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Il panarabismo e il movimento comunista in Medio Oriente

[Intervento di Emanuele Nidi al seminario nazionale di formazione “La lotta del popolo palestinese, la rivoluzione araba e il movimento operaio internazionale” (Milano, 13 dicembre 2025).]

La propaganda imperialista dipinge il Medio oriente come una parte del mondo da sempre e per sempre sprofondata nell’oscurantismo, nel fondamentalismo religioso e nella barbarie. In realtà si tratta di una regione con una ricchissima tradizione rivoluzionaria. Ha anche, e forse questo è meno noto, un’importante tradizione comunista. Si pensi ai partiti comunisti egiziani, al Partito comunista palestinese, al Partito comunista siriano. Oppure al Partito comunista iracheno, che è stato un partito di massa con un profondo radicamento sociale. Chiaramente la storia dei partiti comunisti del Medio oriente è profondamente condizionata dal contesto del tutto peculiare con il quale queste organizzazioni dovettero confrontarsi. È altrettanto condizionata dalla traiettoria del movimento comunista mondiale.

I primi nuclei marxisti in Medio oriente erano formati prevalentemente da immigrati o da settori di minoranze religiose ed etniche e non avevano una base di massa nella società araba. Le cose sarebbero cambiate a partire dagli anni Trenta. Questo significa che l’affermazione dei partiti comunisti in Medio oriente coincide proprio con il momento della reazione stalinista in Unione Sovietica, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Nel 1935 il Settimo Ccongresso dell’Internazionale Comunista adotta la teoria dei fronti popolari, secondo cui i comunisti dovevano formare alleanze ampie, in chiave antifascista, che arrivassero a includere anche forze borghesi. Non è questa la sede per una discussione degli effetti di questa teoria sul movimento operaio europeo, che furono distruttivi. Per quanto riguarda il mondo coloniale, la teoria dei fronti popolari si traduceva nel sostegno a un settore della borghesia individuato di volta in volta come progressista. Si tratta di una concezione totalmente anti-leninista, che si contrappone frontalmente all’elaborazione marxista sul ruolo della borghesia nei paesi a capitalismo arretrato, rappresentata nel modo più brillante dalla teoria della rivoluzione permanente di Trotskij.

D’altra parte gli stalinisti non erano interessati a un dibattito teorico. C’era una base molto materiale a sostegno della teoria dei fronti popolari, ed era l’interesse della burocrazia sovietica a stringere rapporti con l’imperialismo inglese e francese, mostrandosi come alleato affidabile e non come un agente della rivoluzione mondiale. Le stesse logiche, dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania, fecero sì che tutti i partiti comunisti del mondo cosiddetto “occidentale” si schierassero al fianco delle proprie borghesie nella Seconda guerra mondiale, abbandonando “patriotticamente” ogni sembianza di indipendenza di classe. Questa alleanza con la Francia e la Gran Bretagna chiaramente screditò i comunisti di fronte ai popoli coloniali.

Effetti ancora più gravi li ebbe il riconoscimento di Israele da parte di Stalin. Il tradimento stalinista della causa palestinese suscitò un vero terremoto nel movimento comunista in Medio oriente, costretto a seguire la politica vergognosa dell’Unione Sovietica. Nel frattempo, l’Internazionale Comunista era stata smantellata nel 1943 come segno di affidabilità e moderazione di fronte alle potenze imperialiste. Tutti questi sviluppi non potevano che minare l’autorevolezza dei partiti comunisti agli occhi delle popolazioni mediorientali e più in generale dei paesi coloniali e semicoloniali. Soprattutto, arrivarono a condizionare profondamente i programmi politici avanzati da questi partiti.

La rivoluzione irachena del 1958-’59

Vale la pena concentrarsi sul Partito comunista iracheno, sia per le dimensioni e il radicamento che raggiunse nei primi decenni della sua esistenza sia perché durante la sua storia dovette confrontarsi con diverse tendenze del nazionalismo arabo. Chiaramente anche il Partito comunista iracheno è pienamente inserito nel contesto appena descritto. Viene fondato nel 1934, un anno prima del Settimo congresso dell’Internazionale Comunista, e per tutta la sua storia porterà i segni della teoria del fronte popolare; per tutta la sua storia, salvo alcune parentesi, cercherà di individuare un’ala progressista della borghesia alla quale potersi appoggiare per portare avanti una rivoluzione democratico-borghese in Iraq.

Questa linea avrà le conseguenze più drammatiche nei punti apicali della lotta di liberazione nazionale in Iraq: nel grande movimento di massa del 1948 conosciuto come Al-Watbah e ancora di più nella rivoluzione irachena del 1958-59.

Negli anni ’50 in Iraq assistiamo a sviluppi simili a quelli dell’Egitto. In Egitto nel 1952 sull’onda di una mobilitazione di massa antimperialista la monarchia di re Farouk, che era un burattino della Gran Bretagna, viene rovesciata da un colpo di Stato guidato da un settore dell’esercito, gli Ufficiali Liberi. Al di là delle intenzioni soggettive di questi ufficiali, il colpo di Stato porta all’instaurazione di una repubblica e a una serie di riforme che garantiscono una base di massa al nuovo regime, che in breve tempo trova il suo riferimento nella figura del generale Gamal Abdel Nasser. L’ascesa di Nasser è un evento che ha profonde ripercussioni in tutta la regione mediorientale e anche al di là della regione.

Proprio sull’esempio di Nasser si formano anche in Iraq gruppi cospirativi nell’esercito, modellati sugli Ufficiali Liberi egiziani. Nel 1958 anche in Iraq la monarchia viene rovesciata da un colpo di stato militare. Anche qui i generali dichiarano la repubblica e chiedono alle masse di scendere in piazza in supporto al nuovo regime. L’appello ha uno straordinario successo. Se possiamo parlare di rivoluzione è proprio per l’attivazione in questo momento di centinaia di migliaia di lavoratori, contadini, soldati, di donne e di giovani. Anche se, a differenza di quanto avverrà in Siria, non si arriva all’abbattimento del capitalismo, si instaura comunque un governo che riesce a portare avanti riforme significative e a costruirsi una base di consenso. Ma non è un governo stabile per via delle divisioni interne alla casta degli ufficiali.

In effetti l’euforia nasconde momentaneamente le profonde divisioni interne al movimento degli ufficiali che poi esploderanno nel modo più violento cristallizzandosi in due figure di spicco: Abdel Karim Qassem, che diventa capo del governo, e il colonnello Abdel Salam Aref. Qassem e Aref si scontreranno di lì a poco in una feroce guerra civile. Queste due figure arriveranno a incarnare anche due programmi concorrenti di nazionalismo, con Aref a farsi rappresentante in modo organico dell’ala che fa riferimento al panarabismo di Nasser.

Il panarabismo

A questo punto vale la pena di spendere qualche parola sul panarabismo. Come dice il nome, l’idea alla base del panarabismo è l’unità dei popoli arabi. Come ogni ideologia nazionalista è per sua natura in grado di raccogliere forze sociali diverse e perfino opposte. In effetti nella storia abbiamo assistito a espressione diverse del movimento panarabo, alcune schiettamente reazionarie, altre di stampo progressista. In linea generale, l’ideale panarabo si basa su un dato materiale: e cioè l’esistenza, pur con tutte le differenze tra i vari paesi e le varie identità nazionali che si sono formate nel tempo, di profondi legami tra i popoli arabi, di carattere storico e culturale. Un esempio molto significativo di questo legame lo abbiamo visto poco più di dieci anni fa, con il movimento straordinario delle Primavere arabe, che non ha riguardato un solo paese ma il mondo arabo nel suo complesso. Nelle sue espressioni di massa il panarabismo in quanto opposizione alla spartizione imperialista del Medio oriente aveva un carattere internazionalista e progressista e senza dubbio questo era il modo in cui era inteso dalla base del Partito comunista. Ma rimaneva l’emanazione teorica di un movimento nazionalista borghese, basato su un ideale di unità interclassista di tutto il popolo che esprimeva le aspirazioni e le necessità di settori della piccola borghesia, specificamente nell’esercito. Non a caso, il suo principale promotore era un generale come Nasser che pur adottando una retorica socialisteggiante non arrivò mai a rompere con i rapporti di produzione capitalisti. Per la verità anche nelle sue varianti più di sinistra il panarabismo, perfino quando si troverà alla guida di Stati a economia pianificata (si pensi alla Siria), non vedrà mai la classe operaia come il soggetto protagonista della rivoluzione, ma come un attore totalmente passivo, da mobilitare e manovrare come forza di sostegno.

Indubbiamente il panarabismo aveva un enorme ascendente sulle masse. Come avrebbero dovuto porsi i comunisti? La posizione corretta sarebbe stata promuovere l’ideale di unità dei popoli arabi e al contempo spiegare che si sarebbe potuti arrivare a quell’obiettivo soltanto attraverso una mobilitazione rivoluzionaria delle classi subalterne, sotto la guida della classe operaia, che portasse all’abbattimento del capitalismo e di conseguenza alla cacciata dell’imperialismo dalla regione. Questa sarebbe stata la posizione marxista. Ma dopo decenni di stalinismo i partiti comunisti del Medio oriente erano completamente disarmati politicamente di fronte all’ascesa del panarabismo. Alcuni denunciarono semplicemente il panarabismo come un movimento reazionario: penso a una parte del movimento comunista egiziano che non riconosce il valore rivoluzionario del rovesciamento della monarchia nel 1952 e che viene completamente spazzata via dal supporto popolare al regime di Nasser. Altri si adattarono completamente al nazionalismo panarabo rinunciando a qualunque prospettiva di indipendenza di classe, risultando così disarmati di fronte alla repressione anticomunista degli stessi generali panarabisti. E questa è la tendenza dominante nel movimento comunista, che porta allo scioglimento, a volte di fatto a volte anche sul piano formale, delle forze comuniste all’interno dei movimenti di liberazione nazionale, nonostante il carattere apertamente anticomunista dei regimi che si affermano sulla base dell’ideologia panaraba.
L’esempio più eclatante è ancora l’Egitto, con il Movimento Democratico di Liberazione Nazionale, il più importante tra i partiti comunisti egiziani, che si scioglie nel nasserismo e poi subisce la persecuzione dello stesso Nasser. Di fatto Nasser utilizza i comunisti come suoi agenti all’interno del movimento operaio, con il compito di calmare gli animi dei lavoratori di fronte alla repressione della lotta di classe. Esaurito questo compito, i comunisti vengono messi alla porta, o in galera, senza troppe cerimonie. È un processo che conosce diverse fasi. Alla fine il Partito comunista unificato egiziano, completamente subalterno al regime, si dissolve nella cosiddetta Unione Socialista Araba. Il fatto che Nasser si avvicini all’URSS non cambia in niente la posizione dei comunisti egiziani, oggetto di un’offensiva duplice: la repressione aperta e la cooptazione di alcuni dirigenti all’interno dell’apparato statale egiziano.

Altro esempio importante è il Partito comunista siriano. Alla fine degli anni Cinquanta il Partito comunista siriano si stava rafforzando e c’erano esponenti comunisti ai vertici dell’esercito siriano, una situazione che preoccupava enormemente l’imperialismo ma anche Nasser. In parte il progetto della Repubblica Araba Unita, l’unione di Egitto e Siria, fu un tentativo di frenare l’avanzata del Partito comunista. L’unificazione con l’Egitto non rappresentava una realizzazione del programma panarabo: dal punto di vista egiziano rispondeva a necessità commerciali ed economiche, dal punto di vista siriano era un tentativo di prevenire il collasso dell’apparato statale e una presa del potere da parte del Partito comunista. In questo senso il ruolo anticomunista di Nasser va anche oltre i confini dell’Egitto. Da parte loro, i comunisti siriani si trovarono del tutto impreparati a relazionarsi con il desiderio di unità tra le masse arabe che animava anche la classe lavoratrice siriana e vennero travolti dalla campagna per la Repubblica Araba Unita.

Controrivoluzione in Iraq

Il caso dell’Iraq da questo punto di vista ha alcune peculiarità.

Aref utilizza proprio il panarabismo come un’arma ideologica contro il suo rivale Qassem. Fa propaganda per l’ingresso dell’Iraq nella Repubblica Araba Unita, utilizzando toni molto accesi e con accenti socialisti. È una campagna che trova il sostegno del partito Baath iracheno. I comunisti hanno i loro motivi per essere ostili a questo movimento, hanno bene in mente la persecuzione dei comunisti in Egitto e in Siria. Quindi i comunisti iracheni non sono affatto inclini ad appoggiare i baathisti, denunciano Aref come un pericoloso estremista che minaccia di minare l’unità del popolo iracheno e si schierano fermamente con Qassem, individuato una volta di più come il rappresentante dell’ala progressista della borghesia.

In realtà si trattava di uno scontro interno al regime militare dove non esisteva una fazione progressista. I comunisti lo scoprono presto quando il governo decide che la loro presenza nell’apparato militare è ormai troppo grande e comincia una campagna repressiva contro il partito. Si tratta di una preoccupazione fondata, dal punto di vista del regime. Quando parliamo del Partito comunista iracheno in questi anni parliamo di una forza di massa, capace di mobilitare dietro la sua bandiera milioni di lavoratori. Soprattutto, parliamo di una forza con un radicamento impressionante all’interno dell’esercito, delle forze di polizia, e soprattutto nelle forze dell’aviazione. Il supporto al Partito comunista non era ristretto ai soli soldati semplici, ma anche a tanti ufficiali. Anche a paragone di molte altre situazioni rivoluzionarie, si trattava di una condizione straordinaria (e straordinariamente vantaggiosa).

Nonostante la loro forza, di fronte all’offensiva di Qassem, i comunisti rispondono accettando di interrompere il lavoro politico nell’esercito, una mossa suicida che prelude a un ulteriore giro di vite nella politica anticomunista del regime. È in questo contesto che crescono le forze del Baath che all’inizio della rivoluzione erano assolutamente modeste. Nel 1963 Aref rovescia Qassem con il supporto dei baathisti e dà il via alla catena di eventi che porterà all’ascesa di Saddam alla fine degli anni Settanta, dopo l’alternarsi al potere di diverse correnti del Partito Baath.

La storia della rivoluzione irachena, così come la storia dell’Egitto e della Siria, è un esempio tragico del ruolo dei partiti comunisti di fronte ai movimenti nazionalisti arabi, tanto più importante per le dimensioni e il radicamento del Partito comunista iracheno. Studiare la storia dei partiti comunisti in Medio oriente non ci serve tanto a sottolineare con la matita rossa gli errori che hanno commesso, a distanza di decenni. Il punto è evidenziare come anche di fronte a una forza d’urto come quella del Partito comunista iracheno, la capitolazione al nazionalismo, in primo luogo sul piano teorico e a cascata a tutti i livelli (compreso quello militare), abbia portato all’annientamento del movimento. Qui vediamo quanto abbia pesato l’assenza di una corrente marxista in grado di proporre una linea di indipendenza di classe. Questo non vale solo per il Partito comunista iracheno, ma più in generale per i partiti comunisti della regione. La debolezza del marxismo ha fatto sì che quando i comunisti in Medio oriente hanno cercato a tentoni un’alternativa alla direzione sovietica si siano aggrappati al maoismo, che interpretavano, scorrettamente, come un’alternativa di sinistra allo stalinismo. Questo ha portato in determinate fasi all’adozione di tattiche di guerriglia contadina che in ultima analisi riflettevano la stessa sfiducia nella forza della classe operaia implicita nella teoria dei fronti popolari.

Nel ripercorrere quella storia è particolarmente importante distinguere tra la direzione del partito e i militanti, che animavano i settori più eroici e combattivi della classe operaia irachena. Ed è anche giusto distinguere tra la direzione influenzata dallo stalinismo, che ha pagato nel sangue gli errori commessi, e la burocrazia stalinista sovietica. Anche quando, alla fine, i comunisti iracheni decidono di resistere alle politiche di Qassem, è proprio Kruscev, secondo diverse testimonianze, a intervenire facendo pressione sul Comitato Centrale del Partito comunista perché abbandonasse quelle che i sovietici definivano posizioni estremiste, riconoscendo il ruolo di Qassem come guida del popolo iracheno. Nella visione miope e cinica della burocrazia stalinista, il successo della rivoluzione in Iraq era solo un ostacolo agli interessi diplomatici e di potenza dell’Unione Sovietica. Credo che questa considerazione, che si può estendere a tutto il Medio oriente, basti a dimostrare il ruolo svolto dallo stalinismo a livello internazionale in quegli anni decisivi.

Per approfondire:

Nazionalismo, movimento pan-arabo e ruolo dei Partiti comunisti. Alcuni cenni storici sulla rivoluzione coloniale nel mondo arabo di Andrea Davolo

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