
Il programma dei dazi di Trump e il rafforzamento delle tendenze protezioniste nell’economia mondiale
3 Aprile 2025di Claudio Bellotti
La corsa al riarmo è ufficialmente lanciata con il piano europeo da 800 miliardi di euro da investire entro il 2030. Scopertisi improvvisamente orfani del sostegno degli USA, i leader dell’Unione Europea corrono freneticamente a destra e a manca e, mentre lanciano allarmi isterici sulla prossima inevitabile invasione russa, promettono faraonici piani di investimento. Naturalmente “per la pace tramite la forza”.
Non è sempre facile distinguere la realtà dietro le fantasie malate delle varie Von der Leyen, Kallas o, recente ingresso, della commissaria europea, Hadja Lahbib. Quella, per intendersi, che consiglia di portarsi dietro un coltellino multiuso e di non scordare gli occhiali a casa in caso di incendio, alluvione o attacco nucleare (chi desiderasse sentire le stesse idiozie in italiano può seguire l’eurodeputata piddina Pina Picierno).
Ma se la propaganda sconfina spesso nel grottesco e nel comico involontario, gli affari e le armi sono invece veri, verissimi.
Indebitarsi è patriottico…
O meglio: i soldi non abbondano, considerato che il debito pubblico nell’area euro rasenta il 90% del PIL, con paesi come Italia e Francia che si dibattono in serie ristrettezze di bilancio. Ma proprio per questo è entrata in campo la Commissione Europea col suo piano ReArm Europe.
Il piano metterà in campo 150 miliardi di prestiti a condizioni di favore, garantiti dal bilancio europeo. A questi si aggiunge la decisione di scorporare la spesa per la difesa dai limiti imposti dal Patto di stabilità, autorizzando ulteriore debito fino all’1,5% del PIL che ciascun paese potrà spendere senza incorrere nelle procedure d’infrazione. La stima è che nell’insieme si possa arrivare ai famosi 800 miliardi complessivi.
Una decisione tutta politica, quindi, che si può riassumere così: l’austerità di bilancio deve rimanere ferrea per la spesa sociale e gli investimenti pubblici, mentre per le armi si può, anzi si è caldamente invitati a derogare.
Niente burro, tanti cannoni.
Non a caso il piano si ispira al cosiddetto Piano Draghi, che già nel 2022 ci intimava di scegliere tra “la pace e l’aria condizionata”. Adesso non dobbiamo neppure scegliere: pensioni, scuola, sanità, infrastrutture civili possono aspettare, i soldi andranno alle armi. A debito, sulle nostre spalle.
Finite le giaculatorie sul “debito pubblico che condanna le future generazioni”. Oggi indebitarsi è bello e soprattutto patriottico.
Sottostante al piano c’è anche l’aspirazione a una maggiore integrazione dell’industria militare europea, ossia di una ulteriore concentrazione di capitali.
Una svolta più profonda rispetto al piano ReArm potrebbe venire da una nuova massiccia emissione di debito comune, simile a quanto fatto durante il Covid. Tuttavia le divisioni europee hanno prevalso, con gli olandesi a fare la parte dei “frugali” e a bloccare l’idea, che comunque potrebbe tornare in campo.
Poiché la difesa europea è largamente dipendente dall’industria militare USA (quasi per i due terzi delle armi in dotazione), il piano potrà finanziare solo produzioni che per il 65% provengano dall’UE, più Ucraina e Norvegia. Con il Regno Unito si sta trattando ma al momento è escluso.
Avanziamo una facile previsione: a Donald Trump, che pure esorta brutalmente gli europei a finanziare la propria difesa, questa clausola non piacerà affatto e non mancherà di far capire che di questa grossa torta le imprese americane intendono aggiudicarsi la fetta più consistente. E, c’è da giurarlo, troverà orecchie ben attente.
Per esempio nel governo e nel parlamento italiano, che si appresta a deliberare sulla commessa da 7 miliardi per acquistare altri 25 caccia F-35, prodotti dalla Lockheed. Un piano di acquisti, è bene ricordarlo, che ha goduto di continuità sotto i governi di tutti i colori politici. Vedremo cosa racconteranno il PD e i 5 Stelle…
La Germania rompe gli indugi
Nell’attesa che l’UE sciolga (se mai avverrà) le proprie contraddizioni in merito, si è mossa però la borghesia tedesca, che godendo di un debito pubblico basso (60% del PIL) ha abbandonato il suo precedente dogma del bilancio in pareggio. Il neocancelliere in pectore Friedrich Merz ha trovato in parlamento la necessaria maggioranza dei due terzi per rimuovere la clausola costituzionale che proibiva i bilanci in passivo, aprendo la strada a piani faraonici di investimenti, che toccheranno anche le infrastrutture (a dire il vero in pessimo stato per molti versi), ma in cui la parte del leone la faranno le spese militari, peraltro già aumentate negli ultimi tre anni di quasi 100 miliardi.
Dettaglio degno di nota: poiché tutta questa agitazione bellicista si fa “per difendere la democrazia”, il provvedimento è stato messo al voto in fretta e furia nel parlamento uscente, appena prima che si insediasse quello eletto in febbraio, dove la necessaria maggioranza non era garantita. Un tocco di stile “democratico” al quale hanno collaborato con commovente patriottismo i socialdemocratici, i liberali (che nel nuovo parlamento non saranno neppure presenti!), gli immancabili verdi, ossia il partito più guerrafondaio d’Europa, e anche due rappresentanti della Linke, che hanno serenamente ignorato la posizione ufficiale (o di facciata?) del loro partito votando a favore nel Bundesrat.
La Borsa festeggia
In Europa dunque i progetti fioriscono, per quanto in ordine sparso: dal nuovo caccia in progettazione tra Italia, Svezia e Giappone ai piani di riconvertire parte dell’industria automobilistica in crisi alla produzione bellica, con la tedesca Rheinmetall (partner anche dell’italiana Leonardo) che dopo avere già aperto uno stabilimento in Ucraina per rifornire il fronte, sta considerando di riconvertire uno degli stabilimenti Volkswagen a rischio chiusura: 40 miliardi previsti nel programma del nuovo governo.
Anche la Borsa festeggia, con un +44% dell’indice europeo Difesa e Aerospazio nell’ultimo anno, mentre gli economisti studiano le “ricadute positive sulla crescita”.
Un’orgia di affari e ipocrisia ributtante, per ora a spese “solo” dei nostri salari e del nostro stato sociale. Ma dietro la quale già si intravvedono ben altre discussioni: da quella su una nuova corsa alle armi nucleari, alla spinta crescente alla militarizzazione della società con dosi sempre più massicce di veleno nazionalista, reazionario, suprematista: frutti avvelenati di un sistema sociale marcio che deve solo essere rovesciato.