Violenza contro le donne: non sarà il governo a “educarci”!

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Violenza contro le donne: non sarà il governo a “educarci”!

(foto Valtriani)

di Gaia Cesaro e Serena Capodicasa

L’omicidio di Giulia Cecchettin, sommandosi ai 102 casi di femminicidio dall’inizio dell’anno, ha rianimato il dibatto e il movimento sulla questione femminile. Indicatrice, infatti, della rabbia nei confronti del governo è stata la risposta della sorella Elena a Matteo Salvini. Il ministro dei trasporti aveva affermato: “Se colpevole, carcere a vita”, al che Elena ha risposto che il dubbio di Salvini dipende solo dal fatto che Turetta è bianco e di buona famiglia. Salvini non ha potuto fare altro che rispondere con vari rimandi alla Costituzione e a quanto la giustizia debba fare il suo corso, ma considerando l’ideologia razzista e classista che utilizza da sempre, le parole di Elena hanno colto nel segno.

Un governo reazionario

Elena ha messo in evidenza l’ipocrisia di questo governo, lo stesso governo che non sta facendo nulla per tutelare i diritti delle donne, che ora si sciacqua la bocca di belle parole. FDI e Lega quest’anno non hanno nemmeno votato a favore della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne; fin da prima delle elezioni Giorgia Meloni ha attaccato il diritto all’aborto, con una campagna ideologica sulla famiglia tradizionale, come se la donna avesse il dovere e non il diritto di essere una madre. Oltre a questo, il suo governo non ha comunque fatto niente per migliorare i consultori, che ad oggi sono ancora troppo pochi (meno di 1.900); nulla per quanto riguarda i medici obiettori (64,6% secondo i dati del 2020), che rendono l’interruzione volontaria di gravidanza sempre meno accessibile; per non parlare della crisi in cui versano i centri anti-violenza, sempre più a corto di finanziamenti pubblici. Tutto ciò si somma alla scarsità di fondi per la sanità pubblica in generale.
Piuttosto che discutere di tutto questo, l’attenzione del governo è caduta sull’importanza della cosidetta educazione sentimentale dei ragazzi fin da giovani. Il ministro dell’istruzione Valditara ha infatti proposto di tenere nelle scuole superiori 12 incontri all’anno di “discussione e autoconsapevolezza”, con docenti che moderano il dibattito e occasionalmente psicologi, avvocati, assistenti sociali e organizzazioni attive sul tema, e il coinvolgimento di personaggi famosi tra i giovani come influencer, cantanti o attori.
Il progetto è stato presentato in una conferenza stampa con anche la presenza della ministra della Famiglia (tradizionale, nda) Roccella, in cui si è arrivati all’assurdo di sentire uscire dalla bocca di questa cavaliera crociata contro il diritto di aborto espressioni come “libertà delle donne” e “cultura patriarcale”. Ci ha pensato Valditara a chiarire il vero contenuto reazionario di questa proposta, spiegando che “gli studenti verranno edotti alle conseguenze penali che i loro comportamenti possono generare, troppo spesso c’è una totale mancanza di conoscenza del codice penale”. D’altronde come consulente per coordinare il gruppo di lavoro che ha elaborato il progetto è stato chiamato Alessandro Amadori, professore dell’università Cattolica di Milano e autore di un libro in cui, nel capitolo “Il diavolo è anche donna”, spiega il ruolo della cattiveria femminile nella “guerra tra i sessi” e nei raptus omicidiari. Insomma, tutto torna: per la destra educazione affettiva si traduce in repressione poliziesca, bigottismo, appelli a comportamenti congrui da parte delle ragazze (e come dimenticare la difesa da parte della presidente del consiglio nei confronti del suo ex, che in televisione avvertiva le donne che se bevono poi arriva il lupo). Un progetto che va di pari passo con la penetrazione già in atto dei movimenti pro-vita nelle scuole.

“Educazione affettiva”

E’ una vera e propria presa in giro che meriterebbe una levata di scudi da parte dell’opposizione… che invece ancora una volta non perde occasione per dimostrare la sua inutilità. Elly Schlein si è affrettata a tendere la mano a Giorgia Meloni per chiedere “una legge che renda obbligatoria l’educazione al rispetto all’affettività”: ci saranno sfumature sul tipo di “esperti” da coinvolgere, ma sempre rimanendo nella logica di una materia in più nella quale gli studenti prendono un voto in base a quanto ripeteranno a pappagallo vuote formule di buona educazione.
E così in parlamento c’è stata un’amorevole convergenza tra un disegno di legge del governo contro la violenza sulle donne e gli ordini del giorno della minoranza su un tema che al contrario dovrebbe vedere una lotta accanita contro questo governo reazionario, oscurantista, bigotto, nemico delle donne. La rivendicazione di Non una di meno di un “pieno riconoscimento e implementazione dei percorsi di educazione al consenso, all’affettività, alla sessualità e alle differenze nelle scuole a partire dalla prima infanzia” non dice nulla di sostanzialmente diverso rispetto alla discussione che si è sviluppata.

Quali rivendicazioni?

È vero che il ruolo della scuola è importante e proprio per questo noi comunisti rivendichiamo:
– l’abolizione dell’ora di religione e la sua sostituzione con corsi di educazione sessuale fuori dal controllo di istituzioni e autorità scolastiche, ma gestiti dagli studenti in collaborazione con operatrici e operatori di consultori e centri anti-violenza;
– l’espulsione di tutte le organizzazioni cattoliche e pro-vita dalle scuole;
– pieni diritti democratici per gli studenti, che nelle scuole devono potersi organizzare e riunire senza nessuna limitazione e ingerenza dei presidi;
– una netta inversione di tendenza rispetto al finanziamento dei consultori pubblici, che non hanno mai raggiunto la copertura territoriale prevista dalla legge 194; la rete dei consultori deve essere rafforzata e affiancata a centri anti-violenza pubblici, finanziati degnamente e gestiti dalle lavoratrici e dalle associazioni delle donne presenti sul territorio.
Rivendicazioni immediate che non devono essere scollegate dall’aspetto fondamentale della questione: le basi materiali dell’oppressione e della violenza. L’oppressione della donna non risiede nell’arretratezza culturale, ma nel ruolo che la donna svolge nel nostro sistema economico, il capitalismo, a cui fa comodo mettere sulle spalle delle donne responsabilità come la cura dei figli, degli anziani, della casa… La lotta contro la cultura sessista non può assolutamente essere separata dalla lotta contro il sistema che le fornisce i presupposti per attecchire e proliferare!