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12 Febbraio 2026Ibrahim Traoré, l’Alleanza degli Stati del Sahel e la lotta contro l’imperialismo in Africa Occidentale

di Josh Holroyd
La creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (Alliance des États du Sahel, AES) nel settembre 2023, in seguito a una serie di colpi di Stato in Mali, Burkina Faso e Niger, ha segnato un importante punto di svolta nella politica africana. Così facendo, queste tre nazioni hanno attuato una rottura decisiva dalla sfera di influenza occidentale e in particolare con il loro vecchio padrone coloniale, la Francia.
Da allora, la frattura non ha fatto che approfondirsi. Il 29 gennaio 2025, l’AES ha ufficialmente abbandonato la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), che mantiene stretti legami con le potenze occidentali.
Al di là del profondo significato a livello geopolitico, questi sviluppi stanno avendo anche un impatto notevole e persistente sulla coscienza e sulla lotta di classe in tutta l’Africa. Milioni di lavoratori e di giovani stanno seguendo da vicino gli eventi nel Sahel, nella speranza che questi nuovi regimi possano fornire lezioni per la loro lotta contro lo sfruttamento imperialista. In particolare, il leader burkinabè, Capitano Ibrahim Traoré, si è trasformato in un’icona anti-imperialista in Africa e fuori di essa.
Un anno dopo, in un contesto in cui la regione continua ad essere martoriata da colpi di Stato e instabilità, cosa si è ottenuto? In che direzione si muove l’AES? Qual è la strada da seguire per la lotta contro l’imperialismo in Africa Occidentale?
L’ipocrisia imperialista
Se leggiamo la stampa occidentale, non possiamo essere troppo duri con chi pensa che l’esperienza dell’AES sia un totale disastro. Quasi ogni giorno, fonti “autorevoli”, come la BBC, Le Monde o Jeune Afrique, pubblicano rinnovate lamentele riguardo alla soppressione dei diritti democratici, alla crisi economica e alla diffusione del terrorismo islamico.
L’implicazione, che talora viene persino dichiarata esplicitamente, è che il Mali, il Burkina Faso e il Niger fossero oasi di stabilità e democrazia prima che l’esercito prendesse il potere. Questa è una menzogna volta a coprire la storia ripugnante dell’interferenza imperialista in questi paese, che ha prodotto la crisi che la regione sta oggi attraversando.
Il capitalismo non ha portato ai popoli del Sahel altro che miseria. Brutalmente colonizzati dalle potenze europee, una volta raggiunta l’“indipendenza” formale, i nuovi Stati della regione vennero lasciati deliberatamente in una condizione di balcanizzazione, fragilità e dipendenza economica.
Per decenni, la ricchezza mineraria di questi paesi è stata estratta a beneficio delle multinazionali, senza che ciò producesse alcun miglioramento percepibile nelle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, la cui maggior parte è privata dell’accesso a energia elettrica, sanità, istruzione e persino di adeguata alimentazione. Il Mali, il Burkina Faso e il Niger rientrano tra i dieci paesi più poveri della Terra, secondo l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite.
Il saccheggio della regione è stato facilitato dalla presenza di dittature brutali e corrotte, finanziate, armate e tenute in piedi dalle potenze straniere, soprattutto dalla Francia. Blaise Compaoré ha governato il Burkina Faso con l’appoggio occidentale per quasi trent’anni, prima di essere cacciato da un’insurrezione di massa nel 2014.
Le elezioni, quando pure hanno avuto luogo, sono semplicemente servite a mantenere al potere la stessa cricca corrotta di lacchè dell’imperialismo, grazie alla compravendita endemica dei voti e alle frodi elettorali. Se una qualche opposizione riesce a raccogliere abbastanza consenso per trasformarsi in una minaccia, i suoi leader vengono spesso estromessi dalle elezioni. Le proteste vengono regolarmente represse dai proiettili. Con questi mezzi, Alassane Ouattara si è da poco aggiudicato il suo quarto mandato consecutivo come Presidente della Costa d’Avorio, godendo nel mentre dell’appoggio ininterrotto delle potenze occidentali, soprattutto della Francia.
Si potrebbe dire che questa è semplicemente la normalità per la “democrazia” africana. Tuttavia, in Mali, Burkina Faso e Niger, con l’invasione del Sahel da parte di numerosi gruppi islamisti ben armati, la situazione è stata spinta ad un punto di rottura.
L’intervento imperialista in Libia nel 2011 ha aperto un flusso di armi e combattenti verso il Mali, dove la lotta separatista dei tuareg è stata sfruttata opportunisticamente da islamisti affiliati ad Al-Qaeda.
Nel 2020, gli islamisti affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS, partendo dalle province più remote nel nord del Mali, avevano conquistato terreno fino ad occupare quasi il 70% del paese. Avevano anche cominciato a prendere il controllo di territori in Burkina Faso e in Niger, lasciandosi dietro una scia di massacri, saccheggi e devastando i raccolti. Questa offensiva barbarica continuò ad intensificarsi nonostante la presenza di più di 20mila truppe straniere di Francia, di Stati Uniti e Onu.
Ambiente rivoluzionario
La profonda crisi nella regione era destinata ad avere un impatto sulla coscienza, in particolare tra la gioventù, che costituisce la maggioranza della popolazione. Oggi, circa il 65% della popolazione degli Stati subsahariani del “G5” ha un’età inferiore ai 30 anni.
In tutto il continente africano, la gente sta collegando tra loro il peggioramento delle condizioni di vita (penuria di posti di lavoro dignitosi, di sicurezza, istruzione, sanità e alloggi), la corruzione delle proprie classi dominanti e la negazione di diritti democratici basilari. L’esplosione della Rivoluzione Sudanese e il rovesciamento di Al-Bashir nel 2019 ha rappresentato un punto di svolta in questo processo.
In Mali, il detestato governo di Ibrahim Boubacar Keita ha suscitato un movimento di massa, dopo aver effettuato un colpo di Stato costituzionale nella primavera del 2020, in piena pandemia di Covid-19. Le immagini del figlio del presidente che poltriva su uno yacht ha ulteriormente esasperato le masse, che sono scese in strada a migliaia.
Oltre alle rivendicazioni sociali e democratiche, i manifestanti hanno portato alla ribalta slogan anti-imperialisti come “Francia, vattene!”. Non solo in Mali, ma in tutto il Sahel, i manifestanti identificavano nella costante interferenza dell’imperialismo straniero la catena che tiene uniti tutti gli elementi di arretratezza e oppressione nei loro paesi. Come ha detto un manifestante nigerino nel 2023:
“Non ho lavoro dopo aver studiato in questo paese a causa del regime che la Francia appoggia… Tutto questo deve scomparire!”
I tentativi di reprimere le proteste hanno solo provocato ulteriormente le masse. Il 10 luglio del 2020, il palazzo dell’Assemblea Nazionale maliana è stato incendiato in una scena che ha da allora riecheggiato in Kenya e in Nepal. Circa un mese dopo, Keita è stato rovesciato da un gruppo di ufficiali che ha instaurato un governo di transizione autodenominatosi “Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo”.
Regimi bonapartisti
Negli anni successivi al colpo di Stato in Mali, si sono sviluppate situazioni simili in Guinea, Burkina Faso e Niger. Nonostante le loro differenze specifiche, in tutti questi paesi sono scoppiate proteste contro la crisi vissuta dalle masse e contro la corruzione del regime, la repressione non è riuscita a schiacciare i movimenti e sono emerse fratture all’interno dello Stato.
Tuttavia, in assenza di una qualsiasi organizzazione o direzione rivoluzionaria, le masse non sono state in grado di prendere il potere in prima persona. Pertanto, si è creato un vuoto di potere, il cui risultato è stato che un settore degli ufficiali dell’esercito si è fatto avanti in qualità di guardiani dell’“ordine” e della “nazione”.
Dopo aver promesso una transizione verso la democrazia, l’esercito ha rafforzato la propria presa sul potere in ognuno di questi paesi. In Mali, Burkina Faso e Niger, qualsiasi attività politica è soggetta a severe restrizioni e le elezioni sono state rimandate a data da definirsi. Questo fenomeno è noto, nella teoria marxista, come “bonapartismo”, termine derivato dal famoso dittatore di Francia, Napoleone Bonaparte. Nelle condizioni attuali di questi paesi, ciò era inevitabile.
È necessario domandarsi: su quali basi è possibile la democrazia? Il prerequisito più elementare per la democrazia borghese “liberale” è l’esistenza di una borghesia, che governa mediante i propri partiti, avvocati, giornalisti, etc. Ma in questi paesi, non esiste una borghesia autoctona indipendente. La cosa più simile ad una classe capitalista autoctona è costituita per lo più da singoli individui nei consigli di amministrazione dei monopoli stranieri che operano nella regione, o da uomini dotati di influenza politica che traggono i propri profitti dal saccheggio dello Stato.
Un altro elemento essenziale nelle democrazie occidentali è il ruolo delle organizzazioni e dei partiti dei lavoratori, che difendono i diritti democratici formali e partecipano al funzionamento della macchina statale. Ma, di nuovo, sebbene la classe operaia in questi paesi sia più forte della borghesia, essa costituisce ancora una piccola minoranza della popolazione, che è per lo più impiegata nel settore informale, in condizioni di estrema precarietà, ed è priva di partiti propri.
Oltre a ciò, il fatto che Mali, Burkina Faso e Niger siano in guerra e che ampie fette del loro territorio siano nelle mani di gruppi armati islamisti, rende utopico qualsiasi cosa che assomigli anche solo minimamente ad una democrazia borghese stabile, con le elezioni, una magistratura indipendente, ecc.
La natura fraudolenta della democrazia borghese in Africa viene riconosciuta implicitamente da ampi settori della popolazione africana. In un sondaggio condotto da Afrobarometer nel 2024, la democrazia rimaneva il sistema politico preferito nel continente, ma solo il 37% diceva di essere soddisfatto del funzionamento della democrazia nei propri paesi. La maggioranza (53%) diceva che avrebbe accettato la presa del potere da parte dei militari se i leader eletti “avessero abusato del potere per i propri fini”.
È degno di nota che in Mali e in Burkina Faso, solo il 18 e il 25% rispettivamente era contrario il governo militare, mentre solo una minoranza dei maliani diceva di preferire comunque la democrazia. Tutto questo serve a sottolineare quanto suonino vuoti gli appelli dei governi occidentali ad un “ritorno alla democrazia”. La risposta di gran parte della gente in questi paesi è giustamente “quale democrazia?”, cui molti potrebbero aggiungere che la democrazia è impossibile senza una reale indipendenza nazionale.
Ma questo non esaurisce la questione. Non tutti i regimi bonapartisti sono uguali. Abbiamo visto dittature che schiacciavano le masse per svolgere il ruolo di protettori della classe dominante e dei suoi sostenitori stranieri, come il regime di Al-Buhran oggi in Sudan. Ma abbiamo anche visto governi militari che si appoggiavano alle masse e assestavano duri colpi alla vecchia élite e all’imperialismo. Tali regimi possono muoversi in una direzione o nell’altra sotto le pressioni interne e internazionali.
Pressioni
In nessun paese, l’esercito è un unico blocco omogeneo e, in ultima istanza, esso riflette la composizione di classe della società nel suo complesso. Questo è particolarmente vero nei paesi più poveri, in cui l’esercito rappresenta una delle forme più stabili di impiego per chi provenga dalla classe operaia e dalla piccola-borghesia.
Perciò, gli intrighi e le lotte di potere che si sviluppano continuamente negli eserciti di questi paesi tendono a riflettere la lotta di classe soggiacente.
Spesso, esiste una tensione latente tra i giovani ufficiali, più vicini alle condizioni e al modo di pensare dei soldati semplici e delle masse, e gli ufficiali anziani di grado più elevato, che vengono diffusamente considerati corrotti, incompetenti e totalmente staccati dalla realtà, nei loro uffici con l’aria condizionata, lontani dal fronte.
Durante i periodi di crisi, questa tensione può facilmente esplodere fino all’insubordinazione aperta. Sia in Mali che un Burkina Faso, si è svolta una seconda serie di colpi di Stato solo nove mesi dalla prima. Entrambe sono state precedute da un drastico declino della situazione in termini di sicurezza e da un clima irrequieto nei ranghi dell’esercito.
In entrambi i paesi, i governi di transizione instaurati dai primi colpi di Stato avevano promesso di affrontare l’invasione islamista, ma erano rimasti legati alle stesse élite nazionali e alle potenze straniere. Costretti ad equilibrarsi tra un settore conservatore di alti ufficiali e funzionari civili da un lato e un gruppo di ufficiali più radicali dall’altro, questi regimi rimasero paralizzati, aggiungendo solo ulteriore instabilità sia al fronte che nelle caserme.
In Mali, il tentativo del presidente ad interim di operare un rimpasto di governo, percepito da molti come un tentativo di mettere ai margini i militari, ha spinto il colonnello trentasettenne Assimi Goita a deporlo nel maggio 2021. Questo golpe è stato accolto con giubilo non solo dall’esercito ma anche nelle strade dal movimento di protesta “M5”, che aveva svolto un ruolo importante nel rovesciamento di Keita nel 2020. Quali che fossero le sue intenzioni soggettive, è evidente che Goita si sia appoggiato su settori dell’esercito e delle masse per prendere il controllo della situazione.
Tuttavia, questi eventi non si sono svolti nel vuoto. La direzione che Goita avrebbe in seguito intrapreso è stata determinata dagli importanti mutamenti che stavano avendo luogo nelle relazioni mondiali e che seguitano a modellare gli eventi ancora oggi.
In precedenza, le potenze occidentali erano riuscite a vanificare i colpi di Stato loro sfavorevoli applicando sanzioni, tagliando i paesi fuori dai mercati internazionali e esercitando una pressione insostenibile per forzare i regimi golpisti a dare loro garanzie o per provocarne la caduta. In alcuni casi fecero ricorso all’intervento militare. Questo avvenne ad esempio quando l’ECOWAS intervenne per rovesciare un colpo di Stato in Gambia nel 2016.
Seguirono ancora una volta lo stesso schema quando Goita prese il potere. La Francia sospese ogni cooperazione militare con il Mali, pur mantenendo le sue truppe nel paese. Inoltre, il Mali venne sospeso dal blocco regionale dell’Africa occidentale, l’ECOWAS, e vennero imposte sanzioni allo Stato e a 150 personaggi legati a Goita.
Tuttavia, la situazione mondiale era mutata. La Cina e la Russia stavano assurgendo a potenze sullo scenario mondiale. La Cina era già diventata il primo partner commerciale dell’Africa subsahariana, mentre i mercenari russi avevano cominciato a stabilire basi in Africa, fornendo appoggio al regime di Touadera nella Repubblica Centrafricana.
Ciò comportava che le sanzioni occidentali non avessero più lo stesso effetto. Per la prima volta da decenni esisteva un’alternativa. Questo venne riconosciuto anche dalle masse, che sventolarono bandiere russe nelle manifestazioni in tutto il Sahel, dal Senegal ad ovest, fino al Ciad a est.
Invece che compiere un passo indietro, Goita rimase saldo sulle proprie posizioni, insistendo che le forze francesi si ritirassero completamente dal paese il prima possibile. Per coprirsi le spalle, visitò all’epoca Mosca e invitò i mercenari della compagnia Wagner ad aiutare le forze armate maliane a combattere gli islamisti. Alla fine del 2021, le truppe della Wagner avevano cominciato ad arrivare.
La combinazione di una grave crisi, con le pressioni occidentali e le offerte alternative da parte delle potenze rivali avevano spinto il regime golpista ad effettuare una rottura radicale con il passato, che, una volta consumatasi, trasformò il “modello” maliano in un polo di attrazione.
Lo stesso processo si sarebbe sviluppato in Burkina Faso, dove il trentaquattrenne capitano Ibrahim Traoré prese il potere nel settembre 2022 a capo di un gruppo di giovani ufficiali. Nel giro di un mese, aveva preteso il ritiro di tutte le forze francesi dal paese.
Come il suo equivalente maliano, Traoré si rivolse allora alla Russia in cerca di appoggio, ma accompagnò questa svolta con una retorica anti-imperialista molto più radicale. Traoré sarebbe diventato un’icona internazionale dopo aver pronunciato un discorso infuocato al Summit Russia-Africa tenutosi nel luglio 2023, durante il quale dichiarò con coraggio:
“La mia generazione mi chiede anche di dire che a causa di questa povertà, sono costretti ad attraversare l’oceano nel tentativo di raggiungere l’Europa. Muoiono nell’oceano, ma presto non dovranno più attraversarlo, perché si recheranno ai nostri palazzi per procurarsi il loro pane quotidiano. […] Noi capi di Stato africani dobbiamo smetterla di comportarci come marionette che danzano ogni volta che gli imperialisti muovono i fili.”
E concluse con il famoso slogan di Thomas Sankara, il leader della Rivoluzione Burkinabè del 1983-87:
“Gloria ai nostri popoli, dignità ai nostri popoli, vittoria ai nostri popoli. Patria o morte, vinceremo!”.
Mentre Traoré pronunciava il suo discorso, le pressioni occidentali subirono un ulteriore contraccolpo in Niger. Quando il presidente Bazoum tentò di rimuovere il capo della guardia presidenziale, il generale Abdourahamane Tiani, quest’ultimo semplicemente lo fece arrestare e mise se stesso a capo di un nuovo governo.
In seguito al colpo di Stato, l’ECOWAS, sotto la guida del presidente nigeriano Bola Tinubu, non solo sospese la partecipazione del Niger, ma chiuse le proprie frontiere, privando il paese del 70% della sua elettricità. Questo provocò da un giorno all’altro una profonda crisi economica e umanitaria. L’ECOWAS si spinse in seguito a minacciare un intervento militare per rovesciare il golpe.
Lungi dall’isolare il regime, questo fece infuriare le masse nigerine, spingendole verso la giunta e inasprendo l’opposizione nei confronti dell’Occidente. L’ambasciata francese venne circondata da manifestanti che diedero fuoco alle bandiere della Francia.
In questo contesto, Tiani si rivolse ai vicini Mali e Burkina Faso e pretese anch’egli il ritiro di tutte le truppe francesi dal suo paese, che era una base importante per le operazioni occidentali nella regione.
Di fronte alla minaccia di invasione che pendeva su di loro, fu allora che le tre nazioni annunciarono la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel nel 2023. Ancora una volta, questo passo incontrò un consenso entusiasta non solo all’interno della stessa AES, ma anche in altri Stati dell’Africa occidentale. L’ECOWAS dovette effettuare una ritirata umiliata e cancellare le sanzioni.
I progressi
A partire dal 2023, il processo ha sviluppato una logica propria. Ad ogni passo che le giunte militari hanno intrapreso contro l’imperialismo occidentale, le masse hanno risposto fornendo il proprio appoggio e incoraggiando così ulteriormente gli ufficiali.
È possibile trovare online numerosi report che annunciano risultati mirabolanti. Purtroppo molti di essi sono infarciti di esagerazioni o totalmente inventati. Ma ci sono stati, nondimeno, molti sviluppi significativi.
Prima di tutto, l’espulsione di tutte le truppe francesi non è una cosa di poco conto. Per più di cento anni, essi hanno ucciso, saccheggiato e hanno interferito nella vita di questi paesi. I presidenti e i consulenti francesi hanno si aggiravano altezzosi nei corridoi del potere, trattando i leader africani come i propri valletti personali. Ora se ne sono andati. Le masse sentono la propria forza per il ruolo che vi hanno giocato.
Inoltre, la cacciata della Francia dall’AES ha dato inizio ad un effetto domino in tutta l’Africa francofona. Anche stretti alleati della Francia, come la Costa d’Avorio e il Ciad, hanno chiesto il ritiro della Francia, in un contesto in cui la presenza di truppe era diventata insostenibile politicamente.
Oggi, la Francia ha ufficialmente solo un piccolo contingente in Gabon e una base militare a Gibuti. Si tratta di una sconfitta colossale per l’imperialismo francese, che ha a lungo usato la propria presenza militare in Africa per coltivare i propri interessi diplomatici ed economici.
Oltre alla sfera militare, tutti e tre i governi dell’AES hanno esercitato una pressione molto maggiore sulle multinazionali straniere. Questi tre Stati hanno tutti approvato nuove regolamentazioni minerarie, che obbligano tutte le aziende estrattive straniere a pagare tasse più alte, sotto minaccia di perdere le proprie licenze.
In Mali, ad esempio, quando la multinazionale canadese Barrick Gold (la più grande azienda di estrazione aurifera del mondo) rifiutò di pagare le nuove tasse, il governo di Goita usò quello che potrebbe essere descritto come “approccio pragmatico”: tre tonnellate di oro vennero sequestrate con un elicottero dalla miniera di Loulo-Gounkoto in mano all’azienda, lo Stato bloccò tutte le esportazioni di oro dalla miniera e numerosi dipendenti della Barrick vennero arrestati. Le operazioni ordinarie nella miniera furono prese in carico dallo Stato mentre i negoziati avevano luogo.
La Barrick prevedibilmente protestò contro questa infrazione dello “Stato di diritto”, intendendo con ciò il dominio dei monopoli. Tuttavia, alla fine la Barrick accettò di pagare una penale di 430 milioni di dollari, in cambio della ripresa delle sue operazioni nella miniera.
In molti casi, le giunte si sono spinte fino a nazionalizzare miniere gestite da aziende occidentali. Nell’agosto 2024, due miniere che erano al centro di una disputa legale sono state nazionalizzate dallo Stato burkinabè. In tutta l’AES, sono state nazionalizzate in totale sei miniere e sono state revocate tre licenze minerarie.
Forse il caso più significativo è il Niger, dove il governo ha nazionalizzato la miniera di uranio di Somair, che era in mano al monopolio statale francese Orano. Il capitalismo francese ha potuto contare sull’uranio a prezzi stracciati del Niger fin da quando le estrazioni di uranio ebbero inizio nel paese negli anni Settanta. Ora, ha perso l’accesso ad una importante fonte di uranio di qualità per applicazioni tanto civili quanto militari. Orano dichiara che nel sito di Somair sono immagazzinate 1500 tonnellate di uranio.
Il carattere progressista di queste nazionalizzazioni è evidente. È impossibile quantificare i profitti che queste multinazionali, e gli Stati da cui provengono, hanno realizzato sottopagando gli Stati e i lavoratori africani. Questo include non solo i profitti ottenuti dalla vendita in sé dei minerali, ma anche i sovra-profitti dei monopoli industriali ed energetici che hanno beneficiato di prezzi inferiori. Qualsiasi passo in direzione della riappropriazione di questa ricchezza rubata da parte dei popoli della regione deve essere accolto con gioia dai lavoratori di tutto il mondo.
Prevedibilmente, le istituzioni dell’“ordine fondato sulle regole” si sono mobilitate per proteggere le aziende minerarie. La Banca Mondiale ha impedito al Niger di vendere questi carichi di uranio espropriato. Questo è un crimine contro il popolo del Niger. Il governo ha ogni diritto a estrarre e vendere le proprie risorse. E, francamente, Orano è stata già ripagata migliaia di volte per il proprio investimento.
In Burkina Faso, il governo ha usato l’aumento delle entrate provenienti dall’oro per aumentare la spesa in sanità, istruzione e protezione sociale, mentre ha tagliato i salari degli alti funzionari statali. Di conseguenza, il tasso di povertà estrema è caduto di quasi due punti percentuali, raggiungendo il 24,9%, nonostante nel paese sia in atto una grave crisi a livello di sicurezza.
Sul piano politico, l’AES ha annunciato nel 2024 che avrebbe formato una confederazione, cioè non una semplice alleanza militare, ma un passo verso uno Stato unificato. Ha anche emesso passaporti comuni e messo in piedi una banca di investimento. Questi passi non sanciscono una piena integrazione, ma riflettono l’idea totalmente corretta che le nazioni africane non possono risolvere i propri problemi se non superando i vecchi confini, tracciati dalle potenze coloniali per mantenere l’Africa debole.
In vista di una maggiore integrazione economica, pare che l’AES abbia l’obiettivo di creare una propria valuta. Questo significherebbe rompere con il franco CFA, la valuta coloniale stampata dalla Banca di Francia, che rimane uno strumento vitale attraverso cui l’imperialismo francese continua a sfruttare il continente. Resta da vedere se ciò verrà realizzato, ma se l’AES rompesse con il franco CFA, questo si riverbererebbe in tutta l’Africa francofona, minacciando di assestare un colpo potenzialmente fatale agli interessi commerciali francesi nella regione.
La coscienza
Potremmo dire che l’impatto più importante di questi governi nazionalisti è stato quello sulla coscienza. Quando Ibrahim Traoré invoca lo slogan rivoluzionario di Thomas Sankara e Che Guevara, “Patria o morte! Vinceremo!”, e parla a stadi gremiti di persone, dichiarando una rivoluzione contro l’imperialismo, questo ha un certo effetto, fornendo un polo di attrazione per tutta la rabbia e il malcontento che si sono accumulati per anni nella gioventù africana.
Per questa ragione, Traoré è immensamente popolare in tutta l’Africa e oltre. Si può trovare la sua immagini sui bus a Nairobi. Spezzoni dei suoi discorsi vengono condivisi da milioni di account social in tutto il mondo. Dopo un tentativo di golpe contro Traoré nell’aprile 2025, si sono tenute manifestazioni di solidarietà in Ghana, Liberia e anche in paesi più lontani.
La spiegazione che ne danno i media occidentali è il solito spauracchio della “disinformazione russa”. Ma ciò che questo non riesce a spiegare è il motivo per cui così tante persone consumano e distribuiscono con entusiasmo questo materiale. Chiaramente, esse vedono nella retorica anti-imperialista di Traoré e nelle politiche del suo regime la loro stessa lotta.
Il fatto è che milioni tra le persone più povere del pianeta vengono spinte alla lotta politica, in molti casi per la prima volta, e stanno collegando la propria lotta per una vita migliore con la lotta internazionale contro l’imperialismo. Questo fatto da solo ha enormi implicazioni progressiste e non può essere visto in maniera isolata dagli eventi rivoluzionari che hanno recentemente travolto altre nazioni africane, come il Kenya e il Madagascar.
Questo salto nella coscienza delle masse si sta riflettendo anche nel linguaggio dei leader. È vero che quando Traoré giunse al potere adottò immediatamente alcuni elementi del linguaggio e dell’immaginario di Sankara, che guidò la Rivoluzione Burkinabè del 1983-87, ma a differenza di Sankara non parlava di rivoluzione. Al contrario, in quel periodo limitava i suoi slogan alla sovranità e allo sviluppo nazionali.
Questo è cambiato definitivamente il 1 aprile 2025, quando Traoré ha annunciato che il Burkina Faso stava conducendo una “rivoluzione popolare e progressista”, che da allora è diventato lo slogan principale del suo governo.
Nel frattempo, il generale Tiani ha annunciato in un discorso il 30 settembre: “È il popolo del Sahel che sta guidando la rivoluzione”.
A differenza di Traoré, Tiani non è un ufficiale giovane o di basso rango. Ha fatto parte dei circoli dominanti del Niger per più di un decennio e non aveva mai fatto in precedenza alcun riferimento alla rivoluzione, a Sankara o a chissà che, per quello che conta.
Come si può spiegare questa improvvisa illuminazione? Chiaramente, sotto la superficie si sta sviluppando un processo più profondo, che sta spingendo finora Goita, Traoré e Tiani nella stessa direzione.
La politica sarebbe davvero molto semplice se tutti i fenomeni avessero un contenuto soltanto progressista o reazionario. Sebbene sia vero che tutti questi tre regimi hanno le proprie contraddizioni ed elementi reazionari, rimane il fatto che stanno al momento guidando una lotta anti-imperialista che gode dell’appoggio di un ampio settore di oppressi.
È dovere di tutti i comunisti appoggiare la lotta di qualsiasi nazione coloniale o semi-coloniale volta alla liberazione dal dominio imperialista. Ma è anche necessario chiedersi: l’AES sarà in grado di condurre questa lotta fino al successo nella sua forma attuale? E qual è la strada da seguire per le masse della regione?
I limiti
Da quando ha ottenuto l’indipendenza formale dal colonialismo, l’Africa ha avuto una lunga storia di colpi di Stato. In molti paesi, un settore della casta degli ufficiali ha preso il potere, ha eliminato le vecchie élite corrotte e ha portato a termine una serie di riforme in nome della sovranità nazionale e dello sviluppo economico: Nasser in Egitto, Gheddafi in Libia, il Derg in Etiopia… e la lista potrebbe continuare.
Durante la Guerra Fredda, l’esistenza dell’Unione Sovietica e di Cuba, che fornivano aiuti e un modello di sviluppo guidato dallo Stato, giocò un ruolo molto importante. Sotto questa influenza, numerosi regimi africani adottarono politiche socialiste e alcuni si spinsero a rovesciare del tutto il capitalismo.
All’interno di questa ondata rivoluzionaria che attraversava il mondo coloniale, il capitano dell’esercito trentatreenne marxista Thomas Sankara prese il potere con numerosi ufficiali di sinistra nell’Alto Volta nel 1983, dichiarando una “rivoluzione democratica e popolare”, che espropriò la grande borghesia, nazionalizzò la terra e mobilitò i lavoratori e i contadini per farli partecipare allo sviluppo pianificato dell’economica. Come parte di questa rivoluzione, l’Alto Volta venne rinominato Burkina Faso: “la terra degli uomini integri”.
Oggi, la profondità della crisi vissuta dalle masse è forse ancora peggiore. In molti di questi paesi, la capacità industriale e i posti di lavoro nell’economia formale sono in realtà crollati dagli anni Ottanta. L’amarezza e la rabbia contro l’imperialismo e la classe dominante corrotta in patria sono anch’esse presenti ovunque, specialmente tra i giovani.
Come abbiamo visto, è partita una nuova serie di colpi di Stato in nome di una reale indipendenza politica ed economica. Traoré fa spesso riferimento a Sankara e cita i suoi discorsi. Si veste anche come Sankara, indossando sempre un berretto rosso, l’uniforme militare e una pistola. Tuttavia, non si è spinto neanche lontanamente dove si spinse Sankara, né nella retorica né nelle azioni.
La situazione internazionale è molto differente se paragonata a quella degli anni Settanta e ai primi anni Ottanta. L’Urss non esiste più, la Cina è una superpotenza capitalista, e la crisi economica a Cuba fa sì che non rappresenti più il modello che era una volta.
Dunque, quando si formano regimi nazionalisti come quelli dell’AES, quali modelli alternativi possono seguire?
La risposta è la Cina e la Russia. Entrambi combinano economie capitaliste di mercato con un forte intervento statale per promuovere lo sviluppo industriale, dando priorità alla sicurezza e all’indipendenza nazionale. Entrambi funzionano come forti Stati bonapartisti che sfidano con successo l’Occidente, come sta facendo la Russia in Ucraina e la Cina in maniera più ampia nel commercio mondiale.
L’influenza della Russia e della Cina è evidente nel discorso di Traoré sulla “rivoluzione popolare e progressista” che si sta conducendo in Burkina Faso. Per esempio, quando afferma che “nessun paese si è mai sviluppato sotto la democrazia”, sta verosimilmente alludendo non solo all’assenza di sviluppo in Africa, ma anche al fatto che la breve esperienza di cosiddetta “democrazia” liberale in Russia è coincisa con un periodo di collasso economico, dal quale il paese si è ripreso sotto la dittatura di Putin.
Fondamentalmente, l’assenza di potenti Stati operai sulla scena mondiale significa che il rovesciamento del capitalismo da parte di regimi bonapartisti nazionalisti è estremamente improbabile, se non da escludere del tutto. Pertanto, senza l’intervento cosciente della classe operaia, questi regimi rimarranno all’interno dei limiti del sistema capitalista.
È significativo che nessuno dei leader dell’AES abbia mai menzionato la parola “socialismo”. Quando Traoré parla del capitalismo tacciandolo di essere “selvaggio”, ciò non significa che egli abbia alcuna intenzione di rovesciarlo. Intende che dovrebbe essere diretto e imbrigliato da uno Stato forte.
La lotta di qualsiasi paese dominato contro il dominio imperialista dovrebbe essere appoggiata dalla classe operaia mondiale quale che sia il suo governo. Ma proprio perché si tratta di regimi bonapartisti, che oltretutto si fondano sul capitalismo, ci sono grandi limiti a ciò che può essere ottenuto.
Possiamo guardare alla storia per vedere ciò che questo significa. In tutti i regimi nazionalisti formatisi nel periodo postbellico, i leader rivoluzionari sono stati o deposti da un settore più conservatore dell’esercito, quando esso ha ritenuto che i suoi privilegi venissero minacciati, oppure i “rivoluzionari” hanno portato a termine la controrivoluzione in prima persona, tornando a rivolgersi all’Occidente e svendendo la ricchezza delle proprie nazioni agli imperialisti.
Il fatto che questa controrivoluzione abbia coinvolto senza eccezioni tutta l’Africa mostra che non è stata causata dagli errori o dai tradimenti dei singoli leader.
I regimi bonapartisti mantengono inevitabilmente il potere concentrato nelle mani di una casta di ufficiali dell’esercito e di burocrati dello Stato, piuttosto che in quelle del popolo. In ultima istanza, se un settore decisivo di questa burocrazia ritiene di poter ottenere un accordo migliore collaborando con gli imperialisti o se la sua sopravvivenza dipende da questo, simili Stati finiranno per cedere alle pressioni.
È degno di nota che la Guinea abbia assistito a un golpe simile a quello del Mali nel 2021 e che abbia persino stabilito relazioni strette con il governo maliano quando l’ECOWAS minacciò entrambi i paesi di un cambio di regime. Ma da allora, il regime di Doumbaya ha preso un’altra strada, prendendo esplicitamente come modello il regime ruandese, un alleato cruciale dell’Occidente che sta conducendo in questo momento una guerra brutale nella regione orientale del Congo.
Bisogna anche dire che, su basi capitaliste, l’unificazione dell’AES in un singolo Stato è impossibile. Uno Stato siffatto non avrebbe alcun bisogno di tre distinte burocrazie militari, ognuna con i propri interessi politici ed economici. Dovrebbero essere tutte integrate in un’unica struttura di comando.
Ma chi vi si porrebbe al vertice? Traoré, che al momento è il presidente dell’alleanza? In questo caso, i vertici degli eserciti maliano e nigerino dovrebbero accettare di essergli subordinati. E ci sono garanzie che Traoré comanderà sempre negli interessi di tutti i tre regimi militari e non solo del proprio?
Già solo ponendo questa domanda si dimostra quanto siano insormontabili le contraddizioni inerenti alla fusione di diversi Stati borghesi in uno solo. Furono queste contraddizioni a mandare all’aria l’effimera “Federazione del Mali” nel 1960 e avrebbero un effetto simile nel Sahel odierno.
Per adesso, l’invasione islamista e la pressione dell’imperialismo occidentale stanno spingendo i tre Stati a coalizzarsi e a perseguire il loro attuale percorso radicale. Ma sarebbe ingenuo credere che tutti i settori all’interno di questi Stati siano favorevoli al corso attuale e non si può escludere che la situazione possa muoversi in una direzione reazionaria in futuro.
La solidarietà con il popolo del Sahel e la sua lotta di liberazione non significa un appoggio acritico alla sua direzione sotto ogni aspetto, sarebbe un atteggiamento che non aiuta nessuno.
La barbarie capitalista
Il Mali, il Burkina Faso e il Niger continuano a vivere in una crisi profonda. La situazione della sicurezza è estremamente grave. Migliaia di persone sono state uccise dal 2023 e circa 3,5 milioni di persone sono sfollate all’interno di questi paesi.
Si ritiene che al momento circa il 60% del territorio del Burkina Faso sia fuori dal controllo del governo. E contrariamente alla dichiarazione del ministro degli esteri del Mali, secondo cui le forze armate avrebbero riconquistato la “quasi totalità” del proprio territorio, gli attacchi islamisti si sono ormai diffusi in tutti i paesi, raggiungendo zone che prima erano state risparmiate.
Ad ottobre, la capitale del Mali, Bamako, è rimasta paralizzata, dopo che il più potente gruppo islamista nella regione, Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (‘JNIM’), aveva attaccato con successo e distrutto centinaia di cisterne di petrolio che trasportavano il carburante da Senegal e Costa d’Avorio. Nelle ultime settimane, i rifornimenti di carburante sono stati per lo più ripristinati, almeno nella capitale. Ma questo non significa che si sia ottenuta una vittoria decisiva contro gli islamisti.
Il blocco dei carburanti da parte di JNIM non è riuscito a provocare la caduta del regime, che avrebbe avuto implicazioni reazionarie terrificanti per l’intera regione. Ma il rischio era reale, come dimostra il fatto che Goita sia stato costretto ad effettuare due epurazioni della casta degli alti ufficiali nel giro di solo quattro mesi, la prima ad ottobre e e la seconda all’inizio di quest’anno.
Il blocco ha portato all’apertura di negoziati con i capi locali, cui il governo ha dato il via libera ad ottobre. Questa è una svolta significativa rispetto alla precedente posizione di Goita, un fermo rifiuto a negoziare, che indica chiaramente come il governo non si senta più in grado di respingere i ribelli dalle loro basi nelle campagne.
Ciò significa che ampie porzioni dei territori rurali sono ormai sotto il controllo di fatto degli islamisti. In molte zone fuori della capitale, succede già che le donne colte a viaggiare sui trasporti pubblici senza velo vengano fustigate pubblicamente.
È essenziale comprendere che la guerra che l’AES sta combattendo non può essere vinta senza il rovesciamento del capitalismo nella regione.
La debolezza dello Stato è una caratteristica comune e permanente del capitalismo africano fin dall’indipendenza. Di questo si sono avvantaggiate non solo le potenze straniere, ma anche organizzazioni come Al-Qaeda e l’ISIS.
Nelle parti più remote del Sahel, lo Stato è quasi del tutto assente, permettendo agli islamisti di farsi avanti come mediatori nelle dispute per la terra e il bestiame e di offrire “protezione” in stile mafioso.
Con questi mezzi, gli islamisti sono riusciti ad occupare le regioni di confine tra Mali, Burkina Faso e Niger e hanno a tutti gli effetti fondato uno Stato parallelo. Da questa base, raccolgono la zakat (una tassa religiosa), controllano le miniere, lanciano incursioni per saccheggiare il bestiame e trasportano droga attraverso il Sahara. Questo sarebbe impossibile senza il mercato mondiale capitalista, sia nella sua forma “legale” sia in quella “illegale”.
Il commercio del bestiame rappresenta una parte importante dell’economia in paesi come il Ghana e la Costa d’Avorio. I capitalisti agricoli in questi paesi fanno profitti considerevoli trattando bestiame rubato proveniente dal Mali e dal Burkina Faso. Questo permette a tutti gli effetti ai gruppi ribelli di “riciclare” le ricchezze rubate.
Allo stesso modo, la domanda crescente di oro ha reso il contrabbando di oro dalle miniere controllate dai ribelli particolarmente lucrativo. E con queste risorse hanno dimostrato di poter comprare droni dal mercato nero e usarli per colpire obiettivi governativi con esiti letali.
La principale risorsa degli islamisti è soprattutto la povertà delle masse rurali in questi paesi. I giovani si arruolano volentieri per combattere per JNIM o per lavorare in una delle loro miniere perché è un lavoro. Come ha spiegato un combattente in Niger intervistato dall’Economist: “Tutto quello che vuoi, i capi te lo daranno… denaro, donne, carne e una motocicletta”.
Eliminare questi mali solo con mezzi militari semplicemente non è possibile. Solo lo sviluppo pianificato dell’economia e delle infrastrutture a livello regionale potrebbe rafforzare lo Stato, tagliare l’accesso degli Islamisti al denaro e ai combattenti e cominciare a invertire la rotta.
Ma ciò non è possibile su base capitalista, anche solo per il fatto che la classe capitalista locale è del tutto incapace di fare una cosa del genere. Al contrario, non disponendo dei mezzi per competere con i monopoli stranieri, ne diventano gli agenti locali, oppure fanno profitti semplicemente con i rapporti di corruzione con lo Stato.
Una regione frammentata
L’imperialismo occidentale e i suoi alleati stanno apertamente spingendo gli Stati dell’AES sull’orlo del collasso al fine di difendere le proprie sfere di influenze e dare alle masse africane una dura lezione sul fatto che “non esiste alternativa”.
Per gli imperialisti si tratta di dominare o mandare in rovina ciò su cui non possono controllare. Ma per i vicini Stati africani, collaborare nella destabilizzazione della loro stessa regione non fa che sottolineare il carattere profondamente reazionario e miope della classe dominante di questi paesi.
Gli Stati dell’AES sono già stati per lo più abbandonati dai corrotti Stati borghesi della regione. L’AES venne creato in primo luogo perché l’ECOWAS aveva imposto dure sanzioni economiche e aveva persino minacciato l’intervento militare in Niger per effettuare un cambio di regime, tutto in nome della restaurazione di un “governo democratico” del tutto fittizio in questi paesi.
Alla fine, l’ECOWAS è stato costretto a fare un passo indietro e a ritirare le sanzioni nel febbraio 2024, ma non prima di aver distrutto parte dell’economia del Niger. Molte aziende private, senza accesso all’elettricità hanno chiuso, mentre il bilancio statale è stato tagliato del 40%.
Anche dopo la separazione dell’AES dall’ECOWAS, era ancora possibile cooperare in numerosi settori, ma non lo si è voluto fare. È chiaro che molti Stati dell’Africa Occidentale stanno collaborando con i loro alleati occidentali più stretti per isolare e indebolire l’AES. Questo è stato riconosciuto in un commento rivelatore di un colonnello ghanese in pensione, Festus Aboagye, che ha detto:
“Alcuni Stati membri dell’ECOWAS si allineano con partner esterni per cercare di rovesciare questi regimi. L’approccio del Ghana è quello di proteggere gli interessi nazionali”.
Il regime di Ouattara in Costa d’Avorio, che rimane un alleato cruciale dell’imperialismo francese nella regione, ha reso abbastanza chiaro che non approva la svolta del Mali verso la Russia. La Nigeria, sotto la guida di Bola Tinubu, si è anch’essa opposta fermamente ai regimi instaurati dai colpi di Stato nel Sahel fin dall’inizio.
Entrambi questi importanti Stati mantengono stretti legami con l’imperialismo occidentale, ma non è tutto qui. L’immagine e la retorica dei leader dell’AES, e di Traoré prima di tutti, è molto popolare in questi paesi e i loro governanti corrotti hanno evidentemente paura di cosa succederebbe loro se l’AES fosse considerato come un modello alternativo di successo per la regione.
Pertanto, stanno cercando di impedire qualsiasi possibile “contagio” da nord. Lo si è visto molto chiaramente durante il recente tentativo di golpe in Benin. Quando un gruppo di ufficiali ha annunciato il rovesciamento del leader filo-occidentale del paese, Patrice Tolon, quest’ultimo è stato immediatamente contattato dal presidente francese in persona, che ha offerto “supporto logistico”, mentre la Nigeria è intervenuta direttamente con le sue forze aeree per rovesciare il golpe.
Questo non ha impedito al vicino Togo si avvicinarsi alla Russia, con cui ha firmato un Accordo di Cooperazione militare l’anno scorso. Di recente, il paese ha anche estradato l’ex-presidente deposto del Burkina Faso, Paul-Henri Damiba, che aveva vissuto esule in Togo dopo essere stato accusato di un tentativo di golpe contro Traoré all’inizio di quest’anno. Questo nuovo livello di cooperazione tra i membri dell’AES e uno Stato costiero ha dato ad Ouattara solo un ulteriore incentivo a cercare di facilitare la caduta di Goita e Traoré al nord.
In effetti, l’Africa Occidentale è stata divisa in due blocchi ostili, ognuno appoggiato da differenti potenze straniere, che interferiscono nella politica interna degli altri, mentre rafforzano i propri confini e restringono la cooperazione in ogni settore. Questo ha solo avvantaggiato gli islamisti, che infestano le regioni di confine tra l’AES e gli Stati costieri.
I rischi futuri
La svolta verso la Russia è stata per lo più spinta dalla necessità di aiuto urgente nella lotta contro gli islamisti, ma non ha prodotto i risultati auspicati.
La Wagner si è di recente ritirata dal Mali, in seguito ad un avvelenamento dei rapporti. Questo non è dovuto solo alle numerose sconfitte militari, ma anche ad un conflitto sui diritti di estrazione mineraria, visto che il governo stava impedendo l’acquisto di risorse maliane da parte di stranieri, inclusi i russi e i loro agenti. L’Africa Corps mantiene un contingente di circa 1000 mercenari nel paese, ma questo non ha impedito agli islamisti di estendere il proprio controllo.
Dall’altra parte, la Cina ha fornito veicoli blindati e artiglieria all’AES e sarà felice di acquistare le licenze minerarie. Ma come mostra l’esempio della guerra nel Congo orientale, essa non ha alcun interesse a fornire ai propri alleati l’appoggio necessario per stabilizzare i propri paesi. In ultima istanza, la “partnership strategica win-win” della Cina con l’Africa significa: “Se vivi, la Cina vince; se muori, la Cina vince”.
Di recente, la Turchia si è parzialmente fatta avanti per coprire il vuoto lasciato dall’esigenza della Russia ci concentrare le proprie risorse in Ucraina. Il Burkina Faso ha comprato numerosi droni turchi e il Niger ha accolto consulenti militari turchi. Ma questo non è neanche lontanamente sufficiente a ristabilire la sicurezza nella regione.
Più la guerra continua, più esiste il rischio che essa degeneri ulteriormente in una guerra civile ancora più ampia, che ad un certo punto potrebbe anche minacciare il crollo dello Stato in almeno uno di questi paesi.
Già prima dei colpi di Stato, le milizie di difesa locale conducevano rappresaglie contro presunti terroristi, spesso membri dell’etnia fulani, che è presente in tutta la regione. Questo ciclo di violenza si è ultimamente intensificato: gli islamisti attaccano i villaggi, le milizie filo-governative effettuano rappresaglie e i fulani innocenti stretti nella tenaglia di queste violenze spesso si uniscono agli islamisti per ottenere protezione o vendetta.
Gli unici che hanno da guadagnare da questo sono gli islamisti e gli imperialisti. JNIM, che è legato ad Al-Qaeda, si è presentato esplicitamente come il difensore dei fulani. È una cinica menzogna, che viene consapevolmente legittimata dalla narrazione unilaterale dei media occidentali.
Quello che accadrà dipende da una molteplicità di fattori, di cui il più importante sarà l’esito della guerra in Ucraina. Se la Russia sarà libera di mandare truppe ed equipaggiamento nel Sahel, questo si tradurrà in maggiori conquiste sul campo di battaglia, ma ad un costo. La Russia è una potenza imperialista e non appoggia i governi per compassione o solidarietà, bensì per tutelare i propri interessi.
E se al fine di sopravvivere questi Stati diventeranno maggiormente dipendenti dall’appoggio estero, quale che ne sia l’origine, saranno costretti ad adattare il proprio programma ai loro nuovi benefattori, facendo sì che alla fine la situazione si evolva in una direzione reazionaria. In ultima istanza, non è modo di fuggire dall’orrore del dominio imperialista senza rompere completamente con il capitalismo.
Per il socialismo
Oggi, la prospettiva per l’Africa può essere riassunta nelle parole: socialismo o barbarie.
Il destino dell’AES è legato alla stabilità dell’intera regione. Se uno qualsiasi degli Stati membri dell’AES verrà trascinato nella barbarie, come successo in Libia o in Siria, questo avrà inevitabilmente l’effetto di destabilizzare ulteriormente i vicini Stati costieri, con un impatto su milioni di persone.
Allo stesso modo, il destino del popolo del Sahel è legato alla lotta rivoluzionaria dei lavoratori, dei contadini e dei giovani dell’Africa Occidentale. Il rovesciamento del capitalismo in uno di questi paesi offrirebbe immediatamente un ancora di salvezza a questi paesi assediati dall’imperialismo.
Come spiegò Sankara ad un vertice regionale nel settembre del 1985: “[La sicurezza] non verrà mai raggiunta, non verrà mai ottenuta finché la rivoluzione non avrà liberato i popoli [della regione]”.
La trasformazione di Ibrahim Traoré in un idolo in tutta la regione mostra che esiste il clima per una simile rivoluzione in tutta l’Africa Occidentale. Ma sperare in un altro Traoré o persino in un altro Sankara è un errore. Di nuovo, per citare lo stesso Sanklara:
“È fuori discussione che loro [le masse, ndt] aspettino un potere salvifico da parte di una qualsiasi persona o di un qualsiasi messia. Sarebbe un errore, un grave errore, un errore monumentale, un errore controrivoluzionario.”
Quello che è necessario per ottenere tutto questo è un partito rivoluzionario in grado di guidare le masse oppresse alla vittoria. La presa del potere da parte dei lavoratori e dei contadini in anche solo un paese scatenerebbe un’ondata rivoluzionaria che potrebbe rovesciare il capitalismo nell’intera regione, arrivando a strappare le sue immense risorse dagli artigli delle multinazionali straniere e dei loro clienti locali, e metterle in mano al popolo.
Questo porrebbe le basi per una Federazione Socialista dell’Africa Occidentale, che potrebbe infine liberare l’incredibile potenziale di questi paesi mediante un’integrazione e uno sviluppo delle loro economie pianificate democraticamente, eliminando il flagello del terrorismo islamico e trasformando la vita delle masse in maniera irriconoscibile.
Non è difficile immaginare l’impatto che un simile sviluppo avrebbe sull’Africa intera. Ciò infliggerebbe all’imperialismo un colpo da cui non si riprenderebbe più. Questo è il futuro per cui lottiamo, non solo in Africa, ma in tutto il mondo.
Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!
