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Sugli scioperi

Parigi, 5 dicembre (AP Photo/Thibault Camus)

In questo breve articolo, scritto nel 1899, agli albori del movimento operaio in Russia, Lenin sviluppa alcune riflessioni sul ruolo della classe lavoratrice nella società e sulla questione “del significato degli scioperi, dei metodi con cui condurli, dei compiti che devono assolvere i socialisti partecipandovi”. Nel testo viene posta particolare attenzione al legame tra le mobilitazioni dei lavoratori e la lotta più generale contro il capitalismo.

La redazione

di Vladimir Ilic Lenin

Negli ultimi anni gli scioperi di operai sono divenuti straordinariamente frequenti in Russia. Non v’è governatorato industriale in cui non vi siano stati alcuni scioperi. Nelle grandi città, poi, gli scioperi si susseguono gli uni agli altri. È comprensibile quindi che sia gli operai coscienti che i socialisti si pongano sempre più spesso il problema del significato degli scioperi, dei metodi con cui condurli, dei compiti che devono assolvere i socialisti partecipandovi.

Vogliamo tentare di esporre alcune nostre considerazioni a proposito di questi problemi. Nel primo articolo ci proponiamo di parlare del significato degli scioperi nel movimento operaio in generale; nel secondo delle leggi russe contro gli scioperi; nel terzo del modo come si sono condotti e si conducono gli scioperi in Russia e di come gli operai coscienti devono comportarsi di fronte ad essi.1

Occorre innanzitutto porsi una domanda: come si spiega l’origine e la diffusione degli scioperi? Chiunque ricordi tutti i casi di scioperi a lui noti per esperienza personale, da racconti altrui o attraverso i giornali, vedrà subito che gli scioperi sorgono e si diffondono là dove sorgono e si diffondono le grandi fabbriche. Fra le maggiori fabbriche che occupano qualche centinaio (e talvolta qualche migliaio) di operai, sarà loro difficile trovarne anche una sola in cui non vi siano stati scioperi di operai. Quando in Russia vi erano poche grandi fabbriche ed officine, erano pochi anche gli scioperi; da quando invece le grandi fabbriche aumentano rapidamente, sia nelle vecchie località industriali che in nuove città e villaggi, da allora gli scioperi sono sempre più frequenti.

Qual è la ragione per cui la grande produzione di fabbrica porta sempre agli scioperi? La ragione sta nel fatto che il capitalismo porta necessariamente alla lotta degli operai contro i padroni; quando poi la produzione diventa grande produzione, questa lotta diviene necessariamente lotta mediante gli scioperi.

Spieghiamo questo fatto.

Il capitalismo è quella struttura della società in cui la terra, le fabbriche, le macchine, gli utensili, ecc. appartengono a un piccolo numero di proprietari terrieri e dì capitalisti, mentre la massa del popolo non possiede, o quasi, alcuna proprietà e deve perciò lavorare a salario. I proprietari terrieri e i fabbricanti assumono gli operai e li costringono a produrre questi o quei prodotti, che essi vendono poi sul mercato. In pari tempo i fabbricanti pagano agli operai soltanto un salario con il quale essi e le loro famiglie possono appena vivere; e tutto ciò che l’operaio produce in più della quantità di prodotti che gli occorre per vivere, se lo intasca il fabbricante: ciò costituisce il suo profitto. Nell’economia capitalista, quindi, la massa del popolo lavora a salario presso altre persone, lavora non per sé, ma per i padroni in cambio di un salario. È comprensibile che i padroni cerchino sempre di abbassare il salario: quanto meno daranno agli operai tanto più profitto rimarrà loro. Gli operai invece cercano di ottenere il salario più alto possibile, per poter nutrire la loro famiglia con cibo sufficiente e sano, per poter abitare in una buona casa, vestire non come miserabili, ma come vestono tutti. Fra i padroni e gli operai si svolge, quindi, una continua lotta per il salario: il padrone è libero di assumere l’operaio che crede; perciò cerca quello più a buon mercato. L’operaio è libero di andare a lavorare presso il padrone che crede, e cerca il migliore, quello che lo paga meglio. Sia che lavori in campagna o in città, sia che si faccia assumere da un grande proprietario fondiario, da un contadino ricco, da un appaltatore o da un fabbricante, l’operaio mercanteggia sempre con il padrone, lotta contro di lui per il salario.

Ma può un operaio condurre questa lotta isolato? Gli operai diventano sempre più numerosi: i contadini vanno in rovina e fuggono dai villaggi nelle città e nelle fabbriche. I grandi proprietari fondiari e i fabbricanti introducono nelle loro aziende macchine che tolgono lavoro agli operai. Nelle città vi sono sempre più disoccupati, nelle campagne sempre più poveri, la popolazione affamata fa abbassare i salari sempre di più. Per l’operaio diviene impossibile lottare da solo contro il padrone. Se l’operaio esige un buon salario o non acconsente ad una diminuzione, il padrone gli risponde: vattene, alla porta ci sono molti affamati; essi sono contenti di lavorare anche per un salario basso.

Quando l’immiserimento del popolo giunge a un punto tale che nelle città e nei villaggi esistono costantemente masse di popolo senza lavoro, quando i fabbricanti accumulano ricchezze immense e i piccoli padroni vengono eliminati dai milionari, allora l’operaio isolato diviene assolutamente impotente di fronte al capitalista. Il capitalista ottiene la possibilità di schiacciare l’operaio completamente, di costringerlo a una fatica mortale in un lavoro da galeotto, e per di più non lui solo, ma anche sua moglie e i suoi figli. E infatti, se date uno sguardo alle industrie nelle quali gli operai non sono ancora riusciti a farsi difendere dalla legge e in cui non possono opporre resistenza ai capitalisti, vedrete una giornata lavorativa smisuratamente lunga, che giunge fino alle 17-19 ore, vedrete dei bambini di 5-6 anni che si sfiancano sul lavoro, vedrete una generazione di operai costantemente affamati e che muoiono lentamente di fame. Un esempio: gli operai che lavorano a domicilio per i capitalisti; e ogni operaio ricorderà ancora moltissimi altri esempi! Nemmeno con la schiavitù e con la servitù della gleba vi fu mai un’oppressione così terribile del popolo lavoratore quale quella cui giungono i capitalisti, se gli operai non riescono ad opporre loro resistenza, a conquistarsi delle leggi che limitino l’arbitrio dei padroni.

Ed ecco che, per non lasciarsi sospingere a una tale condizione estrema, gli operai iniziano una lotta accanita. Vedendo che ognuno di essi, se isolato, è assolutamente impotente e minacciato dal pericolo di perire sotto il giogo del capitale, gli operai incominciano a insorgere insieme contro i loro padroni. Hanno inizio gli scioperi di operai. Dapprincipio gli operai spesso non sanno nemmeno che cosa vogliono ottenere, non hanno coscienza della ragione che li spinge a far ciò: rompono semplicemente le macchine, distruggono le fabbriche. Vogliono soltanto far sentire ai fabbricanti la loro indignazione, mettono alla prova le loro forze unite allo scopo di uscire dalla loro insopportabile situazione, pur non sapendo ancora perché mai la loro condizione è così disperata e a che cosa essi devono tendere.

In tutti i paesi la collera degli operai cominciò dapprima con rivolte isolate (sommosse, come le chiamano da noi la polizia e i capitalisti). In tutti i paesi queste rivolte isolate generarono, da una parte, scioperi più o meno pacifici, e, dall’altra, una lotta generale della classe operaia per la propria emancipazione.

Quale significato hanno dunque gli scioperi (o astensioni dal lavoro) nella lotta della classe operaia? Per rispondere a questa domanda dovremo dapprima soffermarci in modo un po’ più particolareggiato sugli scioperi. Se il salario dell’operaio viene stabilito – come abbiamo visto – con un contratto fra il padrone e l’operaio, se l’operaio isolato risulta, all’atto di questo contratto, completamente impotente, è chiaro che gli operai dovranno necessariamente difendere le loro richieste insieme, dovranno necessariamente organizzare scioperi, se vorranno impedire al padrone di abbassare i salari, o ottenere una paga più elevata. E infatti non vi è un solo paese a struttura capitalista nel quale non ci sono scioperi di operai. In tutti gli Stati europei e in America gli operai si sentono impotenti se isolati, e possono resistere ai padroni soltanto uniti, organizzando scioperi oppure minacciando lo sciopero. E quanto più il capitalismo si sviluppa, quanto più rapidamente aumentano le grandi fabbriche e officine, quanto più energicamente i piccoli capitalisti vengono eliminati dai grandi, tanto più urgente diventa per gli operai la necessità di resistere uniti, perché tanto più grave diviene la disoccupazione, tanto più forte diventa la concorrenza tra i capitalisti, che tendono a produrre le merci il più a buon mercato possibile (e per farlo bisogna pagare gli operai il meno possibile), tanto più forti sono le oscillazioni nell’industria e le crisi. 2

Quando l’industria prospera, i fabbricanti ricavano grandi profitti e non pensano affatto a farne parte gli operai; durante la crisi, invece, essi cercano di far ricadere le perdite sulle spalle degli operai. Nei paesi europei la necessità degli scioperi nella società capitalista è da tutti riconosciuta, tanto che là la legge non proibisce di organizzare scioperi; soltanto in Russia permangono le barbare leggi contro gli scioperi (di queste leggi e della loro applicazione parleremo un’altra volta).

Ma, traendo origine dall’essenza stessa della società capitalista, gli scioperi segnano l’inizio della lotta della classe operaia contro questo ordinamento della società. Quando di fronte ai ricchi capitalisti stanno degli operai nullatenenti, isolati, questi non possono che essere completamente asserviti. Quando però questi operai nullatenenti si uniscono, le cose cambiano. Nessuna ricchezza può recare vantaggio ai capitalisti se non trovano degli operai disposti ad applicare il loro lavoro agli strumenti e ai materiali che essi posseggono e a produrre nuove ricchezze. Quando gli operai sono isolati gli uni dagli altri di fronte ai padroni, rimangono degli autentici schiavi e lavorano eternamente per un tozzo di pane per conto di un uomo a loro estraneo, rimangono eternamente dei salariati docili e muti. Ma quando gli operai proclamano insieme le loro rivendicazioni e rifiutano di sottomettersi a colui che ha il portafoglio gonfio, allora essi cessano di essere degli schiavi, diventano degli uomini, cominciano ad esigere che il loro lavoro non serva soltanto ad arricchire un pugno di parassiti, ma dia la possibilità a coloro che lavorano di vivere da uomini. Gli schiavi cominciano ad esigere di diventare padroni, cioè di lavorare  e di vivere non come vogliono i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, ma come vogliono i lavoratori stessi. Gli scioperi incutono sempre terrore ai capitalisti perché incominciano a scuotere il loro dominio. “Tutte le ruote si fermeranno se la tua forte mano lo vorrà”, dice della classe operaia una canzone degli operai tedeschi. E infatti le fabbriche, le officine, le aziende dei grandi proprietari fondiari, le macchine, le ferrovie, ecc. ecc. sono come le ruote di un enorme meccanismo, il meccanismo che crea i diversi prodotti, li lavora, li porta a destinazione. È l’operaio che mette in moto tutto questo meccanismo, coltivando la terra, estraendo il minerale, manifatturando le merci nelle fabbriche, costruendo le case, i laboratori, le ferrovie. Quando gli operai rifiutano di lavorare, tutto questo meccanismo minaccia di arrestarsi. Ogni sciopero ricorda ai capitalisti che i veri padroni non sono loro, ma gli operai, i quali proclamano a voce sempre più alta i loro diritti. Ogni sciopero ricorda agli operai che la loro situazione non è disperata, che essi non sono soli. Osservate quale enorme influenza ha uno sciopero sia sugli scioperanti che sugli operai delle fabbriche attaccate o vicine o delle fabbriche dello stesso ramo di produzione. Nei periodi normali, pacifici, l’operaio porta il suo giogo senza parlare, non contraria il padrone, non discute sulla propria condizione. Durante lo sciopero egli proclama ad alta voce le proprie rivendicazioni, ricorda ai padroni tutti i loro soprusi, proclama i propri diritti, pensa non solo a se stesso e alla sua paga, ma anche a tutti i compagni che hanno abbandonato il lavoro assieme a lui e che difendono la causa operaia senza temere le privazioni. Ogni sciopero porta con sé un gran numero di privazioni per gli operai, privazioni così terribili che si possono paragonare soltanto alle calamità della guerra: famiglie ridotte alla fame, perdita del salario, spesso l’arresto, espulsione dalla città nella quale si è abituati a vivere e si ha un’occupazione. E nonostante tutte queste calamità gli operai disprezzano coloro che abbandonano tutti i compagni e scendono ad un compromesso col padrone. Nonostante le calamità che lo sciopero porta con sé, gli operai delle fabbriche attigue sentono sempre rialzarsi il morale quando vedono che i loro compagni hanno iniziato la lotta. “Uomini che sopportano tante sofferenze per piegare un solo borghese, saranno in grado di spezzare anche la forza dell’intera borghesia”, disse un grande maestro del socialismo, Engels, a proposito degli scioperi degli operai inglesi.3 Spesso basta che scioperi una sola fabbrica perché incominci immediatamente una serie di scioperi in un gran numero di fabbriche.

Tanto grande è l’influenza morale degli scioperi e in modo così contagioso agisce sugli operai la vista dei compagni che, sia pur temporaneamente, si trasformano da schiavi in uomini che hanno gli stessi diritti dei ricchi! Ogni sciopero suggerisce con grande forza agli operai l’idea del socialismo, della lotta di tutta la classe operaia per la sua liberazione dal giogo del capitale. Molto spesso è accaduto che prima di un grande sciopero gli operai di una qualche fabbrica, o di un qualche ramo di produzione, di una qualche città, quasi non conoscessero il socialismo e non vi pensassero; dopo lo sciopero, invece, i circoli, i sindacati si diffondono sempre più e un numero sempre più grande di operai diventa socialista.

Lo sciopero insegna agli operai a comprendere dove sta la forza dei padroni e dove quella degli operai, insegna loro a pensare non soltanto al loro padrone e non soltanto ai loro compagni più vicini, ma a tutti i padroni, a tutta la classe dei capitalisti e a tutta la classe degli operai. Quando un fabbricante che si è fatto dei milioni sul lavoro di alcune generazioni di operai non acconsente al più modesto aumento di salario o cerca addirittura di abbassarlo ancora di più e, nel caso che gli operai resistano, getta sul lastrico migliaia di famiglie affamate, gli operai vedono chiaramente che tutta la classe capitalista è nemica di tutta la classe operaia, che gli operai possono contare soltanto su se stessi e sulla propria unione. Molto spesso accade che il fabbricante cerchi con tutte le forze di ingannare gli operai, di presentarsi come un benefattore, di mascherare lo sfruttamento degli operai con qualche elemosina da nulla, con qualche promessa menzognera. Ogni sciopero distrugge sempre di colpo tutti questi inganni, mostrando agli operai che il loro “benefattore” è un lupo in veste d’agnello.

Ma lo sciopero fa capire agli operai chi sono non soltanto i capitalisti, ma anche il governo e le leggi. Esattamente come i fabbricanti cercano di presentarsi quali benefattori degli operai, i funzionari e i loro tirapiedi cercano di convincere gli operai che lo zar e il suo governo si preoccupano dei padroni e degli operai nello stesso modo, secondo giustizia. L’operaio non conosce le leggi, non ha a che fare con i funzionari, specialmente con quelli superiori, e perciò spesso crede a tutto ciò. Ma ecco, scoppia uno sciopero. Nella fabbrica fanno la loro apparizione il procuratore, l’ispettore di fabbrica, la polizia e spesso l’esercito. Gli operai vengono a sapere che hanno trasgredito le leggi: la legge permette ai fabbricanti sia di riunirsi che di accordarsi apertamente per diminuire il salario degli operai, ma se gli operai si mettono d’accordo fra loro, vengono dichiarati criminali! Si cacciano gli operai dalle loro case; la polizia chiude i negozi dove essi potrebbero comprare i viveri a credito, e contro di loro, persino quando si comportano in modo assolutamente calmo e pacifico, si cerca di aizzare i soldati. Ai soldati si ordina persino di sparare sugli operai, e quando essi uccidono operai inermi, sparando alla schiena di coloro che si disperdono, lo stesso zar invia il suo encomio alle truppe (un esempio: lo zar encomiò i soldati che nel 1895, a Iaroslavl, uccisero degli operai in sciopero). Diventa allora chiaro per ogni operaio che il governo dello zar è il suo peggiore nemico, un nemico che difende i capitalisti e lega mani e piedi agli operai. L’operaio comincia a capire che le leggi vengono emanate nell’interesse dei soli ricchi e che anche i funzionari difendono gli stessi interessi; che al popolo lavoratore viene tappata la bocca e non gli si permette di parlare dei suoi bisogni; che la classe operaia deve necessariamente conquistarsi il diritto di sciopero, il diritto di pubblicare giornali operai, il diritto di partecipare a un organo rappresentativo popolare che deve emanare le leggi e vigilare sulla loro applicazione. Anche il governo stesso comprende molto bene che gli scioperi aprono gli occhi agli operai: ecco perché teme tanto gli scioperi e vuole ad ogni costo soffocarli al più presto. Non a caso un ministro degli interni tedesco, copertosi particolarmente di gloria per aver perseguitato con tutte le sue forze i socialisti e gli operai coscienti, dichiarò un giorno di fronte ai rappresentanti del popolo: “Dietro ogni sciopero è appostata l’idra della rivoluzione”; ogni sciopero rafforza e sviluppa negli operai la consapevolezza che il governo è il loro nemico, che la classe operaia deve prepararsi alla lotta contro il governo per i diritti del popolo.

Gli scioperi, dunque, abituano gli operai all’unione, mostrano loro che soltanto uniti, possono lottare contro i capitalisti, insegnano loro a pensare alla lotta di tutta la classe operaia contro tutta la classe dei fabbricanti e contro il governo autocratico e poliziesco. Ecco perché i socialisti chiamano gli scioperi una “scuola di guerra”, scuola nella quale gli operai imparano a fare la guerra contro i loro nemici, per la liberazione di tutto il popolo e di tutti i lavoratori dal giogo dei funzionari governativi e dal giogo del capitale.

Ma una “scuola di guerra” non è ancora la guerra stessa. Quando fra gli operai si diffondono largamente gli scioperi, alcuni operai (e alcuni socialisti) cominciano a pensare che la classe operaia può limitarsi agli scioperi e alle casse o società di resistenza per gli scioperi, che mediante i soli scioperi la classe operaia può ottenere importanti miglioramenti delle sue condizioni o persino la sua emancipazione. Vedendo quale forza rappresentano l’unione degli operai e persino i loro piccoli scioperi, alcuni pensano che è sufficiente scatenare lo sciopero generale in tutto il paese perché gli operai possano ottenere dai capitalisti e dal governo tutto quel che vogliono. Tale opinione è stata espressa anche da operai di altri paesi, quando il movimento operaio era solo agli inizi e gli operai erano ancora molto inesperti. Ma è un’opinione errata. Gli scioperi sono uno dei mezzi di lotta della classe operaia per la sua emancipazione, ma non sono l’unico mezzo; e se gli operai trascureranno gli altri mezzi di lotta ritarderanno lo sviluppo e i successi della classe operaia. Certo, per la vittoria degli scioperi occorrono casse che sostengano coi loro fondi gli operai durante gli scioperi. Gli operai (abitualmente quelli di singole industrie, di singoli mestieri o reparti) organizzano tali casse in tutti i paesi, ma qui da noi, in Russia, ciò è particolarmente difficile, perché la polizia dà loro la caccia, sequestra il denaro, arresta gli operai. Naturalmente questi sanno anche sfuggire alla polizia; naturalmente l’organizzazione di tali casse è utile e non vogliamo dissuadere gli operai dall’occuparsene. Ma non si può sperare che le casse operaie, essendo interdette dalla legge, possano attrarre una grande massa di aderenti; e quando gli aderenti sono pochi, le casse operaie non possono essere molto utili. Inoltre, persino in quei paesi in cui i sindacati operai possono liberamente esistere e posseggono grandi fondi, persino in quei paesi la classe operaia non può limitarsi nella sua lotta ai soli scioperi. Basta un ristagno nell’industria (la crisi che, per esempio, sta ora approssimandosi anche in Russia) perché i fabbricanti provochino deliberatamente degli scioperi, essendo loro talvolta vantaggioso cessare temporaneamente il lavoro e rovinare le casse operaie. Gli operai quindi non possono assolutamente limitarsi agli scioperi e alle società di resistenza. In secondo luogo, gli scioperi sono vittoriosi soltanto dove gli operai sono già abbastanza coscienti, dove sanno scegliere il momento per scatenarli, sanno presentare le rivendicazioni, hanno legami con i socialisti per procurarsi volantini e opuscoli. Di tali operai però ve ne sono ancora pochi in Russia, ed è necessario tendere tutte le forze per aumentarne il numero, per far conoscere alla massa degli operai la causa operaia, il socialismo e la lotta della classe operaia. I socialisti, insieme con gli operai coscienti, devono prendere su di sé questo compito, costituendo a questo scopo un partito operaio socialista. In terzo luogo, gli scioperi, come abbiamo visto, mostrano agli operai che il governo è il loro nemico e che bisogna lottare contro di esso. E infatti in tutti i paesi gli scioperi passo dopo passo hanno insegnato alla classe operaia come lottare contro i governi per i diritti degli operai e per i diritti di tutto il popolo. Come abbiamo detto or ora, può condurre una tale lotta soltanto un partito operaio socialista che diffonde fra gli operai giuste nozioni a proposito del governo e della causa operaia. Un’altra volta parleremo particolarmente del modo come si conducono gli scioperi qui da noi, in Russia, e come gli operai coscienti devono servirsene. Per il momento dobbiamo rilevare, come abbiano notato più sopra, che gli scioperi sono una “scuola di guerra”, non già la guerra stessa; che gli scioperi sono soltanto uno dei mezzi di lotta, soltanto una delle forme del movimento operaio. Dagli scioperi isolati gli operai possono e devono passare, e realmente passano in tutti i paesi, alla lotta di tutta la classe operaia per l’emancipazione di tutti i lavoratori. Quando tutti gli operai coscienti divengono socialisti, cioè uomini che aspirano a tale emancipazione, quando si uniscono in tutto il paese per diffondere fra gli operai il socialismo, per insegnar loro tutti i mezzi di lotta contro i loro nemici, quando costituiscono un partito operaio socialista che lotta per la liberazione di tutto il popolo dal giogo del governo e per l’emancipazione di tutti i lavoratori dal giogo del capitale, soltanto allora la classe operaia aderisce completamente al grande movimento degli operai di tutti i paesi che unisce tutti gli operai e innalza la bandiera rossa sulla quale è scritto: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”

 

Note

  1. È giunto sino a noi solo il primo degli articoli che Lenin si era proposto di scrivere sull’argomento.
  2. Parleremo un’altra volta in modo più particolareggiato delle crisi nell’industria e del loro significato per gli operai. Per ora ci limiteremo a notare che negli ultimi anni in Russia gli affari degli industriali sono andati molto bene: l’industria “ha prosperato”; ma oggi (fine del 1899) già si nota per chiari indizi che questa “prosperità” finirà con una crisi: col ristagno del mercato, con fallimenti di fabbricanti, con la rovina dei piccoli imprenditori e con terribili sciagure per gli operai (disoccupazione, diminuzione del salario, ecc.). (NdA)
  3. La citazione è presa da F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845)