La classe operaia argentina sciopera contro la riforma del lavoro di Milei
23 Febbraio 2026
Trotskismo e fronte popolare in Sri Lanka
23 Febbraio 2026
La classe operaia argentina sciopera contro la riforma del lavoro di Milei
23 Febbraio 2026
Trotskismo e fronte popolare in Sri Lanka
23 Febbraio 2026
Mostra tutto

La rivoluzione in Nicaragua e la Quarta Internazionale

[Intervento di Matilde Porcari al seminario nazionale di formazione “Le cause oggettive e soggettive della degenerazione della Quarta Internazionale” (Milano, 14 dicembre 2025).]

Non abbiamo qui lo spazio per ripercorrere la storia del Nicaragua, che abbiamo già ampiamente trattato in un altro articolo.

Basti dire che, pur non essendo mai del tutto sconfitta la resistenza, le masse nicaraguensi furono schiacciate sotto il dominio della dittatura di Somoza, appoggiato dall’imperialismo statunitense, fino al 1979 .

La lotta di guerriglia portata avanti dal Fronte Sandinista di liberazione nazionale (FSLN), congiuntamente con il movimento dei contadini e con settori di classe lavoratrice in sciopero (insegnanti, edili, sanità), portò infine all’abbattimento della dittatura di Somoza. Nel luglio del 1979 i sandinisti giunsero al potere in seguito alla precipitazione degli eventi che seguì l’assassinio di Chamorro, il rappresentante della borghesia liberale, che provocò uno sciopero generale di massa segnando il punto di svolta con il coinvolgimento massiccio, per la prima volta, dei lavoratori.

Somoza fu rovesciato e la Guardia Nazionale fuggì. Si formò un governo provvisorio, la Giunta di Ricostruzione Nazionale, con sandinisti e politici borghesi. Questi ultimi, avevano come unico scopo scongiurare la rivoluzione. Non a caso fin dai primi mesi passarono ai Contras (finanziati dalla CIA), oltre a sabotare e destabilizzare l’economia con un vasto programma di deindustrializzazione e sciopero degli investimenti.

Perché non ci fu una rivoluzione socialista in Nicaragua

Le condizioni oggettive per lo sviluppo di una rivoluzione sulla linea di quella della Russia del 1917 erano presenti. Durante la dittatura di Somoza gli Stati Uniti, per assicurarsi il dominio sul paese, avevano fatto ingenti investimenti portando un ampio processo di industrializzazione, con la conseguente crescita della classe lavoratrice industriale: nel 1975 i lavoratori industriali erano il 16-18% del totale della forza lavoro, una percentuale superiore a quella della Russia pre rivoluzionaria. Le masse operaie e contadine si erano radicalizzate dopo decenni di brutale dittatura e sotto la pressione della recessione che colpì l’economia tra il 1969 e il 1974. La borghesia nazionale era debole e sottomessa all’imperialismo, incapace di svolgere alcun ruolo progressivo.

Eppure, in Nicaragua non fu portata avanti una rivoluzione socialista. In primo luogo, il capitalismo non fu abbattuto, diversamente da come avvenne, ad esempio, a Cuba dove Fidel Castro, sotto la pressione dell’embargo statunitense, dovette nazionalizzare l’economia e avviarsi sulla strada della rivoluzione socialista, seppur in una forma fin dall’inizio enormemente distorta.

In Nicaragua invece solo i possedimenti e le industrie della famiglia Somoza (già in forte crisi) vennero nazionalizzate, mentre circa il 70% dell’industria rimase di fatto in mano a privati, anche a multinazionali americane, percentuale destinata ad aumentare nei decenni successivi con le privatizzazioni. Xavier Gorostiaga, del Ministero della pianificazione, nel 1981 dichiarò che “pochissime persone si rendono conto che l’80% della produzione agricola è nelle mani del settore privato, così come il 75% del settore industriale”.

I sandinisti attuarono delle riforme progressiste dopo la loro ascesa al potere, ma non affrontarono mai fino in fondo la questione della proprietà dei mezzi di produzione. Anzi, lasciando il grosso dell’economia in mani private, fornirono alla borghesia nicaraguense e all’imperialismo americano gli strumenti per indebolire la rivoluzione ed, infine, sconfiggerla.

Fin dai primi momenti della rivoluzione le dichiarazioni dei leader sandinisti lasciavano intravedere la direzione che avrebbe preso il processo rivoluzionario. Ad esempio, il 21 agosto 1979 il leader sandinista e ministro del governo Jaime Wheelock dichiarò al quotidiano francese Le Monde di opporsi fermamente “a tutti coloro che vogliono accelerare l’evoluzione del regime in Nicaragua”.

Anche lo stesso comandante Ortega affermò Granma, giornale del Partito Comunista Cubano, il 2 settembre del 1979 che “la ricostruzione nazionale deve servire a raggiungere una fase superiore di sviluppo politico e sociale. Se non avessimo questa fase non potremmo avere in Nicaragua una futura società democratica liberale o qualsiasi altro tipo di società. […] Affermiamo che [la ricostruzione nazionale] è una fase della rivoluzione democratico-popolare“.

Era già evidente da queste dichiarazioni che la rivoluzione socialista non era all’ordine del giorno per l’FSLN, che cercava invece l’appoggio di una borghesia progressista nicaraguense che non esisteva. L’imperialismo poté tirare un sospiro di sollievo, tanto che, Jimmy Carter dichiarò l’11 settembre del 1979 di essere “soddisfatto del governo nicaraguense”.

Le posizioni della Quarta Internazionale in Nicaragua

Nonostante questa evidenza, tra le fila della Quarta Internazionale si svilupparono molte illusioni nei sandinisti, come va ne erano state verso Fidel Castro prima. Le concezioni terzomondiste e foquiste vennero sempre più introiettate dai dirigenti della Quarta fino ad abbandonare tutti gli insegnamenti di Trotskij sull’argomento.

Il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, dopo aver inizialmente sottovalutato il ruolo del FSLN, cambiò completamente linea fino a sostenere in modo acritico la leadership sandinista.

Sopratutto il Socialist Workers Party (SWP), sezione statunitense della Quarta Internazionale, sostenne questa politica, esattamente come aveva fatto con Castro a Cuba: ogni politica della dirigenza sandinista era giustificata, mentre allo stesso tempo venivano approvate tutte le misure adottate da Cuba nei confronti del Nicaragua. Nel 1979 e 1980 Cuba ebbe il merito di lanciare una campagna in solidarietà al Nicaragua, rivolgendosi a tutti i paesi. Tuttavia, questo appello non fu indirizzato alla Cina o all’URSS, con l’intento di scoraggiare un avvicinamento del Nicaragua al blocco sovietico (lo stesso Fidel Castro scoraggiò i sandinisti dal proseguire sulla strada della nazionalizzazione e dell’abbattimento del sistema capitalista che a Cuba era stato, suo malgrado, costretto ad intraprendere).

Pedro Camejo, dirigente del SWP, si recò in Nicaragua con Sergio Rodriguez della sezione messicana per raccogliere informazioni di prima mano, il cui risultato fu raccolto in un articolo del Militant, il giornale del SWP, nel quale Camejo afferma: “Il potere che oggi esiste in Nicaragua è un potere rivoluzionario. La strada è aperta per avanzare verso la costituzione di un governo dei lavoratori e dei contadini, […]. Un governo dei lavoratori e dei contadini non è ancora stato instaurato. Sebbene il capitalismo abbia subito un colpo devastante, esso continua a esistere. […] l’unico modo per i socialisti rivoluzionari di tutto il mondo di contribuire a far avanzare la rivoluzione nicaraguense è riconoscere le capacità rivoluzionarie di questa leadership, identificarsi con essa e unire le proprie forze alla sua nella lotta per difendere ed estendere la rivoluzione.” (The Militant, Vol. 43 No. 32. New York, 24/08/79)

Al Congresso Mondiale del Segretariato Unificato, l’SWP e la maggioranza del Segretariato Unificato arrivarono a definire il governo sandinista come un “governo operaio e contadino”. Anche la corrente mandelista si accodò e sostenne questa posizione dal maggio del 1980.

Invece di adottare una politica rivoluzionaria e spingere per la nazionalizzazione di banche, industrie e latifondi sotto il controllo operaio, i dirigenti della maggioranza della Quarta Internazionale sostenevano che in Nicaragua la rivoluzione socialista fosse compiuta e che la leadership sandinista fosse rivoluzionaria. Quella stessa leadership che fin da subito condivise il potere con la borghesia e l’imperialismo, che disarmò le milizie e rese inoffensivo ogni organismo sorto con la rivoluzione.

Moreno, che pure si oppose alla linea della maggioranza del S.U. in Nicaragua, e che in quel periodo aveva costruito una improbabile internazionale con l’OCI francese di Lambert durata meno di due anni, comunque aprì le porte, con la teoria della “rivoluzione democratica” e la posizione degli stati indipendenti (che applicò a Nicaragua, Iran, Libia e Angola), ad una revisione del marxismo che si concretizzò qualche anno più tardi con l’abbandono della teoria della rivoluzione permanente. La teoria di Moreno combinava l’idea menscevica della rivoluzione a tappe (la prima, e nei fatti ultima, tappa è la rivoluzione democratico-borghese) con l’abbandono della prospettiva dell’egemonia della classe lavoratrice e della costruzione del partito rivoluzionario. L’esatto opposto della teoria della rivoluzione permanente di Trotskij, come dimostrano le parole dello stesso Moreno: “Dobbiamo teorizzare che non è obbligatorio che la classe operaia e che un partito marxista rivoluzionario con influenza di massa siano chi diriga il processo della rivoluzione democratica verso la rivoluzione socialista”. (Escuela de cuadros, 1984, documento interno del PST, ripubblicato nel 1992 presso le Ediciones Crux di Buenos Aires, p. 108)

Teorie scorrette portano ad errori nella pratica

Partendo da un’analisi scorretta, nessuno fu in grado di elaborare una strategia e una tattica per lo sviluppo di una rivoluzione su basi sane in Nicaragua. Particolarmente deleteria fu la non comprensione del ruolo della borghesia nazionale e la visione puramente nazionale del processo. Non era possibile allora come non lo è adesso sviluppare una rivoluzione in un paese solo, specie un paese arretrato e isolato dove la borghesia nazionale è totalmente subalterna all’imperialismo. Le lezioni della Rivoluzione Russa e la teoria della rivoluzione permanente di Trotskij rappresentano un prezioso patrimonio che né i sandinisti né i dirigenti della Quarta Internazionale hanno compreso.

Le borghesie dei paesi coloniali e semi-coloniali, arrivate in ritardo sulla scena della storia, sono troppo deboli, corrotte e dipendenti dall’imperialismo per farsi carico di portare avanti una rivoluzione democratico-borghese. Al contempo, le contraddizioni del capitalismo spingono le masse a farsi protagoniste. È la classe lavoratrice, con alla sua testa un partito rivoluzionario, che deve assumersi la guida del processo per portalo a compimento. Ma una volta raggiunto il potere, la classe operaia non può limitarsi ad usare l’apparato statale borghese perché esso esiste per difendere il potere borghese, devono edificare il loro Stato. Così, i lavoratori, partendo dagli obiettivi propri della rivoluzione democratico-borghese, possono e devono andare oltre, verso l’edificazione del socialismo. Perché questo avvenga è essenziale che esista un partito autenticamente rivoluzionario, come fu in Russia il Partito Bolscevico.

Ma, senza l’estensione della rivoluzione questa, prima o poi, verrà schiacciata dall’imperialismo e dalle forze reazionarie nazionali. Inoltre, come dimostra l’esempio dell’URSS, della Cina, di Cuba ecc, l’isolamento della rivoluzione porta alla formazione di una cricca burocratica parassitaria che accentra il potere nelle proprie mani e vive di privilegi sulle spalle della classe lavoratrice, di fatto esclusa dalla gestione della società. Senza la prospettiva di una federazione socialista dell’America Latina, la rivoluzione era destinata a fallire.

In Nicaragua il processo restò limitato da una parte come conseguenza dei limiti dell’approccio riformista dei sandinisti, dall’altra fu anche il riflesso della politica estera dell’URSS. Non erano più gli anni ‘60, quando Kruscev parlava del superamento degli USA, era l’epoca della “coesistenza pacifica” e l’unico interesse di Mosca era trovare l’accordo con gli imperialisti. L’URSS non rappresentava più un modello accattivante per questo tipo di guerriglie che ad un certo punto, per il crollo del regime su se stesso, arrivavano al potere.

Diversamente da quanto avvenne in Russia nel 1917, i lavoratori non svolsero un ruolo dirigente né nella rivoluzione né successivamente. La leadership sandinista, organizzata sul modello gerarchico dell’esercito guerrigliero, aveva un controllo indiscriminato di ogni aspetto della vita politica del paese, con eccessi di nepotismo mai visti. Le organizzazioni di massa, pur sorte con la rivoluzione, non fungevano da strumenti di controllo popolare, ma da semplici cinghie di trasmissione di decisioni prese dall’alto.

I sandinisti hanno seguito la teoria menscevica e stalinista delle due fasi illudendosi nell’esistenza di un’ala progressista della borghesia nazionale per sviluppare l’economia sul modello della Svezia, la così detta economia mista (ovvero nulla più che un’economia capitalista con la presenza di un forte settore statale), rimandando così la rivoluzione sociale ad un periodo indefinito, che non è mai arrivato.

Tutto questo sembra fosse un libro chiuso per i dirigenti della Quarta Internazionale che, dopo aver sbandato su Cuba, fecero gli stessi errori in Nicaragua.

In un’intervista del 5 maggio 1989 all’Unità, quotidiano del Partito Comunista Italiano, Ortega dichiarò: “Abbiamo mantenuto le nostre promesse, abbiamo mantenuto un’economia mista e il pluralismo economico. Il modello svedese è il modello a cui noi nicaraguensi guardiamo con interesse”. Peccato che il settore privato nicaraguense non fosse minimamente paragonabile a quello svedese, la cui borghesia era entrata sulla scena della storia 300 anni prima. La realtà della situazione in Nicaragua era ormai molto lontana da quella dipinta dalle parole di Ortega.

Tanto lontana che, nel 1990, i sandinisti, ormai screditati, persero le elezioni contro la Unión Nacional Opositora (UNO) della figlia di Chomorro, aprendo la strada alla reazione in un contesto di riflusso generale in America Latina. Nei decenni successivi si sviluppò un progressivo smantellamento delle conquiste rivoluzionarie attraverso privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, politica di concertazione, corruzione e clientelismo che portarono allo smantellamento delle ultime conquiste rivoluzionarie e trasformarono profondamente il FSLN.

Le privatizzazioni provocarono proteste, ma il FSLN partecipò attivamente a questo processo sia all’opposizione tramite istituzioni che ancora controllava, sia dopo il ritorno al governo nel 2007. Ortega mantiene la leadership del partito attraverso metodi burocratici e antidemocratici, una gestione quasi familiare, mentre le inevitabili scissioni interne al FSLN non hanno prodotto nulla di diverso dall’approfondimento delle politiche riformiste e interclassiste. Se oggi Ortega mantiene la sua stretta sul Nicaragua non è per la sua forza, ma per l’assenza di un’alternativa a sinistra che sappia dare le risposte che i giovani e i lavoratori nicaraguensi meritano.

La risposta necessaria

In conclusione, gli errori commessi in Nicaragua, e più in generale nei processi rivoluzionari scoppiati in America Latina nella seconda metà del 900, furono gravidi di tragiche conseguenze. Nessuno, né i sandinisti né tra le varie correnti della Quarta Internazionale, difendeva in quel momento una linea corretta sul Nicaragua. L’unica eccezione, che ancora oggi possiamo rivendicare fieramente, fu la nostra internazionale che purtroppo però all’epoca non aveva una sezione in America Latina.

Oggi, si apre una nuova stagione di ascesa della lotte di classe in tutto il mondo, siamo entrati in un’epoca decisiva per la rivoluzione mondiale. Le idee riformiste che hanno portato alla sconfitta della rivoluzione nicaraguense però non sono scomparse. Il nostro primo dovere come marxisti è innanzi tutto partire dalla realtà. Analizzare e studiare questi processi è necessario per non commettere gli errori del passato e armare la classe lavoratrice e i giovani con le genuine idee del marxismo.

 

Condividi sui social