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Il Brasile di Bolsonaro – La destra al governo, la rabbia nelle piazze

Di Emanuele Nidi

All’indomani dell’elezione di Jair Bolsonaro, malgrado la sua forza parlamentare, prevedevamo un governo instabile, diviso, che avrebbe dovuto far fronte a nuove mobilitazioni popolari e agli effetti di una ulteriore recessione economica. Oggi, a un anno dalla vittoria del Partito Social-liberale (Psl), possiamo iniziare a porre a verifica le nostre previsioni.

È lo stesso Bolsonaro a venirci in aiuto quando, commentando i movimenti insurrezionali in Cile di questo ottobre, registra il rischio di analoghe sollevazioni nel suo paese. Nelle parole del presidente, il Sud America sta vivendo “tempi duri”: “La sinistra radicale, disperata per la sua sconfitta, è disposta a tutto per destabilizzare i paesi della regione. Cercherà di tornare al potere in ogni modo e ci ricondurrà alla catastrofe che avevamo fermato.”(1)

Al netto dei soliti toni deliranti, Bolsonaro centra involontariamente un punto che sembra essere sfuggito a molti commentatori. L’esaurirsi della stagione dei governi progressisti in America Latina, plasticamente rappresentato dalla crisi venezuelana e dalla stessa elezione di Bolsonaro, non ha significato una unilaterale svolta a destra del continente. Il fenomeno va piuttosto inserito nella più generale crisi politica che attraversa da anni l’intera area. In questo quadro trovano posto il golpe in Bolivia come i movimenti di massa in Cile e in Ecuador. La medesima instabilità che nel 2018 aveva portato alla vittoria di Bolsonaro oggi fa da sfondo alla crisi di consenso del suo governo. In effetti i sondaggi mostrano come la fiducia nell’esecutivo (fin dall’inizio minoritaria nel paese) sia calata sistematicamente per tutto l’anno fino ad assestarsi intorno al 31 per cento a settembre. Il Trump tropicale è, al pari del suo omologo statunitense, protagonista di scandali quotidiani. Su di lui grava il sospetto di un coinvolgimento diretto nell’omicidio di Marielle Franco, la consigliera del Partito Socialismo e Libertà (Psol) assassinata nel maggio 2018. La sua presidenza è divenuta il bersaglio prediletto del movimento ambientalista che, a livello globale, ha posto la salvaguardia della foresta amazzonica tra le proprie rivendicazioni principali. Il suo consolidato gusto per le più disgustose provocazioni (o la sua “inattitudine alla politica”,(2) per utilizzare l’eufemistica espressione adottata da un giornalista reazionario) ha fomentato l’opposizione nel paese e portato a scontri continui all’interno della maggioranza. Ormai le contraddizioni che attraversano l’accozzaglia di neoliberisti, predicatori evangelici e giudici corrotti al momento al potere in Brasile appaiono evidenti anche a chi aveva in prima battuta sostenuto il nuovo presidente. Le divisioni sono state per un momento messe da parte nel momento dell’approvazione della controriforma previdenziale, un sogno coltivato dalla parassitaria borghesia brasiliana per decenni, salutata come sviluppo entusiasmante dalla stampa finanziaria mondiale. Ma essere riuscito dove i suoi predecessori (da Lula a Temer) avevano fallito potrebbe rivelarsi una magra consolazione per Bolsonaro. Se c’è qualcosa che possiamo imparare dall’anno passato è che il popolo brasiliano non sembra intenzionato a recepire passivamente gli attacchi del governo.(3)

Mobilitazioni popolari

Bolsonaro potrà anche essere fascista, ma per fortuna non sono le sue inclinazioni personali a determinare la natura politica dello Stato brasiliano. Se il Brasile fosse precipitato nel fascismo avremmo di fronte un governo con una solida base di consenso, in grado di mobilitare settori popolari per schiacciare qualsiasi forma di attività indipendente della classe lavoratrice. In effetti è lo scenario dipinto dalla sinistra dopo le elezioni; ma un rapido sguardo alle mobilitazioni della scorsa primavera basta a smentire questa lettura superficiale. I tagli proposti dal ministro dell’istruzione Abraham Weintraub (il 30 per cento dei fondi riservati a scuole e università) hanno portato a manifestazioni di protesta in tutto il paese, culminate nella giornata del 15 maggio: in più di un milione e mezzo sono scesi in piazza in duecento città, con picchi di oltre 200mila studenti e lavoratori della scuola a San Paolo e Rio de Janeiro. Significativamente, il tentativo del governo di organizzare un contrattacco la settimana successiva si è risolto nell’attivazione di poche decine di migliaia di sostenitori di Bolsonaro. Il 30 maggio, in occasione di una seconda giornata di lotta convocata dall’Unione nazionale degli studenti, in centinaia di migliaia hanno marciato contro i tagli.

La combattività delle masse ha avuto modo di dar nuova prova di sé in occasione dello sciopero generale convocato dalla Cut, il principale sindacato brasiliano, il 14 giugno.

Dopo le giornate di maggio i tagli all’istruzione sono rimasti parte del programma del governo, al pari della controriforma delle pensioni. Inoltre una fuga di notizie ha smascherato definitivamente l’ipocrisia del sistema giudiziario e dei magistrati responsabili della condanna di Lula. È diventato evidente che le accuse erano state formulate sulla base di prove inconsistenti, al solo scopo di impedire la candidatura dello storico leader del Partito dei lavoratori (Pt) alle elezioni del 2018. Le intercettazioni hanno coinvolto direttamente Sergio Moro, il giudice in prima fila nell’operazione Lava Jato,(4) ora ministro della giustizia. All’interno del governo era la figura di gran lunga più popolare, visto da molti cittadini come protagonista di una esemplare lotta alla corruzione. Ma le intercettazioni hanno offerto l’immagine di un Moro più interessato alla decapitazione politica del Pt che alla sua crociata giustizialista. La sfiducia nel governo è cresciuta, a partire dalla delegittimazione di uno dei suoi rappresentanti più noti.

A partire da queste premesse, non stupisce il successo della data di giugno. Stando ai dati forniti dal sindacato, lo sciopero ha coinvolto 45 milioni di lavoratori in 380 città. L’adesione, particolarmente alta tra insegnanti e dipendenti pubblici, ha raggiunto livelli significativi anche in quei settori di classe operaia che non avevano preso parte alle giornate di maggio. A San Paolo, nel cuore dell’industria automobilistica, il sindacato metalmeccanico ha dichiarato che oltre il 98 per cento dei lavoratori ha aderito allo sciopero, paralizzando i principali stabilimenti della Volkswagen e della Mercedes. Dieci delle dodici maggiori raffinerie del paese sono state bloccate, a dimostrazione della consapevolezza, da parte dei lavoratori, del rischio rappresentato dalla proposta di privatizzazione della Petrobras. Questi dati sono tanto più impressionanti in quanto si tratta del secondo sciopero generale dal 2017, dopo vent’anni in cui non una Greve Geral era mai stata convocata.

La Cut si è mostrata del tutto inadeguata a dirigere una mobilitazione di questo livello. I leader del sindacato non hanno inteso la data del 14 giugno se non come un’occasione per far pressione sui parlamentari, allo scopo di apportare alcune modifiche alla controriforma delle pensioni. Il successo della convocazione deve aver stupito in prima battuta proprio loro, che nelle settimane precedenti si erano spesi attivamente per invitare i lavoratori a limitarsi a stare a casa, senza scendere in piazza. Un appello di scarso successo, stando ai numeri di manifestanti nei principali centri del paese (100.000 a Rio de Janeiro, 50.000 a San Paolo e Porto Alegre). Solo la crisi di prospettiva della Cut ha impedito, a partire da queste cifre, l’organizzazione di una mobilitazione generalizzata che si ponesse come scopo il ritiro della riforma previdenziale e la caduta del governo.

Un governo diviso

La prova di forza delle piazze ha costituito un’ulteriore occasione per testare la rissosità della maggioranza. Weintraub è stato aspramente criticato per aver presentato i tagli come parte di un ambizioso piano di lotta al “marxismo culturale”, a suo dire egemone nelle università brasiliane. Molti commentatori hanno sottolineato come un linguaggio di questo tipo abbia un effetto incendiario nel paese, mentre sarebbe preferibile legare l’operato del governo alla fredda logica della necessità economica. Queste critiche, comuni nella stampa finanziaria brasiliana, trovano espressione ai livelli più alti dell’esecutivo. Il vicepresidente Hamilton Mourão è stato il primo ad ammettere che il governo aveva “fallito” nello spiegare pubblicamente i tagli all’istruzione. Mourão è il punto di riferimento dell’ala più istituzionale all’interno del governo. Definire moderato questo settore sarebbe fuorviante. Mourão è un razzista dichiaratamente ostile a indios e afro-brasiliani; Paolo Guedes (il ministro dell’economia) un neoliberista oltranzista. Eppure, perfino questi personaggi si rendono conto di quanto la retorica estremista di alcuni degli elementi più in vista del governo (per non parlare dello stesso Bolsonaro) abbia il solo effetto di fomentare l’attivismo delle masse.

Non vale qui la pena soffermarsi sul pensiero di Olavo de Carvalho. Le “teorie” di Olavo, astrologo e filosofo dilettante, coprono svariati argomenti, dall’eliocentrismo (a suo dire mai dimostrato) all’Illuminismo (corruttore dell’Occidente). A questo grottesco personaggio, da anni autoesiliato in Virginia, fanno aperto riferimento, oltre al presidente, il ministro degli esteri Ernesto Araújo e l’ex ministro dell’istruzione Ricardo Vélez, sollevato dal suo incarico dopo una serie di dichiarazioni all’insegna di un’aperta apologia della dittatura militare. Il figlio di Bolsonaro, Eduardo, ha indicato de Carvalho come “il personaggio più importante della storia del Brasile”. I rapporti con Mourão sono decisamente più freddi. Quando il guru si è lanciato in aspre critiche contro il governo federale, lamentando l’isolamento di Bolsonaro e l’inadeguatezza degli uomini al suo fianco, il vicepresidente gli ha consigliato pubblicamente di limitarsi all’astrologia.

L’ascesa al potere degli Olavistas è un segnale più che eloquente dello smarrimento in cui si è trovata la classe dominante dopo la caduta di Dilma. Pur avendo fortemente voluto la fine del governo petista, non poteva presentare nessuna seria alternativa. La candidatura di Bolsonaro si è imposta come il male minore, ma è indubbio che tuttora in molti preferirebbero una figura più rassicurante, come quella di Mourão.

Ma non è possibile imputare alle caratteristiche soggettive di Bolsonaro e dei suoi pittoreschi compagni l’intera responsabilitàper linstabilitàpolitica del paese. Al contrario, le tendenze bonapartiste che hanno prodotto il fenomeno Bolsonaro erano già presenti da anni, in maniera più o meno latente. La figura di Sergio Moro e l’intera operazione Lava Jato ben rappresentano il tentativo da parte di un pezzo di apparato statale di sollevarsi al di sopra dell’agone politico per candidarsi a rappresentare da una posizione di forza gli interessi del capitale brasiliano. Ma la tendenza bonapartista ha basi fragili. La crisi economica, inaspritasi durante il governo della destra (il primo semestre 2019 ha visto il Pil contrarsi dello 0,2 per cento), ha radici lontane. Al di là della vuota retorica sui Brics, il Brasile non ha mai cessato di basare la propria economia sull’esportazione di materie prime. Da qui la dipendenza dall’imperialismo e in modo particolare dalla Cina, che ha nei fatti sostenuto la crescita del paese e il successo del lulismo. Il rallentamento dell’economia cinese ha sgretolato le basi non solo del modello riformista incarnato dal Pt, ma di qualunque programma borghese diverso da quello selvaggiamente liberista propugnato da Guedes. Ecco il perché della politica di Bolsonaro, ostile a qualunque forma di protezionismo. Ed ecco perché un governo Mourão o Moro non porterebbe ad una maggiore stabilità. Il bonapartismo, nel suo tenersi in equilibrio fra interessi di classe opposti, deve accompagnare al bastone (le politiche padronali) la carota (le concessioni – più o meno misere – ad alcuni settori popolari fedeli al nuovo potere). Per dare fiato ad una prospettiva di questo tipo servirebbero risorse di cui lo Stato brasiliano non dispone. Così il governo Bolsonaro, governo di fascisti con aspirazioni bonapartistiche, non approderà né al fascismo né al bonapartismo. L’equilibrio precario su cui si regge è garantito principalmente dal tracollo della sinistra brasiliana.

Il ruolo di Lula e del Pt

La liberazione di Lula, in seguito alla caduta delle accuse false che ne avevano causato l’incarcerazione, è stata accolta con comprensibile entusiasmo dagli attivisti di sinistra. Ma la costruzione di un’alternativa a Bolsonaro non può prescindere da un’analisi senza sconti della stagione petista.

Questa ovvia necessità non sembra scalfire l’arroganza dei dirigenti del partito, a cominciare proprio da Lula. Dopo la vittoria di Bolsonaro e la sua stessa (illegittima) condanna, ancora non ammette ripensamenti né sull’atteggiamento del Pt nei confronti dello Stato brasiliano, né sulle politiche padronali portate avanti dai suoi governi. In una recente intervista (5) Lula rivendica esplicitamente una differenza netta rispetto all’esperienza del Venezuela di Hugo Chavez. Questi aveva quanto meno messo a dibattito la necessità di una transizione del paese al socialismo allo scopo di consolidare le conquiste sociali ottenute a caro prezzo del popolo venezuelano. Oggi la crisi di Maduro dimostra una volta di più come una rivoluzione lasciata a metà sia destinata a crollare sotto il peso delle sue contraddizioni. Ma Lula sembra convinto che l’attuazione di un programma progressista non sia in alcun modo ostacolata dal dominio capitalistico sullo Stato, visto come un corpo neutrale permeabile alla volontà popolare. Sorretto da questa convinzione, in nulla intaccata dall’operazione Lava Jato, rivendica di non aver nemmeno provato a trasformare la macchina statale brasiliana, rievocando con un pizzico di nostalgia la politica interclassista del suo primo mandato (alla vicepresidenza aveva nominato un grande imprenditore, come avrebbe fatto Dilma nel 2014). D’altra parte, chi si aspettasse un’analisi critica della storia del Pt rimarrebbe deluso. Le mobilitazioni sviluppatesi tra il 2013 e il 2014 contro il governo Dilma evidentemente non rappresentano un tema degno di riflessione. Tantomeno Lula è sfiorato dalla necessità di esprimere una condanna della repressione violenta di quel movimento, nato in seguito all’approvazione di politiche non diverse da quelle portate avanti (con analoga risposta di piazza) dal Cile di Piñera. In questo quanto meno bisogna riconoscere al vecchio leader una certa coerenza. Nonostante l’aura mitica che ancora oggi ammanta i suoi governi, la principale differenza tra i due mandati di Lula e quelli della sua erede sta nella diversa congiuntura economica, non in una differente ispirazione programmatica. Dal tentavo di riforma delle pensioni alla partecipazione alla “missione di pace” ad Haiti, dalla connivenza con i grandi produttori agroalimentari in Amazzonia alla promozione di alleanze parlamentari sempre più spregiudicate, i governi Lula hanno cercato in tutti i modi di ingraziarsi i favori della classe dominante. Il peccato originale del Pt, la sua base operaia e la sua originale ispirazione anticapitalista, era allo stesso tempo l’elemento che rendeva il partito funzionale al mantenimento dello status quo. Sapendo coniugare misure di assistenza (si pensi alla Bolsa Familia, che ha avuto un effettivo impatto positivo sul tenore di vita delle fasce più povere della popolazione) alla salvaguardia dei profitti privati, i governi petisti erano stati in grado di contenere entro limiti ben stabiliti l’irruenza delle masse. Questo è durato fino allo scoppio della crisi economica e alla conseguente erosione delle basi materiali del riformismo lulista. Con il governo Dilma è risultata evidente l’incapacità del Partito dei lavoratori di controllare la sua vecchia base sociale, che al contrario gli si è rivoltata contro. Solo a quel punto il padronato, mostrando una certa irriconoscenza, si è liberato del Pt.

É naturale che Lula mantenga significative percentuali di consenso, legate alla storia del suo partito e alla memoria della crescita economica dei primi anni Duemila. Così come è risaputo che, se la sua candidatura nel 2018 non fosse stata impedita, con ogni probabilità sarebbe risultata vincente (per quanto i sondaggi indicassero come forza maggioritaria nel paese, anche prima della condanna, l’astensione). Ma pensare di sconfiggere la destra ripetendo, in condizioni immensamente più difficili, la fallimentare storia del passato porterebbe solamente ad approfondire la crisi a sinistra e ad aprire la strada a processi ancora più reazionari di quelli oggi sotto i nostri occhi.

“Fora Bolsonaro!” e il Psol

A questo punto non dovrebbe sorprendere più di tanto che Lula si affidi alle elezioni del 2022 come unico strumento per cacciare Bolsonaro. Fedele al proprio personaggio, Lula ha osservato che il Psl ha vinto “regolarmente” (!) la competizione elettorale. É quindi compito degli oppositori accettare il risultato delle urne, concedendo all’estrema destra quattro anni per governare (cioè per portare avanti una guerra senza quartiere contro la classe operaia, le donne, i popoli indigeni e tutti coloro che non trovano cittadinanza nel Brasile distopico immaginato da Bolsonaro). Al contrario, le mobilitazioni dimostrano che un movimento dotato di una prospettiva politica audace avrebbe tutte le possibilità di sconfiggere la destra, come accaduto nel 1992 con la fine del governo Collor.

Purtroppo a sinistra del Pt non si respira un’aria migliore. Mentre la parola d’ordine “Fora Bolsonaro!” trova appoggio a ogni moto di piazza, il sentimento prevalente in quell’area resto lo sconforto. Davanti al trionfo del “fascismo” bisogna ripiegare sulla difesa. Secondo questa lettura una campagna aperta per la cacciata di Bolsonaro porterebbe solo a un’ulteriore ondata repressiva. Al contrario, noi crediamo che il momento presente rappresenti uno snodo cruciale nella lunga crisi politica brasiliana, il campo di una battaglia dagli esiti tutt’altro che scontati. Incoraggiare un clima di passività in un momento in cui le masse hanno mostrato tanta vitalità si rivelerà un errore fatale per i gruppi della sinistra radicale. Ancora peggiore la prospettiva del Psol, che sogna un’alleanza elettorale “democratica” estesa non soltanto a quei partiti che hanno tradito più e più volte le proprie ragioni sociali (il Pt e il Partito comunista), ma addirittura a forze di centro e di centrodestra. Il Psol si candida così a ripetere passo passo gli errori della leadership petista, preparando la bancarotta politica del partito. Triste fine per un gruppo nato, ormai quindici anni fa, proprio in reazione ai tradimenti di Lula.

Il Psol è ancora una forza di dimensioni ridotte, ma incarna una continuità con le tradizioni rivoluzionarie del primo Pt, quello delle lotte operaie e della resistenza alla dittatura militare. È un’eredità preziosa, un possibile punto di partenza per la ricostruzione della sinistra brasiliana. Ma queste potenzialità rischiano di essere distrutte dalle politiche opportuniste promosse dalla direzione. Per scongiurare questo esito i militanti di Esquerda Marxista stanno conducendo un’aspra battaglia all’interno del Psol. Come spiegano in una lettera indirizzata ai membri del partito,(6) non è in discussione la necessità di promuovere la massima unità possibile contro il governo: il Psol deve schierarsi al fianco delle altre organizzazioni operaie per fronteggiare gli attacchi di Bolsonaro. Questo non vuol dire aprire a improbabili alleanze elettorali e sacrificare la coerenza programmatica sull’altare del parlamentarismo più miope. Al contrario il partito deve sfruttare (anche) i prossimi appuntamenti elettorali per garantire la presenza di un’alternativa politica in grado di contrapporsi al governo a partire da una intransigente posizione di classe e da alcune parole d’ordine chiave: rifiuto del debito, nazionalizzazione delle grandi industrie privatizzate, ritiro della controriforma previdenziale, per una sanità e un’istruzione pubbliche e gratuite. Una candidatura indipendente con un programma socialista. Il Psol potrà incarnare un’opzione anticapitalista davanti ai milioni che nel corso di quest’anno hanno affrontato la repressione di Stato per sfidare Bolsonaro, oppure capitolare e riproporre in sedicesimi la parabola del Pt.

Note

1. Bolsonaro To Harden Anti-Terrorist Law to Avoid “Another Chile”, www.telesurenglish.net/news/Bolsonaro-To-Harden-Anti-Terrorist-Law-to-Avoid-Another-Chile-20191024-0006.html.

2. Até onde irá a força das ruas?, g1.globo.com/mundo/blog/helio-gurovitz/post/2019/05/16/ate-onde-ira-a-forca-das-ruas.ghtml, citato in J. Martin, Brazil: tsunami against education cuts shows Bolsonaro government can be brought down, www.marxist.com/brazil-tsunami-against-education-cuts-shows-bolsonaro-government-can-be-brought-down.htm.

3. Effettivamente l’attacco al sistema previdenziale è solo una parte dell’ambizioso programma di liberalizzazioni architettato dal ministro dell’economia Paulo Guedes. Ma, come ha dovuto ammettere Bolsonaro, il timore di mobilitazioni di massa ha costretto il governo a procrastinare ulteriori riforme, come quella dell’amministrazione pubblica. Cfr. Jair Bolsonaro puts reform on hold amid fears of popular unrest,
www.ft.com/content/0d443918-0bc0-11ea-bb52-34c8d9dc6d84.

4. Sull’operazione Lava Jato (e in modo particolari su analogie e differenze con Mani pulite) rimandiamo all’articolo di Serge Goulart L’impeachment di Dilma e la lotta politica in Brasile pubblicato nel quarto numero di questa rivista.

5. Cfr. M. Carta, Brasil – Lula: “Sólo salgo de aquí con mi inocencia total. [Entrevista], in correspondenciadeprensa.com/2019/09/14/brasil-lula-solo-salgo-de-aqui-con-mi-inocencia-total/. (tradotto parzialmente in A. Moscato, Lula tenta un bilancio e riscopre i suoi maestri antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3101:lula-tenta-un-bilancio-e-riscopre-i-suoi-maestri&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16).

6. Cfr. Brazil: open letter to Psol members, www.marxist.com/brazil-open-letter-to-psol-members.htm.