripagarlo, serviranno tagli severi della spesa.

In tempi di crisi del capitalismo, il peronismo non potrà permettersi di concedere le riforme che storicamente ha portato avanti. È sulla memoria di tali riforme che si basa l’appoggio per il peronismo di ampie sezioni dei lavoratori argentini. Ma Massa, il candidato peronista, vuole essere un amministratore affidabile del capitalismo argentino, e applicherà pertanto il programma opposto.
La maggior parte dei rappresentanti seri della borghesia nazionale e dell’imperialismo straniero vedono in Massa il loro miglior candidato, l’unico con sufficiente appoggio politico tra le masse per portare avanti l’austerità senza provocare una risposta immediata da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni.
Banche, istituzioni finanziarie internazionali, e perfino la reazionaria Corte Suprema Argentina hanno dichiarato di desiderare una vittoria elettorale di Massa. Da mesi Massa cerca appoggio da altri partiti, esortandoli alla formazione di un governo di unità nazionale – leggi: un governo di tutti gli sfruttatori uniti contro la classe lavoratrice. I suoi sforzi in tal senso si sono intensificati dopo la sua vittoria al primo turno.

L’ambasciatore di Washington a Buenos Aires, Marc Stanley, spinge per la medesima soluzione già dall’anno scorso, ritenendo il governo di unità nazionale il mezzo ideale per imporre controriforme a sfavore di poveri e lavoratori, ed intensificare il saccheggio delle risorse naturali argentine. Dal punto di vista della classe dominante e dell’imperialismo, tale scenario viene naturalmente privilegiato rispetto a quello di un governo Milei all’insegna dell’instabilità – un candidato che varie volte in campagna elettorale ha brandeggiato una motosega, simbolo della volontà di imporre tagli all’apparato statale. Massa invece si è dimostrato un “uomo dei mercati”, sensibile al compromesso con il FMI.

 

Divisioni nella classe dominante

Sin dalla sconfitta elettorale di Juntos por el Cambio, alcuni dei suoi principali leader hanno traslocato in fretta e furia nel campo di Javier Milei. La candidata Patricia Bullrich e l’ex-presidente Mauricio Macri hanno già dichiarato il proprio appoggio per Milei.
Milei, in cambio, ha offerto a Bullrich il ministero per la Sicurezza, che la candidata aveva già occupato nel governo Macri. Questo dopo averla accusata, durante la campagna elettorale, di aver collocato bombe dentro asili nido (in riferimento al passato di Bullrich che, negli anni ’70, durante la dittatura, militava nei Montoneros, un’organizzazione guerrigliera peronista). Questo accordo racchiude e sintetizza l’ipocrisia marcia di questi politici borghesi. In un tentativo disperato di migliorare le proprie prospettive elettorali, Milei è felicissimo di inglobare nel suo movimento i membri di quella stessa “casta” che ha attaccato per l’intera campagna elettorale.
Le scelte di Macri e Bullrich potrebbero innescare una spaccatura all’interno di Juntos por el Cambio, tra i leader della coalizione più a destra e quelli che invece sostengono una posizione neutrale o l’appoggio per Massa al prossimo turno.
In ogni caso, i membri più avveduti della classe dominante non hanno dubbi sul fatto che i loro interessi non possono essere salvaguardati da un elemento imprevedibile come Milei. Milei ha perfino minacciato un taglio totale dei rapporti con Brasile e Cina in quanto non vuole “accordi coi comunisti”. Essendo Brasile e Cina i due paesi più importanti per le esportazioni argentine, ciò rappresenterebbe uno scenario da incubo per la classe dominante.
Inoltre, la borghesia vuole evitare lo scontro di classe aperto che sarebbe all’ordine del giorno se Milei diventasse presidente. In Argentina ci sono sindacati forti che, seppur controllati da una élite di burocrati consolidata che cerca di contenere e controllare le mobilitazioni dei lavoratori, organizzano importanti settori di proletariato. Le provocazioni di Milei potrebbero spingere rapidamente questo apparato all’azione.
Anche se la maggior parte dei leader sindacali si sono schierati a favore di Massa, è probabile che anche in caso di vittoria di quest’ultimo, la classe lavoratrice sarà costretta a mobilitarsi. I lavoratori, nella battaglia per difendere le proprie conquiste storiche e il proprio tenore di vita contro l’austerità del candidato di “unità nazionale”, potrebbero sbarazzarsi della burocrazia sindacale reazionaria.
Per noi comunisti, è chiaro che non dobbiamo dare alcun appoggio a nessuno di questi due candidati capitalisti ed opportunisti. Invece che incoraggiare speranze illusorie in candidati “riformisti”, che di riforme non possono concederne alcuna, dobbiamo concentrare ogni sforzo sulla costruzione di un partito rivoluzionario, che possa guidare la classe lavoratrice nelle battaglie a venire.

30 ottobre 2023