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Rivoluzione e controrivoluzione in Siria

[Intervento di Antonio Erpice al seminario nazionale di formazione “La lotta del popolo palestinese, la rivoluzione araba e il movimento operaio internazionale” (Milano, 13 dicembre 2025).]

La Siria non è stata solo la patria, insieme all’Iraq, del Baath (il movimento nazionalista panarabo) ma anche il paese dove l’esercito arrivò ad espropriare la borghesia, dando vita ad un modello di bonapartismo proletario simile a quello che esisteva nella Russia stalinista.

Il regime Baath formalmente è crollato solo nel dicembre del 2024, quando il potere è stato preso dai miliziani jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham, ma in realtà il regime nella sua fase finale era molto diverso da quello originario.

Per capire fino in fondo la traiettoria degli Assad, che hanno governato la Siria per decenni, dobbiamo partire dal ruolo che ha avuto storicamente l’imperialismo in Medio oriente.

L’imperialismo inglese e quello francese usarono i popoli arabi contro l’impero ottomano, promettendo loro l’indipendenza mentre si spartivano a tavolino l’area. La Siria fu sottoposta al mandato francese. La Francia non solo divise la Siria dal Libano, ma frammentò il paese in cinque aree più piccole, rendendo impossibile la nascita di un vero Stato nazionale e alimentando i conflitti su base religiosa ed etnica per imporre meglio il proprio dominio. Questo produsse un forte sentimento nazionalista contro un mandato considerato illegittimo. A partire dai drusi scoppiò una prima rivolta nel 1925-27, che assunse i toni di una rivolta nazionale; la stessa Damasco venne bombardata per ripristinare l’ordine: ci vollero due anni affinché i francesi riprendessero il pieno controllo del paese.

Nonostante numerosi tentativi, come quello portato avanti nel 1936 dal governo del Fronte Popolare francese, le trattative per arrivare all’indipendenza della Siria non produssero nulla. Il paese riuscì a ottenere la sovranità solo nel 1946, ma l’indipendenza formale non risolse nessun problema. Il potere restava concentrato nelle mani dei grandi proprietari terrieri e dei settori che gestivano il commercio, erano gli stessi con cui avevano interloquito i francesi durante il loro mandato.

La situazione era simile a quella di altri paesi ex-coloniali: la borghesia nazionale siriana era debole e a tutti gli effetti al servizio dell’imperialismo occidentale. Questa debolezza rendeva il paese instabile, tant’è vero che fin da subito si sviluppò una certa autonomia di azione dell’esercito e della casta militare.

I primi anni dopo l’indipendenza furono caratterizzati da continui colpi di Stato, in cui si alternavano al potere settori ispirati al nazionalismo arabo e altri più filooccidentali: uno scontro che rifletteva un processo di polarizzazione economica e sociale.

In questo contesto uno dei passaggi determinanti fu il nasserismo in Egitto, che ebbe un impatto profondo in Siria. Un pezzo della borghesia, nel tentativo di sedare la possibilità di una rivoluzione socialista e preoccupato dalla crescita significativa del Partito comunista siriano, si orientò all’esperienza nasseriana in Egitto, pensando di risolvere in questo modo i problemi che aveva in casa.

Nel 1958 i due paesi si unirono nella Repubblica Araba Unita. L’esperimento durò qualche anno ma nell’insieme fu un fallimento. L’Egitto aveva l’obiettivo di estendere il proprio mercato e tenere la Siria in una posizione di subalternità; questo rappresentava un limite importante ma la rottura avvenne attorno alle misure di Nasser come la riforma agraria, attraverso cui veniva portata avanti la redistribuzione della terra, e la nazionalizzazione delle più grandi compagnie siriane.

Furono queste misure ad allarmare la casta militare reazionaria siriana, che con un colpo di stato nel 1961 mise fine all’unione con l’Egitto, annullando le misure progressiste.

Restavano però tutte le difficoltà di sviluppare l’economia nazionale su basi private, l’arretratezza economica richiedeva grandi investimenti che la borghesia locale non voleva né poteva affrontare. Come spiegò Trotskij nella teoria della rivoluzione permanente, la borghesia nei paesi arretrati non è in grado di assolvere i propri compiti. In Russia, infatti, fu la classe operaia a farlo sotto la direzione del partito bolscevico, ma in Siria e negli altri paesi ex coloniali questo non era possibile a causa della politica di subalternità alla borghesia dei partiti stalinisti. Così, la rivoluzione permanente trovava la sua espressione in una forma distorta, attraverso il ruolo particolare che giocò l’esercito.

L’esercito divenne il canale d’espressione per alcuni degli strati più oppressi, come le minoranze religiose e i settori popolari che erano esclusi dall’istruzione universitaria.

Nel 1963 la parte più giovane e radicale degli ufficiali, organizzata prevalentemente nel partito Baath andò al potere con un colpo di Stato e attuò la nazionalizzazione di settori sempre più estesi dell’economia, comprese le banche, l’industria e il commercio. Effettuò anche la redistribuzione della terra, andando ben oltre le proposte di Nasser. Questo processo fu portato avanti in modo unilaterale e in tempi brevi: nel 1965 la maggior parte delle grandi imprese era stata completamente o parzialmente nazionalizzata.

Quando di fronte all’opposizione del clero e dei padroni, un settore dell’esercito sembrò disponibile al compromesso, ci fu un nuovo colpo di Stato di giovani ufficiali guidato da Jadid nel 1966 che completò e rafforzò il processo di nazionalizzazioni e di esproprio della borghesia, portando la maggior parte dell’economia nelle mani dello Stato. In questo scontro, che nei fatti era uno scontro tra rivoluzione e controrivoluzione, il governo Baath dovette appoggiarsi sugli operai e i contadini, che manifestarono in massa a difesa delle loro misure.

Il baathismo produsse un sistema modellato su quello sovietico, che funzionava con un’economia pianificata e dei piani produttivi. Come in Russia, o in Cina, le nazionalizzazioni avevano un ruolo progressista, ma mancava qualsiasi forma di democrazia operaia e di controllo operaio sulla produzione.

La Siria era un regime di bonapartismo proletario, in cui il potere era nelle mani di una burocrazia privilegiata che dirigeva un’economia a controllo statale: uno stato operaio deformato. In questo contesto era inevitabile che nell’esercito e nel Baath si riflettessero gli interessi presenti nella società e in ultima analisi i diversi interessi di classe.

Il settore più giovane e radicale prevalse sui settori più moderati ma lo scontro si sarebbe protratto fino al 1970. Nella generazione dei giovani ufficiali Salah Jadid rappresentava la sinistra, l’ala più radicale, mentre Hafef al-Assad emerse come l’esponente dell’area più pragmatica, che fece sentire la propria voce dopo la sconfitta della Guerra dei sei giorni del ’67, in cui Israele occupò le alture del Golan.

Assad nel 1969 divenne ministro della difesa e durante il settembre nero del ‘70, quando il re di Giordania provò a schiacciare le organizzazioni palestinesi, si rifiutò di sostenere la resistenza palestinese. Nella crisi che si aprì subito dopo nel partito, prese il potere appellandosi all’esercito e facendo arrestare Jadid.

Con Assad, che governò il paese per trent’anni, il potere venne concentrato nelle mani di un uomo solo. Il suo divenne un regime fortemente centralizzato, con i militari nei posti chiave e una massiccia burocratizzazione dello Stato.

Grazie all’economia pianificata vi fu lo sviluppo dell’industria, i cui addetti in un ventennio triplicarono. Vennero sviluppate le infrastrutture, il paese fu modernizzato, all’istruzione venne data massima centralità. Assad rappresentò quindi la stabilità del paese, resa possibile per mezzo della crescita economica, che negli anni ’70 progredì ad un tasso medio annuo del 9,7%.

Assad però fin dall’inizio fu il fautore delle aperture al mercato e agli investimenti privati. All’inizio queste misure erano parziali e non intaccavano la natura complessiva del regime, ma le cose cambiarono con gli anni ‘80 e specie gli anni ’90, dopo il crollo del blocco sovietico.

Negli anni ‘80 infatti emersero i limiti del controllo burocratico sulla produzione, ci fu una brusca frenata nella crescita e, proprio come avvenne in Russia, ci si mosse verso l’apertura a mercato. Nell’86 fu permesso un ampliamento dell’attività industriale e degli investimenti privati mentre vennero ridotti i controlli governativi per l’importazione di alcune merci. Si cominciava cioè a smantellare il monopolio statale sul commercio estero, che è una prerogativa fondamentale di un’economia pianificata.
Il modello da seguire divenne quello cinese: l’economia socialista di mercato. Inizialmente queste erano misure volte a stimolare l’economia ma dopo il crollo del blocco sovietico fu intrapresa la strada verso la restaurazione del capitalismo.

Quando Bashar Al-Assad prese il posto del padre nel 2000, lo fece in un clima montante di pressione per l’approvazione di riforme economiche, oltre che per quelle democratiche. Analogamente alla Cina, il potere del settore privato diventava sempre maggiore, mentre il regime restava autoritario. Negli anni 2000 il processo di restaurazione capitalista accelerò notevolmente, il tipo di capitalismo che si andava sviluppando non era però gradito all’imperialismo statunitense o europeo. Era un “capitalismo clientelare”, che si basava sul passaggio di proprietà dello Stato a uomini del regime o a privati strettamente legati ad essi, a partire dai familiari.

Nel decennio 2000-2010 la transizione dalla pianificazione economica al capitalismo si consolidò, vi fu un cambiamento qualitativo ben visibile. Nel 2007 già il 70% dell’economia siriana era in mano ai privati. Il rovescio della medaglia fu il crescente impoverimento di buona parte della popolazione e una polarizzazione sempre più estrema.

Quando nel 2011 con le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto cominciò la primavera araba, il processo si allargò anche alla Siria. Questo fu possibile proprio per il malessere crescente che c’era nei confronti del regime da parte della popolazione, che si trovava ad affrontare condizioni materiali insostenibili. Il regime di Assad aveva evidentemente più solidità di quello di Ben Ali in Tunisia o di quello di Mubarak in Egitto e non cadde immediatamente, ma scoppiò una guerra civile che non si è ancora conclusa. Quella che inizialmente fu una rivolta contro il regime partita dai settori giovanili, in mancanza di una direzione all’altezza si trasformò in qualcosa di molto diverso.

La lotta di massa rifluì e il terreno militare divenne il teatro per uno scontro in cui intervennero vari paesi. L’imperialismo, pur di rovesciare Assad, si inserì nel conflitto con ogni mezzo, in particolare finanziando, insieme alla Turchia e ai paesi del golfo, le forze del fondamentalismo islamico e ogni tipo di forza reazionaria. Questo ha prodotto, specie nei settori stalinisti, l’idea della difesa del regime di Assad come se si trattasse di un regime antimperialista, quando in realtà non lo è mai stato. Basta vedere come si è relazionato nel tempo alla questione palestinese o alle guerre in Iraq.

L’intervento della Russia degli scorsi anni era stato decisivo per far recuperare posizioni ad Assad e aveva messo in difficoltà l’imperialismo americano. Il suo sostegno però non è bastato, perché nel paese nessuno è stato più disposto a difenderlo. Questo spiega la facilità con cui i miliziani di Al Sharaa sono entrati a Damasco, un’avanzata resa possibile anche grazie all’appoggio della Turchia.

L’ex combattente dello Stato islamico e di Al-Queda si è dato una ripulita e si presenta come un liberale, applaudito da tutti i paesi che attendono la “nuova Siria”. Ma la Siria oggi è un paese frammentato, diviso su linee settarie e con territori controllati da diversi gruppi etnici come i drusi e i curdi. Verso la Siria abbiamo visto intensificarsi anche l’intervento di Israele, finalizzato ad accrescere la propria influenza nell’area.

I fondamentalisti al potere hanno già attuato dei pogrom contro gli alawiti, che sono la minoranza di cui fa parte la famiglia Assad. Agiscono al servizio dell’imperialismo, che saccheggerà ulteriormente un paese straziato, dove ci sono stati quasi 600mila morti e milioni di profughi. La Siria laica e progressista, un tempo una tra le società più avanzate del Medio oriente, è stata seppellita.

In Siria non abbiamo mai visto il socialismo, ma abbiamo visto fin dove si è spinta la barbarie. Se non rovesciamo questo sistema non ce ne libereremo mai, né noi, né i popoli del Medio oriente!

Per approfondire:

Siria – Quello che era il regime di Assad e ciò che è diventato

Syria – A reply to Kumar di Ted Grant

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