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“Dal fiume al mare”. Significato e critica di una parola d’ordine

[Intervento di Claudio Bellotti al seminario nazionale di formazione “La lotta del popolo palestinese, la rivoluzione araba e il movimento operaio internazionale” (Milano, 13 dicembre 2025).]

 

Come è abbondantemente chiaro alla discussione avuta fino a qui, il popolo palestinese paga con una oppressione sanguinosa che dura da generazioni, non solo i crimini dell’imperialismo, ma anche la assoluta incapacità della borghesia araba e della borghesia palestinese di dare una risposta alla sua oppressione. Perché l’autodeterminazione nazionale è ovviamente una rivendicazione basilare delle rivoluzioni borghesi e della democrazia all’interno del capitalismo. E lungo ormai più di un secolo, e certamente negli ultimi ottant’anni, la borghesia araba palestinese si è dimostrata completamente incapace di dare una risposta a questa esigenza basilare, la quale oggi quindi ci si presenta come in compito inevaso, il centro di uno scontro che ha assunto, come abbiamo visto più volte e anche nei mesi scorsi, una rilevanza mondiale.

Detto fra parentesi, se ci pensiamo parliamo di un conflitto che tra ebrei israeliani e palestinesi coinvolge una popolazione che corrisponde a poco più di quella della Lombardia e del Veneto, e tutto il capitalismo mondiale, tutto l’imperialismo mondiale, i regimi del Golfo che sono pieni di soldi, non sono capaci di dare una risposta a un problema democratico di base come questo. E questo fatto già di per sé ci dimostra come il sistema sia ormai in una strada senza uscita.

Da qui dobbiamo partire per valutare il senso delle diverse posizioni politiche. Possiamo riferirci a un famoso concetto che Marx propone nelle prime pagine del suo libro Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, quando dice che non si può giudicare un partito e il suo programma da come esso stesso si descrive, più di quanto non possiamo giudicare una persona da come descrive sé stessa. Dobbiamo guardare ad altri dati oggettivi e materiali.

La parola d’ordine “dal fiume al mare” che è risuonata da sempre nel movimento in solidarietà con la Palestina e anche nei mesi scorsi, è stata spesso contrapposta, in modo più o meno esplicito, all’idea della partizione che come abbiamo discusso stamattina è stata da sempre l’altro corno dello scontro attorno alla questione palestinese.

Ci approcciamo quindi a questo problema assumendo il punto di questa rivendicazione basilare inevasa e irrisolta in Palestina. Tuttavia – e qui la nostra posizione si separa da quella di altri che sono comunque al nostro fianco nel movimento – noi non dobbiamo mai dimenticare che affrontiamo questo tema dal punto di vista della classe lavoratrice a livello internazionale e dei suoi interessi. La parola è la stessa, autodecisione, autodeterminazione, ma assume un significato completamente diverso in mano alla borghesia e in mano alla classe lavoratrice.

Dov’è la differenza? Che ovunque, anche nell’epoca della formazione degli Stati nazionali in Europa, anche quando questa parola d’ordine aveva un significato chiaramente progressista anche all’interno del capitalismo, per la borghesia autodeterminazione significa governare lei, controllare lei la propria nazione a spese di altre nazioni. Per la classe lavoratrice, la difesa del diritto all’autodeterminazione altro non è che uno strumento funzionale a rimuovere quegli ostacoli che impediscono o limitano l’unità della classe operaia a livello mondiale. Le finalità in un certo senso sono diametralmente opposte.

Dobbiamo partire da questa contraddizione dialettica se vogliamo rapportarci correttamente a questo dibattito. Non dobbiamo però confinarci nella sfera della teoria, ma dobbiamo rapportarla all’esperienza storica di cui oggi stiamo discutendo, all’esperienza storica della questione palestinese.

Per tutta la prima fase di questa lotta, questa parola d’ordine, ossia la liberazione dell’intero territorio della Palestina storica appunto dal fiume al mare, è stata la base su cui si è fondato il movimento di liberazione. Solo dalla metà degli anni ’70 le posizioni iniziano ad articolarsi le posizioni e si aprono ipotesi di ritorno a una partizione con un accordo. Si ricorda il famoso discorso di Arafat all’ONU nel 1974, quando in modo scenografico si presenta mostrando un ramoscello d’ulivo e la pistola dicendo “decidete voi se dobbiamo prendere la via della lotta armata o della diplomazia”. Non a caso proprio in quegli anni una parte del movimento nazionale palestinese, la sua parte più a sinistra e in particolare il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, si dissocia da queste prime ipotesi di accordo creando il “fronte del rifiuto” in cui aderirono mi pare dodici organizzazioni. L’obiettivo “dal fiume al mare” viene sostanzialmente sovrapposto alla prospettiva di una lotta armata a oltranza per raggiungerlo.

Questo soprattutto dopo il 1967, uno dei grandi punti di svolta nella storia del movimento palestinese, quando la sconfitta degli Stati arabi nella Guerra dei sei giorni, rilancia o fa decollare l’idea di una lotta armata autonoma dei palestinesi. Le hanno tentate tutte: si struttura una guerriglia, ci sono anche azioni di terrorismo con attentati di varia natura dentro e fuori dalla Palestina, oltre a ben quattro guerre arabo israeliane di cui ha parlato qui il compagno Sarti. Tutti questi tentativi di prevalere per via militare vengono frustrati e finiscono con delle sconfitte. E se lo guardiamo dal punto di vista del movimento palestinese, la sequenza è che dalla sconfitta del 1967 si sviluppa la guerriglia dell’OLP, ma questa nel 1970 subisce la sconfitta in Giordania, dalla Giordania devono spostarsi in Libano dove nel 1975 inizia la guerra civile, arriva l’invasione israeliana e devono lasciare il Libano nel 1982. I massacri nei campi libanesi avvengono anche perché nel 1982 l’OLP ha dovuto evacuare circa diecimila combattenti che vanno in Tunisia sotto un accordo internazionale, che però lascia indifesa la popolazione nei campi. Da ultimo abbiamo il 7 ottobre, che al di là degli aggettivi è stato indubbiamente un’azione militare massiccia, hanno sfondato la barriera, sono entrati in Israele, hanno preso ostaggi, hanno ucciso non solo civili ma anche molte centinaia di militari, e nonostante questo i palestinesi sono ancora più lontani dal liberare anche un solo metro quadrato di terra; anzi, Israele si sta annettendo più di metà della Striscia di Gaza, per non dire di quanto sta accadendo in Cisgiordania.

Dobbiamo quindi capire le ragioni di questa traiettoria, che altrimenti appare solo come una sequenza disperante, una strada senza uscita.

In questo noi vediamo il fallimento di una strategia che va compresa alla luce della sua base di classe: il fallimento della lotta nazionale condotta su basi borghesi, del nazionalismo borghese e anche piccolo borghese, se teniamo conto di quelle componenti che negli anni ’70 in particolare si coloravano di socialismo e di comunismo, anche in sintonia con lo spirito politico di quegli anni.

Ho scritto un articolo su questo, e un nostro lettore mi ha chiesto “ma si può parlare, in una situazione sociale così disgregata, di una borghesia palestinese?” La risposta è sì. La condizione nei territori è naturalmente parte dell’equazione, perché è una borghesia particolarmente dipendente da Israele, dagli USA e dai paesi occidentali, e soprattutto dalle borghesie arabe, perché proprio per la conformazione che ha assunto questa lotta, basata su una popolazione largamente espulsa verso gli altri paesi arabi, spesso nei campi profughi, ha fatto sì che le varie correnti e fazioni fossero e siano largamente dipendenti dai finanziamenti di questo o quel paese arabo, di governi che ne hanno fatto regolarmente pedine dei propri interessi e altrettanto regolarmente li hanno traditi quando questi interessi venivano contraddetti. Qui si è ricordata la Giordania, anche la Siria ha fatto la sua parte attaccando i palestinesi in Libano armi alla mano nel 1976.

Questa storia si lega anche al fatto che nei momenti di ascesa della lotta di classe in questi paesi, in particolare negli anni ’70, i palestinesi espulsi, i militanti politici e i combattenti, tendevano a solidarizzare con quei movimenti di lotta, come in Libano e in Giordania, che si rivolgevano contro quei regimi, e venivano quindi visti come una minaccia alla loro tenuta, come possibile elemento di sovversione e per questo sono stati regolarmente traditi e abbandonati.

Tutto questo significa che la lotta palestinese è destinata per sempre a infrangersi contro il militarismo sionista? No! Non è questa la risposta che noi diamo. Questa lotta può vincere. Questa lotta deve vincere! E tuttavia dobbiamo capire su quali basi sono avvenute queste sconfitte, e come uscirne.

La verità è che la tenuta di Isreale ha due elementi. Uno è indubbiamente l’appoggio che riceve dalla stragrande maggioranza dei paesi imperialisti e in particolare dagli Stati Uniti, ma anche l’Italia soprattutto negli anni recenti, perché in passato la borghesia italiana si equilibrava di più fra Israele e i paesi arabi, almeno fino agli anni ’80; poi le cose sono cambiate e ora sono oltranzisti.

Ma c’è un altro elemento di cui forse si discute di meno. La relativa compattezza della società israeliana, o per dirla con parole concrete, la disponibilità della classe lavoratrice ebrea israeliana (perché anche Israele vivaddio è una società divisa in classi) ad accettare o a sostenere il proprio Stato, è un elemento decisivo nella storia delle sconfitte della lotta palestinese e dei regimi arabi in questi decenni.

Qui entra in gioco quanto dicevo prima, ossia come noi consideriamo la parola d’ordine dell’autodeterminazione nazionale. Perché su basi puramente borghesi, capitaliste, ossia la rivendicazione di costituire uno Stato arabo capitalista in Palestina, di fronte a quello che oggi è la società israeliana, questa posizione oggi compatta anche quegli strati che sono sfruttati, che sono oppressi. Di fronte a una prospettiva che eufemisticamente potremmo definire “per nulla allettante”, ossia di passare dall’essere dominati dalla borghesia sionista all’essere dominati dalla borghesia araba, quindi sotto un’oppressione sociale e nazionale, accettano quello che per loro è il male minore.

Può essere poco gradevole dirlo, ma la nostra politica si basa sui fatti e non sui desideri o sui sentimenti. Non può esserci vittoria per il popolo palestinese se non si mette in discussione questo punto basilare.

Naturalmente non siamo ingenui, sappiamo che non basta che un movimento di classe impugni la bandiera rossa e si rivolga ai lavoratori israeliani dicendo “siamo fratelli, deponiamo le armi”. Abbiamo a che fare con uno Stato armato fino ai denti, in cui anche a livello ideologico, politico, la deriva razzista che pure è inscritta nelle sue radici di è molto approfondita e si vede ogni giorno. Non basta quindi il potere di convincimento delle idee socialiste per uscire da questa situazione. Chi oggi dice semplicemente “ci vuole l’unità fra i lavoratori arabi e quelli ebrei” e si limita a questo, di fatto sta dicendo che il popolo palestinese deve pazientemente aspettare che la classe operaia israeliana cambi la sua posizione, e su queste basi non succederà mai.

Rimane quindi centrale la prospettiva di una guerra di liberazione, ma non a caso la nostra Internazionale ha avanzato il concetto di una guerra rivoluzionaria. Dove la parola “rivoluzionaria” non è un orpello. La nota massima di Clausewitz per cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” non significa “se non mi dai quello che voglio con le buone me lo prendo con le cattive”. Prosecuzione della politica significa che la politica che si esprime in una guerra è determinata da quale classe la conduce, perché questo ne determina gli obiettivi. Parlare di una guerra rivoluzionaria per la liberazione della Palestina significa parlare di una guerra che venga condotta non sulle basi nazionaliste borghesi sulle quali è stata condotta in questi decenni, ma sulla base di un movimento di classe e rivoluzionario.

Dobbiamo fermarci su questo concetto, che magari sembra molto lontano ma è l’unico che può dare una via d’uscita da questo stallo sanguinoso, che più che uno stallo in realtà è un continuo arretramento, considerato che oggi sono gli israeliani che si stanno prendendo tutto “dal fiume al mare”.

C’è stato un episodio che ci aiuta a capire. Quando dopo i 7 ottobre Israele ha iniziato ad attaccare Gaza, ci sono stati movimenti di protesta molto forti nei paesi vicini. In particolare in Giordania c’erano manifestazioni che tentavano di arrivare al confine, quasi a cercare di andare fisicamente a sostenere i palestinesi. In un movimento come quello, che è un movimento che noi sosteniamo, il concetto da avanzare è molto semplice: la marcia per sostenere i palestinesi non comincia andando verso il confine: la prima tappa dovrebbe essere ad Amman, a rovesciare la monarchia, rovesciare la classe dominante, i capitalisti, i latifondisti, e a creare un governo operaio che, esso sì, potrebbe condurre una guerra il cui scopo non è soggiogare un’altra popolazione ma liberare tutti dall’oppressione e dare una terra ai palestinesi.

Questo è il tema da porre. Francesco Merli ha detto nella relazione che oggi la estrema repressione nei paesi arabi questo movimento non è visibile. Ma è indubbio che questo deve essere il sentimento nei cuori di milioni di persone in Giordania, in Egitto, nel Maghreb, che hanno alimentato queste mobilitazioni.
E stiamo pur sicuri compagni che per quanto questo movimento possa essere represso e ritardato, sulla base di questo stallo senza uscita, un giorno o l’altro, in un paese o in un altro, questa rottura si produrrà. Non sappiamo se sarà in Marocco, o in Giordania, o in Egitto (che è il paese chiave), o altrove, ma la questione di governi operai, che espropriano la classe dominante, che aprono una prospettiva in cui le risorse naturali, l’acqua, le risorse energetiche, la terra, le risorse economiche e tecnologiche sono usate a beneficio della popolazione, per sviluppare l’economia e la società (altro che i “piani di ricostruzione” di Trump!), può aprire quella contraddizione anche in Israele. Anche fra gli ebrei israeliani, i quali potrebbero dirsi piuttosto che immolarci fini all’ultimo per la classe dominante sionista, piuttosto che andare a morire per difendere 800mila coloni che sono come cani arrabbiati, piuttosto che scontrarci con questo tipo di movimento rivoluzionario, si può aprire la strada a una soluzione democratica che riconosca i diritti di tutte le nazionalità e che dia una terra ai palestinesi: la soluzione di una federazione socialista.

Questa è la bandiera che la nostra Internazionale deve alzare nel mondo arabo, e l’ultima cosa che voglio dire è che i grandi movimenti di questi mesi in Italia, in Spagna e negli altri paesi, sono un passo in questa direzione. Una parte non secondaria degli avvenimenti in Medio oriente è che per decenni i lavoratori e i giovani nel mondo arabo hanno visto un Occidente ostile, nemico e allineato sulle politiche che li hanno schiacciati. E quindi elemento di rottura in questa parte del mondo, ogni volta che i lavoratori e i giovani alzano la testa in Europa o negli USA, è anche un passo che rende più vicina la nostra prospettiva, quella della federazione socialista: non l’ossificazione delle divisioni nazionali, dello scontro perpetuo tra una nazione e l’altra, ma il diritto all’autodeterminazione come un passo verso la vera eguaglianza, fratellanza e fusione fra le diverse nazioni in nome dell’internazionalismo.

 

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