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Lezioni dell’Ottobre (estratto)

di Lev Trotskij

 

La caduta dello zarismo nel febbraio 1917 significò naturalmente un enorme passo avanti. Ma se si considera la rivoluzione di febbraio nel suo quadro specifico, cioè non come progresso verso l’Ottobre, si vede che essa comportò soltanto un avvicinamento della Russia al tipo di repubblica borghese quale è per esempio la Francia. I partiti rivoluzionari piccolo borghesi considerano la rivoluzione di febbraio, secondo il loro interesse, non come una rivoluzione borghese e neppure come un passo avanti verso la rivoluzione socialista, ma come un fatto “democratico” fine a se stesso.

Su questa base essi fondarono anche la loro ideologia della difesa rivoluzionaria della patria. Essi non difendevano la dominazione di questa o quella classe, ma la “rivoluzione” e la “democrazia”. Ma anche nel nostro partito la rivoluzione di febbraio turbò fortemente, in un primo tempo, le prospettive politiche. Nelle giornate di marzo la Pravda era sostanzialmente molto più vicina al punto di vista della “difesa rivoluzionaria della patria” che al punto di vista di Lenin. (…

Se la democrazia tedesca e austriaca non ascolta la nostra voce (cioè la ‘voce’ del governo provvisorio e dei soviet opportunisti, L. T.), allora difenderemo la nostra patria fino all’ultima goccia di sangue” (Pravda, n. 9 del 15 marzo 1917).

Quest’articolo non è un’eccezione. Al contrario, esso esprime con tutta chiarezza il punto di vista tenuto dalla Pravda prima del ritorno di Lenin in Russia.

Dichiarazioni simili a queste – che sostengono nascostamente la difesa patriottica e il compromesso – potrebbero essere citate in buon numero. Nello stesso tempo, e anche una settimana prima, Lenin, che si trovava ancora nella sua gabbia zurighese, nelle Lettere da lontano (che in gran parte non giunsero alla Pravda) condannava ogni ombra di concessione alla difesa patriottica e all’opportunismo. (…)

Il 4 aprile, un giorno dopo essere arrivato a Pietrogrado, Lenin attacca energicamente il punto di vista sostenuto dalla Pravda nella questione della guerra e della pace:

Non appoggiare in alcun modo il governo provvisorio — egli scrive — mettere a nudo tutta la falsità delle sue promesse, particolarmente in merito alla sua rinuncia ad ogni annessione, smascherare questo governo, invece di abbandonarsi alla rivendicazione inammissibile e illusoria secondo cui esso dovrebbe cessare di essere imperialista” (Lenin, Opere, ed. russa, vol. XIV, parte I, p. 189). (…)

La Conferenza di aprile

Il discorso tenuto da Lenin, alla stazione di Finlandia, sul carattere sociale della rivoluzione russa ebbe l’effetto di una bomba per molti dirigenti del partito. La polemica fra Lenin e i sostenitori del “completamento della rivoluzione democratica” cominciò già il giorno del suo arrivo.

Oggetto di questo aspro conflitto era la dimostrazione armata di aprile, in cui fu proclamata la parola d’ordine “Abbasso il governo provvisorio!”. Questa circostanza offrì l’occasione ad alcuni rappresentanti dell’ala destra di accusare Lenin di blanquismo.1

Il rovesciamento del governo provvisorio, che in quel periodo era appoggiato dalla maggioranza dei soviet, poteva essere provocato soltanto aggirando la maggioranza dei lavoratori. Da un punto di vista formale questo rimprovero poteva apparire fondato, ma nella sostanza la politica seguita da Lenin in aprile non conteneva ombra di blanquismo. Per lui, anzi, la questione era di sapere in che misura i consigli continuassero a rispecchiare i reali sentimenti delle masse, e se il partito non s’ingannasse orientandosi secondo la maggioranza dei soviet. La dimostrazione di aprile, che andò “più a sinistra” del necessario, fu una ricognizione di esploratori per sondare lo stato d’animo delle masse e i rapporti tra esse e la maggioranza dei soviet. Questo sondaggio portò alla conclusione che era necessario un lungo lavoro preparatorio. Sappiamo con quanta durezza Lenin biasimò quelli di Kronstadt che all’improvviso dichiararono di non riconoscere il governo provvisorio.

Gli avversari della lotta per il potere considerarono la questione in modo del tutto diverso. Alla conferenza di partito dell’aprile il compagno Kamenev si lamentò:

Nel numero 19 della Pravda qualche compagno (si tratta evidentemente di Lenin, L. T.) presentò per la prima volta una risoluzione sul rovesciamento del governo provvisorio, che fu pubblicata ancor prima dell’ultima crisi. Poi questa parola d’ordine fu respinta perché avrebbe provocato disorganizzazione e fu definita avventurista. Ciò vuol dire che durante questa crisi i nostri compagni hanno imparato qualche cosa. La risoluzione proposta (cioè la risoluzione che il compagno Lenin sottopose alla conferenza, L. T.) ripete questo errore.”

Questo modo di porre la questione è quanto mai significativo. Dopo il tentativo di sondaggio Lenin ritirò la parola d’ordine del rovesciamento immediato del governo provvisorio, ma la ritirò soltanto per settimane o mesi, a seconda della rapidità con cui sarebbe aumentata l’indignazione delle masse contro gli opportunisti. L’opposizione al contrario considerava un errore la parola d’ordine in sé.

La temporanea ritirata di Lenin non conteneva il minimo accenno a un mutamento di linea. Egli non partiva dall’idea che la rivoluzione democratica non fosse ancora conclusa, ma unicamente dalla constatazione che in quel momento la massa non era ancora capace di rovesciare il governo provvisorio, e che quindi si doveva fare di tutto per rendere la massa capace di rovesciare il governo provvisorio in un momento successivo.

Tutta la conferenza di aprile del partito fu dedicata a questo problema fondamentale. Passiamo alla conquista del potere in nome della rivoluzione socialista o aiutiamo (qualcuno) a completare la rivoluzione democratica? Purtroppo il resoconto di questa Conferenza di aprile non è stato ancora pubblicato, benché nella storia del nostro partito non ci sia mai stato un congresso che per il destino della rivoluzione abbia avuto un’importanza così eccezionale immediata come questa Conferenza di aprile del 1917.

Il punto di vista di Lenin era: lotta implacabile contro la difesa patriottica e i suoi sostenitori, conquista della maggioranza nei soviet, abbattimento del governo provvisorio, conquista del potere da parte dei soviet, politica rivoluzionaria di pace, un programma di rivolgimento socialista all’interno e di rivoluzione internazionale all’estero. Il parere dell’opposizione era invece, come già sappiamo, di completare la rivoluzione democratica esercitando una pressione sul governo provvisorio, mentre i soviet dovevano restare “organi di controllo” del potere borghese. Dal che derivava un altro atteggiamento molto più conciliante nei confronti della difesa patriottica.

(…) Alla Conferenza di aprile cadde dunque, sul piano teoretico e politico, la formula della dittatura democratica del proletariato e dei contadini2 e risultarono due punti di vista ostili: uno democratico, che si nascondeva dietro riserve socialiste formali, e uno socialista rivoluzionario, realmente bolscevico, quello di Lenin.

Le giornate di luglio, l’impresa di Kornilov, la Conferenza democratica e il preparlamento

Le risoluzioni della Conferenza di aprile condussero il partito sulla strada giusta, in linea di principio. Ma nello strato superiore del partito le divergenze non furono liquidate. Al contrario, nel corso degli avvenimenti esse assunsero forme anche più concrete e divennero estremamente acute nel momento decisivo della rivoluzione, nelle giornate di ottobre.

Il tentativo, suggerito da Lenin, di organizzare il 10 giugno una dimostrazione fu ritenuto avventurista e condannato da quei compagni che erano insoddisfatti del carattere dell’azione di aprile. La dimostrazione del 10 giugno non ebbe luogo in seguito al divieto del congresso dei soviet. Ma il 18 giugno il partito si prese la rivincita: la dimostrazione comune di Pietrogrado, effettuata in base a un’iniziativa abbastanza imprudente degli opportunisti, fu dominata quasi completamente dalle parole d’ordine bolsceviche. Ma anche il governo cercò di fare qualche cosa: cominciò la idiota e sconsiderata offensiva al fronte. Fu un momento decisivo. Lenin mette in guardia il partito contro i passi imprudenti. Il 21 giugno scrive sulla Pravda:

Compagni, in questo momento un’azione sarebbe inopportuna. Ora dovremmo percorrere una tappa affatto nuova nella nostra rivoluzione.

Ma vennero le giornate di luglio, che segnarono così una delle più importanti pietre militari sulla via della rivoluzione come sulla via delle divergenze interne nel partito.

Nel movimento di luglio ebbe una parte decisiva l’azione autonoma delle masse di Pietrogrado. Ma indubbiamente in luglio Lenin si pose la domanda: non è ancora venuto il momento? Lo stato d’animo delle masse non ha ancora superato la sovrastruttura dei soviet? Non c’è il pericolo che noi, ipnotizzati dalla legalità sovietica, restiamo indietro rispetto allo stato d’animo delle masse e ci stacchiamo da esse?

(…) Gli avvenimenti dell’avventura di Kornilov, che provocarono un forte spostamento della situazione a nostro favore, attenuarono temporaneamente le divergenze, ma non le eliminarono. All’ala destra emerse in quei giorni una tendenza che voleva accostarsi alla maggioranza dei soviet sul terreno della difesa della rivoluzione e, in parte, anche della patria. Lenin reagì contro di essa all’inizio di settembre, in una lettera al Comitato centrale:

“Secondo la mia convinzione vengono meno ai principi coloro i quali scivolano fino al difensismo e coloro i quali (come altri bolscevichi) scivolano fino al blocco coi socialisti-rivoluzionari, fino a sostenere il governo provvisorio. Questa è una posizione sbagliatissima, questa è mancanza di principi. Noi diventeremo difensisti solo dopo la presa del potere da parte del proletariato…

E ancora:

Ed anche in questo momento noi non dobbiamo sostenere il governo Kerenskij. Verremmo meno ai nostri princípi. Come, ci si domanderà, non si deve dunque combattere Kornilov? Certamente bisogna combatterlo. Ma questo non è la stessa cosa. Vi è un limite tra le due posizioni: e questo limite alcuni bolscevichi lo sorpassano cedendo al conciliatorismo e lasciandosi trascinare dagli avvenimenti.

La tappa successiva nell’evolversi della divergenza fu la Conferenza democratica (dal 14 al 22 settembre) e il preparlamento che ne nacque (7 ottobre).

Il compito dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari stava nel legare i bolscevichi con la legalità sovietica e nell’inserire senza travaglio questa legalità nella legalità borghese-parlamentare. Gli elementi di destra favorivano questi sforzi. Abbiamo visto, un po’ addietro, come essi concepivano lo sviluppo ulteriore della rivoluzione: i soviet cedono a poco a poco le loro funzioni agli organismi corrispondenti, alle dume, ai corpi amministrativi autonomi, ai sindacati, e infine all’Assemblea costituente, e poi scompaiono dalla superficie.

La via che passava per il preparlamento doveva distogliere l’attenzione politica delle masse dai consigli, quali istituti “transitori” già superati, per rivolgerla all’Assemblea costituente, quale coronamento della rivoluzione democratica. Ma i bolscevichi erano già in maggioranza nel soviet di Pietrogrado e in quello di Mosca; la nostra influenza nell’esercito cresceva non più da un giorno all’altro, ma da un’ora all’altra. Non si trattava più di fare una prognosi, di cercare le prospettive, ma letteralmente di guardare alla strada che avremmo preso già all’indomani.

(…) Il giudizio che Lenin dava della partecipazione o non partecipazione al preparlamento risulta da molte sue dichiarazioni e in particolare dalla sua lettera al Comitato centrale del 29 settembre in cui egli parla degli “errori madornali dei bolscevichi, come la vergognosa decisione di partecipare al preparlamento”. Per lui questa decisione era espressione delle illusioni democratiche e delle oscillazioni piccolo borghesi, combattendo le quali egli sviluppava e perfezionava la sua concezione della rivoluzione proletaria. Non è vero che fra la rivoluzione borghese e quella proletaria devono passare molti anni. Non è vero che l’unica scuola, o la scuola fondamentale obbligatoria che prepara alla conquista del potere debba essere la scuola del parlamentarismo. Non è vero che la via del potere debba sempre passare attraverso la democrazia borghese. Queste sono tutte vuote astrazioni, schemi dottrinari che hanno una sola funzione politica: legare mani e piedi l’avanguardia proletaria, trasformarla, per mezzo del meccanismo statale “democratico”, in un’opposizione che è l’ombra politica della borghesia: questa è anzi la socialdemocrazia. La politica del proletariato non deve essere diretta in base a uno schema scolastico, ma secondo gli imperativi reali della lotta di classe.

Non si tratta di andare nel preparlamento, ma di organizzare l’insurrezione e di conquistare il potere. Lenin proponeva addirittura di convocare un congresso straordinario del partito, di porre come piattaforma il boicottaggio del preparlamento. Da allora in poi tutte le sue lettere e i suoi articoli sono dominati da un pensiero: non si deve andare nel preparlamento, a fare da coda “rivoluzionaria” agli opportunisti, ma fuori sulle strade a combattere per il potere.

Per la rivoluzione d’ottobre

La convocazione di un congresso straordinario si rivelò non necessaria. La pressione di Lenin assicurò, tanto nel Comitato centrale quanto nella frazione del preparlamento, il necessario spostamento a sinistra delle forze. Il 10 ottobre i bolscevichi uscirono dal preparlamento. A Pietrogrado sorse un conflitto fra il Soviet e il governo sulla questione dell’invio al fronte dei reparti della guarnigione che nutrivano sentimenti bolscevichi. Il 16 ottobre fu creato il Comitato militare rivoluzionario, come organo sovietico legale dell’insurrezione. L’ala destra del partito cercò di frenare il processo degli avvenimenti. La lotta di tendenze in seno al partito, come pure la lotta di classe nel paese, entrò nella fase decisiva. La presa di posizione della destra fu espressa nella forma più completa e al livello dei principi nella lettera di Zinovev e Kamenev: Il momento presente.

Questa lettera, scritta l’11 (24) ottobre, due settimane prima della rivoluzione, e mandata alle principali organizzazioni di partito, prende decisa posizione contro la risoluzione del Comitato centrale sulla rivolta armata. Essa ammonisce di non sottovalutare il nemico, ma a sua volta sottovaluta enormemente le forze della rivoluzione e mette addirittura in dubbio l’esistenza di uno spirito combattivo nelle masse (due settimane prima del 25 ottobre!). La lettera dice:

Siamo profondamente convinti che proclamare oggi l’insurrezione armata significa mettere in gioco il destino della rivoluzione russa e internazionale.

Ma senza insurrezione e senza conquista del potere che si dovrebbe fare? La lettera risponde con sufficiente chiarezza anche a questa domanda: “Mediante l’esercito, mediante gli operai noi teniamo la pistola puntata alla tempia della borghesia, e sotto questa minaccia essa non potrà far fallire l’Assemblea costituente. Il nostro partito ha magnifiche possibilità di successo nelle elezioni all’Assemblea costituente… L’influenza del bolscevismo aumenta. Con una giusta tattica noi possiamo conquistare un terzo, forse più, dei seggi all’Assemblea costituente.

La lettera sollecita dunque apertamente ad assumere la parte di opposizione “influente” nella costituente borghese. Questo indirizzo puramente socialdemocratico è dissimulato con la seguente considerazione:

I soviet, entrati nella vita, non possono venire soppressi… Anche l’Assemblea costituente, nel suo lavoro rivoluzionario, può contare solo sui soviet. L’Assemblea costituente più i soviet: ecco il tipo combinato di istituzioni statali verso cui noi andiamo.

È molto interessante, per valutare tutta la linea della destra, il fatto che la teoria del sistema politico “combinato”, nel quale l’Assemblea costituente sarebbe combinata con i consigli, fu ripresa da un anno e mezzo a due anni più tardi in Germania da Rudolf Hilferding, che si batteva anche lui contro la conquista del potere da parte del proletariato. L’opportunista austro-tedesco non sapeva di commettere un plagio.

La lettera Il momento presente negava che la maggioranza del popolo russo fosse già con noi, intendendo il concetto di maggioranza in maniera affatto parlamentare.

In Russia — dice la lettera — ci segue la maggioranza degli operai e una parte considerevole dell’esercito. Ma tutto il resto rappresenta un punto interrogativo. Noi siamo convinti, ad esempio, che se si arriverà alle elezioni per l’Assemblea costituente, i contadini voteranno nella grande maggioranza per i socialisti-rivoluzionari. È forse un caso questo?

L’errore fondamentale, in questo ragionamento, sta nel non capire che i contadini hanno sì potenti interessi rivoluzionari e possono dimostrare una forte aspirazione a far trionfare questi interessi, ma non possono assumere un atteggiamento politico indipendente: essi possono o votare per la borghesia, attraverso l’agenzia socialista-rivoluzionaria della borghesia, o unirsi di fatto al proletariato.

Proprio dalla nostra politica dipendeva l’attuazione dell’una o dell’altra possibilità. Se andavamo al preparlamento, per poi esercitare un’opposizione influente (“un terzo, forse più, dei seggi”) nell’Assemblea costituente, mettevamo quasi automaticamente i contadini in una posizione tale che essi avrebbero dovuto cercare di salvaguardare i loro interessi attraverso l’Assemblea costituente, e pertanto non attraverso l’opposizione, ma attraverso la maggioranza dell’assemblea stessa. La conquista del potere da parte del proletariato, al contrario, doveva creare subito una cornice rivoluzionaria per la guerra dei contadini contro i proprietari terrieri e i funzionari.

Se vogliamo usare un’espressione molto frequente fra noi, la lettera conteneva in pari tempo una sottovalutazione come pure una sopravvalutazione dei contadini, la sottovalutazione delle loro possibilità rivoluzionarie (sotto direzione proletaria!) e la sopravvalutazione della loro autonomia politica. Questo duplice errore, questa contemporanea sottovalutazione e sopravvalutazione dei contadini, derivava a sua volta dalla sottovalutazione della propria classe e del suo partito, ossia da una visione socialdemocratica del proletariato. E la cosa non sorprende. Tutte le sfumature dell’opportunismo portano in ultima analisi a valutare erroneamente le forze e le possibilità rivoluzionarie del proletariato.

Non è difficile immaginarsi come si dovrebbe scrivere la storia se nel Comitato centrale avesse vinto la tendenza che rifiutava la lotta. Gli storici ufficiosi naturalmente esporrebbero le cose in modo da far vedere che l’insurrezione dell’ottobre 1917 sarebbe stata una pura assurdità e mostrerebbero al lettore statistiche sconvolgenti sulle forze degli junker, dei cosacchi, delle truppe d’assalto, sull’artiglieria disposta a ventaglio e sui corpi d’armata in arrivo dal fronte. Se non fossero state messe alla prova nel fuoco dell’insurrezione, queste forze sarebbero state presentate come molto più terribili di quel che furono in realtà. Questo è l’insegnamento che deve esprimersi nella coscienza di ogni rivoluzionario.

L’influenza esercitata in settembre e ottobre da Lenin, con tenacia incessante e infaticabile, sul Comitato centrale, era dovuta al suo continuo timore che ci lasciassimo sfuggire il momento favorevole. È assurdo, rispondevano quelli di destra, il nostro influsso crescerà sempre più. Chi ha avuto ragione? E che significa farsi sfuggire il momento? Qui arriviamo alla questione su cui la valutazione bolscevica della via e dei metodi della rivoluzione, che è una valutazione attivamente strategica e operante, si urta con quella socialdemocratica, menscevica, che è affatto fatalistica. Che cosa significa lasciarsi sfuggire il momento opportuno? Il presupposto più favorevole per l’insurrezione è dato evidentemente quando c’è un massimo spostamento di forze a nostro vantaggio. Naturalmente qui si tratta di rapporti di forza nella sfera della coscienza, ossia della sovrastruttura politica, e non della base che va considerata più o meno immutabile per tutto il periodo della rivoluzione.

Ferma restando la base economica e la struttura di classe della società, il rapporto di forze muta in relazione con lo stato d’animo delle masse proletarie, col crollo delle loro illusioni, con l’accumularsi delle loro esperienze politiche, con la perdita di fiducia nel potere statale da parte delle classi e dei gruppi intermedi, e infine con l’indebolirsi della fiducia che il potere statale ha in se stesso. Questi sono tutti processi che si svolgono nella rivoluzione.

Tutta l’arte tattica sta nello scegliere il momento in cui i rapporti si configurano nel modo più favorevole. La rivolta di Kornilov creò definitivamente queste condizioni. Le masse, che avevano perduto la fiducia nei partiti di maggioranza del Soviet, si trovavano faccia a faccia col pericolo della controrivoluzione. Esse credevano che ora toccasse ai bolscevichi trovare una via d’uscita. Né la disgregazione elementare del potere statale, né l’afflusso elementare verso i bolscevichi delle masse impazienti e piene di rivendicazioni potevano durare a lungo. La crisi doveva essere risolta da una parte o dall’altra.

“Ora o mai”, rispose Lenin.

E gli elementi di destra replicarono:

In tali condizioni sarebbe un profondo errore storico porre la questione del passaggio del potere nelle mani del partito proletario in questi termini: ora o mai più! No! Il partito proletario crescerà; il suo programma diverrà chiaro a masse sempre più larghe… Il partito può distruggere i propri successi in un solo modo: prendendo su di sé l’iniziativa di un attacco nelle condizioni attuali… Contro questa politica perniciosa noi eleviamo un grido di ammonimento.”(…)

Il passaggio da un’allegra spontaneità piena d’illusioni ad una coscienza più critica provoca inevitabilmente un certo ritardo nella rivoluzione. Questa crisi progressiva nello stato d’animo delle masse può essere superata soltanto da un’adeguata politica del partito: ossia occorre in primo luogo che il partito sia pronto e capace di guidare l’insurrezione del proletariato. Invece un partito che ha condotto una lunga agitazione rivoluzionaria e che ha sottratto le masse all’influsso degli opportunisti, paralizzerebbe l’attività delle masse, provocherebbe in loro delusione e abbattimento, annienterebbe la rivoluzione, se esso, dopo essere stato portato in alto dalla fiducia delle masse, cominciasse ad esitare, a cavillare, a inventare sofismi e ad attendere. In compenso un partito siffatto si crea la possibilità di giustificarsi, dopo la sconfitta, chiamando in causa l’insufficiente attività delle masse. Proprio su questa strada portava la lettera Il momento presente. Per fortuna il nostro partito sotto la direzione di Lenin liquidò risolutamente, al vertice, questi atteggiamenti. Solo grazie a questa circostanza esso poté condurre una rivoluzione vittoriosa.

Dopo che abbiamo definito la natura delle questioni politiche connesse con la preparazione della rivoluzione d’Ottobre, e cercato di chiarire il senso delle divergenze che esse suscitarono, ci resta soltanto da esporre, sia pure in breve, i momenti principali della lotta interna al partito nelle ultime settimane decisive.

La risoluzione sulla rivolta armata fu approvata dal Comitato centrale il 10 ottobre. L’11 ottobre fu mandata alle principali organizzazioni del partito la lettera il momento presente. Il 18 (31) ottobre, una settimana prima della rivoluzione, apparve sulla Novaja Zizn(Vita nuova) la lettera di Kamenev.
Non soltanto io e il compagno Zinovev, ma con noi anche molti compagni che svolgono attività pratica — dice la lettera — troviamo che prendere su di sé l’iniziativa di una insurrezione armata in questo momento, con l’attuale rapporto di forze sociali, indipendentemente dal congresso dei soviet e pochi giorni prima della sua convocazione, sarebbe un passo inammissibile e pernicioso per il proletariato e la rivoluzione.

Il 25 ottobre (7 novembre) fu conquistato il potere a Pietroburgo e fu formato il governo dei soviet. Il 4 (17) novembre un gruppo di funzionari responsabili uscì dal Comitato centrale del partito e dal consiglio dei commissari del popolo e avanzò la richiesta ultimativa di formare un governo di coalizione con i partiti dei soviet.

Noi riteniamo – essi scrivono – che all’infuori di questo esista una sola strada: il mantenimento di un governo puramente bolscevico attraverso il terrore politico.

E in un altro documento dello stesso periodo si dice:

Noi non possiamo portare la responsabilità di questa politica perniciosa condotta dal Comitato centrale, contro la volontà di un’immensa parte del proletariato e dei soldati, desiderosi di vedere finire al più presto gli scontri sanguinosi fra i singoli settori della democrazia. Rinunciamo quindi al titolo di membri del Comitato centrale, per avere il diritto di dire apertamente il nostro pensiero alla massa degli operai e dei soldati e invitarli a sostenere il nostro appello: Evviva il governo dei partiti dei soviet!

Accettare le richieste dell’opposizione significava liquidare l’Ottobre. Ma allora non aveva più senso fare l’insurrezione. Restava una sola cosa da fare: andare avanti, sperando nella volontà rivoluzionaria delle masse. Il 7 novembre apparve sulla Pravda la dichiarazione decisiva del Comitato centrale del nostro partito, che era stata redatta da Lenin ed era piena di autentica passione rivoluzionaria, formulata in modo chiaro, semplice e inattaccabile; essa era destinata a tutti i membri del partito che lavoravano fra le masse. Questo appello mise fine a ogni dubbio sulla politica ulteriore del partito e del suo Comitato centrale.

Si vergognino dunque tutti gli scettici, tutti gli esitanti, tutti i dubbiosi, tutti coloro che si sono lasciati impaurire dalla borghesia o che hanno ceduto per le grida dei suoi accoliti diretti e indiretti. Nelle masse degli operai e dei soldati di Pietrogrado, di Mosca o di altrove, non v’è neppur l’ombra dell’esitazione. Il nostro partito rimane saldo e fermo, come un sol uomo, a guardia del potere sovietico, a guardia degli interessi di tutti i lavoratori, primi fra tutti gli operai e i contadini poveri!” (Pravda, n. 182 del 7 novembre 1917).

La crisi più acuta del partito era superata. Ma la lotta interna non cessò ancora.

Ancora sui consigli e sul partito nella rivoluzione proletaria

(…) La rivoluzione proletaria si distingue proprio perché in essa il proletariato rappresenta non solo la forza d’urto principale, ma, in quanto sua avanguardia, anche la forza dirigente. Le funzioni che nella rivoluzione borghese erano svolte dalla borghesia economicamente forte, dalla sua organizzazione, dalle sue municipalità e università, nella rivoluzione proletaria possono toccare soltanto al partito del proletariato. La sua funzione è tanto maggiore quanto maggiore è la coscienza di classe del nemico. Nel corso dei secoli del suo dominio la borghesia è passata per una scuola politica incomparabilmente migliore della scuola della vecchia monarchia burocratica. Se per il proletariato il parlamentarismo è stato in una certa misura una scuola preparatoria alla rivoluzione, per la borghesia esso è stato in misura molto maggiore una scuola di strategia controrivoluzionaria. Basta pensare che con l’ausilio del parlamentarismo la borghesia ha educato la socialdemocrazia, che oggi è il massimo sostegno della proprietà privata. L’epoca della rivoluzione sociale in Europa sarà un’epoca di lotte non solo intense e spietate, ma anche meditate e calcolate, come hanno dimostrato i suoi primi passi: e saranno tali a un livello molto più alto che da noi nel 1917.

Proprio per questo dobbiamo considerare in modo ben diverso che per il passato i problemi della guerra civile e in particolare dell’insurrezione armata. Noi ripetiamo spesso con Lenin il giudizio marxiano che l’insurrezione è un’arte. Ma questo concetto diventa una vuota frase se alla formula di Marx non si dà un contenuto studiando gli elementi fondamentali dell’arte della guerra civile sulla base delle immense esperienze accumulate negli ultimi anni. Dobbiamo dirlo apertamente: nel modo superficiale con cui si guarda alle questioni dell’insurrezione armata si rivela la forza non ancora sconfitta della tradizione socialdemocratica. Il partito che trascuri le questioni della guerra civile, sperando che al momento decisivo esse si risolveranno da sole, subirà sicuramente una sconfitta. L’esperienza delle lotte proletarie dal 1917 in poi deve essere oggetto di elaborazione collettiva.

La storia qui esposta dei gruppi e delle correnti di partito nel 1917 rappresenta in pari tempo una parte essenziale delle esperienze della guerra civile ed ha importanza immediata, crediamo, anche per la politica di tutta l’Internazionale comunista. Abbiamo già detto e ripetiamo che lo studio delle divergenze d’opinione non può e non deve affatto essere preso come se si trattasse di giudicare quei compagni che hanno seguito una politica sbagliata. Ma sarebbe anche inammissibile cancellare il maggior capitolo della storia del nostro partito solo perché non tutti i membri del partito si sono tenuti al passo con la rivoluzione del proletariato. Il partito può e deve conoscere tutto il passato, per valutarlo giustamente e per assegnare il posto dovuto a tutti gli avvenimenti. La tradizione del partito rivoluzionario non sorge dal silenzio, ma dalla chiarezza critica.

La storia ha concesso al nostro partito incomparabili meriti rivoluzionari. La tradizione della lotta eroica contro lo zarismo, le consuetudini e i metodi della dedizione rivoluzionaria, strettamente connessi con lo stato d’illegalità, l’ampia elaborazione teorica dell’esperienza rivoluzionaria di tutta l’umanità, la lotta contro il menscevismo, contro il populismo, contro il conciliatorismo, la grande esperienza della rivoluzione del 1905, l’approfondimento teorico di questa esperienza durante gli anni della controrivoluzione, la capacità di affrontare i problemi del movimento operaio internazionale sulla base degli insegnamenti rivoluzionari del 1905; tutto ciò ha dato al nostro partito una tempra speciale, la massima acutezza teorica, uno slancio rivoluzionario senza precedenti. E purtuttavia ai vertici di questo partito si è formato, subito prima dell’azione decisiva, un gruppo di vecchi e provati rivoluzionari bolscevichi che si oppose accanitamente alla rivoluzione proletaria e nel periodo critico della rivoluzione, dal febbraio 1917 fin circa al febbraio 1918, assunse su tutte le questioni fondamentali un punto di vista sostanzialmente socialdemocratico.

Per salvare il partito e la rivoluzione dalla grandissima confusione che nasceva da queste circostanze ci volle l’influenza eccezionale e impareggiabile che già allora Lenin esercitava sul partito.

Ciò non va assolutamente dimenticato, se vogliamo che i partiti comunisti degli altri paesi imparino qualche cosa da noi. Il problema della scelta delle figure dirigenti ha un’importanza affatto straordinaria per i partiti europei occidentali. Ciò è particolarmente dimostrato dall’ottobre tedesco, che non si è compiuto. (…)

L’esperienza compiuta negli ultimi anni dai partiti europei, soprattutto da quello tedesco, alla luce della nostra stessa esperienza ci dice che esistono due tipi di dirigenti che sono inclini a tirare indietro il partito proprio nel momento in cui esso deve compiere il massimo balzo in avanti. Gli uni tendono a vedere sulla via della rivoluzione soprattutto difficoltà, ostacoli, impedimenti, e a considerare ogni situazione col proposito preconcetto, anche se non sempre consapevole, di evitare l’azione. In costoro il marxismo diventa un metodo che serve a motivare l’impossibilità dell’azione rivoluzionaria. Allo stato puro questo tipo è rappresentato dai menscevichi russi. Ma di per sé questo tipo va al di là del menscevismo e al momento più decisivo si trova improvvisamente in una posizione responsabile del partito rivoluzionario. I rappresentanti dell’altro tipo sono gli agitatori superficiali che non vedono affatto ostacoli e difficoltà finché non si trovano faccia a faccia con essi. Essi hanno la capacità di aggirare le difficoltà reali con l’aiuto delle frasi, dimostrano il massimo ottimismo in tutte le questioni (prendendo tutto alla leggera), e il loro ottimismo si tramuta inevitabilmente nell’opposto appena arriva l’ora dell’azione decisiva.

I rivoluzionari cavillosi del primo tipo scoprono le difficoltà della presa del potere semplicemente accumulando e ingrandendo tutte quelle difficoltà che sono abituati a trovarsi di fronte. Per il secondo tipo, quello degli opportunisti superficiali, le difficoltà dell’azione rivoluzionaria sorgono sempre all’improvviso.

Nel periodo della preparazione il comportamento dei due tipi è diverso: il primo è uno scettico sul quale non si può troppo contare in senso rivoluzionario; in compenso l’altro può sembrare un rivoluzionario scatenato. Ma al momento decisivo essi si prendono per mano e si oppongono all’insurrezione. Ma tutto il lavoro di preparazione ha un valore solo in quanto esso permette al partito, e soprattutto ai suoi organi dirigenti, di determinare il momento dell’insurrezione e di condurre l’insurrezione. Compito del partito comunista è infatti la conquista del potere allo scopo di trasformare la società. (…)

Kislovodsk, 15 settembre 1924

 

Note

1. Il blanquismo è stata una corrente del movimento operaio francese del XIX secolo impersonata dall’attività e dal pensiero di L. A. Blanqui. Erede della tradizione cospirativa, Blanqui sostenne l’assunzione del potere da parte del proletariato attraverso la tecnica del colpo di Stato. Il blanquismo si trovò a svolgere un ruolo di primo piano nella Comune di Parigi nel 1871 e contese a lungo il terreno al marxismo.

2. La dittatura democratica degli operai e dei contadini era la parola d’ordine che Lenin aveva elaborato fin dall’aprile del 1905, nella quale pur riconoscendo il carattere non rivoluzionario della borghesia russa, riteneva che i contadini e le masse piccolo borghesi nelle città potessero svolgere un ruolo politico indipendente e con il proletariato costituire la base sociale di una dittatura democratica rivoluzionaria che portasse a termine i compiti della rivoluzione democratica. La formula nei fatti venne abbandonata da Lenin nella conferenza dell’aprile del ’17, nella quale si realizzò una convergenza con la posizione difesa da Trotskij della rivoluzione permanente.