La borghesia impugna il bastone – Il significato di Trump e delle nuove destre

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La borghesia impugna il bastone – Il significato di Trump e delle nuove destre

Elon Musk in collegamento al congresso dell'AfD

di Claudio Bellotti

L’elezione di Trump segna una accelerazione brutale in un processo avviato da tempo. A sua volta, lo potenzia e lo estende.

Se nel 2016, la prima vittoria di Trump venne da molti considerata un’anomalia, quasi uno scherzo di cattivo gusto, oggi è sotto gli occhi di tutti il vero significato di questa elezione: la classe dominante del paese più ricco e potente del mondo passa alle maniere forti. Siamo di fronte a una svolta reazionaria da parte di settori decisivi del grande capitale, che per decenni si sono serviti delle forze centriste, liberali o conservatrici tradizionali e oggi le abbandonano.

L’affollarsi dei grandi capitalisti USA alla cerimonia di insediamento di Trump non è stato solo una plateale corsa a salire sul carro del vincitore. Già durante la campagna elettorale, infatti, era evidente che una parte consistente della classe dominante stava spostando il suo sostegno verso Trump. Significativamente, non si è trattato solo di capitalisti di settori “tradizionali”, petrolieri ostili alla transizione energetica o siderurgici in cerca di dazi protezionistici. Sono state invece aziende all’avanguardia, fondi della Silicon Valley che investono nell’intelligenza artificiale e nei settori di punta, oltre ai colossi tech che hanno trainato l’ascesa del capitalismo USA in questi decenni. A questi si aggiunge il vasto mondo della nuova speculazione finanziaria che guadagna con le criptovalute e con altri sortilegi per creare denaro dal denaro (ossia per spostarlo dalle tasche altrui alle proprie senza produrre un atomo di ricchezza reale).

La destra reazionaria che si dichiara in opposizione a tutto il sistema politico, inclusi i partiti conservatori tradizionali, è un fenomeno in pieno sviluppo in Europa e in America Latina, e tralasciamo qui di trattare anche del Giappone, della Corea del Sud e di altri paesi.

Il fatto politico nuovo è che l’estrema destra esce dal ghetto e cade il tabù che la relegava necessariamente all’opposizione.

La destra in Europa

In Austria le elezioni del settembre 2024 hanno visto la sconfitta dei conservatori dell’ÖVP e il balzo a primo partito dell’FPÖ (Partito della Libertà), di estrema destra, passato dal 16,8 al 28,9% dei voti. È quindi naufragato il tentativo di varare l’ennesimo governo di coalizione tra popolari (conservatori) e socialdemocratici e i popolari hanno accettato di intavolare trattative per formare un governo con l’FPÖ. Le trattative sono al momento arenate in quanto il capo dell’FPÖ, Kickl, indicato come primo ministro, ha dichiarato che non intende accontentarsi di posizioni di rappresentanza ma chiede ministeri chiave (Interni, Economia). Quale che sia l’esito della crisi parlamentare, l’estrema destra, col dichiarato consenso del padronato austriaco, è potenziale forza di governo.

Anche in Francia la crisi politica si avvita sempre di più in un parlamento privo di chiare maggioranze. Il RN di Le Pen e Bardella è stato ormai ampiamente sdoganato e la borghesia francese cerca le vie per inserirlo in un futuro governo quando le altre soluzioni si saranno consumate. Significativamente solo pochi giorni fa il governo di Bayrou è scampato a un voto di sfiducia proprio grazie all’astensione del RN.

Ma è in Germania che si giocherà uno scontro decisivo. Alle elezioni politiche l’estrema destra dell’AfD (Alternative für Deutschland, Alternativa per la Germania) ha colto un netto successo, collocandosi stabilmente al secondo posto, davanti ai socialdemocratici dell’SPD e dietro solo alla CDU (democristiani).

Qualche settimana fa ha fatto sensazione il voto in comune in parlamento tra CDU e AfD su una mozione (non vincolante), che richiedeva una politica più restrittiva sull’immigrazione. È stato un chiaro test per sondare le possibilità e le conseguenze di un accordo CDU-AfD, al di là che poi non sia sfociato in una nuova maggioranza effettiva (la successiva misura di legge è stata bocciata, spaccando la CDU). Oggi Merz si affanna a ripetere che non governerà con l’AfD, ma di questi tempi le solenni promesse di politici borghesi sono più svalutate dei nostri salari…

Le basi materiali del processo

I liberali e la sinistra si stracciano le vesti e incolpano l’ignoranza del popolo, la disinformazione sui social e si fissano in modo ossessivo sulla “culture war”, la guerra ideologica e di “valori” condotta dalla destra. Insultano il loro avversario per consolarsi delle proprie sconfitte.

Ma le ragioni di fondo per l’ascesa della destra non sono ideologiche, bensì materiali e comprensibili a chiunque le voglia vedere.

La fase economica della “globalizzazione”, dominata in senso generale da un aumento del commercio mondiale e della circolazione di merci e capitali, è ormai tramontata da un decennio. E il motivo è che proprio la globalizzazione ha alterato profondamente i rapporti economici mondiali. Gli USA e l’Europa hanno gradualmente perso terreno nei confronti della Cina, come la profonda crisi del 2008 ha messo in luce. Da allora si è prodotta una svolta nelle politiche della classe dominante americana, che nel giro di un decennio circa si è avviata con la prima presidenza Trump per poi investire l’intero pianeta.

Il passaggio dal libero scambio al protezionismo ha progressivamente mandato in crisi la sovrastruttura politica, ideologica e istituzionale, che aveva governato la fase precedente. La crisi della globalizzazione sul piano economico doveva inevitabilmente portare alla crisi del liberalismo sul piano politico. Vanno in frantumi istituzioni internazionali, leggi, norme, trattati, consuetudini e luoghi comuni. Le nuove regole si scriveranno con il diretto esercizio della forza economica, del ricatto e, nel caso, della forza militare.

Ciò che caratterizza la fase odierna è che in Occidente settori centrali della grande borghesia abbandonano i liberali e decidono di gettare il loro peso economico a sostegno della destra, della quale intendono servirsi per governare nelle nuove condizioni.

Parlando della fase precedente all’ascesa al potere di Napoleone III, Marx segnalò come la borghesia stava “rompendo con i propri rappresentanti politici e letterari”. Qualcosa di simile avviene oggi, quando il cosiddetto establishment, ossia i partiti tradizionali di destra e di sinistra, i giornali rispettabili e tutta la corte di intellettuali, artisti e saltimbanchi assortiti del liberalismo e del “progressismo”, che per decenni erano stati i rappresentanti più fedeli della classe dominante e dei suoi interessi generali, si trovano in contrasto con gli interessi reali della grande borghesia e perdono rapidamente potere.

Il bastone della borghesia

Questa destra reazionaria, con la sua ideologia autoritaria e bigotta, tanto servile verso i ricchi e i potenti quanto inflessibile contro i poveri, è lo strumento necessario oggi, quando il capitale cerca di risolvere le proprie contraddizioni a spese dei propri concorrenti e della classe lavoratrice.

Nazionalismo, per condurre la guerra economica ai propri concorrenti. Autoritarismo, per costringere i lavoratori a pagarne il prezzo. Niente carota e molto bastone: questa è la sintesi politica della nuova fase.
Naturalmente non tutti i paesi sono gli Stati Uniti, e pertanto non tutti i leader reazionari hanno a disposizione i mezzi di Trump.

“America First”, prima l’America, è una minaccia a tutte le altre borghesie. “Prima gli italiani” (o se è per questo prima i francesi, o gli spagnoli, o persino i tedeschi) è solo una battuta, e una minaccia contro chi sta sotto e sta peggio.

Sbaglia di molto chi pensa che il protezionismo economico, o l’ideologia retrograda di Trump preannuncino una ritirata del capitale americano nei suoi confini, l’abbandono dell’Europa o, come vaneggia qualche militante della sinistra col cervello ormai fritto, la nascita di un mondo pacificamente “multipolare”, nel quale le grandi potenze troveranno un assetto condiviso che porrà fine ai conflitti. Niente di tutto questo.

Il flusso di scambi economici che collega gli USA all’Unione Europea, pari a circa 1.500 miliardi di dollari all’anno, è il più importante del mondo (anche se a livello di singoli paesi è superato da quello USA-Cina). Il capitale americano non intende affatto rinunciare a questo scambio. Intende, invece, riequilibrarlo a proprio vantaggio, ritagliarsi una parte maggiore dei profitti che ne derivano, e lo fa usando il proprio peso politico e militare per dividere e frantumare l’Unione Europea. E tutti i “sovranisti” d’Europa, a partire da Meloni e Salvini, si affretteranno a strisciare davanti al nuovo padrone di Washington.

Gli USA non intendono abbandonare l’Europa, bensì sottometterla ulteriormente, e in questo c’è continuità di obiettivi, se non di mezzi, con Biden, che ponendosi come capofila dello scontro con la Russia ha avuto un ruolo determinante nell’affossare l’economia tedesca (e di buona parte dell’Europa). Ci sono profonde differenze, questo sì, nelle priorità: Biden e i suoi tirapiedi europei proclamavano lo “scontro tra autocrazie e democrazie”, ossia uno scontro contemporaneo con Russia e Cina. Poiché questa strategia si è rivelata di gran lunga superiore alle forze degli USA, Trump applica il concetto elementare di dividere i suoi avversari anziché spingerli ad unirsi. Distensione con la Russia per meglio affrontare la Cina: questa è la scelta attuale.

In questi anni il carattere parassitario della borghesia è emerso in modo ancora più netto: i padroni non investono se non hanno il sostegno dello Stato, chiamato a creare il mercato, direttamente o con gli incentivi, a sostenere gli investimenti, la ricerca, la formazione della manodopera, a sobbarcarsi i costi ambientali, ecc.

La destra insiste sulla necessità di ridurre la spesa pubblica e le regolamentazioni. Il significato concreto di queste parole d’ordine è semplice: le spese da tagliare sono le briciole che arrivano alla classe lavoratrice sotto forma di spesa sociale per sanità, scuola, disoccupazione; le regole da abolire sono quelle che impediscano al padronato di sfruttare, avvelenare, truffare e derubare in tutte le forme possibili la classe lavoratrice. Soldi per il riarmo e per sussidiare il grande capitale, invece, non mancheranno.

Tutto il peso sulla classe operaia

Protezionismo, taglio della spesa sociale, riarmo: questa politica economica porterà un prezzo pesante per la classe lavoratrice, particolarmente in Europa, che sarà costretta a scendere in campo per difendere le proprie condizioni di vita e il proprio futuro. È un percorso reso più complicato dalla completa assenza di riferimenti politici e dalla pavidità delle burocrazie sindacali che cercano disperatamente la via di un nuovo compromesso con la borghesia, mentre questa impugna il randello e colpisce a destra e a manca.

Una parte della sinistra spera di adattarsi alla nuova aria che tira imbracciando la bandiera del “sovranismo”, propugnando a sua volta politiche razziste e discriminatorie. Capofila di questa tendenza in Europa è il partito di Sahra Wagenknecht, distaccatosi dalla Linke tedesca (e con il quale cerca un rapporto anche il Movimento 5 Stelle di Conte). Del resto è nella natura del riformismo adattarsi alla classe dominante: se ieri seguiva in larga misura il centro borghese liberale, oggi una parte strizza l’occhio alla destra reazionaria. Anche le burocrazie sindacali sono tutt’altro che insensibili alle sirene del protezionismo.

Su questa strada si possono forse cogliere effimeri successi elettorali, ma l’esito finale non può che essere quello di rafforzare quella stessa destra alla quale si dichiara di voler tagliare la strada.

Non esistono scorciatoie per la classe lavoratrice: il programma e la lotta necessari oggi devono essere in assoluta indipendenza da entrambe le frazioni in cui si è divisa la borghesia, ossia il vecchio centro borghese (con le sue appendici riformiste) e la nuova destra reazionaria. Oggi vediamo in primo piano il volto più rivoltante della classe dominante. A prima vista, partiamo in svantaggio: grazie al suo potere economico e alla sua maggiore coscienza di sé, la borghesia oggi sta raggruppandosi attorno a un nuovo asse politico più rapidamente di quanto il movimento operaio stia ricomponendo le proprie fila. Ma questo non farà che dare un carattere più esplosivo e conflittuale alla lotta di classe, una volta che i lavoratori riprenderanno l’iniziativa, sia sul piano della lotta economica che di quella politica.

Sulla base di una rigorosa indipendenza di classe e di una politica internazionalista, che ponga alla sua base la necessità di unire la classe lavoratrice al di sopra di qualsiasi divisione nazionale, religiosa, economica, sarà possibile non solo difendersi, ma anche passare all’offensiva avvantaggiandosi precisamente di questa divisione che su scala mondiale sta lacerando la borghesia.

Il Partito Comunista Rivoluzionario e l’Internazionale Comunista Rivoluzionaria, che abbiamo fondato lo scorso anno, saranno in prima fila in questa battaglia storica per seppellire una volta per tutte un sistema capitalista che vuole spingerci nella barbarie.

27 febbraio 2025

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