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Processo per la strage di Bologna – Dopo oltre 40 anni lo Stato è colpevole

La sentenza di primo grado del processo ai mandanti della strage alla stazione di Bologna, quando il 2 agosto 1980 l’esplosione di una bomba posta nella sala d’aspetto di fronte al primo binario fece 85 morti e 200 feriti è stata emessa dalla Corte di Assise del capoluogo emiliano nell’aprile 2022. Le motivazioni, dopo un anno, sono state pubblicate all’inizio di aprile 2023, confermando le notizie emerse a partire dal 2020.

Precedentemente erano già stati condannati definitivamente, come esecutori materiali, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (1995), Luigi Ciavardini (2007) e in primo grado Gilberto Cavallini (2020), terroristi appartenenti alle organizzazioni fasciste NAR e Terza Posizione, attive tra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta.

Anche il principale imputato dell’ultimo processo, Paolo Bellini, militante di Avanguardia Nazionale, un’altra organizzazione neofascista, è stato condannato all’ergastolo per avere partecipato alla strage.

Questo dato è importante perché, come è stato ricostruito dalla magistratura, contribuisce a dimostrare che i terroristi dei NAR, con i quali si identificano principalmente Fioravanti e Mambro, non hanno agito da soli, in nome di un supposto “spontaneismo armato”. La tesi che si trattasse solamente di un gruppo di ragazzi dalle idee confuse è stata portata avanti per molti anni anche dalla magistratura ed è alla base delle tesi innocentiste che sono state diffuse in primo luogo da coloro che hanno depistato le indagini, per allontanare da loro stessi la responsabilità della strage.

 

I legami tra terrorismo nero e lo Stato

Bellini infatti, come è emerso dal processo e come racconta la sua stessa rocambolesca vicenda, è al centro di importanti legami con le istituzioni dello Stato. Il più incredibile, quello con il procuratore della Repubblica di Bologna Ugo Sisti, che il 3 agosto, giorno successivo alla strage, venne trovato da una perquisizione della polizia in un albergo in provincia di Reggio Emilia di proprietà della famiglia Bellini. Il procuratore Sisti era amico del padre di Paolo, Aldo Bellini, e la polizia in quell’occasione stava facendo accertamenti su una serie di militanti di estrema destra tra i quali Paolo, all’epoca latitante con la falsa identità di un pilota d’aereo brasiliano, proprio in riferimento alla strage del giorno precedente. Ovviamente le spiccate simpatie politiche per l’estrema destra di Bellini padre e figlio erano ben note alla polizia e all’autorità giudiziaria.

Ma c’è anche altro.

Licio Gelli

L’inchiesta sui mandanti ha infatti riscontrato che almeno cinque milioni di euro, sottratti al Banco Ambrosiano, transitarono, nei momenti immediatamente precedenti e successivi all’attentato, dalla disponibilità di Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, a determinati personaggi come il giornalista e deputato dell’MSI Mario Tedeschi, ex appartenente alla Decima Mas della Repubblica Sociale Italiana, che si sarebbe occupato principalmente dei depistaggi a mezzo stampa, Federico Umberto D’Amato, capo dell’ufficio Affari riservati del ministero degli interni, che risulta essere stato in contatto con Stefano Delle Chiaie (per altro conosciuto direttamente anche dallo stesso Gelli) ed altri organizzatori di gruppi fascisti dediti anche ad attentati e omicidi. Secondo le indagini era coinvolto anche il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Ugo Zilletti, intimo amico del factotum finanziario di Gelli, Mario Ceruti.

L’aspetto più interessante è che molti fatti erano già chiari pochi anni dopo la strage. Gelli venne arrestato in Svizzera nel 1982 (evaderà poco più tardi) per reati finanziari: ricettazione e bancarotta fraudolenta. Come riporta il servizio di Speciale Tg1 “Licio Gelli l’uomo del potere occulto” dello stesso anno, citando un comunicato dell’allora procuratore di Lugano Bernasconi1:

‘Le indagini sono partite dopo la scoperta, in diverse banche svizzere, di ingenti fondi trasferiti indebitamente da alcune filiali estere del vecchio Banco Ambrosiano. Un capitale di oltre 100 milioni di dollari che (…) era stato affidato a persone di fiducia del defunto Roberto Calvi tra cui Licio Gelli. ‘.

Più avanti nel corso dello stesso servizio si dice, dopo la rievocazione della esperienza di Gelli come volontario nella guerra civile spagnola dalla parte dei fascisti:

“Bologna 1980. Due agosto, strage della stazione (…) Del più sanguinoso episodio della lunga stagione del terrorismo in Italia non si conoscono ancora mandanti ed esecutori. Ma nell’ultima pista seguita dai magistrati bolognesi compare il nome di Licio Gelli. Il massacro sarebbe stato deciso nell’aprile dell’80 (…) e commissionato a un gruppo di fascisti italiani e di mercenari. Solo un’ipotesi ancora, avvolta da dubbi, ma la notizia dell’arresto di Gelli è stata accolta con queste parole dal giudice istruttore di Bologna Aldo Gentili: ‘Gelli? Ci interessa, e tanto. E’ importante per queste inchieste, molto importante‘”.

Gelli verrà condannato per i depistaggi negli anni successivi, assieme a dirigenti dei servizi segreti come il capo del servizio segreto militare (Sismi) Pietro Musumeci e il suo vice Giuseppe Belmonte e al collaboratore Francesco Pazienza, ma la traccia del passaggio di denaro da Gelli e dai suoi collaboratori agli esponenti istituzionali e da lì ai gruppi di terroristi neri, il famoso “documento Bologna”, che ne ha chiarificato il ruolo come mandante, è stata ricostruita nella sua completezza solo a partire dal 2020.

Un simile ritardo di decenni non si può spiegare solamente con la lunghissima serie di depistaggi che i servizi di sicurezza hanno operato nel corso del tempo, ma soprattutto con l’aperta opposizione alla ricerca della verità che lo Stato stesso ha posto in essere, a partire dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. La classe dominante, alla quale in ultima analisi risponde lo stato borghese, non può consentire ad essere processata.

 

La lotta dei familiari delle vittime

E’ stata infatti solo la determinazione dell’associazione tra i familiari delle vittime a fare riaprire le indagini sulla strage alla ricerca dei mandanti dell’attentato. La procura della Repubblica presso il tribunale aveva infatti chiesto l’archiviazione del caso, con motivazioni che gli avvocati di parte civile hanno giudicato estremamente deboli, se non inesistenti. La procura generale presso la corte d’appello di Bologna ha quindi avocato a sé l’inchiesta e ciò ha permesso di fare partire il processo.

Paolo Bellini

Il lavoro dell’associazione tra i familiari delle vittime ha quindi consentito di ritrovare un filmato amatoriale, girato da un turista svizzero, che riprende i momenti precedenti e successivi all’attentato. In questo filmato, pochi minuti dopo l’esplosione, si nota un giovane aggirarsi tra le vittime e le macerie, che durante il processo è stato riconosciuto dalla ex moglie come Paolo Bellini.

Si è poi potuto verificare che il documento nel quale erano annotati i movimenti di denaro di Gelli già in possesso degli investigatori negli anni 80, era stata trasmesso in modo incompleto dalla polizia alla magistratura, senza l’intestazione “Bologna” che lo avrebbe ricondotto alla strage.

E’ inoltre emerso che l’avvocato di Gelli nel 1987 ha incontrato un incaricato di Vincenzo Parisi, in quel momento capo della polizia e precedentemente collaboratore di Federico Umberto D’Amato, consegnandogli una lettera (il “Documento Artigli”) nella quale gli inquirenti venivano ricattati: Gelli minacciava di tirare fuori gli artigli (“i pochi che aveva”) se le indagini nei suoi confronti avessero preso una piega per lui spiacevole. Infatti negli anni successivi, a parte le condanne per i depistaggi, i suoi movimenti bancari non vennero ricollegati alla strage e quindi non venne mai imputato come mandante.

E’ interessante infine citare il fatto che alcuni agenti della polizia scientifica sono al momento indagati a seguito della loro testimonianza al processo. Secondo la procura generale, avrebbero manomesso una intercettazione ambientale nella quale si sostiene che Bellini abbia partecipato alla strage.

Dallo svolgimento del processo è evidente il coinvolgimento dei cosiddetti “apparati dello stato” e segnatamente strutture di polizia o dei servizi segreti, con il ruolo di cinghia di trasmissione tra i ricchi borghesi e membri della classe dominante, di cui Gelli è espressione, e figure criminali pagate profumatamente per seminare il terrore indiscriminato tra la popolazione, con gli attentati e le stragi.

Tutto ciò non è sicuramente una novità.

La cosiddetta ‘strategia della tensione’, portata avanti a partire dal 1969 da settori della classe dominante con la strage di Piazza Fontana a Milano, proseguita con le stragi Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus (1974), della stazione di Bologna (1980) e del Rapido 904 a San Benedetto val di Sambro (1984) oltre ad altri episodi minori e nella quale per alcuni aspetti, come il ricorrere in determinati casi del coinvolgimento delle stesse persone, si possono includere le stragi del 1992-93 (Falcone, Borsellino, attentati a Roma e Milano), è stata utilizzata in Italia per bloccare l’avanzamento della lotta di classe e scongiurare, dal punto di vista della borghesia, il rischio di una rivoluzione, oltre a spostare e ridefinire i rapporti di forza tra settori della classe dominante stessa, anche in questo caso a spese della vita di lavoratrici e lavoratori.

Ma non bisogna cadere nell’errore di considerare la presenza attiva dello Stato in queste vicende come la conseguenza di una degenerazione morale di alcune persone o gruppi di persone. La logica dei “servizi segreti deviati” non regge più.

 

Lo Stato, corpi di uomini armati a servizio della borghesia

Come si può desumere dallo studio delle vicende storiche, e come sostengono i marxisti, lo Stato non è altro, in ultima analisi, che un insieme di apparati e di corpi armati al servizio della classe dominante, che lo usa come strumento di oppressione nei confronti delle classi subalterne.

Concretamente, ciò significa che è nella natura e nell’ambito del funzionamento normale dello stato borghese il fatto di potersi servire di manovalanza fascista, o di organizzazioni criminali, se questo serve a mantenere il dominio della borghesia in situazioni in cui dalla stessa è ritenuto necessario o conveniente il ricorso alla violenza.

Anche se la democrazia liberale è il sistema politico preferito dalla grande borghesia, che le permette di dedicarsi ai propri interessi, vale a dire l’accumulazione dei profitti e lo sfruttamento della classe lavoratrice, in relativa tranquillità, questa gente non esita a mettere da parte ogni apparente scrupolo morale e senso di umanità non appena si sente direttamente minacciata dall’ avanzata delle lavoratrici e dei lavoratori, ricorrendo a qualsiasi mezzo possibile per arrestarla e perpetuare il proprio potere. Proprio ciò che è avvenuto in Italia dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta.

Neppure il fatto che in Italia sia in vigore dal 1948 una delle costituzioni più avanzate del mondo, comunque frutto di un compromesso tra gli interessi della grande maggioranza della popolazione e quelli dei capitalisti, ha impedito il verificarsi di questi crimini, né che solamente dopo decenni si stia lentamente scoprendo come siano effettivamente andate le cose.

Esistono teorie alternative sulla strage di Bologna, che fanno riferimento a scenari internazionali e lotte di potere nell’ambito mediterraneo come motivazioni dell’eccidio. Questi scenari sono stati strumentalizzati in maniera vergognosa dalle destre con lo scopo di assolvere i neofascisti. La cosiddetta “pista palestinese”, che ipotizza una deflagrazione accidentale dell’esplosivo, diretto appunto alle organizzazioni armate palestinesi e maneggiato da un corriere maldestro, sembra essere stata derubricata al rango di depistaggio. Altre ipotesi possono essere complementari rispetto al quadro generale.

In ogni caso è solamente con un cambiamento radicale nella società, solamente con una rivoluzione socialista e con la presa del potere da parte dei lavoratori, avremo la garanzia che simili fatti non si possano più ripetere e potremo fare piena luce sugli aspetti più oscuri della nostra storia.