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Come i fascisti hanno preso il potere

di Andrea Davolo

La crisi del capitalismo non peggiora solo le condizioni di vita dei lavoratori, ai quali non riesce a fornire più alcuna sicurezza né in termini di occupazione né di diritti, ma rovina anche la classe media, piccoli commercianti, piccoli imprenditori, professionisti e tutta quella parte di popolazione la cui condizione sociale si trova ad essere intermedia tra la classe lavoratrice e la classe capitalista.

Se la classe lavoratrice, attraverso le sue organizzazioni, non è in grado di mostrare una via d’uscita rivoluzionaria per la classe media, quest’ultima si rivolge alla classe capitalista e nel caso dell’Italia, della Germania e della Spagna nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, è diventata il principale pilastro di sostegno al movimento fascista.

Alla fine della Prima guerra mondiale la borghesia italiana era terrorizzata dalla possibilità concreta che l’enorme sviluppo delle lotte e delle mobilitazioni operaie potesse condurre il paese ad una rivoluzione che avrebbe messo fine al sistema capitalista. Nel Biennio rosso del 1919-20 lotte e scioperi portarono i lavoratori alla conquista di concessioni significative da parte del padronato quali un generale aumento dei salari, la giornata lavorativa di 8 ore, il riconoscimento dei sindacati in tutte le fabbriche e dei Consigli di fabbrica. Nel settembre del 1920, lo sviluppo della lotta di classe giunse al bivio decisivo. In risposta ad uno sciopero dei metalmeccanici che chiedevano un aumento dei salari, gli industriali risposero attraverso una serrata generale. I lavoratori reagirono occupando le fabbriche e facendo riprendere la produzione sotto la direzione dei Consigli di fabbrica. Si poneva in termini concreti e immediati il tema della presa del potere da parte dei lavoratori. Ma il gruppo dirigente del Partito socialista venne colto totalmente impreparato sotto il profilo politico, programmatico e strategico: prometteva astrattamente la rivoluzione, ma nei fatti invitava alla calma e subordinava la propria azione alla politica moderata della direzione della Cgl. Quest’ultima lavorò per far rientrare le lotte nel quadro di un accordo con il governo Giolitti che prevedeva un formalissimo riconoscimento della rappresentanza dei Consigli di fabbrica.[1]

Le prime formazioni squadriste, organizzazioni paramilitari che avevano lo scopo di attaccare e intimidire il movimento operaio e che poi andranno a costituire il nodo fondamentale per il fascismo e la sua affermazione, erano prevalentemente composte proprio da elementi provenienti dal ceto medio impoverito, dai contadini, dai sottoproletari che in un primo momento avevano guardato con speranza alle lotte del Biennio rosso, alle occupazioni delle fabbriche e al Partito socialista.

La borghesia investe sul nascente movimento fascista

Già nell’aprile del 1919 i grandi industriali e i grandi proprietari terrieri si riunirono a Genova per dare vita ad una “alleanza contro il bolscevismo”, sovvenzionando le prime bande di teppisti raggruppate attorno ai Fasci di combattimento di Benito Mussolini. Tuttavia, durante la fase di ascesa del movimento di occupazione delle fabbriche, i fascisti erano ancora del tutto ininfluenti. Come scrisse Tasca, dirigente comunista: “Non è il fascismo che ha vinto la rivoluzione, è l’inconsistenza della rivoluzione che provoca il sorgere del fascismo”.[2]

L’apparato statale non sembrava infatti in grado di annientare l’ascesa rivoluzionaria del movimento operaio. Ma al tempo stesso la classe operaia, a causa della sua confusa e moderata direzione politica, non sembrava riuscire ad assestare il colpo decisivo al capitalismo italiano. Questa particolare dialettica tra rivoluzione e reazione permette di comprendere come il fascismo sia potuto diventare lo strumento necessario alla classe dominante per portare avanti il proprio dominio.

Furono i finanziamenti dei grandi industriali e dei proprietari terrieri che permisero inizialmente a Mussolini di costruire il suo “esercito”.

Mussolini faceva leva sul sentimento di ingiustizia che seguì alla sconfitta diplomatica dell’Italia che, nonostante l’esito della Grande guerra, non aveva ottenuto tutto ciò che era stato stabilito nel Patto di Londra con le altre potenze della Triplice Intesa. Alla Conferenza di Parigi infatti le potenze vincitrici decisero di non riconoscere l’annessione all’Italia di Fiume e della Dalmazia. L’irredentismo di Mussolini, che utilizzò la demagogia della “vittoria mutilata” per allontanare dai socialisti ed avvicinare a sé gli “interventisti di sinistra” reduci dalla guerra, si sposava molto bene con la necessità del giovane imperialismo italiano di mettersi alla prova in una campagna di acquisti militari e di spedizioni coloniali, a tutto vantaggio dell’industria pesante in difficoltà. Erano infatti soprattutto i padroni dell’industria pesante ad avere un interesse diretto nello sviluppo di una politica imperialista: attraverso di essa avrebbero potuto arricchirsi con le commesse militari dello Stato e nello stesso tempo aprire con la forza nuovi sbocchi per le loro imprese. E furono i magnati dell’industria pesante che verso la fine del 1919 fornirono a Mussolini grandi somme per condurre sul Popolo d’Italia, organo d’informazione dei Fasci di combattimento, una massiccia campagna propagandistica per gli armamenti navali ed aerei e per lo sviluppo della marina mercantile[3].

Così la borghesia italiana pensò di utilizzare il nascente movimento fascista, oltre che per schiacciare il movimento operaio, anche per proteggersi dalla sua debolezza intrinseca data dal fatto di essere a capo di un capitalismo tutto sommato giovane, apparso troppo tardi sulla scena di un mondo nel quale le sfere d’influenza imperialista erano per lo più occupate.

La mobilitazione dei ceti medi

Tuttavia, si sbaglierebbe nel considerare il fascismo come strumento diretto e immediato degli interessi della borghesia. Alle sue origini, il movimento fascista mostrava un’ambivalenza di fondo che fu poi decisiva nel determinare le sue possibilità di sviluppo. Mussolini, mentre otteneva dagli industriali il denaro necessario per propagandare la rivendicazione dei loro interessi, doveva poter disporre della massa necessaria da scagliare contro il movimento operaio organizzato. Giovandosi dell’incapacità del Partito socialista, Mussolini si fece interprete di un programma demagogico che si rivolgeva agli artigiani e ai piccoli commercianti rovinati dalla caduta della lira, ai contadini con la parola d’ordine “la terra a chi la lavora”,[4] agli ex-combattenti tornati dal fronte a cui offriva la mobilitazione contro lo Stato che li aveva traditi e abbandonati. Questo mix di propaganda demagogica e confusa venne poi ripreso nel “Programma di San Sepolcro”, il manifesto fondativo dei Fasci italiani di Combattimento, il movimento precursore del Partito nazionale fascista.

Accanto a rivendicazioni come il suffragio universale e la proclamazione della Repubblica, il programma prevedeva rivendicazioni come la giornata lavorativa di 8 ore, il salario minimo e la “partecipazione dei lavoratori al funzionamento dell’industria” che puntavano a mettere in difficoltà il Partito socialista, ma soprattutto misure come le imposte progressive sul capitale, il sequestro e la redistribuzione dei profitti di guerra e il sequestro dei beni delle congregazioni religiose che puntavano ad aggregare la piccola borghesia in rovina attorno a parole d’ordine dirette, quindi, non solo contro il movimento operaio, ma anche contro il grande capitale. E fu attorno a questo programma che Mussolini mobilitò i ceti medi e costruì l’organizzazione su cui doveva poggiare il suo progetto di presa del potere. Come scrisse Gramsci, la funzione di “guardia bianca” dell’ordine borghese viene svolta dal fascismo non in nome e per conto di quello Stato liberale nel quale storicamente si era identificata la grande borghesia ma, al contrario, fingendo di “sollevare contro lo Stato, contro il capitalismo, sempre più larghi strati della popolazione”.[5]

Con queste forze Mussolini iniziò ad attaccare apertamente le riunioni e le iniziative dei lavoratori organizzati. Il 15 aprile del 1919 a Milano, roccaforte dei socialisti, un corteo venne attaccato dai Fasci armati di pugnali e bombe a mano. Manifestazioni pacifiche di lavoratori in tutta Italia furono disturbate dalle azioni squadriste e nello stesso giorno gli uffici della sede del giornale socialista “Avanti!” furono saccheggiati ed incendiati. Con questa forza armata indipendente (ma pur sempre sovvenzionata dai capitalisti), i fascisti iniziarono la loro strada verso la presa del potere. Ma dopo l’incapacità e la moderazione dei dirigenti socialisti, vennero sicuramente in loro soccorso sia le trame del governo Giolitti che le forze dello Stato italiano.

La complicità dello Stato e le “trame di palazzo”

Le lotte del Biennio rosso si conclusero con una sensazione di sconfitta per entrambe le parti in causa. Da un lato per i lavoratori, che per settimane avevano controllato la produzione nelle maggiori industrie e che si erano trovati di fronte alla prospettiva di governare il Paese, “il controllo sindacale dell’Industria”, al di là delle vaghe illusioni riformiste, si concluse in un nulla di fatto. Dall’altro lato la borghesia, che avrebbe voluto l’azione di forza, con l’uso dell’esercito per sgomberare le fabbriche occupate e schiacciare il movimento operaio, venne turbata dall’escalation del proletariato organizzato che minacciava una nuova e futura rivoluzione. In questa situazione, il governo presieduto da Giolitti iniziò una vera e propria fitta ragnatela di trame per arrivare ad indebolire e neutralizzare il proletariato italiano. Il suo scopo era quello di coinvolgere i socialisti al governo.

Lusingando i socialisti con qualche ministero sperava in questo modo di “integrare” il proletariato nello Stato liberale. Giolitti era in fondo consapevole che lo Stato italiano aveva bisogno di una solida base di massa per salvarsi dalla sua storica debolezza e questo poteva essere garantito solo da una “collaborazione” con i socialisti. Nella debole e asfittica economia del dopoguerra, questo tuttavia non avrebbe significato, come sperava Turati, capo dell’ala destra del socialismo italiano, nuove conquiste sociali e politiche per i lavoratori, ma al contrario avrebbe legato i lavoratori a prospettive di maggior sfruttamento da parte dei capitalisti e degli agrari.[6] In ogni caso, la prima trama ordita da Giolitti si rivelò irrealizzabile. La corrente di Turati era minoritaria nel Partito socialista, la cui base era invece conquistata dalla fraseologia rivoluzionaria, ma astratta, dei massimalisti che controllavano il partito. Per questo motivo la corrente di Turati preferì agli scranni del governo, ai quali sarebbe potuta arrivare solo con una scissione perdendo però la rappresentanza dei lavoratori, una linea di condizionamento del Psi dall’interno, favorita in questa azione dall’immobilismo dei massimalisti.

Nel frattempo, le camicie nere di Mussolini diventavano sempre più audaci. Se grazie ai legami con i finanziatori dell’industria pesante il fascismo nacque come fenomeno urbano, fu attraverso i legami che i fascisti svilupparono con i proprietari terrieri che si determinò un salto di qualità. Nella sola pianura padana, nei primi sei mesi del 1921, gli attacchi operati dalle squadre fasciste furono 726. Gli obiettivi di questa violenza mostrano chiaramente cosa le squadre fasciste volevano colpire e da quali interessi erano sostenute: 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni socialiste e comuniste, 100 circoli culturali, 28 sindacati operai, 53 circoli ricreativi operai, 17 tipografie, 10 biblioteche, 8 società di mutuo soccorso. Nello stesso periodo, quasi 600 furono inoltre le persone uccise, in gran parte militanti socialisti e sindacali.[7] Sono numeri che dovrebbero essere tenuti seriamente in considerazione quando oggi si accostano al fascismo altri movimenti reazionari di diversa natura.

È proprio nelle valli del Po che iniziò l’avanzata del fascismo. Qui alcune Camere del lavoro, come quelle di Bologna, Reggio Emilia e Ravenna, non organizzavano solo i lavoratori, ma anche i piccoli coltivatori, decidendo persino i prezzi dei prodotti agricoli e alimentari che distribuivano attraverso le cooperative. E fu non casualmente proprio a Bologna che avvenne un fatto che nell’apologia del fascismo viene indicato come l’inizio della grande era fascista. Nel novembre del 1920 la lista socialista vinse le elezioni amministrative in maniera netta e durante la seduta di insediamento del nuovo consiglio comunale, i fascisti spararono sulla folla radunata nel piazzale del municipio per acclamare il nuovo sindaco. Ci furono nove morti e un centinaio di feriti, tutti socialisti, ma una pallottola colpì e uccise un consigliere nazionalista, ex combattente. Questo episodio verrà usato a pretesto per tutta una serie di “spedizioni punitive” contro gli “antinazionali” in tutta l’Emilia. In questo contesto i funzionari locali del governo simpatizzavano spesso con i Fasci e con i loro finanziatori e protettori. In diversi casi, la polizia compì azioni di reclutamento per i Fasci promettendo ai criminali immunità e benefici in cambio dell’adesione alle azioni squadriste.

Anche l’esercito, attraverso la casta degli ufficiali, iniziò ad appoggiare i fascisti fino in fondo: “Il 20 ottobre 1920 il generale Badoglio, Capo di stato maggiore generale, invia una circolare riservata a tutti i capi dei distretti militari per comunicare loro che gli ufficiali in corso di smobilitazione, circa 60.000, stanno per essere inviati nei centri più importanti con l’obbligo di aderire ai Fasci di combattimento, che hanno il compito di dirigere e inquadrare. Essi continueranno a ricevere i quattro quinti della loro paga. Il materiale degli arsenali statali viene consegnato alle bande fasciste, istruite da ufficiali in congedo e persino in servizio attivo”.[8]

 In alcune situazioni l’esercito e le camicie nere agivano congiuntamente, come a Trento dove uno sciopero venne spezzato con l’intervento armato della fanteria assieme ai Fasci. Anche la magistratura si mostrava benevola nei confronti delle azioni squadriste: dall’inizio dell’anno fino al maggio 1921, risultavano 1.073 casi di violenza tra socialisti e fascisti (di cui 964 denunciati all’Autorità giudiziaria), in conseguenza dei quali, però, erano stati arrestati 1.421 socialisti e solo 396 fascisti.[9]

Cosa fece il governo di fronte a questa situazione? L’offerta di “collaborazione” avanzata da Giolitti ai socialisti cominciava a suonare in questo modo: o voi entrate nel governo e ci aiutate a strangolare il movimento operaio, o saremo obbligati a farlo con le bande fasciste. Quello che Giolitti pensava di poter fare era  spaventare i socialisti, costringerli all’alleanza o, in alternativa, scatenare i fascisti per annichilire il movimento operaio nell’illusione di poter poi addomesticare e integrare il fascismo nello Stato liberale (l’espressione in voga era “costituzionalizzare il fascismo”) o scatenare, in un secondo momento, la repressione dello Stato nei confronti dei fascisti.[10] Il governo lasciò dunque che i Fasci agissero per il momento indisturbati, che la forza pubblica e le autorità militari li appoggiassero e fornissero loro quadri, reclute e armi. Il ministro della giustizia Fera inviò una circolare alla magistratura invitandola a non occuparsi delle denunce a carico dei fascisti. Le amministrazioni socialiste di Bologna, Modena, Ferrara, Perugia vennero sciolte per decreto ministeriale per “motivi di ordine pubblico” e la stessa sorte toccherà in un secondo momento a centinaia di altre giunte socialiste. Su queste basi Giolitti convocò nel maggio del 1921 nuove elezioni, sperando di poter approfittare della situazione, indebolendo la presenza dei socialisti in parlamento, magari per costringerli ad una alleanza. Ma l’operazione fallì. Le elezioni non produssero grossi spostamenti nei principali partiti, ma i fascisti entrarono nella nuova Camera con 35 deputati. Le trame di palazzo ordite dai rappresentanti liberali della borghesia aprirono ai fascisti le porte del palazzo stesso.

L’atteggiamento del movimento operaio

Nel nuovo parlamento, Giolitti aveva l’ostilità di tutti e in primo luogo dei socialisti, che gli rimproveravano la tolleranza verso i fascisti, e dei fascisti stessi che per ragioni tattiche si avvicinavano sempre più alla monarchia e al Vaticano. Infatti Mussolini cercò di imprimere una svolta, nel tentativo di “istituzionalizzare” il suo movimento, ovverosia di renderlo per la borghesia un’opzione politica possibile per il governo e non solo come strumento di violenza diretta contro il movimento operaio. Questo non significava abbandonare nell’immediato l’azione illegale. Le azioni delle squadre fasciste continuavano, ma Mussolini si sforzava nel frattempo di preparare una partecipazione fascista al futuro governo. Per questo motivo, all’indomani della caduta del governo Giolitti, cominciarono i negoziati per il “patto di pacificazione” che avrebbe dovuto portare ad accordi locali con i rappresentanti delle organizzazioni operaie e gradualmente all’interruzione delle azioni squadriste. Il patto di pacificazione fu firmato a Roma il 2 agosto del 1921 dai Fasci, dal Partito socialista e dalla Cgl.

Mussolini dovette affrontare una significativa fronda interna al suo movimento, promossa soprattutto dai gerarchi locali, in primis quelli emiliani e romagnoli, che non volevano abbandonare la pratica dello squadrismo e rinunciare ai risultati che lo squadrismo aveva permesso di raggiungere. Ma Mussolini non aveva in mente di sopprimere definitivamente le squadre; voleva solamente evitare che lo squadrismo potesse impedire il raggiungimento dell’obiettivo politico del governo. Finché il fascismo è solo questo, pensava Mussolini, è uno strumento utile solo alla guerra civile. Ma se accanto all’azione illegale si colloca anche l’azione legale, con la trasformazione del movimento in partito politico, il fascismo può porsi anche ambizioni di governo. Il nuovo partito, il Partito nazionale fascista (Pnf), venne lanciato nel novembre del 1921 a Roma, al termine dell’ultimo congresso dei Fasci di combattimento. Le linee programmatiche del Pnf liquidavano i temi “socialisteggianti” del programma di San Sepolcro, si allineavano agli interessi del grande capitale sul terreno economico, ribadivano e approfondivano una linea apertamente nazionalista in politica estera, adottavano una linea di sostegno e di collaborazione con la monarchia e le gerarchie cattoliche, dichiaravano l’aperta ostilità alle organizzazioni sindacali e agli scioperi operai.

Tuttavia, nel momento in cui veniva fondato il Pnf, i Fasci contavano solo 150mila aderenti,[11] reclutati soprattutto nelle classi medie e fra i proprietari terrieri. La massa dei lavoratori, nonostante le pressioni dell’offensiva squadrista, riempiva ancora le fila dell’organizzazione socialista, e in parte di quella del neonato Partito comunista. La vera forza del fascismo continuava a risiedere nelle squadre di azione. Per questo motivo nel corso del congresso Mussolini lavorò alla ricomposizione delle fratture interne al movimento fascista e dichiarò che “il trattato di pacificazione appartiene al passato”.[12] Il patto di pacificazione, in realtà, non vincolò mai seriamente i fascisti,[13] che dopo il congresso ricominciarono le loro imprese con più veemenza: assassinii di militanti socialisti, assalti a sedi di giornali di sinistra e a tipografie, interruzioni di scioperi avvennero immediatamente in tutta Italia dal Friuli alla Puglia.

In che modo risposero le organizzazioni dei lavoratori? I gruppi dirigenti del Partito socialista e del sindacato continuavano ad illudere se stessi e i lavoratori del fatto che lo Stato liberale borghese li avrebbe protetti dalle bande di criminali fascisti. Anziché organizzare militarmente i loro militanti, permettendo loro di utilizzare quelle armi di cui, dopo la guerra, erano piene le Case del Popolo e le sedi di Partito e che venivano anzi requisite e sottratte proprio dai Fasci durante le loro azioni, i capi socialisti invitavano alla calma e a confidare nello Stato. Le Camere del lavoro diedero ai lavoratori queste parole d’ordine: “Restate nelle vostre case, non rispondete alle provocazioni! Anche il silenzio, anche la viltà sono talvolta eroici! Disponendo di appoggi nell’apparato statale, i socialisti ricevono varie volte offerte di armi per proteggersi dai fascisti, ma respingono queste offerte affermando che difendere i cittadini contro la violenza armata di altri cittadini è compito dello Stato”.[14] I dirigenti socialisti mostrarono poi una totale incomprensione della tattica di Mussolini, che con il patto di pacificazione tentava di mostrarsi affidabile agli occhi della borghesia, e non esitarono ad aderirvi, a differenza dei comunisti, rivolgendo per bocca di Turati un appello patetico a Mussolini: “Ti dirò solo questo: disarmiamoci davvero.

Tuttavia, molti militanti di sinistra, giovani, lavoratori, ex ufficiali dell’esercito ostili al fascismo non rimasero ad ammirare l’inerzia dei dirigenti operai e fondarono nel giugno del 1921 alcune milizie armate inquadrate nell’organizzazione degli Arditi del popolo. Il Partito socialista colse l’occasione della firma apposta sul patto di pacificazione per sconfessare le iniziative degli Arditi, mentre il giovane Partito comunista adottò una posizione estremista che lo condusse ad isolare i propri militanti, inquadrandoli in debolissime e sparute organizzazioni di autodifesa “comuniste”.[15] Come scrisse Guerin: “Il risultato di tutto questo atteggiamento è che quando le camicie nere intraprendono una spedizione punitiva contro una determinata località e attaccano le sedi delle organizzazioni operaie o i municipi rossi, i militanti operai sono incapaci di reagire od oppongono soltanto una resistenza improvvisata, frammentaria e quindi generalmente inefficace”.[16]

Dopo le azioni squadriste, le sezioni socialiste e il sindacato proclamavano lo sciopero che, tuttavia, non doveva avere caratteristiche insurrezionali e di contrattacco rispetto alla violenza fascista, ma si poneva solo l’obiettivo di convincere le autorità ad intervenire. È questa l’impostazione di fondo che porterà l’Alleanza del lavoro, sigla nella quale si riunirono i sindacati, alla proclamazione dello “sciopero legalitario” il 31 luglio del 1922. L’organizzazione dello sciopero prevedeva il rifiuto dell’uso dell’autodifesa ed aveva come rivendicazione la richiesta di un intervento energico da parte dello Stato contro i fascisti, nonché l’obiettivo politico del coinvolgimento dei socialisti nel governo. Su queste basi, il movimento operaio non poté quindi esprimere pienamente la propria forza che, nonostante le azioni squadriste iniziate nel 1919, era ancora certamente in grado di respingere i fascisti e di imporsi, come dimostrarono chiaramente le Barricate di Parma (vedi box alle pagg. 36-37). Con le sole eccezioni di Parma e dei quartieri popolari di Bari, dove fu la resistenza operaia a prevalere, nel resto d’Italia l’Alleanza del lavoro, di fronte alle spedizioni dei fascisti che sopraffecero le mobilitazioni dei lavoratori, si vide costretta ad interrompere lo sciopero, dopo che le autorità militari e governative avevano consentito ai fascisti il ripristino dell’ordine. Nel complesso lo sciopero fu un fallimento che lasciò il movimento operaio in uno stato comatoso.

L’azione finale venne decisa a Napoli il 24 ottobre nel corso di un convegno fascista dove Mussolini, dopo aver fatto un elogio della monarchia, dichiarandosi quindi lealista nei confronti del re, affermò: “Vi dico con tutta solennità che il momento si impone: o ci danno il governo o ce lo prenderemo calando su Roma.” Il 27 ottobre, colonne di fascisti armati convergevano su Roma per costringere il re a dare l’incarico di costituire il nuovo governo a Mussolini. In quasi tutte le province i prefetti cedettero i poteri ai fascisti, ma a Civitavecchia, nei Castelli romani e nel quartiere romano di San Lorenzo i lavoratori provarono a resistere armati. All’alba del 28 ottobre il governo decretò lo stato d’assedio, ma il re Vittorio Emanuele III rifiutò la sua firma, costrinse il governo Facta a rassegnare le dimissioni e diede a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo. La dittatura fascista era instaurata in Italia. Sarebbe durata quasi 21 anni.

Note

1. Per approfondire il tema della politica del Partito socialista nel Biennio rosso e delle polemiche tenute dalla Terza Internazionale nei confronti delle scelte del Psi, si può leggere l’articolo “Le battaglie dell’Internazionale per la costruzione di un partito rivoluzionario in Italia” contenuto nel n. 9 di falcemartello.

2. A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Pgreco, p. 129.

3. “Italia marinara, avanti!”, Popolo d’Italia, 18 dicembre 1919.

4. In alcune regioni le associazioni degli agrari strinsero un accordo con i fascisti perché venissero cedute alcune migliaia di ettari, tra i peggiori, ai coltivatori diretti. I fascisti utilizzeranno questo accordo nella loro propaganda antisocialista dichiarando che “mentre il socialismo promette, il fascismo sistema centinaia di famiglie che potranno lavorare sulle loro terre”. Su questo si veda il già citato volume di Tasca Nascita e avvento del fascismo.

5. A. Gramsci, “Il popolo delle scimmie”, L’Ordine Nuovo, 2 gennaio 1921.

6. Questo schema, nel periodo compreso tra le due guerre, lo ritroviamo d’altra parte in paesi a capitalismo più avanzato di quello italiano. In questi casi il tentativo di “neutralizzare” l’azione del proletariato e delle masse popolari è stato promosso con politiche che non hanno richiesto la sostituzione del regime democratico con un regime di apertura dittatura. È il caso del New Deal di Roosevelt.

7. A. Lyttelton, Cause e caratteristiche della violenza fascista: fattori costanti e fattori congiunturali, in Bologna 1920: le origini del fascismo, a cura di Luciano Casali, Cappelli editore.

8. D. Guerin “Fascismo e gran capitale”, Massari editore, p. 180.

9. R. De Felice, Mussolini il fascista. I. La conquista del potere 1921-1925, Einaudi.

10. “Tale intendimento doveva tenere conto della necessità da più parti rilevata – da Giolitti per primo al “Corriere della Sera” di Albertini,… – di ‘costituzionalizzare’ il fascismo: necessità dettata in gran parte dalla crisi che aveva colpito le organizzazioni di sinistra. Una crisi che non rappresentava comunque per il fascismo un fattore del tutto positivo: se la piccola e media borghesia si erano appellate ad esso contro la sinistra, una volta esaurita la ‘minaccia rossa’, il fascismo appariva meno ‘seducente’ e quindi meno meritevole di sovvenzioni.”, R. De Felice, Breve storia del fascismo, Oscar Storia Mondadori, pp. 15-16.

11. Numeri che rappresentano comunque un notevole balzo in avanti degli iscritti ai Fasci che solo un anno prima contavano appena 30mila aderenti.

12. Il Patto sarà ufficialmente decaduto a partire dal 15 novembre.

13. Tra le azioni squadriste portate avanti durante il patto di pacificazione c’è anche “l’occupazione di Ravenna”: l’assalto alla Camera del lavoro ravennate, alle sedi del Partito socialista e delle cooperative da parte di 3mila squadristi guidati da Italo Balbo.

14. D. Guerin, op. cit., p. 186.

15. Costretto a vivere nella semi legalità, oggetto dell’accanita violenza fascista, di persecuzioni e discriminazioni, il PCd’I era tuttavia riuscito a consolidare la sua organizzazione, a fornirsi di quadri preparati e a imporsi una disciplina di ferro. Tuttavia la dominante influenza di Bordiga aveva ristretto l’azione del partito in limiti settari ed estremistici. La linea ufficiale del partito era che non esisteva nessuna differenza fra fascismo e democrazia; pertanto veniva respinta la politica di fronte unico auspicata dall’Internazionale comunista, anche perché quasi nessuno credeva alla possibilità di un colpo di Stato fascista.

16. D. Guerin, op. cit., p. 188.

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