La guerra di Israele all’Iran – Come avrebbe posto la questione Trotskij?

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3 Marzo 2026
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La guerra di Israele all’Iran – Come avrebbe posto la questione Trotskij?

di Jorge Martin

In seguito all’ attacco scandaloso e immotivato all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, ripubblichiamo il seguente articolo, scritto per la prima volta dopo la Guerra dei 12 Giorni nel giugno 2025. Rimane assolutamente vero come allora.

Come spiega, i comunisti devono avere la massima chiarezza su una cosa: questa è una guerra predatoria e imperialista, condotta per soggiogare o distruggere l’Iran nell’interesse dei capitalisti statunitensi e israeliani. Diciamo inequivocabilmente: Giù le mani dall’Iran! Abbasso l’imperialismo!

Sparano alle donne perché hanno i capelli scoperti. Sparano agli studenti. Stanno letteralmente soffocando queste persone coraggiose e brillanti, il popolo iraniano. La decisione di agire, di sollevarsi questa volta, è la decisione del popolo iraniano.” Queste furono le parole del Primo Ministro israeliano Netanyahu nel mezzo della guerra di aggressione israeliana contro l’Iran.

Nel colmo del cinismo ipocrita, stava usando il linguaggio dei diritti umani per giustificare un appello al rovesciamento del regime iraniano.

La maggior parte della gente è disgustata da un simile linguaggio proveniente dal capo del regime israeliano, che sta attualmente conducendo una campagna genocida contro i palestinesi di Gaza. Tuttavia, la questione della posizione dei comunisti rivoluzionari nella cosiddetta guerra dei 12 giorni merita di essere considerata alla luce dei precedenti storici.

Negli anni ’30, Trotskij aprì una polemica sulla posizione che i rivoluzionari avrebbero dovuto adottare in un conflitto militare che presenta molti parallelismi con la guerra tra Israele e Iran. Riteniamo che sarebbe utile riprendere quella discussione.

Nel 1935, l’Italia fascista condusse una campagna militare contro l’Abissinia (conosciuta anche come Etiopia). L’obiettivo era chiaro: colonizzare uno degli ultimi stati indipendenti sopravvissuti alla “lotta per l’Africa” ​​del XIX secolo tra le principali potenze imperialiste.

Ma, come sempre accade con gli interventi imperialisti, l’invasione fu giustificata con una retorica sulla difesa dei diritti umani. Mussolini sosteneva che la sua fosse una missione civilizzatrice, portata avanti sotto la bandiera dell’abolizione della schiavitù, proprio come Netanyahu, il macellaio di Gaza, afferma di difendere i diritti delle donne in Iran. Naturalmente, nella pratica, l’imperialismo italiano usò metodi piuttosto brutali per “civilizzare” gli etiopi, inclusi massacri brutali e l’uso sistematico di iprite.

L’Impero etiope era governato dall’imperatore Hailé Selassié, un regime che non poteva essere descritto come democratico in alcun modo, forma o aspetto. Questo portò alcuni a sinistra a sostenere che si trattasse di un conflitto tra due dittatori e che quindi il movimento operaio non dovesse prendere posizione.

Questa era la posizione dei leader del Partito Laburista Indipendente in Gran Bretagna, tra cui James Maxton. In un articolo intitolato “Sui dittatori e le alture di Oslo”, Trotsky liquidò questa posizione moralistica, che era una “peste per entrambe le case”:

Essi definiscono il carattere della guerra in base alla forma politica dello Stato, giudicando questa forma in maniera assolutamente superficiale e descrittiva, senza considerare le basi sociali delle due ‘dittature’.

Trotskij insisteva sul fatto che il criterio principale per determinare la posizione del movimento operaio nella guerra non fosse un’analisi superficiale della forma politica dello Stato, ma piuttosto il contenuto effettivo della lotta:

Se un dittatore si ponesse alla testa della prossima rivolta del popolo indiano per spezzare il giogo britannico, Maxton rifiuterebbe forse il suo appoggio a questo dittatore? Sì o no? In caso contrario, perché rifiuta di appoggiare il ‘dittatore’ etiope che sta tentando di liberarsi dal giogo italiano?

Poneva la questione in termini concreti:

Se Mussolini vincesse, ciò significherebbe un ulteriore rafforzamento del fascismo, il consolidamento dell’imperialismo e l’arretramento dei popoli coloniali in Africa e altrove. La vittoria del Negus, invece, costituirebbe un duro colpo non solo per l’imperialismo italiano, ma per l’imperialismo in generale e darebbe un forte impulso alle forze ribelli delle popolazioni oppresse. Bisogna essere completamente ciechi per non vederlo.

Come possiamo vedere, la posizione di Trotskij era determinata dalla consapevolezza che, in ultima analisi, si trattava di una lotta tra un paese imperialista capitalista (l’Italia) che voleva sottomettere un paese arretrato (l’Etiopia) al dominio coloniale diretto. Aveva espresso lo stesso concetto un anno prima in una lettera al Segretariato Internazionale:

“Certo, siamo a favore della sconfitta dell’Italia e della vittoria dell’Etiopia, e quindi dobbiamo fare tutto il possibile per ostacolare con tutti i mezzi disponibili il sostegno all’imperialismo italiano da parte delle altre potenze imperialiste, e allo stesso tempo facilitare al meglio la fornitura di armamenti, ecc., all’Etiopia.

“Tuttavia, vogliamo sottolineare che questa lotta non è diretta contro il fascismo, ma contro l’imperialismo. Quando si tratta di guerra, per noi non è una questione di chi sia “migliore”, il Negus o Mussolini; piuttosto, è una questione di rapporti di classe e della lotta di una nazione sottosviluppata per l’indipendenza contro l’imperialismo.” (enfasi nostra)

Trotskij tornò sulla questione nel 1940, nel contesto del dibattito all’interno del Socialist Workers’ Party statunitense contro Max Shachtman. Trotskij sosteneva che la politica di difesa dell’Unione Sovietica non aveva nulla a che fare con la solidarietà politica né con il sostegno alle azioni della burocrazia stalinista. Il sostegno incondizionato all’Unione Sovietica e la difesa dell’URSS dall’intervento imperialista erano giustificati non sulla base del suo regime politico, ma piuttosto sulla base del fatto che l’Unione Sovietica aveva abolito il capitalismo, ovvero sulla base delle relazioni sociali rappresentate dai diversi regimi coinvolti.

“Abbiamo appoggiato l’Abissinia non perché il Negus era moralmente o politicamente superiore a Mussolini, ma perché la difesa di un paese arretrato contro l’oppressione coloniale dà un duro colpo all’imperialismo, che è il maggior nemico della classe operaia mondiale.” (Bilancio degli eventi finnici, da In difesa del marxismo, Ed. Samonà e Savelli 1969. pag. 292)

Sottolineò questo punto nei suoi appunti frammentari sull’URSS, scritti nello stesso anno:

Quando l’Italia attaccò l’Etiopia [nel 1935], ero totalmente dalla parte di quest’ultima, nonostante il Negus etiope per il quale non nutro alcuna simpatia. Ciò che contava era opporsi all’occupazione di questo nuovo territorio da parte dell’imperialismo. Allo stesso modo, ora mi oppongo fermamente al campo imperialista e sostengo l’indipendenza dell’URSS, nonostante il Negus al Cremlino.”

Ci fu un’altra volta in cui Trotskij affrontò una questione simile. In una discussione con il leader sindacale argentino Mateo Fossa, si oppose alla politica stalinista di “democrazia contro fascismo”. In America Latina ciò significava, in pratica, che i partiti comunisti si schieravano con i governanti e i partiti filo-imperialisti statunitensi, indipendentemente dal loro carattere democratico o meno. Questa politica vide, ad esempio, il Partito Comunista Cubano unirsi al governo di Fulgencio Batista nel 1942 con due ministri.

Ecco cosa disse Trotsky:

“Prenderò l’esempio più semplice e più evidente. In Brasile regna ora un regime semifascista che ogni rivoluzionario non può fare a meno di odiare. Supponiamo, tuttavia, che domani l’Inghilterra entri in un conflitto militare con il Brasile. Le domando: da che parte starà la classe operaia?

“Risponderò per quel che mi riguarda: in questo caso starei dalla parte del Brasile ‘fascista’ contro l’Inghilterra ‘democratica’. Perché? Perché nel conflitto che le opporrebbe non si tratta di democrazia o fascismo. Se l’Inghilterra dovesse vincere, installerà a Rio de Janeiro un altro fascista e incatenerebbe doppiamente al Brasile. Se il Brasile, al contrario, la spuntasse, ciò potrebbe dare uno slancio considerevole alla coscienza nazionale e democratica di questo paese e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas.

“La disfatta dell’Inghilterra porterebbe allo stesso tempo un colpo all’imperialismo britannico e darebbe uno slancio al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Realmente, bisogna avere la testa vuota per ridurre gli antagonismi mondiali e i conflitti militari alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a distinguere sotto ogni maschera gli sfruttatori gli schiavisti e i ladri!” (La lotta antimperialista, Opere scelte, Vol. 9, Prospettiva Edizioni 1997, pag 194)

Ci sono, naturalmente, limiti a qualsiasi parallelismo storico, ma riteniamo che il metodo applicato da Trotskij a questi casi sia corretto e possa essere applicato alla guerra tra Israele e Iran.

Israele è una potenza capitalista con ambizioni aggressive in tutta la regione. Dietro a Israele si trova la più potente potenza imperialista del mondo, gli Stati Uniti, e tutte le potenze imperialiste europee. La sua guerra contro l’Iran è una guerra di aggressione imperialista. Questo è il carattere fondamentale del conflitto, indipendentemente dalla natura del regime politico in Israele e in Iran.

I comunisti rivoluzionari sono pienamente dalla parte dell’Iran, anche se non nutriamo alcuna simpatia per il regime politico degli ayatollah, che è un regime reazionario e antioperaio. Ecco perché i nostri slogan in questa guerra sono: “Giù le mani dall’Iran! Abbasso l’imperialismo di USA e Israele!”

 

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