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La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia

Scritto nel maggio-giugno del 1876, come prima parte di uno studio più lungo Sulle tre forme fondamentali della schiavitù, che Engels aveva promesso a W. Liebknecht per il giornale Volkstaat. 
Il saggio non fu mai condotto a termine, il presente scritto fu pubblicato per la prima volta nel 1896, sulla rivista Die Neue Zeit.

 

di Friedrich Engels

 

Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza, dicono gli studiosi di economia politica. Lo è, accanto alla natura, che offre al lavoro la materia grezza che esso trasforma in ricchezza. Ma il lavoro è ancora infinitamente più di ciò. È la prima, fondamentale condizione di tutta la vita umana; e lo è invero a tal punto, che noi possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato lo stesso uomo.

Centinaia di migliaia di anni fa, in una fase ancora non precisabile di quell’era che i geologi chiamano terziaria, probabilmente verso la sua fine, viveva in una qualche parte della zona torrida – verosimilmente su di un grande continente ora sprofondato nell’Oceano Indiano – una famiglia di scimmie antropomorfe giunta a uno stadio particolarmente alto di sviluppo.  Darwin ci ha dato una descrizione approssimativa di questi nostri antenati. Erano estremamente pelosi, avevano la barba, le orecchie appuntite e vivevano in branchi sugli alberi.

A motivo anzitutto del loro modo di vivere, che con l’arrampicarsi assegnava alle mani funzioni diverse da quelle dei piedi, queste scimmie cominciarono a perdere l’abitudine di aiutarsi con le mani quando procedevano su terreno piano e ad assumere sempre più la posizione eretta. Con ciò era fatto il passo decisivo per il passaggio dalla scimmia all’uomo.

Tutte le scimmie antropomorfe ancora viventi possono stare ritte e muoversi facendo uso solo dei due piedi. Ma solo in caso di necessità e in modo estremamente impacciato. Il loro modo naturale di camminare è in posizione semieretta e comporta l’impiego delle mani. La maggior parte di esse appoggia le articolazioni del polso sul terreno e fa oscillare il corpo, con le gambe piegate tra le lunghe braccia, come uno storpio che cammina con le stampelle. In generale, possiamo osservare ancor oggi nelle scimmie tutti gli stadi tra l’andatura a quattro zampe fino a quella su due piedi. Ma in nessun caso quest’ultima è diventata più di un ripiego in caso di bisogno.

Se il camminare eretti divenne per i nostri villosi antenati dapprima regola e col tempo una necessità, ciò vuol dire che alle mani spettarono frattanto attività di natura via via sempre più diversa dall’originaria. Anche tra le scimmie regna una certa divisione di compiti nell’impiego della mano e del piede. Come si è già accennato, nell’arrampicarsi la mano viene usata in modo diverso dal piede. Essa viene usata di preferenza per cogliere il cibo e tenerlo fermo; cosa che accade già nel caso di mammiferi inferiori per le zampe anteriori. Con le mani, molte scimmie si costruiscono nidi sugli alberi o addirittura, come lo scimpanzé, tettoie tra i rami per ripararsi dai temporali. Con le mani afferrano randelli per difendersi dai nemici, o li bombardano con pietre e frutta. Con esse compiono in cattività tutta una serie di piccole operazioni imitando gli uomini. Ma proprio in quest’ultimo caso si vede quanto è grande la distanza tra la mano non sviluppata della scimmia, anche della più simile all’uomo, e la mano dell’uomo altamente perfezionata dal lavoro di centinaia di migliaia di anni. Il numero e la disposizione delle ossa e dei muscoli sono, nei due casi, gli stessi; ma la mano del selvaggio più arretrato può compiere centinaia di operazioni che nessuna scimmia riesce ad imitare. Nessuna mano di scimmia ha mai prodotto il più rozzo coltello di pietra.

Perciò le operazioni alle quali i nostri antenati impararono ad abituare gradualmente la loro mano, nel corso di molti millenni durante l’evoluzione dalla scimmia all’uomo, all’inizio non potevano che essere molto semplici. I selvaggi più arretrati, anche quelli nei quali c’è da supporre una ricaduta nello stato più propriamente animale con contemporanea involuzione dell’organismo, sono sempre a un livello molto superiore a quello di quegli esseri di transizione. Perché si arrivasse al momento in cui il primo ciottolo fu lavorato dalla mano dell’uomo fino ad essere trasformato in coltello, possono essere trascorse epoche di lunghezza tale che al confronto l’epoca storica a noi nota può apparire insignificante. Ma il passo decisivo era compiuto: la mano si era liberata e poteva ora acquistare una crescente destrezza: la maggiore scioltezza così acquistata si trasmise e si accrebbe di generazione in generazione.

La mano non è quindi soltanto l’organo del lavoro: è anche il suo prodotto. La mano dell’uomo ha potuto raggiungere quell’alto grado di perfezione che gli ha permesso di creare dal nulla i dipinti di Raffaello, le statue di Thorwaldsen, la musica di Paganini, solo attraverso il lavoro, attraverso l’adattamento ad operazioni via via nuove, attraverso la trasmissione ereditaria del particolare sviluppo dei muscoli, dei tendini e, a più lungo andare, anche delle ossa, che veniva così acquisito, e attraverso l’utilizzo ripetuto degli affinamenti così ereditati in nuove operazioni sempre più complesse.
Ma la mano non era isolata. Essa era soltanto un singolo membro di un organismo completo, estremamente complesso. E ciò che era acquisito per la mano era acquisito anche per tutto il corpo, al servizio del quale la mano lavorava, e invero in modo duplice.

In primo luogo, come conseguenza della legge che Darwin ha chiamato di correlazione dello sviluppo. Secondo questa legge, determinate forme di singole parti di un essere organico sono sempre collegate a certe forme di altre parti, che non hanno apparentemente alcun rapporto con le prime. Tutti gli animali, per esempio, che possiedono globuli rossi senza nucleo e il cui occipite è collegato alle prime vertebre dorsali mediante due articolazioni (i condili), hanno anche, senza eccezione, ghiandole mammarie per l’allattamento dei piccoli. E così, nei mammiferi, zoccoli bifidi sono regolarmente legati a uno stomaco multiplo per la ruminazione. Modificazioni di determinate forme portano con sé modificazioni della forma di altre parti del corpo, senza che noi siamo in grado di spiegare tale rapporto. Gatti completamente bianchi con occhi azzurri sono sempre, o con pochissime eccezioni, sordi. Il graduale affinamento della mano umana e il parallelo sviluppo del piede per l’andatura eretta hanno indubbiamente avuto degli effetti su altre parti del corpo anche a causa di simili correlazioni. Ma una tale influenza è stata studiata ancora troppo poco, per poter andare in questa sede al di là di una semplice constatazione della sua esistenza.

Molto più importante è la reazione diretta, dimostrabile, dello sviluppo della mano sul resto dell’organismo. Come abbiamo già detto, i nostri antenati scimmieschi erano socievoli; è evidentemente impossibile far discendere l’uomo, il più socievole di tutti gli animali, da un progenitore prossimo non socievole. Il dominio sulla natura, cominciato con lo sviluppo della mano, con il lavoro, ampliò, ad ogni passo in avanti che veniva fatto, l’orizzonte dell’uomo. Egli andava scoprendo, di continuo, nuove proprietà, fino ad allora sconosciute, nelle cose della natura. D’altro lato, lo sviluppo del lavoro ebbe come necessaria conseguenza quella di avvicinare di più tra loro i membri della società, aumentando le occasioni in cui era necessario l’aiuto reciproco, la collaborazione, rendendo chiara a ogni singolo membro l’utilità di una tale collaborazione. Insomma: gli uomini in divenire giunsero al punto in cui avevano qualcosa da dirsi. Il bisogno sviluppò l’organo ad esso necessario: la laringe non sviluppata della scimmia si andò sviluppando, lentamente ma sicuramente, attraverso una modulazione sempre più accentuata; la bocca e gli organi vocali impararono a poco a poco a pronunciare una lettera articolata dopo l’altra.

Il paragone con gli animali dimostra che questa spiegazione della nascita del linguaggio dal lavoro e con il lavoro è l’unica giusta. Quel poco che gli animali, anche i più sviluppati, hanno da comunicarsi se lo possono comunicare anche senza linguaggio articolato. Nessun animale allo stato di natura sente come una mancanza il fatto di non parlare o di non poter comprendere il linguaggio umano. Le cose stanno in modo del tutto diverso quando vengono addomesticati dall’uomo. Nella consuetudine con l’uomo, il cane ed il cavallo hanno fatto talmente l’orecchio al linguaggio articolato da poter comprendere facilmente qualsiasi lingua, nei limiti delle idee ad essi accessibili. Hanno inoltre acquistato la capacità di provare dei sentimenti, che prima erano ad essi estranei: come l’attaccamento all’uomo, la riconoscenza, ecc. Chi ha avuto molto a che fare con questi animali non si sottrae facilmente all’idea che ci siano parecchi casi nei quali essi, oggi, sentano come una mancanza la loro incapacità di parlare; mancanza alla quale certo non si può più purtroppo portare un rimedio perché i loro organi vocali si sono ormai troppo nettamente differenziati in una ben determinata direzione. Ma laddove esiste un organo adatto, anche una tale incapacità viene a cadere, entro certi limiti. Gli organi vocali degli uccelli son certo diversi quanto è possibile immaginarlo da quelli umani, e tuttavia gli uccelli sono gli unici animali che imparano a parlare. L’uccello che ha la voce più sgradevole, il pappagallo, è quello che parla meglio. Non si dica che egli non comprende quello che dice. Senza dubbio, ripeterà ciarliero tutto il suo patrimonio di parole per ore ed ore, per il semplice gusto di parlare e per il fatto che sta in compagnia di uomini. Ma entro i limiti delle cose che comprende, può imparare anche a capire quello che dice. Si insegnino a un pappagallo delle paralocce in modo che si faccia una idea del loro significato (è uno dei sommi piaceri dei marinai che tornano veleggiando dai paesi tropicali), lo si stuzzichi, e si vedrà ben presto che saprà far uso dei suoi insulti non meno appropriatamente di un’erbivendola berlinese. Lo stesso varrà per la richiesta di leccornie.

Il lavoro in primo luogo, dopo di esso e con esso il linguaggio: ecco i due stimoli fondamentali sotto la cui influenza il cervello di una scimmia si è trasformato gradualmente in un cervello umano, molto più grande e perfetto al di là di ogni somiglianza. Al perfezionamento del cervello si accompagnò però di pari passo il perfezionamento dei suoi strumenti più immediati: gli organi sensoriali. Così come il linguaggio nel suo graduale sviluppo viene necessariamente accompagnato da un corrispondente affinamento dell’organo uditivo, allo stesso modo quello del cervello viene accompagnato in generale da quello di tutti gli altri sensi. L’aquila vede molto più lontano dell’uomo, ma l’occhio dell’uomo scorge molto di più nelle cose che non quello dell’aquila. Il cane ha narici assai più penetranti dell’uomo, ma non distingue fra di loro la centesima parte degli odori che per l’uomo sono ben determinati indici di cose differenti. E il tatto, che nella scimmia esiste solo al suo più grezzo stato iniziale, si è andato formando solo con la formazione della mano umana, attraverso il lavoro.

Lo sviluppo del cervello e dei sensi al suo servizio, della coscienza che si andava facendo sempre più chiara, della capacità di astrazione e ragionamento, ebbero l’effetto di dare al lavoro e al linguaggio un nuovo impulso ad un ulteriore perfezionamento. Quest’ultimo, anziché concludersi nel momento in cui l’uomo si distinse definitivamente dalla scimmia, da allora è proseguito generalmente in modo possente, differenziandosi in livello e direzione tra i diversi popoli e nelle diverse epoche, a volte anche interrompendosi con arretramenti locali o temporanei, venendo da un lato spinto fortemente in avanti, dall’altro indirizzato in un determinato senso da un nuovo elemento che emerge con il completamento dello sviluppo dell’uomo: la società. Sono certamente trascorsi centinaia di migliaia di anni (per la storia della terra non più di quel che sia un secondo per la vita umana1) prima che dai branchi di scimmie arrampicatrici venisse fuori una società di uomini. Ma alla fine eccola là. E cosa troviamo ancora una volta come differenza caratteristica tra il branco di scimmie e la società degli uomini? Il lavoro. Il branco di scimmie si accontentava di pascolare nel proprio territorio, i cui limiti erano definiti dalla conformazione geografica o dalla resistenza di un branco confinante. Il branco intraprendeva sì migrazioni e battaglie, per conquistare nuovo terreno di pascolo, ma era incapace di ricavarne più di quello che la natura stessa offriva (a prescindere dal fatto che inconsapevolmente lo concimava con i suoi escrementi).

Una volta che tutti i possibili territori di pascolo erano stati occupati non poteva più aver luogo nessun incremento della popolazione delle scimmie; il numero degli animali poteva tutt’al più mantenersi costante. Ma presso tutti gli animali ha luogo, in misura elevata, lo spreco del nutrimento, e con esso l’uccisione in germe del nuovo nutrimento. Il lupo non risparmia, come fa il cacciatore, la femmina del capriolo, che gli deve fornire i piccoli l’anno prossimo. In Grecia le capre, distruggendo con il loro pascolare i piccoli arbusti all’inizio della loro crescita, hanno spogliato di vegetazione tutti i monti del paese. Questa “depredazione” propria delle bestie riveste un importante ruolo nella graduale trasformazione delle specie animali, in quanto le costringe ad adattarsi a un nutrimento diverso dal loro abituale: con ciò nuovi composti chimici entrano nel loro sangue, e tutta la costituzione dell’organismo si altera a poco a poco, mentre le specie che si erano fissate precedentemente si estinguono. Non v’è dubbio che tale depredazione ha potentemente contribuito all’umanizzazione dei nostri antenati. Una razza di scimmie, molto più avanti di tutte le altre per intelligenza e capacità di adattamento, dovette essere portata da questa depredazione ad allargare sempre di più il numero delle piante per il suo nutrimento, a consumare di queste le parti sempre più adatte alla nutrizione, in breve a diversificare il nutrimento e con esso le sostanze immesse nell’organismo, i presupposti chimici dell’umanizzazione. Tutto ciò non era però ancora vero e proprio lavoro. Il lavoro comincia con la realizzazione di strumenti. E quali sono gli strumenti più antichi che troviamo? Quelli che dobbiamo ritenere come i più antichi, stando agli oggetti che gli uomini preistorici tramandarono e al modo di vivere dei primi popoli della storia così come delle popolazioni selvagge contemporanee più arretrate? Sono strumenti per la caccia e per la pesca, i primi dei quali, al tempo stesso, armi. Ma la caccia e la pesca presuppongono il passaggio da un’alimentazione puramente vegetale all’assunzione anche della carne: e questo è un altro passo essenziale nel processo di umanizzazione. L’alimentazione a base di carne conteneva, quasi bell’e pronte, le sostanze più essenziali delle quali l’organismo ha bisogno per rinnovare i suoi tessuti; abbreviò, con i tempi della digestione, la durata di tutti gli altri processi vegetativi dell’organismo che hanno il loro corrispettivo nella vita vegetale, aumentando così il tempo, le risorse materiali e la voglia, per lo svolgimento della vita propriamente animale. E quanto più l’uomo in divenire si allontanava dalla pianta, tanto più si elevava anche al disopra della bestia. Come l’abitudine al cibo vegetale, accanto alla carne, ha trasformato il cane e il gatto selvaggio in servitori dell’uomo, così l’adattamento all’alimentazione a base di carne, accanto a quella vegetale, ha contribuito considerevolmente a dare all’uomo in divenire forza fisica e indipendenza. Ma il principale effetto dell’alimentazione carnivora fu sul cervello, al quale adesso le sostanze necessarie per il suo nutrimento e per il suo sviluppo potevano arrivare in quantità maggiore rispetto a prima e poteva quindi svilupparsi in modo più rapido e completo di generazione in generazione. Col permesso dei signori vegetariani, l’uomo non si è evoluto senza alimentazione carnivora; e se è pur vero che questa ad un certo punto tra tutti i popoli a noi conosciuti ha portato all’antropofagia (gli antenati dei berlinesi, i Veletabi o Velsi, mangiavano i loro genitori ancora nel X secolo) la cosa ormai non ci tocca più.

L’alimentazione carnivora portò a due nuovi progressi di importanza decisiva: l’uomo imparò a servirsi del fuoco e ad addomesticare le bestie. Il primo fatto abbreviò ancor di più il processo digestivo, portando alla bocca un cibo, potremmo dire, già per metà digerito; il secondo fatto rese più abbondante l’alimentazione carnivora, aprendo, accanto alla caccia, una nuova regolare forma di rifornimento, e procurò inoltre, con il latte e i suoi prodotti, un nuovo nutrimento di valore certo non inferiore alla carne per composizione. I due fatti divennero così, già in modo diretto, nuovi mezzi di emancipazione per l’uomo; ci porterebbe ora troppo lontano il soffermarci nei dettagli sulla loro influenza indiretta, per quanto importanti essi siano stati per lo sviluppo dell’uomo e della società.

Allo stesso modo in cui imparò a mangiare tutto quanto fosse commestibile, l’uomo imparò anche a vivere in ogni clima. Si espanse in tutti i territori abitabili, unico animale con la piena capacità di farlo. Gli altri animali che si sono abituati ad ogni clima – gli animali domestici e gli insetti – lo hanno fatto non da soli, con i propri mezzi, ma al seguito dell’uomo. Il passaggio dal clima uniformemente caldo della regione d’origine a quello di regioni più fredde, nelle quali l’anno si divideva in estate e inverno, creò nuovi bisogni: abitazione e vestiario per proteggersi dal freddo e dall’umidità, nuovi campi di lavoro e con essi nuove attività, che allontanarono sempre di più l’uomo dall’animale.

Attraverso l’azione congiunta della mano, degli organi vocali e del cervello non solo sugli individui ma anche sulla società, gli uomini divennero capaci di compiere operazioni sempre più complicate, di proporsi obiettivi sempre più elevati e di raggiungerli. Il lavoro stesso, col passare delle generazioni, cambiò, diventando più completo e diversificato. Alla caccia e alla pesca si aggiunse l’agricoltura, a quest’ultima la filatura e la tessitura, la lavorazione dei metalli, la ceramica, la navigazione. Accanto al commercio e all’industria comparvero infine l’arte e la scienza; dalle tribù vennero fuori le nazioni e gli Stati. Si svilupparono il diritto e la politica, e con essi il riflesso fantastico delle cose umane nella mente umana: la religione. Di fronte a tutte queste creazioni, che si presentavano come prodotti diretti della mente e che sembravano dominare le società umane, i più modesti prodotti del lavoro manuale furono relegati in un secondo piano; e questo tanto più nella misura in cui la mente organizzatrice del lavoro poté far eseguire da mani che non erano le proprie il lavoro pianificato, e ciò sin dai primissimi stadi dello sviluppo sociale (per esempio, sin dal semplice stadio della famiglia). Tutto il merito dei rapidi progressi della civiltà venne attribuito alla mente, allo sviluppo e all’attività del cervello; gli uomini si abituarono a spiegare la loro attività con il loro pensiero invece che con i loro bisogni (che senza dubbio si riflettono nella mente e giungono alla coscienza). Sorse così, col tempo, quella concezione idealistica del mondo, che ha dominato le menti sin dalla fine della civiltà antica. Essa è ancora tanto dominante, che persino gli scienziati materialisti della scuola darwinista non riescono ancora a farsi un’idea chiara delle origini dell’uomo, perché, essendo ancora sotto l’influsso ideologico dell’idealismo, non riconoscono il ruolo giocato dal lavoro.

Come si è già accennato, gli animali, proprio come l’uomo, seppure non nella stessa misura, modificano con la loro attività la natura che li circonda. E le modificazioni da essi apportate all’ambiente reagiscono a loro volta, come abbiamo visto, su quegli animali stessi che ne sono stati la causa. Poiché nella natura non esistono avvenimenti isolati. Ogni cosa provoca un effetto su un’altra e viceversa. Il più delle volte, è proprio la dimenticanza di questo movimento in tutte le direzioni, di questa mutua azione, che impedisce ai nostri scienziati di veder chiaro nei più semplici fenomeni. Abbiamo osservato come le capre abbiano impedito il rimboschimento della Grecia; le capre e i maiali sbarcati a Sant’Elena dai primi naviganti che vi approdarono hanno quasi portato a termine la loro opera di distruzione dell’antica vegetazione e hanno così preparato il terreno adatto all’espansione delle piante portate più tardi da nuovi navigatori e da colonizzatori. Ma se gli animali esercitano un’influenza duratura sull’ambiente in cui vivono, la cosa avviene senza alcuna intenzione ed è, per gli animali stessi, qualcosa di casuale. Quanto più però l’uomo si allontana dall’animale, tanto più la sua influenza sulla natura assume il carattere di un’azione premeditata, pianificata e diretta a ben determinati scopi, conosciuti in anticipo. L’animale distrugge la vegetazione di una regione senza sapere quello che fa. L’uomo la distrugge per seminare sul terreno così sgombrato e per coltivarlo o piantarvi alberi e viti, e sa che da questi riavrà la semente moltiplicata. Trasferisce da una regione all’altra piante utili e animali domestici, modificando così la flora e la fauna di interi continenti. Ma v’è di più. Con l’allevamento artificiale tanto le piante quanto gli animali vengono modificati dalla mano dell’uomo a tal punto da divenire irriconoscibili. Le piante selvagge, dalle quali discendono le varietà del nostro grano, vengono ancora cercate invano. È ancora oggetto di discussione da quali bestie selvagge derivino i nostri cani, che tante differenze hanno tra loro stessi, o le nostre altrettanto numerose razze di cavalli.
È del resto ovvio che non ci viene in mente di negare la capacità degli animali di agire in modo pianificato e premeditato. Al contrario. L’azione pianificata esiste già, in germe, dovunque protoplasma, albume vivente, esiste e reagisce: compie cioè dei movimenti, sia pur semplici, in conseguenza di determinati stimoli esterni. Tali reazioni hanno luogo laddove ancora non ci sono addirittura cellule, tanto meno cellule nervose. Il modo in cui le piante che divorano insetti afferrano la loro preda appare sotto un certo aspetto come un’azione predisposta secondo un piano, per quanto del tutto inconsapevole. Negli animali, nella misura in cui si sviluppa il sistema nervoso, si sviluppa la capacità di un’azione preordinata e cosciente, capacità che raggiunge già un alto livello nei mammiferi.

Nella caccia alla volpe inglese si può osservare ogni giorno con quanta precisione la volpe sappia impiegare la sua grande conoscenza del territorio per sfuggire ai suoi inseguitori e quanto ben conosca e utilizzi tutte le particolarità del terreno che favoriscono la perdita delle tracce. Nel caso dei nostri animali domestici, che si sono maggiormente sviluppati nella relazione con l’uomo, si possono osservare quotidianamente atti di scaltrezza che stanno assolutamente allo stesso livello di quelli dei bambini. Poiché, come la storia dello sviluppo dell’embrione umano nel grembo materno non rappresenta altro che una ripetizione abbreviata della storia, lunga milioni di anni, dello sviluppo dell’organismo dei nostri antenati animaleschi, cominciata col verme, così lo sviluppo spirituale del bambino rappresenta una ripetizione, solo ancora più abbreviata, dello sviluppo intellettuale degli stessi antenati, perlomeno dei più recenti. Ma nessuna preordinata azione di nessun animale è riuscita a imprimere sulla terra il sigillo della sua volontà. Ciò era una prerogativa dell’uomo.

Insomma, l’animale si limita a utilizzare la natura esterna e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo, attraverso i cambiamenti che apporta, la mette al servizio dei suoi scopi: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza.

Non aduliamoci troppo tuttavia per le nostre vittorie umane sulla natura. La natura si vendica di ognuna di esse. Ognuna ha infatti, in prima istanza, le conseguenze che avevamo calcolato; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. Le popolazioni che, in Mesopotamia, in Grecia, nell’Asia Minore e in altre regioni, disboscarono per procurarsi terreno coltivabile, non pensavano che così facendo creavano le condizioni per l’attuale desertificazione di quelle regioni, dal momento che insieme ai boschi toglievano i centri di raccolta e i depositi dell’umidità. Gli italiani della regione alpina, nell’utilizzare sul versante sud gli abeti conservati con tanta cura nel versante nord non presentivano affatto che, così facendo, scavavano la fossa all’industria pastorizia sul loro territorio; e ancor meno immaginavano che in questo modo sottraevano alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno quell’acqua che con torrenti tanto più impetuosi si sarebbe riversata nella pianura durante la stagione delle piogge. Coloro che diffusero la patata in Europa, non sapevano che assieme al bulbo farinoso diffondevano anche la scrofola. E così ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, come qualcuno che sta al di fuori della natura ma che le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo al suo interno e che tutto il nostro dominio su di essa consiste, cosa che ci eleva al di sopra di tutte le altre creature, nel conoscerne le leggi, e nel poterle applicare nel modo più appropriato.

E, in effetti, comprendiamo ogni giorno più esattamente le sue leggi e riconosciamo gli effetti immediati e quelli remoti del nostro intervento nel corso abituale della natura. In particolare, dopo i poderosi progressi compiuti dalla scienza in questo secolo, siamo sempre più in condizione di conoscere, e quindi di imparare a dominare anche gli effetti naturali più a lungo termine, perlomeno per quello che riguarda le nostre abituali attività produttive. Ma quanto più ciò sarà così, tanto più gli uomini non solo sentiranno, ma sapranno anche, di formare un tutt’uno con la natura, e si farà tanto più insostenibile il concetto, assurdo e innaturale, di una contrapposizione tra spirito e materia, tra uomo e natura, tra anima e corpo, che dal crollo del mondo dell’antichità classica è penetrato in Europa e ha raggiunto il suo massimo sviluppo nel cristianesimo.

Ma se è stato necessario il lavoro di millenni solo perché imparassimo a calcolare, in una certa misura, gli effetti a lungo termine della nostra attività rivolta alla produzione, la cosa si presentava come ancor più difficile in relazione agli effetti sociali più a lungo termine di tale attività. Abbiamo citato il caso delle patate e della scrofola che si è diffusa al loro seguito. Ma cos’è la scrofola di fronte agli effetti che provocò sulle condizioni di vita delle masse popolari di interi paesi il fatto che i lavoratori fossero ridotti a cibarsi di sole patate? Di fronte alla carestia che colpì l’Irlanda nel 1847 in conseguenza della malattia che distrusse le patate, e fece finire un milione di irlandesi che si nutrivano di patate – e quasi esclusivamente di patate – sotto terra, e altri due milioni al di là del mare? Quando gli arabi impararono a distillare l’alcool non si sognavano neppure di aver creato la principale arma con la quale gli aborigeni della ancora non scoperta America sarebbero stati cancellati dalla faccia della Terra. E quando Colombo scoprì questa America non sapeva che, nel farlo, risvegliava a nuova vita la schiavitù da lungo tempo superata in Europa e gettava le basi per il commercio dei neri. Gli uomini che, nel diciassettesimo e  diciottesimo secolo, lavorarono alla produzione della macchina a vapore, non immaginavano affatto di realizzare lo strumento che più d’ogni altro avrebbe rivoluzionato le condizioni sociali del mondo intero e che, attraverso la concentrazione della ricchezza nelle mani della minoranza e la totale espropriazione della stragrande maggioranza, avrebbe dapprima procurato alla borghesia, in particolare in Europa, il predominio sociale e politico, per generare poi tra borghesia e proletariato una lotta di classe, che può aver fine solo con l’abbattimento della borghesia e l’abolizione di tutti i contrasti di classe. Ma anche in questo campo impariamo gradualmente, con una lunga e spesso dura esperienza e attraverso la raccolta e lo studio dei materiali storici, ad acquisire chiarezza sulle conseguenze sociali indirette e a lungo termine della nostra attività produttiva, e in questo modo ci viene data la possibilità di dominare e regolare anche queste conseguenze. Ma per realizzare questa regolamentazione, occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro attuale ordinamento sociale.

Tutti i modi di produzione fino ad oggi esistiti si sono sviluppati perseguendo l’effetto utile più vicino, più immediato, del lavoro. Le ulteriori conseguenze che sopraggiungevano solo in un tempo successivo e i cui effetti si esprimevano per graduale accumulazione e ripetizione, rimanevano del tutto trascurate. L’iniziale proprietà collettiva del suolo corrispondeva da un lato a uno stadio di sviluppo dell’uomo, che limitava in generale il suo orizzonte alle cose più vicine, e presupponeva dall’altro una certa abbondanza di terreno a disposizione, che consentiva un certo margine di fronte ad eventuali cattivi risultati di questa economia primitiva di tipo forestale. Esauritasi questa sovrabbondanza di terreno, tramontò anche la proprietà collettiva. Ma tutte le forme superiori di produzione hanno portato alla divisione della popolazione in diverse classi e con ciò al contrasto tra classi dominanti e classi oppresse; con ciò però l’interesse della classe dominante diveniva l’elemento che dava impulso alla produzione, nella misura in cui quest’ultima non si limitava a fornire i mezzi minimi di sussistenza necessari agli oppressi. Questo processo si è sviluppato nella maniera più completa nel modo di produzione capitalistico oggi dominante nell’Europa occidentale. I singoli capitalisti, che dominano la produzione e lo scambio, possono preoccuparsi solo dell’effetto utile più immediato della loro attività. E pure questo stesso effetto – per quel che concerne l’utilità dell’articolo prodotto o scambiato – viene posto completamente in secondo piano: l’unica molla della produzione diventa il profitto che si può realizzare nella vendita.

La scienza borghese della società, l’economia politica classica, si occupa soprattutto degli effetti sociali immediatamente visibili delle attività umane rivolte alla produzione e allo scambio. Ciò corrisponde completamente all’organizzazione sociale, di cui essa è l’espressione teorica. In una società in cui i singoli capitalisti producono e scambiano solo per il profitto immediato, possono esser presi in considerazione solo i risultati più vicini, più immediati. Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l’usuale profittarello e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti delle stesse attività sulla natura. Prendiamo il caso dei piantatori spagnoli a Cuba, che bruciarono completamente i boschi sui pendii e trovarono nella cenere concime sufficiente per una generazione di piante di caffè altamente remunerative. Cosa importava loro che dopo di ciò le piogge tropicali portassero via l’ormai indifeso “humus” e lasciassero dietro di sé solo nude rocce? Nell’attuale modo di produzione viene preso prevalentemente in considerazione, sia di fronte alla natura che di fronte alla società, solo il primo, più palpabile risultato. E poi ci si meraviglia ancora che gli effetti più remoti delle attività rivolte a un dato scopo siano completamente diversi e per lo più portino allo scopo opposto; che l’armonia tra la domanda e l’offerta si trasformi nella sua opposizione polare, come mostra l’andamento di ogni ciclo industriale decennale e come anche la Germania, nel “crac”, ne ha sperimentato un piccolo preludio; che la proprietà privata basata sul lavoro personale porti come necessaria conseguenza del suo sviluppo alla mancanza di ogni proprietà per i lavoratori, mentre tutta la proprietà si concentra sempre di più nelle mani di chi non lavora; che… [Qui il manoscritto si interrompe.]

Nota di Engels
1. Sir W. Thomson, un’autorità di primo rango in questo campo, ha calcolato che dal momento in cui la terra si è raffreddata al punto da permettere la vita su di essa a piante ed animali devono essere trascorsi non molto più di cento milioni di anni.