
Giù le mani dall’Iran! Yankee go home!
4 Marzo 2026[Intervento di Marina Wildt al seminario nazionale di formazione “La lotta del popolo palestinese, la rivoluzione araba e il movimento operaio internazionale” (Milano, 13 dicembre 2025)]
el mio intervento mi soffermerò sulla rivoluzione iraniana, uno dei processi storici probabilmente fra i più distorti, sia da parte dei liberali che da parte degli stalinisti. Se andate a cercare articoli sulla rivoluzione Iraniana su un qualsiasi sito accademico troverete titoli di questo tipo: “la rivoluzione impossibile” o “la rivoluzione adolescente”. Tutte denominazioni che stanno ad indicare una rivoluzione che sin dall’inizio era destinata a finire nel suo contrario, che non poteva mai diventare una vera rivoluzione comunista ma doveva per forza trasformarsi in un regime reazionario come quello dei Mullah. Questa concezione deriva da due preconcetti, entrambi sbagliati: il primo che non ci fossero le condizioni economiche per una trasformazione socialista della società, il secondo che – anche nel caso le condizioni economiche fossero adatte – la classe operaia era troppo arretrata per comprendere la necessità di una rivoluzione.
L’obiettivo del mio intervento sarà proprio quello di contrastare questi preconcetti, e mostrare invece come una rivoluzione comunista genuina fosse possibile, sia da un punto di vista economico ma anche per la volontà che c’era tra le masse al tempo.
Situazione economica e politica in Iran prima della rivoluzione
In primo luogo, mi soffermerò sulle condizioni economiche e politiche che c’erano in Iran prima della rivoluzione. Partirò dalle condizioni economiche. Fare ciò è fondamentale perché un altro errore che molto spesso viene compiuto nell’analizzare la rivoluzione iraniana, e che venne compiuto anche da diversi analisti dell’Unione Sovietica, è semplificare la rivoluzione iraniana ad un processo esclusivamente culturale, diretto in primo luogo contro la modernizzazione e contro la cultura europea. Considerare la rivoluzione iraniana quindi sin dall’inizio come una rivoluzione “islamica”. Ovviamente, sappiamo bene come anche la difesa della propria cultura da parte dei popoli oppressi dall’Imperialismo può essere considerata come una forma di resistenza. Ma sarebbe completamente sbagliato ridurre a ciò la rivoluzione iraniana, che fu al contrario un conflitto di classe, percepito coscientemente come tale da una fetta molto ampia della popolazione.
Tornando alla situazione precedente della rivoluzione, l’Iran era un paese semi-coloniale, che stava vivendo una forte industrializzazione, ma che aveva al suo interno ancora grandi nicchie dell’economia molto arretrate. Il paese divenne interesse del capitalismo straniero all’inizio del XX secolo, quando vennero scoperte le grandi risorse di petrolio all’interno del paese.
Nel 1953 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna avevano sostenuto un colpo di Stato per far tornare lo Shah, Mohammad Reza Pahlavi, dopo che il nuovo primo ministro Mohammad Mossadeq aveva annunciato la nazionalizzazione dell’azienda petrolifera Anglo Iranian Oil Company.
Gli anni ’50 e ’60 furono un periodo nel quale la classe capitalista iraniana tentò di ritagliarsi, nei limiti in cui ciò era possibile senza intaccare gli interessi dell’imperialismo straniero, una propria forza indipendente, come dimostra l’occupazione di alcune isole del Golfo Persico negli anni ’70. (1)
In quegli anni si assistette ad uno sviluppo industriale abbastanza veloce, reso possibile da diversi fattori: l’alto prezzo di vendita del petrolio che permetteva introiti cospicui, i grandi investimenti statali in ambito produttivo, resi possibili dall’aiuto economico e militare statunitense (aiuto naturalmente non disinteressato) oltre che dagli ingenti prestiti. Al contempo si osservò anche un aumento degli investimenti delle aziende estere, che passarono dal numero di 90 grandi aziende negli anni ’60 a 183 nel 1978. (2)
La crescita economica non si rispecchiò però in un miglioramento generale delle condizioni di vita della classe operaia e dei contadini. Lo sviluppo economico iraniano può essere definito in maniera abbastanza precisa con la definizione di sviluppo diseguale e combinato, coniata da Trotskij.
Negli anni ’70 lo Shah portò avanti una serie di riforme che vennero denominate la “Rivoluzione Bianca”. Queste riforme agrarie volevano avvicinare la popolazione contadina, scontenta e impoverita, al regime, e vennero rappresentate come delle riforme modernizzatrici e antifeudali. Si assistette ad una espropriazione forzata delle terre dei religiosi, che, però, non andò a favorire i piccoli contadini, ma i grandi proprietari terrieri. Lo scopo dello Shah era trasformare i grandi proprietari terrieri in una classe capitalista moderna, e, al contempo, far migrare una parte consistente di contadini in città per aumentare la forza lavoro disponibile in ambito industriale. La “Rivoluzione Bianca” ebbe un effetto collaterale importante: spostò i religiosi, di diverso rango, nel campo dell’opposizione allo Shah.
Negli anni ’70 la situazione economica peggiorò. Tra il 1971 e il 1976 gli affitti aumentarono del 300%. Più di una famiglia su due viveva sotto alla soglia della povertà. (3) La diminuzione dell’esportazione del petrolio causò il taglio di molti degli investimenti statali nello Stato sociale.
Non ho il tempo di entrarci ma bisogna contrastare con forza l’idea, sostenuta da molti liberali che lottano oggi per il ritorno dello Shah, che questo regime fosse democratico e liberale. La polizia segreta Savak, che collaborava con la CIA, era conosciuta per la sua brutalità e intransigenza. I sindacati erano vietati, così come l’organizzazione di una opposizione politica al regime.
Come si sviluppa la rivoluzione iraniana
Nonostante la situazione economica fosse critica molti – sia all’interno che all’esterno dell’Iran – ritenevano che il regime dello Shah fosse completamente stabile. Lo scoppio della rivoluzione iraniana colse quindi molti a sorpresa, anche i militanti delle principali organizzazioni di sinistra del paese, che erano quindi completamente impreparate a sviluppi di questo tipo. Il processo rivoluzionario ebbe inizio con enormi mobilitazioni alla fine del 1977. Queste mobilitazioni si opponevano principalmente alle misure repressive intraprese dallo Stato, ma furono caratterizzate, sin dall’inizio, anche da una forte contrarietà al regime dello Shah.
A partire dall’estate del 1978 ci fu una sempre maggiore partecipazione e attivazione della classe lavoratrice che, come nella Russia del 1917, divenne nel corso dei mesi successivi la spina dorsale della mobilitazione. Il movimento vide un ulteriore avanzamento a inizio settembre, con quello che venne successivamente denominato il “venerdì nero”. L’8 settembre 1978, durante una manifestazione, vennero ammazzati migliaia di manifestanti, e la rabbia della popolazione iraniana in confronti dello Shah si inasprì ulteriormente.
Nel corso dell’autunno le rivendicazioni dei lavoratori in sciopero passarono dall’essere di natura economica ad essere sempre di più di natura propriamente politica. Tra queste rivendicazioni possiamo citarne alcune come: il rilascio di tutti i prigionieri politici, la nazionalizzazione dell’industria del petrolio, la fine della discriminazione delle donne in ambito lavorativo. Questa ultima rivendicazione è indicativa in quanto ci mostra come i lavoratori iraniani fossero molto più avanti, anche sulla questione femminile, di quanto non fu il successivo regime dei Mullah conosciuto, appunto, per le sue misure repressive nei confronti del genere femminile.
Nell’autunno del 1978 iniziarono a mobilitarsi inoltre anche i lavoratori dei settori economicamente più importanti, come i lavoratori che si occupavano dell’estrazione del petrolio. Lo sciopero di questi lavoratori ebbe un impatto economico molto forte sul regime e portò a quest’ultimo ad adottare una linea diversa dal passato.
Ci furono alcune aperture sul fronte politico, alcune organizzazioni politiche precedentemente dichiarate illegali vennero di nuovo ammesse (tranne quelle di estrema sinistra). Il 31 dicembre lo Shah fece un ultimo tentativo per salvare il proprio potere incaricando il socialdemocratico Shapour Bakhtiar, precedente oppositore dello Shah, di formare un nuovo governo che fosse benvisto dai settori democratici e liberali del movimento. Ma questo tentativo fallì.
A gennaio ci furono nuovamente manifestazioni di massa in tutto il paese, lo Shah dovette fuggire e il 1 febbraio 1979 tornò a Teheran Ruhollah Musavi Khomeini, successivo leader supremo della Repubblica Islamica Iraniana. L’11 febbraio le forze armate si proclamarono neutrali e si formò un governo provvisorio con accapo Mehdi Bazargan. Il 1 aprile del 1979 venne ufficialmente creata la Repubblica Islamica Iraniana.
Nel frattempo, si erano venuti a formare in tutto il paese gli Shoras: consigli operai che si ponevano l’obiettivo di gestire il lavoro nelle fabbriche autonomamente, spesso come risposta alla fuga dei proprietari delle aziende in questione. Questi Shoras erano molto diversificati tra di loro dal punto di vista organizzativo e politico e – a differenza di quanto avvenne durante la rivoluzione d’ottobre – non si arrivò mai ad un coordinamento nazionale delle diverse Shoras.
Ciò che ci deve essere chiaro è che non furono i Mullah, non fu Khomeini, a sconfiggere lo Shah e farlo scappare: la sconfitta dello Shah fu merito della classe lavoratrice iraniana che era l’unica all’interno della società ad avere la forza per farlo. Ci deve essere anche chiaro che la classe lavoratrice non lo fece per contrastare la cultura occidentale o la modernizzazione, ma per lottare contro lo sfruttamento, contro la repressione politica e contro l’oppressione capitalista e imperialista.
La rivoluzione in Iran, come scrive Ted Grant in un articolo del 1979 (4), partiva da una situazione molto più vantaggiosa di quanto non fosse quella in Russia durante la Rivoluzione d’ottobre: da un punto di vista politico, perché la coscienza dei lavoratori iraniani era molto più chiaramente anticapitalista di quanto non fosse quella dei lavoratori russi nel ’17, e da un punto vista economico, perché la classe lavoratrice era numericamente molto più forte di quanto non fosse stata in Russia. Si stima che su 35 milioni di persone 4 milioni facevano parte della classe operaia.
La rivoluzione in Iran era possibile. La domanda a cui dobbiamo rispondere è quindi “Perché questo processo rivoluzionario non arrivò a compimento?”. Anche in questo caso ciò che mancò fu un fattore soggettivo, un partito, all’altezza dei suoi compiti storici, capace di far vincere la rivoluzione.
Il partito comunista Tūdeh
Il partito stalinista iraniano Tūdeh aveva anch’esso adottato la teoria dei due stadi (come tutti gli altri partiti filosovietici nei paesi coloniali) secondo la quale in un paese a capitalismo poco avanzato, come l’Iran, non era possibile arrivare direttamente ad una rivoluzione socialista, e bisognasse quindi prima lottare per uno Stato democratico borghese. Solo in un secondo momento sarebbe stato possibile pensare alla presa del potere da parte della classe lavoratrice. Questa teoria, sbagliata, fece in modo che il Tūdeh sostenesse Khomeini e i mullah islamici in quanto settore “progressista” della borghesia.
Perché il Tūdeh sostenne questa posizione?
In prima istanza questo partito non era il partito che lottava per la rivoluzione in Iran ma era il partito che doveva difendere l’Unione Sovietica in Iran. L’Unione Sovietica non aveva al tempo alcun interesse in un processo rivoluzionario di successo in Iran per motivi diversi:
1) L’URSS aveva buoni rapporti economici e diplomatici con lo Shah e non voleva quindi sostenere un movimento che inizialmente sembrava non avere nessuna possibilità di successo. (5) Questo comportò che solo quando era ormai era chiaro che lo Shah non aveva alcuna possibilità di mantenere il proprio potere, tra la fine del 1978 e il gennaio del 1979, l’URSS iniziò a sostenere nelle proprie dichiarazioni il movimento iraniano e, in particolare, Khomeini e il nuovo governo provvisorio. Quando in aprile venne proclamata la Repubblica Islamica Brežnev mandò un augurio a Khomeini per questa nuova esperienza. (6)
2) L’Unione Sovietica avrebbe sicuramente visto di buon occhio la trasformazione dell’Iran in uno Stato operaio burocratizzato (simile all’Unione Sovietica stessa) ma ogni rivoluzione portava con sé il rischio che durante il processo la rivoluzione si distaccasse dai metodi staliniani e diventasse una rivoluzione genuina, con un controllo operaio della Stato e dell’economia. Da evitare dato che avrebbe potuto dare un modello diverso alla classe operaia mondiale (anche sovietica).
3) Infine, l’Unione Sovietica non voleva peggiorare i propri rapporti con gli Stati Uniti, per i quali l’Iran era una risorsa importante dal punto di vista economico e politico.
I dirigenti comunisti del Tūdeh continuarono quindi a sostenere Khomeini anche quando ci furono i primi attacchi diretti al partito stesso, come quando nel 1979 venne vietata la pubblicazione del giornale Mardom.
Anche se andiamo ad analizzare le posizioni dei partiti comunisti al di fuori dell’Iran vediamo come la linea era la stessa. Negli articoli dell’Unità si sosteneva un fronte nazionale, che includeva le forze della borghesia e dei religiosi, contro lo Shah. (7) Anche Lotta Continua presentò in diversi suoi articoli Khomeini come un liberatore. In un articolo del febbraio 1979, intitolato “La rivoluzione impossibile ha vinto”, si criticava l’idea secondo la quale Khomeini potesse essere considerato un conservatore. (8)
Il problema principale, quindi, non era che non si potesse fare la rivoluzione, ma che non c’era l’intenzione di farla: le masse venivano in continuazione definite come passive nonostante avessero dimostrato in varie occasioni il contrario.
Il Tūdeh ebbe un approccio completamente sbagliato anche nei confronti dei ne-nati consigli operai (Shoras). Invece di spiegare l’importanza di questi ultimi e la necessità di coordinarli a livello nazionale i comunisti del Tūdeh sostenevano che dovevano essere trasformati in sindacati. Ora, noi ovviamente riteniamo che la lotta sindacale sia di fondamentale importanza, ma in una fase rivoluzionaria come quella questa rivendicazione invece di far fare un passo in avanti alla classe operaia, le fece fare un passo indietro.
Ci sono numerosi storici che spiegano l’incapacità del Tūdeh di giocare un ruolo importante durante la rivoluzione, e il fallimento di quest’ultima, con la repressione che il partito aveva precedentemente vissuto con lo Shah. La repressione naturalmente c’era stata ed era stata anche molto forte, ma non era questo il problema centrale. Le possibilità di ricostruire in quel contesto il partito c’erano, data la grande apertura delle masse iraniane alle idee rivoluzionarie. Molte fonti riportano che erano diverse decine di migliaia (alcuni parlano di centinaia di migliaia) gli iraniani organizzati nel Tūdeh o negli altri partiti comunisti iraniani.
Le formazioni a sinistra del Tūdeh
Uno dei partiti più grande, e che più crebbe durante la rivoluzione, furono i Fedayin, i quali ebbero una scissione in cui la maggioranza, seguendo la linea del Tūdeh, sostenne Khomeini e la minoranza no. Anche la minoranza però rimaneva attaccata alla teoria dei due stadi e, infatti, riteneva semplicemente che la borghesia progressista da sostenere non fosse quella religiosa ma quella liberale. Inoltre, anche la minoranza aveva ereditato tutta una serie di metodi sbagliati dalle esperienze comuniste precedenti: invece di dare centralità alla organizzazione e al coinvolgimento della classe operaia si metteva in primo piano la guerriglia armata. Secondo alcune fonti i Fedayin crebbero fino a raggiungere il numero di mezzo milione di militanti. Oltre ai Fedayin altre forze rilevanti nella società erano i mujaheddin del popolo iraniano, un gruppo islamico di sinistra.
In Iran erano presenti anche due forze trotskiste, il Partito socialista operaio (vicino a Mandel) e il Partito rivoluzionario dei lavoratori (Vicino al Socialist Worker’s Party americano). (9) Anche quest’ ultimo cadde nell’errore di sostenere Khomeini, e appoggiarono perfino l’obbligo per le donne di portare il velo, seppure criticamente.
Il successo di Khomeini
Dopo aver compreso gli errori dei partiti comunisti durante la Rivoluzione Iraniana, bisogna chiedersi perché fu proprio Khomeini a ottenere il sostegno da una fetta importante della popolazione e non qualche altro esponente della borghesia.
Abbiamo già scritto in precedenza come l’espropriazione dei religiosi da parte dello Shah li spinse dalla parte dell’opposizione al regime precedente. Molti esponenti della piccola borghesia, ad esempio i mercanti dei bazar, che giocarono un ruolo importante durante la rivoluzione, erano stati obbligati a riunirsi nelle moschee per discutere del da farsi a causa della grande repressione politica portata avanti dallo Shah, e instaurarono quindi legami con i rappresentanti islamici.
Alcuni analisti e alcune organizzazioni, tra cui ancora una volta Lotta Continua, ritenevano che la rivoluzione dovesse per forza avere un carattere democratico-borghese a causa del grande ruolo che giocò in essa la piccola borghesia. (10) Ma questo non è vero, come dimostra la rivoluzione d’Ottobre. La piccola borghesia è conquistabile alla lotta per la rivoluzione se vengono poste le rivendicazioni giuste. Bisogna, inoltre, sottolineare come anche tra i religiosi esistono differenze di classe, ci sono alcuni che per la loro condizione sociale sono molto più vicini al proletariato e altri che invece sono legati alla grande borghesia.
Uno dei motivi fondamentali per cui Khomeini riuscì ad ottenere un grande sostegno, non solo nella piccola borghesia ma anche nella classe lavoratrice, è il suo utilizzo di una retorica fortemente anticapitalista e antimperialista. Riuscì quindi a rafforzarsi basandosi proprio sulla forte rabbia che c’era tra la popolazione, che si muoveva, seppure in maniera non lineare, verso conclusioni rivoluzionarie. Se si va a leggere alcune delle dichiarazioni di Khomeini troviamo:
“L’islam eliminerà le differenze di classe”
“L’islam è degli oppressi e non degli oppressori”
“Gli oppressi devono rompere da soli le loro catene, nessuno lo farà per loro”
Il motivo per cui numerosissimi iraniani si avvicinarono a Khomeini e ai mullah non era il loro ruolo religioso (o una loro visione “offuscata” della realtà) ma perché ritenevano che questi ultimi potessero portare avanti una lotta seria contro l’ingerenza imperialista straniera e contro la crisi che l’Iran stava vivendo. Questo, ancora una volta, ci mostra come c’erano tutti i margini, anche per un partito di poche migliaia di militanti, di conquistarsi un ruolo di dirigenza nel movimento rivoluzionario. Non venne fatto non perché non ci fossero le condizioni oggettive ma per gli errori soggettivi dei partiti comunisti.
Dopo la “Rivoluzione Islamica”
Khomeini diceva di voler creare un nuovo sistema politico ed economico che non fosse né capitalismo – in cui i padroni sfruttano i lavoratori – né comunismo – in cui “lo Stato sfrutta i lavoratori, le donne sono in comunanza e l’ateismo è obbligatorio”. Parlava di un’eguaglianza musulmana, all’interno della quali non c’erano classi. Questo “nuovo sistema” affascinò anche alcuni intellettuali occidentali, tra cui Michel Foucault che visitò l’Iran nel 1978 come corrispondente della Corriere della Sera. Foucault fu inizialmente entusiasta della rivoluzione islamica, ritenendo che quest’ultima creasse una nuova narrazione che si distaccava dalle due narrazioni per eccellenza: quella capitalista e quella comunista. (11)
La questione è che però qui non si tratta di narrazione, ma di analizzare il sistema economico. E, seppure l’Iran visse in quegli anni delle grandi trasformazioni politiche, e in parte economiche, il sistema economico rimaneva un sistema economico capitalista. Le contraddizioni da esso derivanti non solo rimasero ma si rafforzarono.
Molti capitalisti fuggirono dal paese spaventati dal processo rivoluzionario, ma non vennero sostituiti da un controllo operaio, bensì dalla burocrazia statale, di uno Stato capitalista. Questa burocrazia, che non era controllata da alcun organo alternativo, versò l’economia in condizioni ancora peggiori. Khomeini non ruppe mai i rapporti con l’imperialismo e, dopo l’aprile del 1979, si allontanò sempre più velocemente dalle rivendicazioni democratiche che inizialmente aveva retoricamente usato.
Khomeini venne nominato Imam dell’intera comunità musulmana, titolo mai assegnato prima d’ora a una persona ancora in vita. Egli stesso poteva stabilire tutte le linee-guida della Repubblica islamica, sovrintendendo al potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.
Come scrive Ted Grant nel 1979, non era tuttavia possibile instaurare immediatamente una dittatura militare proprio a causa della grande forza e consapevolezza che la classe operaia iraniana aveva conquistato durante la rivoluzione. Inizialmente Khomeini non poteva dare l’impressione di voler instaurare un regime autoritario e anzi doveva dare almeno alcune concessioni, come ammette lui stesso nel 1983:
“Se non riusciremo a ridurre la polarizzazione economica e le disuguaglianze tra ricchi e poveri e, di conseguenza, le persone diventeranno deluse dall’Islam, nulla potrà impedire l’esplosione che ne deriverà; e saremo tutti distrutti”. (12)
La forza che deteneva la classe lavoratrice la possiamo osservare per quanto riguardo gli Shoras, che nel 1979 invece di scomparire continuarono a rafforzarsi e a crescere. Anche a causa della fuga di molti capitalisti fuori dal paese i lavoratori rivendicavano la gestione autonoma delle fabbriche, e nel corso del 1979 e del 1980 ci furono diversi scioperi importanti, sia per dimensioni che per radicalità, nonostante questi vennero vietati. Inizialmente Khomeini riteneva che gli Shoras si sarebbero dovute sciogliere immediatamente, ma i lavoratori, soprattutto i lavoratori del petrolio, si rifiutarono. Questo ci mostra come la classe operaia fosse cosciente di quanto ciò per cui lottavano non era stato ancora raggiunto e voleva continuare a lottare. Gli operai erano più avanti dei partiti che li avrebbero dovuti rappresentare, che invece, almeno in un primo momento, vedevano l’istituzione della Repubblica islamica come una vittoria. La linea di Khomeini cambiò: invece di vietare gli Shoras le trasformò lentamente in organi corporativi, e non più politici, di controllo operaio. Gli Shoras dovevano diventare istituzioni islamiche, non si poteva più parlare di comunismo o di rivoluzione all’interno di queste ultime. Con il tempo instaurò un vero e proprio regime militare all’interno delle fabbriche.
Il 23 settembre del 1980 l’Iraq guidato da Saddam Hussein attaccò e invase l’Iran, sostenendo che quest’ultimo appoggiava l’opposizione sciita all’interno del paese. La guerra, voluta dagli Stati Uniti e anche da Khomeini, durò otto anni e fu estremamente importante per il mantenimento del regime degli Ayatollah, creando un’unità nazionale contro il nemico straniero.
Nel corso degli anni ’80 la repressione divenne sempre più feroce, contro le minoranze nazionali e religiose, contro i partiti comunisti e contro chiunque si opponesse al regime. Nel 1980 le scuole vennero chiuse per un periodo di tempo abbastanza lungo a causa della grande centralità che avevano i Muhajjedin al loro interno. Nel 1981 ci furono i primi processi politici in cui vennero condannate a morte centinaia di persone. Nel 1983 le Shoras erano state completamente sconfitte e i partiti di opposizione, così come i sindacati indipendenti, vennero banditi. Tra il 1983 e il 1988 tantissimi militanti comunisti vennero perseguitati e uccisi. Vediamo quindi come, ancora una volta, gli errori dello stalinismo si tradussero nella morte degli stessi militanti dei partiti stalinisti.
Spero che da tutto ciò risulti chiaro che la rivoluzione iraniana non era destinata a finire così, e che sia sbagliato parlare di una “rivoluzione islamica” ma bisogna riferirsi quanto al più a questo processo come ad una “controrivoluzione islamica”.
La teoria dei due stadi è fallimentare, non solo perché in tal modo non si arriva mai al “secondo stadio”, dato che coloro che lo dovrebbero costruire vengono uccisi o repressi, ma anche perché non si arriva nemmeno al primo stadio. In Iran non si arrivò alla costituzione di un ordine democratico-borghese, non solo per il ruolo soggettivo di Khomeini, ma anche perché le condizioni economiche che non lo avrebbero permesso.
Note
1. Le isole Abu Musa, Greater Tunb e Lesser Tunb, di cui anche gli Emirati Arabi Uniti rivendicavano la sovranità.
2. Assef Bayat, Workers and Revolution in Iran, A Third World Experience of Workers’ Control, Zed Books Ltd, Londra 1987.
3. https://archivio.unita.news/assets/main/1978/11/08/page_014.pdf
4. Ted Grant, The Iranian Revolution, 9 febbraio 1979, https://marxist.com/iranian-revolution-grant090279.htm
5. Donald George Masch, The Iranian Revolution and the impact on the future of the Soviet-Iran relations, Tesi di Magistrale, Giugno 1980.
6. 6 aprile 1979, Donald George Masch, The Iranian Revolution and the impact on the future of the Soviet-Iran relations, Tesi di Magistrale, Giugno 1980.
7. https://archivio.unita.news/assets/main/1979/02/12/page_002.pdf
8. 11 febbraio 1979, Lotta Continua.
9. https://www.lavocedellelotte.it/2021/03/03/iran-1979-lezioni-di-una-rivoluzione/
10. Lotta Continua, 15 febbraio 1979, Intervista ai fedayn: “La seconda ragione sta nello sviluppo quantitativo della piccola borghesia soprattutto per la redistribuzione degli introiti derivanti dal petrolio negli ultimi anni. Dato che la piccola borghesia ha potuto svilupparsi molto, ha rafforzato molto anche la sua ideologia religiosa. E mentre la sinistra era immobilizzata dalla Savak questa qui permetteva che la piccola borghesia mantenesse le sue organizzazioni e facesse attività politica all’interno delle moschee. In più la piccola borghesia aveva una lunga tradizione di lotta ad esempio nel 1906 al tempo della rivoluzione costituzionale aveva partecipato al movimento della borghesia nazionale di Mossadeq ed infine tra il ‘61 e il ‘63 ha potuto partecipare al movimento popolare. Questa tradizione di lotta e del suo aumento quantitativo hanno dato forza alle sue posizioni”.
11. Afary, Janet, Kevin B. Anderson, Foucault and the Iranian revolution: Gender and the Seductions of Islamism, University of Chicago Press, 2010.
12. “If we can’t reduce the economic polarization and the inequalities between rich and the poor and consequently people become disappointed with Islam nothing can prevent the resulting explosion; and we will all be destroyed” Khomeini 1983, https://marxist.com/historical-origins-of-iranian-revolution.htm
