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La nostra battaglia in CGIL continua

Lo scorso 4 aprile l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento del rapporto sulla distribuzione del reddito in Italia, confermando che l’emergenza salariale nel paese è sempre più drammatica: le famiglie consumano i loro magri risparmi e contraggono nuovi debiti per arrivare alla fine del mese.

Il rapporto dice anche che, mentre i lavoratori si indebitano, i prezzi non scendono nonostante il calo delle spese di produzione (-8%) e le aziende aumentano gli utili di un’ulteriore 3%.

 

Una situazione di stallo

Questi dati sono solo una conferma di una situazione sempre più insostenibile per i lavoratori, ma ciò nonostante l’impasse dei sindacati prosegue. Proprio mentre l’ISTAT rendeva pubbliche queste statistiche, CGIL, CISL e UIL hanno annunciato una pomposa “mobilitazione nazionale” a maggio, che si ridurrà a tre cortei di sabato nelle principali città contro la riforma fiscale del governo. Una risposta del tutto inadeguata che mostra ancora una volta la distanza siderale tra il vertice sindacale e i lavoratori. La questione fiscale è importante – la gran parte delle entrate fiscali del paese arriva dal lavoro dipendente – ma una vera mobilitazione non può che partire dall’organizzazione di una seria lotta per il recupero del potere d’acquisto dei salari e il contrasto alla precarietà, aprendo un conflitto contro le aziende, come sta accadendo in Francia, Gran Bretagna, Germania e Grecia.

Proprio da questi paesi arriva una grande lezione: gli apparati sindacali, per quanto possano essere poco inclini alla mobilitazione, sono costretti ad assumere posizioni più radicali quando i lavoratori iniziano a muoversi, per non essere scavalcati dalle masse in lotta. Così come è significativo che nella CGT in Francia si sia sviluppata una sinistra sindacale, Unité CGT, che riflette parzialmente la maggior combattività di alcune categorie di lavoratori e nel recente congresso ha raccolto l’appoggio di circa un quarto dei delegati.

 

Il documento alternativo al congresso della CGIL

Quando anche in Italia i lavoratori inizieranno a mobilitarsi in massa, e saranno le condizioni oggettive che lo imporranno, si creeranno le condizioni per una vera sinistra sindacale anche in CGIL. Oggi questa alternativa in CGIL stenta, non solo perché il documento alternativo Le radici del sindacato ha preso solo il 2,41% al congresso, ma perché le due aree Democrazia e Lavoro e Riconquistiamo tutto, che hanno portato avanti la mozione insieme a Giornate di marzo, hanno dimostrato un adattamento ai metodi della maggioranza e un autoritarismo all’interno del documento che non hanno precedenti.

Il congresso, a dispetto della partecipazione al voto dichiarata pari a 1,3 milioni di iscritti, un numero sostanzialmente simile a quello del congresso del 2018, ha visto ovunque, salvo rarissime eccezioni, una partecipazione reale dei lavoratori decisamente molto bassa. In alcuni casi è parsa una vera e propria messinscena teatrale con assemblee vuote, ma verbali con tanti votanti, e non solo dove era assente il documento alternativo. Un dato non irrilevante: è stato probabilmente, questo, il primo congresso nel quale la minoranza non ha denunciato brogli.

A questo si è sommata una gestione interna antidemocratica. Le altre aree hanno esercitato, in particolare in alcuni territori, un vero e proprio diritto di veto su tutti gli aspetti fondamentali interni al documento per limitare al massimo l’agibilità e la partecipazione dei compagni di Giornate di marzo.

La seconda mozione aveva diritto ad esprimere al congresso nazionale 24 delegati. È stato impedito alla nostra area di recuperare i delegati che le sarebbero spettati coi resti (e cioè in base al numero complessivo dei voti). I tre delegati che abbiamo portato al congresso nazionale sono tutti stati eletti sul campo, grazie al radicamento nella base. Anche i 16 inviti concessi alla mozione sono stati spartiti tra le due aree, escludendoci d’imperio.

Ma la manovra più imbarazzante è stata sulla distribuzione degli interventi al congresso. Nonostante al documento sono stati assegnati 4 interventi, con un atto autoritario Riconquistiamo Tutto e Democrazia e Lavoro ci hanno negato il più elementare dei diritti, quello di poter far parlare un nostro compagno: si sono spartiti gli interventi, due a testa, impedendo che una posizione politica legittima potesse esprimersi nel congresso.

 

L’area Giornate di marzo

Perché tutto ciò? La spiegazione è semplice: i compagni di Giornate di marzo rappresentano un problema in quanto non sono disposti ad accettare accordi senza principi con la maggioranza. E’ emblematica la decisione di votare a favore di tutta una serie di documenti politici conclusivi di congressi di camere del lavoro, regionali e nazionali, confederali e di categoria, pur non essendo cambiato nulla nella strategia della CGIL dall’inizio del congresso. Queste scelte, che non hanno precedenti negli scorsi congressi, si sono praticate in particolare laddove non erano presenti delegati della nostra area, che hanno sempre avuto come principale obiettivo quello di mostrare ai lavoratori che, in questa fase di completo immobilismo della CGIL, un’alternativa c’è.

Giornate di marzo ha riconfermato il proprio compagno nell’Assemblea generale (su 7 in totale per il documento Le radici del sindacato), grazie ai voti conquistati nei congressi di base,circa 5mila (questi sì voti veri!) sui 32mila assegnati al documento.

Abbiamo sostenuto un fronte unitario per la battaglia congressuale e per offrire un’alternativa all’attuale direzione del sindacato. Ma i limiti di queste due aree confermano che è stato giusto, nel 2020, rompere con Riconquistiamo tutto, e che oggi è necessario proseguire la battaglia in CGIL ricostituendo l’area Giornate di marzo.

La nostra priorità rimane il radicamento nei luoghi di lavoro, la battaglia per posizioni più avanzate nelle vertenze e nei rinnovi contrattuali. La difesa degli interessi dei lavoratori con la lotta e nuove campagne di sensibilizzazione come quella dello scorso anno sulla Scala Mobile, nella quale abbiamo raccolto oltre 3mila firme davanti ai cancelli delle aziende. Una campagna che ci ha attirato contro le ire di buona parte dell’apparato e della quale le altre aree di minoranza si sono completamente disinteressate.

Solo così potrà nascere una vera sinistra sindacale in grado di offrire un programma e una prospettiva a quella nuova fascia di lavoratori e militanti sindacali che si formerà nelle lotte del prossimo periodo.