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La mobilitazione dei lavoratori dell’ex ILVA di Genova è stata un crescendo. Dopo giorni di blocchi che hanno paralizzato la città e hanno visto la convergenza con la lotta dei lavoratori Ansaldo e Fincantieri, giovedì 4 dicembre la protesta è culminata nello sciopero generale cittadino dei metalmeccanici, indetto da FIOM e FIM con l’adesione di USB. Il giorno dello sciopero, la città è stata bloccata da un corteo massiccio e combattivo di 5.000 lavoratrici e lavoratori, che hanno marciato dai quartieri del ponente verso il centro cittadino con l’obiettivo di ottenere un incontro con il governo presso la prefettura.
Nel frattempo, i tentativi di alimentare divisioni tra i lavoratori e la cittadinanza, da parte di alcuni esponenti delle destre nel quartiere operaio di Cornigliano, si sono infranti contro la compattezza della lotta operaia: l’annunciata contro-manifestazione sui presunti “disagi” causati dai blocchi è infatti miseramente fallita. Al contrario, in tanti hanno espresso solidarietà ai lavoratori impegnati nella difesa del proprio posto di lavoro. Come nella tradizione della città, la classe operaia genovese ha espresso la radicalità necessaria per affrontare una vertenza in cui non sembrano esserci margini di trattativa, dimostrandosi all’altezza dello scontro.
D’altra parte, il governo si è letteralmente barricato pur di non parlare con gli operai. Alla richiesta di un confronto, il governo ha risposto con la chiusura, la provocazione e, infine, con l’uso della forza. All’arrivo in prefettura, i lavoratori si sono trovati davanti una “zona rossa”, delimitata da camionette e barriere metalliche, un’immagine che Genova conosce fin troppo bene. Una scelta che i lavoratori, in sciopero da giorni e preoccupati per il proprio futuro, hanno percepito per quello che era realmente: la chiara volontà della controparte di interrompere qualsiasi dialogo e passare allo scontro.
Dopo che gli operai, utilizzando mezzi di lavoro, avevano rimosso una parte delle barriere, la risposta del governo è stata un fitto lancio di lacrimogeni, anche ad altezza d’uomo, ferendo diversi operai. Questa è la vera faccia del governo Meloni al soldo dei padroni e dei potenti: di fronte agli operai che difendono la propria fabbrica, l’unica risposta è la violenza della polizia.
Ma la repressione non ha minimamente spaventato gli operai, che dopo questa vigliacca aggressione, hanno ricompattato il corteo e si sono diretti verso la stazione di Brignole, occupandola per diverse ore e interrompendone il funzionamento.
I tentativi della sindaca Salis e del presidente della Liguria Bucci di accreditarsi presso i lavoratori, ergendosi a paladini dell’Ilva, devono essere denunciati per quello che sono: una presa in giro agli operai. Solo con la lotta compatta di tutti i lavoratori dell’ex-Ilva in tutta Italia per la nazionalizzazione sotto il controllo operaio dell’azienda e per un piano industriale gestito dai lavoratori è possibile difendere i posti di lavoro e la produzione. I lavoratori non possono fare alcun affidamento sui politici borghesi, che si preparano a svendere l’ex-Ilva e a lasciarla depredare dai fondi finanziari e dalla concorrenza.
La mobilitazione proseguirà nei prossimi giorni e i lavoratori sono determinati a continuare la lotta.
Il PCR ribadisce il proprio sostegno ai lavoratori e si impegna a lottare al loro fianco contro la repressione vigliacca del governo anti-operaio di Meloni e in difesa di tutti posti di lavoro, per un’Ilva nazionalizzata in mano agli operai.
Noi diciamo:
- No alla repressione delle lotte operaie!
- Rispondiamo alla repressione con la lotta!
- Non un posto di lavoro in meno!
- Ripresa immediata della produzione!
- Nazionalizzazione dell’ex ILVA sotto controllo operaio!
- Per un piano di sviluppo industriale e di riconversione ecologica gestito da operai e tecnici dell’ex ILVA!
