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Scala mobile dei salari – Una rivendicazione chiave contro l’inflazione

Dopo decenni di prezzi stabili, l’inflazione esplode in Italia e nel mondo. L’Istat stima per il 2022 un aumento dei prezzi del 4,8: una previsione ottimistica che la guerra in Ucraina ha già seppellito. I prezzi stanno semplicemente esplodendo.

Si pone il problema urgente di difendere salari e stipendi da questa catastrofe. Per capire come, è necessario vedere come in passato la classe operaia ha lottato contro il carovita.

È al culmine delle massicce lotte tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 in cui i lavoratori italiani conquistano importanti avanzamenti economici e sindacali, che si afferma uno strumento di difesa dei salari degno di questo nome: la scala mobile.

La scala mobile dei salari era un meccanismo automatico: ogni tre mesi si calcolava l’aumento dei prezzi dei beni di consumo per una famiglia di lavoratori, e i salari venivano aumentati di conseguenza.

 

1975: la conquista della scala mobile

Nel 1974 la situazione economica inizia a peggiorare, il padronato annuncia licenziamenti, cassa integrazione e l’inflazione inizia a galoppare. I lavoratori reagiscono in massa, per difendere l’occupazione e il potere d’acquisto di salari conquistati con tanta fatica.

Per tutto il 1974 quella sul carovita sarà una delle battaglie centrali. Con un’inflazione intorno al 20% gli aumenti contrattuali venivano mangiati rapidamente. A cavallo tra il 1974 e il 1975, Torino diventa la capitale della lotta all’aumento dei prezzi con l’autoriduzione delle bollette e delle tariffe dei trasporti pubblici. Sotto la pressione dei consigli di fabbrica, il sindacato torinese è costretto ad impegnarsi organizzando oltre 150mila utenti. Sugli autobus i lavoratori organizzano l’autoriduzione del biglietto. Tra il 18 ottobre e il 4 dicembre vengono convocati tre scioperi generali per una vera scala mobile.

Confindustria è costretta nel gennaio dell’anno successivo a firmare l’accordo che unifica il punto di contingenza (ossia lo scatto salariale) unico uguale per tutte le categorie al livello più alto, garantendo una piena copertura contro l’inflazione. Una conquista storica.

 

La controffensiva padronale

Per i padroni si tratta di prendere tempo in un momento in cui lo scontro frontale con il movimento operaio è per loro impossibile. La crisi del 1979-82, con le sue pesanti ristrutturazioni, e la svolta internazionale verso politiche economiche restrittive creano le condizioni per la controffensiva padronale. La svolta avviene con la sconfitta degli operai Fiat nell’autunno del 1980. Da lì in avanti il movimento operaio è in ritirata.

Il primo attacco alla scala mobile è del gennaio del 1983 col governo di centrosinistra a guida democristiana che taglia i decimali dei punti di contingenza. Più che un vero attacco è una iniziativa per saggiare la resistenza dei vertici sindacali. L’esperimento va a segno, i segretari di CGIL, CISL e UIL accettano il taglio senza colpo ferire.

Un anno dopo il governo Craxi rilancia l’offensiva. Incoraggiato dalla passività dei vertici sindacali, il 14 febbraio 1984 il governo vara il “decreto di San Valentino” che abolisce 4 punti di contingenza.

Craxi, primo ministro socialista, conta sull’appoggio dei dirigenti di CISL, UIL e della corrente socialista nella CGIL. Ma in realtà tutta la burocrazia sindacale è da anni in ritirata. Dopo avere abbracciato la “politica dei sacrifici” nel 1977, i dirigenti sindacali sono completamente succubi della pressione della classe dominante. La campagna martellante che per anni attribuisce la colpa dell’inflazione ai salari troppo alti e alla scala mobile di fatto ha conquistato anche loro.

Ma l’attacco frontale suscita una immediata mobilitazione spontanea dei lavoratori. Manifestazioni, scioperi, cortei attraversarono il paese da nord a sud, le cronache di quei giorni raccontano di una mobilitazione partita spontaneamente da migliaia di delegati e attivisti di centinaia di fabbriche in tutto il paese. Nasce da quella mobilitazione il movimento dei consigli di fabbrica autoconvocati. La componente comunista della CGIL (maggioritaria) è costretta ad assecondare il movimento per non perderne completamente il controllo.

La mobilitazione culminerà con una grande manifestazione a Roma il 23 marzo 1984 a cui parteciparono oltre 700mila lavoratori. È però anche l’ultima mobilitazione di massa prima del referendum che si terrà nel giugno dell’anno successivo. La CGIL abbandona il campo, lo sciopero generale promesso dai vertici non si farà mai. Il referendum non viene realmente sostenuto né dal Pci né dalla CGIL, che fino all’ultimo cercano di evitarlo con un compromesso.

Nella mancanza di riferimenti, in un clima ormai di riflusso e sotto una campagna martellante che promette la fine dell’inflazione, la sconfitta è annunciata. Il No prevale con 18 milioni di voti contro 15.

 

1992: “l’autunno dei bulloni”

Il colpo finale arriva nel 1992, quando la crisi verticale dell’economia e il crollo della lira permettono alla borghesia di imporre in parlamento un governo di emergenza guidato da Giuliano Amato. Il governo “tecnico”, con l’appoggio della quasi totalità del parlamento, porta avanti una politica di lacrime e sangue, con l’abolizione della scala mobile, una finanziaria da quasi 100 miliardi di lire e la privatizzazione delle principali aziende pubbliche.

I sindacati firmano la resa la notte del 31 luglio, alla vigilia delle ferie con le fabbriche che stanno chiudendo.

La rabbia è enorme e le manifestazioni autunnali convocate contro la finanziaria diventano l’occasione per contestare i vertici. In molte città i dirigenti sindacali vengono accolti da pesanti contestazioni, fischi e lancio di bulloni. La contestazione assume una tale portata che la stampa battezzerà quel periodo “la stagione dei bulloni”. Il sussulto della classe operaia fu poderoso, ma ancora una volta privo di una direzione. La sinistra della CGIL, guidata da Bertinotti, si eclissa nel momento decisivo permettendo alla burocrazia sindacale di guadagnare tempo e riprendere il controllo della situazione.

Oggi è compito di ogni delegato sindacale che voglia davvero difendere gli interessi dei lavoratori studiare le lezioni della nostra storia. Il movimento operaio saprà riscoprire le sue migliori tradizioni di lotta e le parole d’ordine più avanzate, come quella della scala mobile e dei metodi di lotta che permisero quelle conquiste. Sta a noi aiutare questa presa di coscienza e rompere la passività di questi dirigenti sindacali.