
Respingere le minacce di Trump sulla Groenlandia – La lotta per la libertà della Groenlandia è una lotta per il socialismo – (Dichiarazione del RKP, sezione danese dell’ICR)
19 Gennaio 2026Venezuela: Machado consegna il Premio Nobel a Trump – Il capo della CIA incontra Delcy Rodriguez
di Jorge Martin
Ogni giorno che passa dall’aggressione imperialista del 3 gennaio e dal sequestro del presidente venezuelano e di sua moglie porta nuove notizie, che rendono più chiara la situazione e che è necessario analizzare.
Cominciamo dall’inizio. Giovedì 14 gennaio, la reazionaria pitiyanqui (e premio Nobel per la pace) Maria Corina Machado si è finalmente incontrata con il presidente Trump. Tuttavia, l’incontro non è andato come lei e i suoi esaltati sostenitori speravano. Nessuno l’ha accolta alla soglia della Casa Bianca per farsi una foto. Ad aprirle la porta della macchina è stata la sua guardia del corpo ed è dovuta entrare passando per i controlli di sicurezza.
“Una visita di cortesia”
È buona educazione, quando si fa una visita, portare un dono, deve aver pensato la Machado, così ha deciso di portare al presidente degli Stati Uniti ciò che egli più desidera: la medaglia del premio Nobel per la pace. Però, visto che sembrava un po’ poco, lo ha fatto incorniciare in una cornice enorme (e dorata per ottenere un maggiore effetto) insieme con una dedica “in nome del popolo venezuelano” a lettere cubitali, così che fosse ben visibile nella foto tanto agognata.
È già abbastanza scandaloso che la Machado abbia ricevuto il premio Nobel per la pace, considerato che ha costantemente caldeggiato che gli Stati Uniti invadessero e attaccassero militarmente il suo stesso paese – anche se bisogna dire che è in buona compagnia, visto che questa agognata medaglia è stata assegnata a numerosi criminali di guerra. Pensare però che consegnandola a Trump potesse ottenere il suo favore è imbarazzante.
Forse anche la stessa Machado (o più probabilmente qualcuno dei suoi consiglieri) se n’è resa conto e, così, hanno tirato fuori dalla manica la storia di un medaglione di cui Washington fece dono a Bolivar duecento anni fa… il che non ha nulla a che vedere con il caso che stiamo trattando. La Machado non è Bolivar, questo è chiaro, né Trump ha alcun interesse ad offrire alla Machado ciò che essa tanto brama, la presidenza del Venezuela.
In ogni caso, pare che non abbia lasciato la Casa Bianca del tutto a mani vuote. Una fotografia diffusa dalla stampa mostra la Machado che esce dalla Casa Bianca con una busta di souvenir, come quelle che ottengono i bambini che partecipano ad una festa di compleanno, contenente un pezzo di torta e qualche dolciume, in questo caso forse un berretto MAGA autografato da Trump. C’è chi si accontenta di poco.
Quello che è chiaro è che Trump è convinto di avere una buona relazione con Delcy Rodriguez a Caracas, cioè una relazione mediata dalla violenza brutale del 3 gennaio, quando ha sequestrato il presidente del Venezuela, e dal blocco militare, che gli permette di ricattare il presidente in carica.
Se non fosse abbastanza chiaro, la Casa Bianca ha dichiarato alla stampa che la riunione con la Machado non era niente più che una “visita di cortesia” e che non avrebbe cambiato la politica di Trump riguardo al Venezuela. Lo stesso Trump lo ha spiegato nuovamente per chi avesse dei dubbi: in Iraq, gli Stati Uniti hanno distrutto lo Stato e così i militari si sono uniti all’ISIS. Il ricordo di quel disastro è ciò che spinge l’imperialismo americano a basarsi sul governo di Maduro in Venezuela, mentre tiene Maduro dietro le sbarre a New York come ostaggio, per ogni evenienza.
Tuttavia, questa non è stata l’unica riunione che ha avuto luogo il 15 gennaio. Praticamente nello stesso momento in cui Trump incontrava il premio Nobel per la pace a Washington, il direttore della CIA John Ratcliffe si incontrava con Delcy Rodríguez nel terminal VIP dell’aeroporto internazionale di Maiquetia in Venezuela.
Un incontro straordinario
L’incontro non può che essere considerato straordinario. Alcuni resoconti della stampa affermano che fosse lì presente anche Diosdato Cabello, sebbene non ci siano conferme. Ciò che sappiamo con certezza, dal momento che appare in una foto divulgata dalla stessa CIA, è che era presente il nuovo capo della Direzione Generale di Intelligence Militare (DGCIM) e comandante generale della Guardia d’Onore Presidenziale, il generale Gustavo González López, nominato in seguito all’attacco del 3 gennaio.
Dico che la riunione è straordinaria perché il 3 gennaio, solo 12 giorni prima, il direttore della CIA Ratcliffe era seduto al tavolo operativo con Trump, Rubio, Hegseth e gli alti vertici militari, mentre osservava in diretta lo svolgimento della brutale aggressione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha provocato 83 morti (79 militari e 4 civili).
Come se non bastasse, la CIA, sotto il comando del direttore Ratcliffe, ha giocato un ruolo decisivo nell’intera operazione, che era stata pianificata da mesi, con agenti infiltrati all’interno del Venezuela e con la presenza di informatori all’interno della cerchia ristretta incaricata della difesa del presidente Maduro.
Insomma, la persona direttamente responsabile di gran parte dell’esecuzione dell’aggressione militare è la stessa che Washington invia ora per dare istruzioni al Venezuela. Eppure, Delcy lo ha accolto con una stretta di mano e con un sorriso e anche il direttore del DGCIM era raggiante alla vista del direttore della CIA.
Infine, lo stesso giorno e quasi alla stessa ora, Cuba riceveva con tutti gli onori le salme dei 32 militari cubani che sono deceduti nell’attacco americano. Potremmo dire che sono stati assassinati dalla mano di Ratcliffe. Sappiamo che undici di essi sono stati uccisi mentre dormivano, senza possibilità di difendersi.
E qual era il messaggio che portava il direttore della CIA? Secondo il New York Times, che cita una fonte del governo americano:
“Ratcliffe si è incontrato con Rodríguez dietro ordine di Trump ‘per informarla che gli Stati Uniti desiderano un rapporto di cooperazione migliore’. Il funzionario, che ha parlato in condizioni di anonimato, ha aggiunto, descrivendo la riunione delicata, che i due hanno parlato di cooperazione per quanto riguarda l’intelligence, la stabilità economica e la necessità di garantire che il paese non sia più un ‘rifugio sicuro per gli avversari degli Stati Uniti, specialmente i narcotrafficanti’.“
“Un rapporto di cooperazione migliore”! Finora, se non sbaglio, i rapporti tra la CIA e il governo venezuelano prevedevano che l’Agenzia facesse tutto il possibile per rovesciare le autorità di Caracas, ricorrendo a tentativi di golpe, tumulti di piazza, sabotaggio energetico, incursioni di mercenari, spionaggio ai massimi livelli, il tutto culminato il 3 gennaio con il sequestro del presidente.
Partendo da questa base, è chiaro che non è difficile che il “rapporto di cooperazione” migliori… La visita di Ratcliffe sembra in realtà quella del proprietario del negozio che visita il commesso che lo gestisce, per accertarsi che tutto vada bene nell’attività e per dargli istruzioni dettagliate.
In questo caso, le istruzioni sono chiare: “la necessità di garantire che il paese non sia più un ‘rifugio sicuro per gli avversari degli Stati Uniti, specialmente i narcotrafficanti’”.
Chiaro come il sole
Al mio paese si dice: “è chiaro come il sole”. Sono gli interessi degli Stati Uniti a decidere con chi il Venezuela possa intrattenere o meno relazioni. Quando la CIA entra nell’aeroporto di Maiquetia, la sovranità del Venezuela esce dalla finestra.
Il governo in carica di Delcy Rodríguez non ha fornito alcuna spiegazione, né ha rilasciato alcuna dichiarazione a proposito di questa riunione straordinaria con uno dei massimi comandanti dell’aggressione militare del 3 gennaio e del sequestro del presidente.
In realtà, la notizia della visita del direttore della CIA in Venezuela è stata divulgata ai media, con foto che la testimoniano, dalla stessa CIA.
Sabato 17 gennario, è uscito un articolo su Reuters che raccontava come gli Stati Uniti siano stati in contatto con Diosdado Cabello prima e dopo l’attacco del 3 gennaio, suscitando un certo scalpore:
“Alcuni funzionari dell’amministrazione Trump avevano avuto colloqui con il ministro degli Interni del Venezuela, rappresentante della linea dura, Diosdado Cabello, già mesi prima dell’operazione americana per catturare il presidente Nicolas Maduro, e sono rimasti in contatto con lui da allora, secondo varie persone a conoscenza dei fatti.”
Finora, Cabello non ha smentito questa notizia. Per chiarezza, la nota di Reuters non dice che Cabello fosse stato informato in anticipo, né che fosse coinvolto nel piano degli Stati Uniti per sequestrare Maduro. Ciò che dice è che i canali di comunicazione, che ovviamente esistevano prima del 3 gennaio, tra la amministrazione Trump e alti funzionari venezuelani includevano nello specifico Diosdado Cabello.
Allo stesso tempo, non è privo di significato che siano stati proprio gli Stati Uniti a divulgare alla stampa entrambe queste notizie (quella della visita del direttore della CIA a Delcy e quella dei contatti con Diosdado). L’obiettivo è chiaro: dare un segnale chiaro a tutti che gli Stati Uniti ripongono fiducia nel governo di Caracas, in tutte le sue componenti, e che lavoreranno attraverso di esso per ottenere i propri obiettivo. È un messaggio tanto al governo in carica quanto all’opposizione della Machado.
“Non andatevene, c’è ancora dell’altro”, come dicevano i fumetti di Mighty Mouse.
La legge sugli idrocarburi
Quello stesso giovedì, Delcy Rodríguez ha parlato all’Assemblea Nazionale venezuelana (non sappiamo se prima o dopo l’incontro con il direttore della CIA) e, tra le altre cose, ha annunciato che avrebbe proposto una riforma della legge sugli idrocarburi.
La legge sugli idrocarburi in vigore è quella che Chávez promulgò nel 2001, in cui si ripristinavano i diritti del Venezuela di fronte alle multinazionali. Si stabiliva che le imprese miste con capitale privato fossero partecipate con quote maggioritarie dalla PDVSA, l’azienda statale petrolifera venezuelana. Inoltre, raddoppiava le royalty al 30% e metteva fine all’“apertura petrolifera”. L’approvazione di questa legge, parte di un pacchetto di 49 decreti esecutivi, fu uno dei motivi che spinsero l’oligarchia e l’imperialismo a tentare il colpo di Stato contro Chávez nell’aprile del 2002.
La legge venne in seguito emendata nel 2006-07, favorendo in misura ancora maggiore gli interessi nazionali venezuelani nello sfruttamento delle risorse petrolifere. Le imposte sulla rendita delle multinazionali coinvolte nell’estrazione del petrolio crebbero dal 34% al 50% e la tassazione complessiva salì al 33%. Inoltre, si pose fine a 32 “contratti operativi” risalenti agli anni ’90, obbligando le imprese private ad andarsene o a passare al modello dell’Impresa Mista, in cui lo Stato (attraverso PDVSA) deteneva almeno il 60% della proprietà.
Chávez approvò anche un decreto per la trasformazione delle quattro principali “Associazioni Strategiche” nella cintura dell’Orinoco (progetti multimilionari di petrolio crudo extrapesante, di cui è ricca la regione) in imprese miste controllate da PDVSA.
Questo insieme di leggi stabilivano una cornice legale e tributaria molto favorevole al Venezuela e sfavorevole per le multinazionali del petrolio, cosa che l’imperialismo non perdonò mai a Chávez .
Svariate aziende multinazionali accettarono il nuovo regime e si trasformarono in imprese miste (tra cui la Chevron, l’italiana Eni e la spagnola Repsol), però almeno due multinazionali americane si rifiutarono (ConocoPhilips e Exxon) e diedero inizio ad una lunga disputa legale internazionale contro il Venezuela.
Già nel 2020, sotto il governo di Maduro, vi furono importanti modifiche a questo regime, mediante la cosiddetta Legge Anti-Embargo, che migliorava la posizione delle aziende multinazionali in imprese miste con PDVSA.
Nella riunione del venerdì precedente di Trump con i padroni (scusate, con i dirigenti) delle multinazionali del petrolio, Exxon già poneva come condizione del suo rientro in Venezuela la necessità di “certezze giuridiche”, di “garanzie contro le espropriazioni” e della riforma sostanziale della legge sugli idrocarburi.
Cos’è che esigono questi avvoltoi del petrolio? Tra le altre cose, “ottenere il diritto di esportare liberamente il petrolio che producono in Venezuela”, dal momento che ora è PDVSA che vende il petrolio nel mercato mondiale e deposita la parte dovuta alle multinazionali nei loro conti bancari.
Nella pratica, questo sistema ha smesso di funzionare a causa delle sanzioni criminali degli Stati Uniti. Le aziende petrolifere, riporta Reuters, “stanno anche cercando di eliminare le imposte addizionali introdotte dal governo dopo l’approvazione della legge, mantenendo unicamente le royalty e le tasse sulla rendita”.
In sostanza, quello che vogliono è distruggere il lascito della legge sugli idrocarburi di Chávez e con essa, in realtà, la sovranità energetica del Venezuela.
Delcy Rodríguez non ha dato informazioni sul contenuto della riforma alla legge sugli idrocarburi che propone, oltre a dire che è in linea con la licenza a Chevron e con la legge anti-embargo. In entrambi i casi, ciò implica concessioni alle multinazionali. Vedremo fin dove esse si spingeranno.
Inoltre, il presidente in carica ha anche proposto una modifica della legge del lavoro (anch’essa elaborata da Chávez e distrutta nella pratica dal governo di Maduro con una serie di decreti attuativi nell’agosto del 2018).
Nel suo discorso, Delcy Rodríguez si è riempita la bocca di chiacchiere, ma non ha menzionato neanche una volta la parola socialismo, se non mi credete qui è possibile leggere il discorso completo.
Assetto semi-coloniale
Sono giunte anche notizie, non ancora confermate, riguardo alla vendita del petrolio che era rimasto nei magazzini a causa del blocco degli Stati Uniti. La prima vendita è stata già effettuata per un valore di 500 milioni di dollari e il denaro è stato depositato in un conto bancario in Qatar, sotto il controllo del governo americano.
Secondo fonti giornalistiche, una parte di questo denaro (pare 330 milioni) verrà inviato in Venezuela, per mezzo di quattro banche private, che li assegneranno a soggetti privati, con priorità a coloro che intendano importare alimenti e materie prime per la produzione negli Stati Uniti.
I bolivar ottenuti con queste transazioni commerciali verranno depositati nella Banca Centrale del Venezuela, ma possono essere utilizzati solo per progetti specifici stabiliti dagli Stati Uniti. Questo includerebbe il pagamento dei salari, il rilancio del settore sanitario (cosa che Delcy Rodríguez ha già affermato che verrà fatta in collaborazione con il settore privato), e il rilancio del settore energetico e di altre infrastrutture. Il presidente in carica ha anche dichiarato che verrà creato un sistema elettronico per garantire la trasparenza nell’uso di queste risorse.
Nessuno ha detto niente sui restanti 170 milioni di dollari frutto della vendita.
Se osserviamo la cosa con attenzione, possiamo cominciare a sciogliere i nodi. Agli Stati Uniti spetta vendere il petrolio venezuelano e gestire i fondi così ottenuti. Viene data preferenza ad acquirenti americani (le raffinerie nel Golfo), ma il resto viene venduto a prezzi di mercato (non al prezzo scontato che finora il Venezuela è stato costretto ad offrire per eludere le sanzioni o per ripagare i debiti con i cinesi).
I finanziamenti ottenuti vengono protetti dal rischio di cadere nelle mani dai creditori del Venezuela, finora, e vengono inviati in Venezuela (o almeno una parte di essi), ma per essere usati sotto la supervisione degli americani.
Se come sembra, la priorità di Trump è la stabilità economica, sociale e politica in Venezuela, sotto la tutela di Washington, è possibile che parte di questi fondi, che appartengono legittimamente al Venezuela, verranno usati per risolvere alcuni dei gravi problemi che affliggono il paese: per esempio, la sanità pagando cliniche private per eseguire operazioni chirurgiche, o il settore elettrico, importando attrezzature e componenti dagli Stati Uniti.
In realtà, gli Stati Uniti non sborseranno un centesimo, visto che i fondi provengono dalla vendita del petrolio venezuelano.
Lo smantellamento della Rivoluzione Bolivariana
Tuttavia, questo accordo significa in concreto la perdita praticamente totale della sovranità, poiché niente di ciò funzionerebbe senza la cooperazione del governo di Delcy Rodríguez a Caracas. Come ho scritto in un articolo precedente, si tratta di un assetto semi-coloniale.
Gli Stati Uniti controllano i flussi e la vendita del petrolio e l’utilizzo dei proventi, per assicurarsi che il Venezuela cessi di essere sotto la sfera di influenza degli “avversari degli Stati Uniti”, come ha spiegato Ratcliffe nel suo incontro con la Rodríguez.
Chiunque descriva questo come una situazione in cui il Venezuela mantiene “intatta la propria sovranità”, dal momento che “l’unità della leadership politico-militare” resta in piedi, sta ingannando se stesso e gli altri.
L’unità della leadership politico-militare potrà anche essere rimasta in piedi finora, ma essa è inutile se, a tutti gli effetti, questa stessa leadership è subordinata ai dettami dell’imperialismo americano, se fa da galoppino di Washington. Non c’è nessuna differenza pratica tra farlo volontariamente o sotto ricatto: il risultato concreto è lo stesso.
E non si tratta solo del petrolio. Il 16 gennaio, il giornale americano online Axios ha pubblicato un’intervista esclusiva con il ministro dell’energia americano Chris Wright, in cui questi affermava di stare “cercando di garantire accordi su petrolio e minerali critici con il Venezuela nelle prossime settimane, in vista di un viaggio a Caracas”. Quando i giornalisti gli hanno chiesto se non fosse un saccheggio, Wright ha risposto che le sue “controparti in Venezuela erano entusiaste all’idea”. E ha continuato:
“Pensa di essere nel governo venezuelano proprio adesso, sai che un terzo di quel petrolio va in malora, sono i gangster che vendono quel petrolio. Il petrolio rimanente che controlli, lo stai vendendo a prezzi molto scontati. Quasi tutto va in Cina. È una spinta per il Venezuela.”
In altre parole, finora, il governo venezuelano è stato costretto a vendere il petrolio ad un prezzo considerevolmente ridotto a causa delle sanzioni unilaterali imposte dall’imperialismo americano. Ora si stanno togliendo le sanzioni, affinché possa essere venduto sotto supervisione americana e ci si aspetta che il Venezuela ringrazi!
Un’altra notizia uscita lo stesso giorno, venerdì 16 gennaio, ci informa della ripresa dei voli per deportare i venezuelani dagli Stati Uniti. Essi erano parte di accordi bilaterali negoziati dall’inviato di Trump, Richard Grenell, all’inizio del 2025, e che Washington aveva sospeso a dicembre. Un consigliere della Casa Bianca citato da Axios ha descritti così la situazione:
“Tra i voli di deportazione nel paese e il flusso in uscita di petrolio e minerali su cui sta lavorando Wright, ci troviamo di fronte ad una dinamica completamente nuova nell’Emisfero Occidentale.”
Lo stesso Wright ha detto che “l’obiettivo è di indirizzare il comportamento del Venezuela in una direzione positiva”. Certo, è implicito che si riferisca ad una direzione positiva per l’imperialismo yankee e quando parla di “indirizzare”, questo include azioni come l’aggressione militare del 3 gennaio.
Stavo per chiudere questo articolo, quando un compagno da Caracas mi ha mandato un video di Nicolas Maduro Guerra, il figlio del presidente rapito e membro dell’Assemblea Nazionale. In un discorso, egli ha fatto appello al ripristino delle relazioni con gli Stati Uniti, alla riapertura dell’ambasciata e anche… al ripristino delle relazioni con Israele! È abbastanza da far venire le lacrime agli occhi. Per crederci, bisogna vederlo.
Nel 2006, il presidente Hugo Chávez espulse l’ambasciatore israeliano dal paese in risposta all’invasione del Libano. Nel 2009, le relazioni diplomatiche vennero formalmente interrotte a causa dell’aggressione israeliana contro Gaza.
In breve, presto potremmo avere la CIA, l’ambasciata americana, il FMI e l’ambasciata israeliana di nuovo a Caracas, sancendo così lo smantellamento definitivo della Rivoluzione Bolivariana.
