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Un anno di guerra in Ucraina – L’imperialismo è barbarie senza fine

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

È passato un anno dall’inizio della guerra in Ucraina e oramai tutti gli argomenti della propaganda occidentale sono crollati uno dopo l’altro.

 

Il fronte russo

Ci hanno ripetuto allo sfinimento che l’esercito russo era sull’orlo della disfatta, che i russi scappavano per non essere arruolati, che avevano esaurito le munizioni, che il livello di perdite era insostenibile, ecc. E invece i bombardamenti russi sono proseguiti senza sosta e hanno danneggiato gravemente le infrastrutture ucraine, mentre la mobilitazione ordinata da Putin ha funzionato: nuove truppe sono affluite al fronte, i russi hanno ripreso l’iniziativa e si preparano a scatenare una nuova offensiva.

Ci avevano garantito che le sanzioni economiche avrebbero messo la Russia in ginocchio nel giro di breve tempo, ma Mosca non è affatto così isolata come la dipingono i mass media occidentali e ha trovato nuovi mercati per sostituire quelli europei. Dall’inizio della guerra le esportazioni di petrolio russo verso la Cina sono raddoppiate, quelle verso la Turchia sono quasi triplicate e quelle verso l’India sono aumentate di ben 14 volte. Per aggiungere al danno la beffa, Turchia e India rivendono poi sottobanco il petrolio russo ai paesi europei ad un prezzo maggiorato.

Sulla stampa viene annunciato un giorno sì e l’altro pure l’imminente rovesciamento di Putin, quando in realtà la guerra gode di una base d’appoggio significativa tra la popolazione russa, che vede nella NATO e nella sua longa manus in Ucraina una minaccia concreta. Ancora prima di essere a favore di Putin, la maggioranza della classe lavoratrice russa è contro l’imperialismo americano. Nei primi giorni dell’invasione c’erano state alcune manifestazioni contro la guerra: se queste non hanno attecchito, non è solo per la repressione, ma soprattutto perché erano guidate da elementi liberali filo-occidentali, screditati agli occhi delle masse russe.

 

Il fronte ucraino

Ci viene sempre raccontato che il popolo ucraino è unito dietro Zelensky come un sol uomo. Certamente il sentimento anti-russo è diffuso in Ucraina, ma dopo un anno di combattimenti e devastazioni iniziano ad apparire le prime crepe. Il fenomeno dei disertori e dei renitenti alla leva è in crescita, con migliaia di giovani ucraini che cercano in tutti i modi di evitare il reclutamento. Per arginare il problema, a dicembre il parlamento di Kiev he approvato una legge che inasprisce le pene per i casi di diserzione e disobbedienza o critica agli ordini ricevuti, prevedendo pene detentive fino a 12 anni di reclusione. Questo ha suscitato una protesta tra i soldati ucraini, che in più di 25mila hanno sottoscritto una petizione contro la nuova legge. Il contenuto della petizione è rivelatore di quello che le truppe pensano dei loro vertici militari:

“… i comandanti avranno una leva senza precedenti per ricattare e imprigionare i militari praticamente per qualsiasi critica alle loro decisioni, anche se le decisioni sono incompetenti e basate su una cattiva gestione del combattimento (come spesso accade) […] Invece di ringraziare l’esercito, che ha tenuto a bada un’invasione russa su vasta scala per quasi un anno e ha attuato operazioni di successo per liberare il territorio, otteniamo il carcere per il minimo disaccordo o commento ai comandanti (molti dei quali spesso danno ordini dal profondo delle retrovie).”

Allo stesso tempo il governo di Kiev è stato travolto da una serie di scandali di corruzione. Mentre il paese è al buio e al gelo, il vice-ministro delle Infrastrutture è stato arrestato per aver intascato una tangente di 400mila dollari relativa all’acquisto di generatori elettrici. Con una situazione al fronte sempre più drammatica, il vice-ministro della Difesa è stato rimosso per aver acquistato rifornimenti di cibo per l’esercito a prezzi gonfiati, una frode da oltre 300 milioni di dollari. Altri scandali hanno interessato le spese militari, come ad esempio la fornitura alle truppe di giubbotti antiproiettile difettosi, tanto che alla fine anche il ministro della Difesa è stato rimpiazzato.

Mentre nel paese è in vigore la legge marziale e agli uomini tra i 18 e i 60 anni è vietato lasciare il paese, il vice-procuratore generale è stato licenziato per aver trascorso una lussuosa vacanza in Spagna. Il vice-capo della segreteria di Zelensky, invece, è stato costretto a dimettersi per aver accettato auto di lusso in regalo da importanti uomini d’affari. Sono stati silurati, sempre per casi di corruzione, altri 4 vice-ministri e 5 governatori regionali (tra cui quelli di Kiev e Cherson).

Che la corruzione sia endemica nell’oligarchia ucraina non è certo una novità e che il personale del governo speculi sulla pelle dei propri soldati è del tutto evidente. Tuttavia queste purghe contro la corruzione rivelano anche crescenti divisioni politiche all’interno del governo ucraino alla vigilia dell’annunciata offensiva russa. Così come suscita più di un interrogativo la morte del ministro degli Interni ucraino, schiantatosi con il suo elicottero vicino a Kiev in circostanze che non sono mai state chiarite.

 

Il cinismo di Biden

Ci hanno ripetuto alla nausea che l’Occidente sta facendo di tutto per aiutare il popolo ucraino nella sua lotta per la libertà, quando diventa invece ogni giorno più palese che non siamo di fronte ad una guerra per l’indipendenza dell’Ucraina, ma ad una guerra per procura della NATO contro la Russia. Il governo di Kiev dipende in tutto e per tutto dalle decisioni prese a Washington, mentre l’esercito ucraino è interamente finanziato, armato, addestrato ed equipaggiato dalla NATO. I soldati ucraini vengono cinicamente sfruttati come carne da cannone per perseguire gli interessi dell’imperialismo USA.

L’obiettivo di Biden non è quello di aiutare l’Ucraina a vincere la guerra, ma di logorare un paese avversario come la Russia, aumentando allo stesso tempo il proprio controllo sull’Europa. In passato la Germania aveva sfruttato gli stretti legami economici con la Russia – e in particolare le forniture di gas a buon mercato – per conquistarsi una certa indipendenza rispetto all’ingombrante alleato americano. Oggi, con la guerra e le sanzioni, quei legami sono stati recisi e la politica della Germania (e con essa di tutta l’Unione Europea) è subordinata a quella degli USA come non si vedeva da tempo.

Gli Stati Uniti non vogliono una vera escalation del conflitto, che porti ad un confronto militare diretto tra le truppe NATO e l’esercito russo, che avrebbe conseguenze imprevedibili. Preferiscono mantenere la guerra entro limiti ben precisi, in modo da continuare a danneggiare la Russia versando il sangue dei soldati ucraini invece che di quelli americani, e facendo ricadere il peso economico del conflitto soprattutto sugli “alleati” europei. In quest’ottica si può comprendere meglio tutta la partita sull’invio dei carri armati in Ucraina.

I carri armati Leopard

Gli USA invieranno a Kiev 31 carri armati Abrams, ma difficilmente questi potranno cambiare le sorti del conflitto. Questi carri devono ancora essere costruiti e ci vorranno mesi prima che possano arrivare sui campi di battaglia; anche una volta arrivati a destinazione, ci vorrà parecchio tempo per addestrare gli ucraini ad utilizzarli; si tratta peraltro di carri sofisticati che presenteranno non poche difficoltà logistiche per quanto riguarda l’approvvigionamento di munizioni, le forniture di pezzi di ricambio e la manutenzione. L’invio degli Abrams, dunque, non aiuterà gli ucraini a respingere l’imminente offensiva russa, ma è servito come manovra politica per esercitare pressione sulla Germania e costringerla ad inviare a sua volta in Ucraina i propri carri armati Leopard 2, invischiando ancora di più i paesi europei nel conflitto.

 

Le divisioni nella UE

La linea americana si impone anche perché i paesi della UE sono profondamente divisi tra loro. La Polonia guida il cosiddetto gruppo dei “falchi” che porta avanti una posizione ferocemente anti-russa e, facendo gioco di sponda con USA e Gran Bretagna, rivendica un maggior impegno militare dell’Europa in Ucraina.

La Polonia sta peraltro portando avanti un impressionante programma di riarmo, con l’obiettivo di raddoppiare gli effettivi del proprio esercito e di aumentare la spesa militare fino al 4% del PIL. Il governo di Varsavia ha già sottoscritto ordinativi per più di 20 miliardi di euro per acquistare carri armati, aerei e artiglieria da USA e Corea del Sud. La sostenibilità economica di questo piano è tutta da verificare, ma è indiscutibile l’ambizione della Polonia di diventare una potenza militare in ambito europeo.

L’Italia da parte sua si lamenta per essere trattata come un paese “di serie B” da parte di Francia e Germania. Giorgia Meloni non è stata infatti invitata alla cena organizzata da Macron all’Eliseo con Zelensky e il cancelliere tedesco Scholz. Il governo può lamentarsi quanto vuole, ma le cose stanno effettivamente così: non è certo da oggi che l’Italia è una potenza di second’ordine, che deve adeguarsi a quanto deciso a Berlino e Parigi. La dimostrazione di questo è che l’Italia non manderà carri armati in Ucraina e non certo per mancanza di volontà politica: il problema è che i carri armati italiani Ariete sono così antiquati e obsoleti che nessuno li vuole.

 

Un pozzo senza fondo

Sempre di più questa guerra sta diventando un pozzo senza fondo che risucchia vite umane, armamenti, denaro… Si è appena deciso di inviare i carri armati e già si discute di inviare aerei. Di negoziati, ormai non se ne parla nemmeno più. Dall’inizio della guerra gli USA hanno speso in “aiuti” all’Ucraina – e cioè per alimentare la guerra – 100 miliardi, l’Unione Europea 50 miliardi. A questi si aggiungano le spese per il riarmo dei vari paesi, il costo delle sanzioni economiche e della crisi energetica… Per tacere delle devastazioni in Ucraina e delle migliaia di morti russi e ucraini.

Si tratta di una tragica dissipazione di risorse umane ed economiche che dovrebbero essere invece investite nella sanità, nell’istruzione, per migliorare le condizioni di lavoro, per risolvere la crisi ambientale…

Per porre fine a questa follia non servono gli appelli alla pace e ai negoziati. La guerra non finirà senza una mobilitazione di massa dei lavoratori e dei giovani contro i rispettivi governi, non solo in Russia e in Ucraina, ma anche nei paesi europei e negli USA. Sarebbe sufficiente che anche in uno solo di questi paesi si producesse un serio movimento della classe lavoratrice contro le politiche di guerra per spezzare la spirale nazionalista del conflitto e avere un esempio da seguire a livello internazionale. Il primo passo deve essere quello di respingere il richiamo “all’interesse nazionale” della propria classe dominante e mettere al centro gli interessi delle masse popolari, che portano sulle spalle tutto il peso della guerra. Le energie e le risorse del movimento operaio e studentesco nei diversi paesi dovrebbero essere dedicate a questo compito prioritario.

21 febbraio 2023