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Ucraina, il conflitto insolubile

I tamburi di guerra risuonano ormai da mesi al confine tra Russia e Ucraina. I mass media parlano senza soste di un’invasione russa imminente. Mosca sarebbe pronta a conquistare Kiev nel giro di due ore facendo, si scrive, “decine di migliaia” di vittime.

Davanti a questo diluvio di parole, conferenze stampa e filmati, è utile ricordare le parole di Eschilo: “In guerra, la verità è la prima vittima”.

È vero che la Russia ha concentrato circa 100mila soldati ai confini con l’Ucraina e sta svolgendo esercitazioni comuni con l’esercito bielorusso. Allo stesso tempo Kiev mobilita i riservisti mentre diversi paesi della Nato, in primis Gran Bretagna e Usa, inviano aiuti militari.

Il conflitto ha radici profonde, caratterizzate dallo scontro fra interessi imperialisti. Dopo il crollo dell’Urss, dove la burocrazia non aveva risolto, ma esacerbato i conflitti fra le nazionalità, gli Usa hanno costantemente allargato la loro influenza a est, assorbendo nella Nato diversi paesi del Patto di Varsavia e anche diverse ex repubbliche sovietiche. Dopo aver subito numerose umiliazioni, Putin ha cercato, con la guerra in Georgia (2008) e poi con l’annessione della Crimea (2014), di riaffermare il ruolo di potenza della Russia. In particolare, Mosca non è assolutamente disposta ad accettare che l’Ucraina diventi membro della Nato.

Gli interessi di Putin

Per la stampa occidentale questa sembra una richiesta irragionevole, ma hanno la memoria corta. Quando gli Usa hanno visto minacciati i propri confini dalla rivoluzione cubana, non hanno esitato a organizzare l’invasione (poi fallita) della Baia dei Porci, nel 1961. A dimostrazione di quanto Washington tenga alla sovranità nazionale dei paesi che sfuggono dalla loro sfera d’influenza. Putin cerca di rafforzare ulteriormente la posizione del suo paese, viste le numerose debacle degli Stati uniti sugli scenari internazionali, tra cui la recente ritirata vergognosa dall’Afghanistan. A questo fine non risparmia l’appoggio alla repressione delle rivolte popolari (come in Bielorussia) o l’intervento diretto (come in Kazakhstan).

Ciò significa che la Russia invaderà l’Ucraina? Al momento è piuttosto improbabile. Come mostra l’esperienza afgana, le conseguenze di un’occupazione di un paese straniero ostile sono spesso devastanti per l’invasore. Non si può scartare un intervento nel Donbass a maggioranza russofona, ma mentre l’annessione della Crimea rappresentava una questione strategica per Mosca, quella del Donbass non lo è. Anzi la situazione attuale delle repubbliche, “ribelli” ma tuttora parte dell’Ucraina, lascia a Putin una leva per incidere nella politica di Kiev.

Ci sono anche ragioni interne per l’escalation, sia in Russia che in Ucraina. Putin deve fronteggiare una popolarità in calo e un’inflazione rampante, all’8,4% nel 2021 secondo i dati ufficiali, in un paese in cui due cittadini su cinque non posseggono alcun tipo di risparmio. Solo il 25% dei russi, ad esempio, condivide la strategia del governo contro il Covid. Le cose non vanno meglio per il presidente ucraino Zelenskij, al 9% di popolarità nei sondaggi. Salito al potere proponendo una pace con la Russia, ha operato una svolta a 180 gradi nel tentativo di recuperare consensi.

da radioondadurto.org

Gli Usa hanno inizialmente incoraggiato Zelenskij. Mantenere alta la tensione con la Russia fa parte della strategia di Washington, sia per contenere una Russia che su diversi scacchieri si è dimostrata capace di contrastarli (Siria), sia per riconfermare il loro controllo sull’Europa nel momento in cui devono concentrarsi sullo scontro con la Cina.

Ma un conto sono i desideri, un altro la realtà. Al di là delle frasi ad effetto, gli Stati uniti non hanno alcuna intenzione di inviare truppe in Ucraina. L’Unione europea è divisa, ma né la Francia, né la Germania sono disposte a uno scontro frontale con la Russia, tutt’altro.

Il governo tedesco ha dichiarato esplicitamente che non invierà armi né aiuti militari a Kiev. Londra invece ha inviato la bellezza di trenta soldati delle truppe speciali. Il colpo di grazia alle speranze di Zelenskij lo hanno dato Biden e Stoltenberg, il segretario generale della Nato: ambedue hanno chiarito che “ci vorrà tempo” prima che l’Ucraina entri nella Nato.

Capita l’antifona, Kiev negli ultimi giorni sta cominciando a parlare di una “possibile soluzione diplomatica”.

La minaccia delle sanzioni

“Schiacceremo la Russia con sanzioni devastanti!” viene ripetuto da Washington a Bruxelles. Come spiega l’Economist, “Le sanzioni che Biden sta considerando potrebbero causare grossi problemi, se riuscisse a convincere i suoi alleati”. Ma gli Usa faticano ad imporre ai loro alleati una politica comune. La Germania che dipende per il 55% del gas che consuma dalla Russia e che con quest’ultima ha completato il gasdotto Nordstream 2, avrebbe tutto da perdere da sanzioni pesanti. Dal 2014 la Russia ha differenziato i suoi investimenti e le sue riserve. È riuscita a ridurre del 36% il debito denominato in valuta estera. Solo un quinto delle obbligazioni sovrane russe sono detenute da stranieri. Ha differenziato i mercati e rafforzato i legami commerciali con la Cina, che nel 2020 assorbiva il 20,5% delle esportazioni russe di combustibili fossili (nel 2013 erano inferiori al 7%). La crisi ucraina ha contribuito a rafforzare i legami tra Russia e Cina. In un recente incontro fra Putin e Xi Jin Ping in occasione dei Giochi olimpici, Pechino si è esplicitamente, e per la prima volta, opposta a un allargamento della Nato. Certo, i rapporti tra Russia e Cina non si basano su un’alleanza strategica ma piuttosto sull’ostilità condivisa verso gli Stati uniti e la necessità del loro contenimento. Una politica comune che sta avendo successo dato che a Biden non resta altra soluzione che aprire ai colloqui con Putin.

Proprio il declino relativo degli Stati uniti, un tempo incontrastato “gendarme del mondo”, crea un’instabilità crescente nei rapporti internazionali e rende possibili queste tensioni, conflitti e guerre a livello locale. Anche se in questo caso non si arriverà a un conflitto militare a tutto campo, la crisi Russia-Ucraina è un segnale dell’agonia mortale del sistema, che le singole potenze imperialiste cercano di risolvere conquistando mercati e sfere d’influenza a spese dei rispettivi antagonisti.

In questo scontro tra le potenze imperialiste non c’è nulla da scegliere per la classe operaia di tutti i paesi, che invece deve sviluppare una politica di classe e internazionalista, unica soluzione per sconfiggere il veleno di ogni nazionalismo.