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Lula vince, ma Bolsonaro non è morto

Lula ha vinto le elezioni presidenziali in Brasile. Ha sconfitto Bolsonaro, il candidato della destra più reazionaria, con il 50,9% dei voti.

Eppure, una vittoria data per certa, con grande distacco nei sondaggi sino a pochi mesi fa data la gestione criminale della pandemia di Bolsonaro (il Brasile ha contato oltre 700mila morti), è stata ottenuta solo per un’incollatura. Come è stato possibile?

Bolsonaro ha fatto appello alle forze più oscurantiste e retrive del paese. Ha ottenuto l’appoggio convinto della borghesia agroalimentare (settore che vale il 40% del Pil) e ha usato tutto il peso dell’apparato dello stato per ribaltare i sondaggi. Il giorno del ballottaggio ci sono stati arresti di militanti del Pt e la Polizia stradale federale ha cercato di impedire il voto nelle roccaforti di Lula.

Il paese è totalmente polarizzato. Il Nord est più povero ha votato massicciamente per Lula. Nel Sud est più ricco si è imposto Bolsonaro, anche se a San Paolo, la città più popolosa e centro industriale del paese, la sinistra ha vinto. Però nello Stato di San Paolo il governatore del Pt è stato sconfitto dal candidato di Bolsonaro.

Mentre scriviamo, Bolsonaro non ha ancora ammesso la sconfitta. Nella radicalizzazione a destra della sua campagna elettorale, potrebbe appoggiarsi all’esercito e lanciare una sfida a Lula, stile Trump nel 2020. Il suo partito detiene la maggioranza relativa in Parlamento e controlla gli stati più popolosi: oltre a quello di San paolo, Rio de Janeiro e Minas Gerais.

Bolsonaro poteva essere sconfitto ben prima. Tutto il suo mandato è stato caratterizzato da proteste di massa, al grido di “Fora Bolsonaro”. Tuttavia la direzione del PT e dei sindacati ha rimandato il giorno della sua defenestrazione alla scadenza naturale del mandato.

Arrivata la campagna elettorale, Lula ha cercato di fornire un’immagine moderata di sè. Il suo candidato alla vicepresidenza era Gerardo Alckmin, suo rivale nel 2006 e leader del principale partito della borghesia brasiliana, il Psdb.

Pochi giorni prima del secondo turno, ha pubblicato una “lettera per il Brasile di domani”. Nella lettera ci sono belle parole, “democrazia”, “libertà”, “sviluppo sostenibile”, “speranza”, ecc. Ma al centro c’è ancora una volta l’impegno che un nuovo governo Lula rispetterà gli interessi fondamentali del capitale: “È possibile combinare responsabilità di bilancio, riduzione del debito pubblico, responsabilità sociale e sviluppo sostenibile.”

Sono illusioni pericolose: non si possono servire due padroni.

La vittoria di Lula è un primo passo, ora si deve organizzare la lotta per un vero cambiamento, quello per cui le masse dei lavoratori e dei poveri hanno votato Lula. Bisogna rafforzare l’organizzazione indipendente delle masse e la lotta nei luoghi di lavoro e nelle scuole, utilizzando i metodi del movimento operaio: manifestazioni, scioperi, occupazioni.

L’entrata in scena delle masse oppresse è ciò che può garantire che l’estrema destra e il bolsonarismo vengano messi nel cestino della storia, perché anche se Bolsonaro è stato sconfitto alle elezioni, non sono state sconfitte le forze reazionarie che lo sostengono e che continueranno ad esercitare il loro potere fino a quando il capitalismo non verrà messo da parte.

*sulla base del materiale pubblicato dai compagni di Esquerda marxista