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Nella definizione di camaleonte del dizionario Merriam Webster troviamo, tra le varie caratteristiche, la sua “insolita capacità di cambiare il colore della pelle”. Troviamo anche sinonimi di camaleonte, come “opportunista” e “banderuola” – “una persona o una cosa che cambia facilmente o spesso” e “una persona che cambia spesso le proprie convinzioni o il proprio comportamento per compiacere gli altri o per avere successo”.
Ora, vi chiederete, cosa c’entra questo con i riformisti? Ebbene, se osserviamo più da vicino i riformisti nel movimento operaio, vediamo come essi possano facilmente oscillare sia a sinistra che a destra – cambiando di fatto il loro colore politico – al mutare dell’ambiente in cui operano e al mutare delle pressioni esercitate su di loro dalla classe operaia o dalla classe dominante. In questo senso, il paragone con i camaleonti è giustificato e il termine “camaleonte politico” si adatta perfettamente alla descrizione del riformista.
I camaleonti possono cambiare colore e motivo della pelle per inviare segnali diversi, ma la caratteristica che ci interessa qui è la loro capacità di mimetizzarsi con l’ambiente circostante, cioè di cambiare colore al variare del colore che li circonda, in modo da rimanere nascosti a un potenziale predatore.
Quando i riformisti cambiano colore, tuttavia, lo fanno per un motivo diverso. Manovrano – a volte consapevolmente, a volte inconsapevolmente – virando a sinistra, anche molto a sinistra quando la pressione è forte, o a destra, ma sempre in modo da evitare uno scontro di classe aperto.
E quando sono in grado di avere un impatto reale sulla lotta di classe, quando potrebbero dare l’impulso necessario per far crescere in modo massiccio la fiducia e la coscienza della classe operaia in sé, si ritirano e cercano compromessi di qualche tipo con i riformisti di destra, venendo incontro in questo modo agli interessi del nemico di classe, il che nella storia ha sempre portato a sconfitte per la classe operaia.
Le caratteristiche fondamentali dei riformisti, la loro totale mancanza di comprensione dialettica di come funziona il capitalismo, insieme alla loro mancanza di fiducia nella capacità della classe operaia di mobilitarsi in direzione rivoluzionaria, è ciò che conferisce loro caratteristiche camaleontiche.
Sono molto facilmente influenzabili quando il capitalismo attraversa lunghi periodi di crescita. Questo li rende incapaci di vedere oltre le condizioni immediate, e questo vale sia quando il sistema attraversa periodi di forte crescita economica sia quando entra in crisi. Come ha sottolineato Trotsky nell’introduzione al suo classico La rivoluzione tradita, “chiunque si inchini di fronte al fatto compiuto non può in nessun modo preparare l’avvenire”.
E il riformista è un empirista che si attiene con orgoglio ai cosiddetti “fatti” ed è incapace di vedere il processo storico complessivo e a lungo termine in cui tali fatti si inseriscono. Sminuiscono il marxismo autentico, sostenendo che non ha le risposte ai problemi che i lavoratori devono affrontare oggi. Si dichiarano pragmatici e non hanno tempo per le “teorizzazioni” dei marxisti. La loro mancanza di comprensione teorica, tuttavia, significa che quando il capitalismo è in forte espansione, sono incapaci di vedere le inevitabili crisi del futuro e quindi incapaci di prepararsi ad affrontarle.
La base materiale del riformismo e del suo rifiuto della necessità della rivoluzione si trova nel periodo di ascesa del capitalismo verso la fine del XIX secolo. In quelle condizioni, a un osservatore superficiale sembrava che il capitalismo avesse risolto le sue contraddizioni interne e che quindi Marx dovesse essere rivisto. Secondo questo modo di pensare, il marxismo non era in grado di offrire una spiegazione della prolungata ascesa.
Negli Stati Uniti abbiamo avuto la cosiddetta “Età dell’oro”, che ha visto alti livelli di crescita economica che sono durati dalla fine degli anni ’70 del XIX secolo fino all’inizio del XX secolo. Nello stesso periodo la Germania è emersa come una delle principali potenze industriali in Europa. E la Gran Bretagna, sebbene sentisse la pressione della concorrenza statunitense e tedesca, conobbe anch’essa un boom – dopo un precedente rallentamento – dal 1895 fino allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914.
Fu in questo periodo che assistemmo alla degenerazione della socialdemocrazia, dei partiti che facevano parte della Seconda Internazionale, la gran parte dei quali erano stati fondati sulle idee del marxismo. Inizialmente, i suoi leader continuarono a sostenere a parole la rivoluzione, votando persino risoluzioni dal tono rivoluzionario, mentre in pratica collaboravano con la classe capitalista. Ma alla fine abbandonarono anche le dichiarazioni di facciata e affermarono apertamente che il capitalismo poteva essere riformato e che la rivoluzione non era più possibile né necessaria.
La prima guerra mondiale sconfessò senza appello i riformisti e confermò che tutte le contraddizioni del sistema, brillantemente spiegate da Marx, non erano state eliminate. Ora c’era una profonda crisi del sistema, che aprì un’epoca di rivoluzione e controrivoluzione, con l’ottobre 1917 in Russia come prova più evidente del potenziale rivoluzionario che la crisi del sistema aveva scatenato.
Il ruolo apertamente traditore svolto dai leader ormai riformisti delle organizzazioni di massa dei lavoratori, tuttavia, fece sì che l’enorme potenziale rivoluzionario fosse sprecato in un paese dopo l’altro, in Germania, in Italia, in Francia, in Ungheria e in molti altri, e questo a sua volta preparò le condizioni per l’ascesa del fascismo e la seconda guerra mondiale.
La fine della seconda guerra mondiale vide, ancora una volta, un potenziale rivoluzionario – vedi Italia, Francia, Grecia e molti altri paesi – ma ancora una volta andò perso a causa della visione riformista delle leadership dei partiti operai di massa di quel periodo, questa volta sia dei partiti socialdemocratici che dei partiti comunisti stalinizzati. Ciò portò alla sconfitta di molti movimenti e al declino della lotta di classe, che a sua volta preparò le condizioni politiche per l’immenso sviluppo economico del boom del dopoguerra.
Riccardo Lombardi
Questa fu la base materiale per l’ulteriore degenerazione delle organizzazioni tradizionali di massa. Ed è qui che inizia la mia storia di un particolare camaleonte politico, Riccardo Lombardi, ricordato in Italia come il leader dell’ala sinistra del PSI – Partito Socialista Italiano – negli anni ’70. Ma prima di approfondire le sue caratteristiche camaleontiche, vale la pena fornire qualche cenno storico su quest’uomo. Chi era Riccardo Lombardi?
Nato nel 1901 in Sicilia, si trasferì a Milano all’età di 18 anni per studiare ingegneria. La sua attività politica iniziò nel 1922, quando aderì al Partito Popolare Italiano (PPI), schierandosi con l’ala “sinistra” del partito. Vale la pena notare che il PPI fu di fatto il precursore di quella che sarebbe diventata la Democrazia Cristiana, il partito conservatore della borghesia, alla fine della seconda guerra mondiale. Ben presto ruppe con quel partito e si spostò a sinistra, interessandosi al marxismo.
Lesse il Manifesto del Partito Comunista e Le lotte di classe in Francia, nonché il primo e il secondo volume de Il capitale. Ammise però anche che la sua comprensione di Marx era influenzata dalle critiche di Benedetto Croce al materialismo storico. Croce era un liberale borghese e filosoficamente un idealista. Fin dall’inizio vediamo quindi l’incapacità di Lombardi di cogliere la vera essenza del marxismo, e questo avrebbe condizionato il suo pensiero politico per il resto della sua vita.
Partecipò ad alcune azioni degli Arditi del Popolo, il gruppo antifascista fondato nel 1921 che cercò di opporsi con la forza all’ascesa del fascismo, e in seguito collaborò sia con l’organizzazione clandestina del Partito Comunista che con gli antifascisti liberali una volta consolidata la dittatura di Mussolini.
Nell’agosto del 1930, dopo aver partecipato alle attività di un gruppo che distribuiva volantini agli operai delle fabbriche di Milano, fu arrestato dalla milizia fascista e sottoposto a percosse che gli causarono una lesione permanente a un polmone, che gli avrebbe causato problemi di salute per il resto della sua vita. Successivamente fu posto sotto sorveglianza dal regime fascista.
Fu quindi un antifascista coraggioso e determinato, e nessuno può negargli questo. Ciò gli conferì anche autorità all’interno della sinistra italiana nel suo complesso. Tuttavia, la sua adesione al pensiero marxista fu superficiale e di breve durata. Continuò a citare Marx, ma fu anche influenzato dalle idee di Keynes e Schumpeter e dalle teorie dell'”economia mista”. Tutto ciò lo portò a quello che molti definirono il suo “socialismo liberale”. Ciò significava che non prevedeva la fine del capitalismo, ma semplicemente un rimaneggiamento del sistema, con alcune riforme “progressiste”.
Questo spiega perché nel 1942 fu uno dei fondatori del Partito d’Azione, un partito che era fondamentalmente una formazione liberalsocialista che rifiutava il marxismo e la lotta di classe. Come rappresentante di spicco del Partito d’Azione, fu anche membro del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Italia del Nord (CLNAI). Divenne poi Ministro dei Trasporti nel governo di coalizione (dal dicembre 1945 al luglio 1946), che vide la collaborazione aperta tra il Partito Comunista e il Partito Socialista con la Democrazia Cristiana.
Il Partito d’Azione ottenne solo l’1,45% dei voti e 7 seggi nelle elezioni dell’Assemblea Costituente del 1946, e nel 1947 si sciolse, con le sue figure di spicco che presero strade diverse, alcune aderendo al PSI (Partito Socialista Italiano), altre al Partito Repubblicano, una formazione apertamente borghese. Lombardi decise di aderire al PSI, che avrebbe rappresentato in Parlamento fino al 1983, un anno prima della sua morte.
Nel periodo 1956-64 Lombardi era a capo della commissione economica del PSI, e la sua posizione è riassunta in un discorso tenuto in Parlamento in cui spiegava che il partito si proponeva di “operare dentro la società capitalistica per modificarne gli equilibri di potere e di reddito a favore delle classi lavoratrici ” (Discorsi parlamentari, di M. Baccianini, Roma 2001). La sua posizione rimase quindi quella classica dei riformisti, che operano entro i confini del capitalismo cercando di introdurre riforme favorevoli alla classe operaia.
L’impatto del boom del dopoguerra
L’illusione che fosse possibile riformare il capitalismo fu enormemente rafforzata dal boom economico che prese il via in quel periodo. Il capitalismo mondiale stava per attraversare un periodo di espansione senza precedenti. Tra il 1947 e il 1973 la Francia registrò una crescita media annua del 5%. La Germania occidentale conobbe una crescita economica prolungata nello stesso periodo, con una produzione industriale che raddoppiò dal 1950 al 1957 e un prodotto nazionale lordo che cresceva ad un tasso del 9-10% all’anno. Il Giappone registrò tassi di crescita annuali intorno al 10% per un periodo prolungato.
In questo contesto, l’economia italiana conobbe un’espansione molto rapida, registrando tassi di crescita record del 5,8% all’anno tra il 1951 e il 1963. La produttività nell’industria crebbe in media dell’8% all’anno nel decennio 1953-63, superando l’attuale tasso di crescita della produttività della Cina! Gli investimenti crescevano a un ritmo di circa il 10% all’anno e anche la redditività era in forte aumento.
Bisogna ricordare che l’Italia uscì devastata dalla seconda guerra mondiale. Nel 1947 l’inflazione aveva raggiunto il 30%, il valore della lira era crollato e le esportazioni erano in calo. Come viene sottolineato da Ferruccio Parri, citato da Augusto Graziani nel suo L’economia italiana dal 1945 a oggi (pag. 151, Bologna, 1972),
“Nell’immediato dopoguerra, pochi prevedevano le singolari capacità di espansione che l’industria italiana avrebbe rivelato nel corso del decennio successivo. Soprattutto, pochi ritenevano che lo sviluppo industriale italiano si sarebbe appoggiato su settori (come la siderurgia, la chimica, l’automobile) che parevano particolarmente ardui da espandere…”.
Pertanto, il periodo del cosiddetto “miracolo economico italiano” del 1956-63, con la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro (nel 1963 gli operai industriali erano 5,4 milioni) e la rapida crescita del reddito medio pro capite, gli alti livelli di accumulazione di capitale, lo sviluppo industriale combinato con livelli crescenti di esportazioni e stabilità monetaria, avrebbe inevitabilmente avuto un impatto sulla coscienza sia della massa dei lavoratori che dei leader riformisti del movimento operaio. Lo vedremo in un discorso che Lombardi tenne al congresso nazionale del PSI del 1963, che citeremo più avanti.
Durante tutti gli anni ’50 la Democrazia Cristiana ha tratto vantaggio dal tradimento del potenziale rivoluzionario del periodo 1943-48. A causa della loro collaborazione di classe, sia il Partito Comunista (PCI) che il Partito Socialista (PSI) subirono una significativa battuta d’arresto elettorale nelle elezioni del 1948, e questo è ciò che permise alla Democrazia Cristiana di mantenere una forte posizione parlamentare, ottenendo costantemente più del 40% dei voti durante tutti gli anni ’50. Ciò significava che poteva governare con l’aiuto di una serie di piccoli partiti borghesi, come i Repubblicani e i Liberali.
Tuttavia, all’inizio degli anni ’60 la situazione iniziò a cambiare e nelle elezioni del 1963 il voto della Democrazia Cristiana scese al 38%, con solo 260 seggi su 630 nel Parlamento.
Questo indebolimento della Democrazia Cristiana richiese un ampliamento della coalizione in parlamento se voleva continuare a governare il Paese. Nel 1960 aveva cercato il sostegno parlamentare del MSI (Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946 da esponenti del vecchio regime fascista). Ciò aveva provocato una tale reazione da parte dei lavoratori, che avevano ancora memorie recenti del regime fascista. La classe dirigente dovette abbandonare quell’“esperimento” e nel giro di pochi mesi il governo cadde.
Dobbiamo ricordare che l’impatto del boom del dopoguerra aveva due facce. Da un lato c’erano più posti di lavoro e un tenore di vita in crescita, ma c’era anche un effettivo rafforzamento numerico della classe operaia, che le conferiva un peso maggiore nella società. Ciò diede ai lavoratori, in particolare ai giovani, una rinnovata fiducia nelle proprie capacità di lotta. Questo spiega i movimenti combattivi del 1962-63. E questo la classe dirigente non poteva non prenderlo in considerazione.
Il PSI collabora apertamente
Dopo aver fallito nel tentativo di appoggiarsi al MSI, la classe dirigente fu costretta a cercare aiuto a sinistra. Così, il PSI con i suoi 87 deputati fu chiamato a fornire una maggioranza parlamentare stabile. Questo fu l’inizio di quelle che sarebbero state conosciute come le coalizioni di “centro-sinistra” che avrebbero governato l’Italia fino al 1972.
Nel 1963, tuttavia, il PSI era diviso sulla questione dell’adesione al governo di coalizione, come emerse chiaramente dal congresso nazionale di quell’anno. La sinistra del partito rifiutò la coalizione con la Democrazia Cristiana, preferendo un’alleanza con il Partito Comunista. Al congresso furono infatti presentati tre documenti, uno a favore dell’ingresso del partito in una coalizione con la Democrazia Cristiana (che ottenne il 57,4%) e un altro contrario (col 39,3%), con una piccolissima minoranza del 2% per l’unità del partito.
L’ala sinistra del partito si sarebbe separata all’inizio del 1964 per fondare il PSIUP (Partito Socialista Italiano dell’Unità Proletaria), spostandosi in modo piuttosto radicale a sinistra. Vale la pena notare che il PSI perse circa la metà dei suoi quadri sindacali a favore del neocostituito PSIUP e praticamente tutta la sua gioventù, il che dimostra quanto fosse profonda l’opposizione alla collaborazione con la Democrazia Cristiana in uno strato significativo della base del partito.
Ora, quale fu la posizione di Riccardo Lombardi nella decisione chiave presa al congresso del 1963? Dobbiamo ricordare che era considerato un esponente di sinistra all’interno del partito. Vale quindi la pena citare per esteso il suo intervento nel dibattito al congresso, poiché rivela quanto fossero profonde le illusioni nello sviluppo capitalista.
Iniziò il suo discorso affermando che il partito doveva essere aperto alla partecipazione a un governo di coalizione, appoggiando così la corrente di destra maggioritaria nel partito, quando invece avrebbe potuto sostenere la sinistra e cosi, possibilmente avrebbe potuto bloccare la deriva a destra del partito. Ma non lo fece, e sostenne invece che a causa del fatto che il capitalismo si stava sviluppando, se il partito voleva avere una qualche influenza sulla direzione di tale sviluppo, poteva farlo solo entrando nel governo. Il discorso riflette l’impatto che il boom del dopoguerra stava avendo sui riformisti.
“Noi lo vogliamo o no, compagni, se siamo marxisti [!], dobbiamo partire dalla considerazione obiettiva dei fatti, come ci insegna la robusta e salutare pedagogia del marxismo. Noi dobbiamo partire dal presupposto che la società italiana non rassomiglierà che poco fra cinque anni, e certamente fra dieci, alla società di oggi: nel corso di questi anni sarà maturato e portato a fondo un processo di trasformazione che darà vita a un modello che dopo quei cinque o dieci anni non saremo più in grado di potere modificare se non attraverso enormi difficoltà.
“Compagni, se noi fossimo di fronte a una situazione di altri tempi, non di neocapitalismo ma del paleocapitalismo, noi potremmo tranquillamente aspettare che le contraddizioni interne del capitalismo e il fatto che esso non può dare una risposta ai bisogni elementari di occupazione e di reddito dei lavoratori portino la situazione a un livello di lotta capace di modificare e di rimuovere l’equilibrio esistente. Ma noi viviamo in un clima neocapitalista… E il neocapitalismo ha la capacità – a suo modo, con costi sociali altissimi certamente – ma ha la capacità dare una risposta ai problemi elementari, e anche ai problemi che vanno al di là di quelli elementari, del popolo lavoratore.
“Oggi il neocapitalismo è in grado di dare una risposta al problema dell’occupazione, è in grado di assicurare un minimo di livello di redditi, un certo tipo di accumulazione del capitale, l’espansione dell’economia e di ripartizione del reddito…” [Il corsivo è mio].
Come si può vedere, sostiene che il “neocapitalismo”, come lo chiama lui, non segue la logica del “paleocapitalismo”, il vecchio capitalismo a cui si potrebbe applicare l’analisi di Marx, ma ha una nuova dinamica che può essere influenzata positivamente se il PSI fosse al governo. La ripresa postbellica dell’economia capitalista rafforzò ulteriormente la sua opinione che la teoria economica marxista si poteva applicare solo al capitalismo del passato. Ed ora, questo “neocapitalismo” non presentava le stesse contraddizioni.
L’ironia di tutto questo è che nel decennio successivo l’Italia avrebbe sì visto cambiamenti drammatici, ma non quelli previsti da Lombardi. Sarebbe stato il decennio della protesta giovanile del 1968, dell’esplosione della lotta di classe nell’Autunno Caldo del 1969 e della profonda crisi in cui il sistema capitalista sarebbe entrato nel 1973, rivelando che tutte le contraddizioni all’interno del sistema non erano state eliminate – ma di ciò parleremo più avanti.
Nel suo discorso del 1963 affermò esplicitamente che “… i socialisti non possono pretendere che il loro programma sia accettato in blocco…” e disse chiaramente che “il programma che noi proponiamo non è un programma socialista: è un semplice programma di rinnovamento democratico…” (35° Congresso Nazionale del PSI tenutosi a Roma dal 25 al 29 ottobre 1963, Resoconto integrale, Edizioni Avanti).
Confrontiamo tutto questo con l’assoluta chiarezza di un autentico marxista, Ted Grant, nel suo testo “Ci sarà una crisi?”, scritto nel 1960. Ted Grant non si limitò a guardare la superficie, ma guardò più in profondità. Nonostante il fortissimo boom postbellico in atto in quel periodo e tutte le illusioni dei riformisti che ne derivavano, Ted spiegò che sarebbe inevitabilmente finito ad un certo punto e sarebbe stato seguito “da una catastrofica recessione, che non potrà che avere un profondo effetto sul pensiero politico delle file enormemente rafforzate del movimento operaio“. [Il corsivo è mio]
La fine del boom del dopoguerra e l’esplosione della lotta di classe
Ed è proprio quello che è successo negli anni ’70. La situazione è cambiata radicalmente nel decennio successivo al discorso di Lombardi del 1963, e l’Italia è stato uno dei paesi in cui la lotta di classe si è rivelata più intensa. Il boom economico aveva rafforzato la classe operaia, che stava cominciando a riprendersi dalla sconfitta del movimento rivoluzionario del 1943-48.
Milioni di contadini si erano trasferiti nelle città, in un processo ampio di urbanizzazione. C’era stato anche un ringiovanimento della classe operaia stessa, con un numero enorme di giovani che entravano nelle fabbriche. Nel periodo 1951-61 circa due milioni di persone lasciarono il sud – il 12% della popolazione – e un gran numero di loro si trasferì nel “triangolo industriale” Torino-Genova-Milano, nel nord.
Un anticipo di ciò che sarebbe accaduto si era già visto negli scioperi del 1962-63. Ma questo fu temporaneamente interrotto da un leggero rallentamento dell’economia, che avrebbe ripreso slancio nel 1967. Questa ripresa preparò la grande esplosione della lotta di classe nel famoso Autunno Caldo del 1969.
Un anticipo del livello di radicalizzazione che stava per essere raggiunto si vide in Francia nello sciopero generale del maggio 1968, accompagnato anche da occupazioni di fabbriche. Quell’anno vide il fiorire di gruppi di sinistra in Italia, soprattutto tra i giovani.
Nel frattempo, il PSI stava per pagare il prezzo dei suoi anni di collaborazione con la Democrazia Cristiana. Mentre nel 1968 aveva ottenuto il 14,5% alle elezioni, nel 1972 i suoi voti scesero al 9,6%. Ciò portò al discredito della vecchia leadership di destra e al rafforzamento della sinistra del partito.
Negli anni precedenti Lombardi era stato emarginato all’interno del PSI a causa della sua successiva opposizione alle politiche del governo di centro-sinistra. In un momento chiave – il congresso del partito del 1963 – aveva appoggiato con tutto il suo peso il documento della maggioranza a favore dell’adesione alla coalizione con la Democrazia Cristiana. In seguito, però, era diventato critico nei confronti delle politiche concrete di quel governo.
Tuttavia, era molto attivo in conferenze, dibattiti, assemblee e iniziative di ogni tipo. Era una figura nota per il suo sostegno al Vietnam del Nord contro l’imperialismo statunitense. Era molto attivo nella campagna in corso per il diritto al divorzio e su molte altre questioni. E come spiegò Giuseppe Sircana nel 1995, commentando Lombardi nel Dizionario biografico degli italiani, vol. LXV, questo lo rese “uno dei politici più ricettivi delle istanze di rinnovamento avanzate, sul finire degli anni Sessanta, dai movimenti degli studenti e dei lavoratori…”.
Poco dopo la debacle elettorale del PSI nel 1972, la ripresa postbellica giunse finalmente al termine con la recessione del 1973-1975. Tutte le principali economie capitalistiche registrarono un calo significativo del PIL in quei due anni. L’Italia attraversò una grave crisi nel 1974-1975, con un calo significativo del PIL del 3,5% nel 1975. L’inflazione è passata dal 10-11% circa nel 1973 al 19-21% nel 1974, raggiungendo il 25% all’inizio del 1975. Anche la disoccupazione ha iniziato ad aumentare dalla metà degli anni ’70, raggiungendo il picco di oltre il 13% negli anni ’80.
Come possiamo vedere, la situazione oggettiva era ora molto diversa da quella di appena un decennio prima. E non era affatto quella che Lombardi aveva previsto nel suo discorso del 1963. Quale fu l’impatto di tutto ciò sulle idee che lo stesso Lombardi iniziò a esprimere negli anni ’70? Come un camaleonte, cambiò ancora una volta il suo colore esteriore, adattandosi al nuovo ambiente. Dichiarò fallimentare l’esperienza dei governi di centro-sinistra e non parlò più di un capitalismo che aveva risolto le sue contraddizioni interne.
Lombardi vira a sinistra
Per dare ai nostri lettori un assaggio di ciò che stava dicendo ora, vale la pena citare ampiamente un’intervista a Lombardi di Carlo Vallauri, pubblicata con il titolo “L’alternativa socialista” nel 1976. Qui troviamo un Lombardi molto diverso da quello del 1963. Proprio all’inizio troviamo Vallauri che gli pone la domanda su cosa significhi per lui l’alternativa socialista. La sua risposta è la seguente:
“Non si tratta di realizzare un’alternativa per governare meglio; non si tratta di avere un buon governo rispetto a uno dilapidatore, o più riformistico rispetto a un altro, più onesto rispetto a un altro… Quella che io chiamo alternativa di sinistra è un’alternativa finalizzata ad aprire un periodo di transizione graduale verso il socialismo”.
Non parlava più del sistema capitalista come di un sistema che avesse risolto i problemi fondamentali della classe operaia. Ora diceva:
“Io credo che sbagliano coloro i quali pensano che questa crisi sia aggiustabile. Non dico che il capitalismo sia morto; può darsi che, come tutti i sistemi, sia destinato a morire, ma tutti i mostri, prima di morire, danno colpi di coda pericolosi sui quali bisogna riflettere”. E aggiungeva: “Al capitalismo può seguire il socialismo, ma può seguire anche la barbarie.“
Come possiamo vedere, si tratta di un discorso molto più radicale rispetto a quello del 1963. Nell’intervista cita Lenin più di una volta, in specifico sulla natura dei sindacati e su ciò che definisce la natura di classe di un partito. Spiega che il capitalismo non può più governare come in passato, che non può più garantire i benefici materiali che garantiva un tempo. Cita l’analisi di Trotsky sulle classi medie e su come conquistarle, definendola la più valida. Afferma che quella di Trotsky è “l’analisi più intelligente e penetrante” su questa questione. Aveva infatti esaminato l’analisi di Trotsky sull’Unione Sovietica negli anni ’30, sebbene non ne condividesse tutte le conclusioni.
E critica il Partito Comunista da sinistra. Dobbiamo ricordare che in questo periodo la leadership del PCI sotto Enrico Berlinguer aveva adottato la sua famosa politica del “Compromesso storico”, che prevedeva un’alleanza di governo con la Democrazia Cristiana. In effetti, i dirigenti del PCI si stavano preparando a svolgere un ruolo simile a quello del PSI nel 1963, un ruolo di collaborazione di classe e di compromesso. Questo fu applicato concretamente negli anni 1976-79 e si rivelò un disastro, segnando la fine delle mobilitazioni della classe operaia iniziate con l’Autunno Caldo del 1969.
Lombardi chiaramente pone come alternativa l’unità tra il PCI e il PSI. E aggiunge che la politica del Partito Comunista di governare con la Democrazia Cristiana, un partito borghese, implica la rinuncia alla trasformazione socialista della società. Egli insiste sulla necessità di tale trasformazione.
Tuttavia, allo stesso tempo, non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che, nonostante tutta la retorica di sinistra dal tono radicale, Lombardi non abbandona mai il suo approccio gradualista e riformista. Fa riferimento a una sinistra che “intenda modificare radicalmente, sia pure gradualmente, la società…”.
Abbiamo visto come faccia riferimento al marxismo, citando persino Lenin e Trotsky, ma resta comunque il Lombardi che in gioventù è stato influenzato dalla filosofia borghese e idealista. Nell’intervista del 1976 afferma:
“Senza farmi intimidire dalle accuse di revisionismo… devo dire che l’esigenza di rivedere e aggiornare i concetti marxiani nel contesto della società attuale e delle sue profonde trasformazioni, rispetto alla società in cui il marxismo fu elaborato e concepito, non solo si impone, ma è felicemente in corso di attuazione.“
Per coprire il suo fianco sinistro, tuttavia, afferma che il tipo di revisionismo del marxismo che egli immagina non ha nulla a che vedere con quello “…bernsteiniano e socialdemocratico” di fine ‘800.
Vallauri pone a Lombardi una domanda diretta: “si considera un “marxista”?”. Lombardi risponde che non può dare una risposta affermativa o negativa perché esistono molti “marxismi”. Afferma che il marxismo è uno strumento utile, ma cita ancora una volta Benedetto Croce!
Nonostante ciò, il suo linguaggio di sinistra, con tutti i suoi discorsi sulla transizione al socialismo, lo portò a diventare il leader indiscusso della sinistra del PSI negli anni ’70. Questo lo rese un punto di riferimento per una parte significativa della gioventù nell’ambiente radicalizzato in Italia in quel periodo.
Con lo spostamento a sinistra di Lombardi, una parte significativa dei giovani che in precedenza facevano parte di gruppi come Lotta Continua, il gruppo del Manifesto, Avanguardia Operaia, iniziò ad aderire al PSI. Anche alcuni elementi di un gruppo particolarmente ultra-sinistra, Potere Operaio, si unirono al partito. Ciò rafforzò l’ala giovanile del PSI, la FGSI (Federazione Giovanile Socialista Italiana). Anche la base operaia del partito si rafforzò con la crescita significativa delle sue cellule nei luoghi di lavoro, i Nuclei Aziendali Socialisti (NAS).
Ciò dimostra che il linguaggio radicale di sinistra di un leader come Lombardi stava avendo un impatto reale nell’attirare lavoratori e giovani verso il partito. C’era un enorme entusiasmo e molti membri della base spingevano affinché Lombardi diventasse segretario nazionale del partito. Ma così non fu.
E poi virò di nuovo a destra
Nello stesso anno dell’intervista citata sopra (1976), il PSI, all’indomani del suo indebolimento elettorale, vide una lotta interna tra le varie correnti per decidere chi dovesse essere il nuovo segretario nazionale. Si trattò, di fatto, di una lotta tra la sinistra e la destra, che erano in equilibrio. Alla fine fu raggiunto un compromesso e Bettino Craxi fu eletto leader.
Craxi doveva essere una figura temporanea di “transizione”, ma finì per assumere il pieno controllo del partito, spostandolo a destra e tornando ai governi di coalizione con la Democrazia Cristiana negli anni ’80. Successivamente sarebbe diventato Presidente del Consiglio, portando al crollo del PSI immerso in una serie di scandali di corruzione.
In questo, Craxi fu aiutato, anche se indirettamente, da Lombardi che sostenne la sua elezione e convinse tutta la sinistra del partito a sostenerlo, il che garantì una grande maggioranza. Due anni dopo, nel 1978, il congresso nazionale del PSI adottò il “Progetto socialista per l’alternativa” di Craxi, che Lombardi appoggiò, sostenendo che questo era un modo per influenzarne la direzione. Come un camaleonte, Lombardi aveva cambiato ancora una volta colore, questa volta virando a destra.
Poco dopo Lombardi avrebbe iniziato a criticare Craxi, ma ormai il danno era fatto. Tutti quei militanti di base che avevano aderito al partito entusiasti dei discorsi radicali di Lombardi rimasero profondamente delusi e cominciarono ad abbandonarlo. Anche l’ala giovanile, la FGSI, entrò in declino e in molte zone scomparve dalla scena.
Quello che ho cercato di dimostrare in questo articolo è che i riformisti possono oscillare a sinistra e a destra, a seconda della situazione oggettiva e delle diverse pressioni a cui sono sottoposti. Alcuni di loro possono effettivamente spostarsi molto a sinistra, adottando una fraseologia dal tono rivoluzionario.
Quando ciò accade, tutti coloro che a sinistra cercano una leadership combattiva possono nutrire speranze e schierarsi con questi riformisti di sinistra. Ma a causa della visione riformista di fondo di questi leader, essi inevitabilmente soccombono alla pressione del nemico di classe, la classe capitalista, e dei suoi rappresentanti politici, e finiscono per cambiare colore.
Pertanto, il loro ruolo, oggettivamente parlando, è quello di riunire i militanti di sinistra del movimento operaio, contenerli entro i limiti di una visione riformista e, nel momento cruciale, tradire i propri sostenitori, deluderli e demoralizzarli, per poi restituire le redini all’ala destra del movimento e salvare così il capitalismo dall’ira della classe operaia.
Dobbiamo imparare a distinguere tra i camaleonti riformisti e il marxismo rivoluzionario autentico. I marxisti non cambiano colore al mutare dell’ambiente. I marxisti pensano al futuro, guardano alle contraddizioni fondamentali del capitalismo e a dove queste inevitabilmente porteranno, e si preparano.
I riformisti cercano il cambiamento entro i confini del sistema capitalista, ma senza rompere con la borghesia. Per questo motivo, vengono sballottati qua e là senza una bussola, senza un senso reale di dove sta andando la società. E per questo motivo sono incapaci di offrire una via d’uscita quando si verifica l’inevitabile crisi del capitalismo.
I marxisti, invece, in ogni momento cercano di fornire una spiegazione scientifica della società, sia durante le fasi ascendenti che discendenti del ciclo di sviluppo capitalistico, e di preparare le masse alla rivoluzione proletaria del futuro. È l’unica strada possibile. Non siamo camaleonti politici e non cambiamo colore, il quale rimane sempre rosso.
