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Italia – Un vulcano allo stadio iniziale di un’eruzione. Dalla fine della Prima repubblica allo sciopero generale del 3 ottobre

Pubblichiamo questo articolo – uscito originariamente su marxist.com e destinato ad un pubblico internazionale – che crediamo essere di grande interesse anche per i nostri lettori in Italia. L’autore delinea e analizza infatti in modo esaustivo le vicende politiche e della lotta di classe in questo paese dalla fine degli anni ’80 ai giorni nostri, e traccia le prospettive future per l’intervento dei comunisti rivoluzionari.

 

di Fred Weston

Gli esperti vulcanologi che analizzano il Vesuvio hanno sottolineato che non si tratta di capire se erutterà, ma quando. Prima di un’eruzione vera e propria ci saranno dei segnali rivelatori: il magma inizierà ad accumularsi sotto la superficie, aumenteranno le scosse e si verificheranno cambiamenti nelle emissioni di gas e vapori. Prima di un’eruzione significativa potrebbero verificarsi anche piccole colate laviche.

Questa descrizione potrebbe essere applicata alla lotta di classe in Italia negli ultimi decenni. L’ultima volta che abbiamo assistito a un’eruzione significativa è stato durante il famoso autunno caldo del 1969. Quell’anno la classe operaia entrò in scena e scosse il sistema dalle fondamenta. Quell’eruzione fu gestita con una certa abilità dai leader dei sindacati e del PCI, che inizialmente dovettero assecondare la situazione per poter incanalare in modo sicuro l’immensa energia della classe operaia fino a quando questa non si placò nuovamente, salvando così il sistema per conto della classe capitalista.

Una volta che tutte queste energie furono state liberate e, cosa più importante, una volta che gli stessi canali attraverso i quali quell’energia poteva essere espressa – i sindacati e il Partito Comunista – avevano deluso le masse di lavoratori, l’eruzione si arrestò e cessò quasi del tutto. Dopo quel periodo, si poteva parlare di un vulcano relativamente dormiente. La lotta di classe non scomparve, ma non raggiunse mai più il livello di intensità della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70.

Il Vesuvio ha eruttato l’ultima volta nel 1944 e da allora è rimasto dormiente, ma non è morto. Lo stesso vale per la classe operaia dopo gli anni ’80. (Per un’analisi più dettagliata di quel periodo potete leggere Italy on the Brink of Revolution – Lessons from the 70’s).

La crisi della “Prima Repubblica”

Da allora, ci sono stati momenti in cui sono apparse delle fratture nel sistema che hanno rivelato le tensioni sottostanti. All’indomani della fase di intensa lotta di classe degli anni ’70, la classe dominante italiana aveva provato a spostare il pendolo politico verso destra – o verso il “centro”, come amavano definirlo.

Ciò fu possibile ponendo fine alla collaborazione tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista (1976-79) e ristabilendo le vecchie coalizioni di “centro-sinistra” degli anni ’60 che coinvolgevano la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano (PSI), insieme a una serie di partiti minori, conosciute come il “Pentapartito”, la coalizione dei cinque partiti.

I partiti coinvolti in questi governi di coalizione si comportarono come maiali al trogolo, portando i livelli di corruzione a livelli sempre più alti. Si trattava di un sistema progettato dopo la Seconda guerra mondiale come mezzo attraverso il quale il partito borghese più importante, la Democrazia Cristiana, potesse consolidare una propria base.

I livelli di corruzione in Italia devono essere compresi nel contesto di un capitalismo italiano debole, che era entrato in scena quando altre potenze, come il Regno Unito e la Francia, e più tardi la Germania e gli Stati Uniti, dominavano il mercato mondiale. Ciò lasciò alcune parti dell’Italia economicamente sottosviluppate.

Il dominio borghese fu ulteriormente minato dalle conseguenze del regime fascista durato due decenni, con il pieno sostegno dei capitalisti italiani. La rivolta rivoluzionaria delle masse italiane e il movimento di resistenza antifascista che rovesciò il regime lasciarono i capitalisti a dipendere, per la loro sopravvivenza, dalla Democrazia Cristiana e da un certo grado di collaborazione da parte dei dirigenti del Partito Comunista.

Esisteva quindi un rapporto diretto tra la corruzione e l’uso della spesa pubblica come mezzo per guadagnare fedeltà e stabilizzare il capitalismo. Entrambi erano scritti nel DNA della Democrazia Cristiana fin dall’inizio, come lubrificante che permetteva loro di mantenere un compromesso instabile tra le diverse parti della classe dominante, coinvolgendo al contempo la burocrazia dei sindacati e del PCI.

La corruzione, tuttavia, era solo una delle cause dell’accumulo del debito pubblico, e non quella principale. Lo Stato in Italia aveva svolto per decenni un ruolo sproporzionato nell’economia, a causa della storica debolezza della classe capitalista.

All’inizio degli anni ’60 si parlava del “miracolo italiano”, che rifletteva un periodo di grande industrializzazione e crescita dell’economia. Fu proprio quel boom a rendere possibili molte concessioni alla classe operaia, come lo sviluppo dello stato sociale e il miglioramento del tenore di vita. La fine del boom del dopoguerra negli anni ’70, tuttavia, segnò l’inizio di un’inversione di tendenza.

Finché durò il boom del dopoguerra, con il conseguente aumento reale e significativo della ricchezza nazionale, il debito pubblico poté essere mantenuto entro certi limiti. Tuttavia, negli anni ’80 iniziò a sfuggire al controllo a causa del rallentamento della crescita economica.

Tra la metà e la fine degli anni ’70 il debito pubblico aveva raggiunto il 60% del PIL, tre volte superiore a quello della Francia e doppio rispetto a quello della Germania. L’aumento dell’inflazione, che nel 1975 aveva superato il 25%, e il calo – o la stagnazione – del PIL avevano portato a un periodo di stagflazione (inflazione elevata combinata con una bassa crescita economica), in cui lo Stato fu costretto ad aumentare il debito per sostenere la spesa pubblica, che cresceva di anno in anno.

Il debito crebbe a livelli tali che il solo pagamento degli interessi era sufficiente a mantenerlo in crescita. Infatti, il pagamento degli interessi passò dall’8% circa del PIL nel 1984 all’11,4% nel 1994, molto più elevato rispetto ad altri paesi europei. Così, il debito continuò a crescere, raggiungendo oltre il 120% del PIL a metà degli anni ’90 e, sebbene successivamente abbia subito una contrazione per alcuni anni, non è mai tornato sotto la soglia del 100%.

La classe dominante era sotto pressione per ridurre il debito. Quando il debito raggiunge tali livelli, è inevitabile chiedersi chi debba pagare per ridurlo. Dovrebbero essere i ricchi e i potenti o la massa dei lavoratori? Poiché il sistema è progettato per difendere gli interessi dei ricchi, è chiaro su chi sarebbe ricaduto l’onere. Ciò che serviva era un partito della classe lavoratrice che fosse in grado di porre apertamente la questione dell’espropriazione della ricchezza delle grandi aziende.

Se il potere e la ricchezza rimangono nelle mani dei padroni, chiunque arrivi al governo deve sottostare alle loro esigenze. Questo è vero oggi ed era vero negli anni ’90. E il risultato fu un drastico taglio alla spesa pubblica.

La classe dominante italiana cercò quindi di spingere la Democrazia Cristiana ad avviare lo smantellamento dello stato sociale e a passare a un programma di privatizzazioni. L’Italia, per ragioni storiche, aveva un settore pubblico molto grande, con molte aziende statali. Tutto questo non era più sostenibile.

Il problema era che tutto il clientelismo locale su cui si basava in parte il sostegno elettorale della Democrazia Cristiana sarebbe crollato se i finanziamenti nazionali fossero stati drasticamente tagliati. Pertanto, nonostante le pressioni, il partito democristiano si rivelò uno strumento che non corrispondeva più alle esigenze della classe dominante dell’epoca. I leader nazionali del partito capivano cosa fosse necessario, ma agivano troppo lentamente per le esigenze della classe dominante italiana.

Durante il boom del dopoguerra, la Democrazia Cristiana aveva costruito la sua influenza politica su un sistema diffuso di clientelismo, con corruzione a tutti i livelli sotto forma di “lavori per gli amici”. I voti venivano letteralmente comprati con concessioni quali posti di lavoro nella burocrazia statale, l’assegnazione di alloggi in case popolari e servizi pubblici. Tagliare i finanziamenti per tutto questo avrebbe significato distruggere la base di sostegno su cui il partito aveva poggiato per decenni.

Come mezzo per esercitare pressione sia sulla Democrazia Cristiana che sul Partito Socialista, fu avviata un’indagine giudiziaria. Si trattava fondamentalmente di una minaccia: “o vi allineate o sveleremo tutta la corruzione di cui avete beneficiato!”. Ciò avrebbe portato alla manovra giudiziaria Mani pulite contro la corruzione politica, iniziata nel febbraio 1992. Inizialmente, la classe dominante la considerava una leva per esercitare pressioni sui leader della Democrazia Cristiana, ma ad ogni scandalo ne seguiva un altro, fino a portare ad una crisi generalizzata dell’intero sistema politico.

L’inchiesta dei giudici aveva portato alla luce una corruzione a tutti i livelli, con uno scandalo dopo l’altro, e sia la Democrazia Cristiana che il PSI furono travolti da quella crisi, che alla fine avrebbe portato al loro crollo elettorale nel 1994. Fu la fine di quella che è diventata nota come la Prima Repubblica, con il crollo e la scomparsa di molti dei partiti politici tradizionali italiani.

La coalizione del Pentapartito non era odiata solo per la sua corruzione, tuttavia. Aveva anche contribuito in modo determinante ad avviare il processo di sottrazione alla classe operaia di ciò che aveva conquistato nel dopoguerra. I capitalisti chiedevano misure per “ridurre il costo del lavoro”, attribuendo la responsabilità dell’inflazione agli aumenti salariali.

Uno dei principali attacchi era quindi rivolto alla scala mobile dei salari, una riforma conquistata dai lavoratori italiani nel 1945-’46, che garantiva a tutti i lavoratori un certo grado di protezione contro l’inflazione.

Bettino Craxi

Fu Bettino Craxi, il primo ministro “socialista” a capo della coalizione, a ridurre per primo gli effetti della scala mobile dei salari nel 1984, aumentando contemporaneamente l’IVA e la tassazione in generale. Ciò provocò un enorme movimento con circa un milione di lavoratori e giovani che scesero in piazza a Roma. Il governo Craxi, tuttavia, riuscì a portare avanti il suo attacco fino in fondo.

Alla fine, nel 1992, la scala mobile fu definitivamente abolita dal governo di coalizione guidato da Giuliano Amato, con un accordo accettato anche dai leader sindacali. Ciò provocò un’enorme ondata di rabbia nella base dei sindacati. Ci furono proteste spontanee in risposta agli accordi, molti lavoratori si organizzarono in modo indipendente, con manifestazioni e scioperi selvaggi, con l’obiettivo di fare pressione sui leader sindacali.

La rabbia dei lavoratori si manifestò in modo evidente in una serie di manifestazioni sindacali a livello regionale, ricordate come la “stagione dei bulloni”, quando i lavoratori lanciarono uova e bulloni contro i rappresentanti sindacali a Firenze, Torino, Milano e in molte altre città. La minaccia ai vertici sindacali era tale che questi ultimi iniziarono a proteggersi con schermi di plexiglass durante le manifestazioni successive (!), tale era la rabbia della classe operaia per il totale tradimento della direzione.

Questo periodo vide anche una diminuzione costante dell’adesione ai sindacati, dal picco del 52% dei lavoratori iscritti a un sindacato nel 1977 a un calo fino al 30% circa, un processo che accelerò a partire dal 1993. Parallelamente si verificò il fenomeno della scissione di alcuni sindacati dalle tre principali confederazioni: CGIL, CISL e UIL.

I tre sindacati “confederali” erano stati coinvolti in molti accordi al ribasso ed erano considerati un ostacolo per molti settori combattivi della classe operaia. Così, i macchinisti uscirono dai sindacati confederali e formarono i propri “Cobas” [Comitati di Base], poiché non si fidavano più dei sindacati ufficiali per rappresentarli nelle trattative con i padroni. Questo si ripeté in diversi settori.

L’USB (Unione Sindacale di Base) di oggi, infatti, affonda le sue radici in quel periodo. È il prodotto della fusione di diversi di questi sindacati di base e ha una certa influenza in settori come quello dei portuali, degli insegnanti e degli operatori sanitari. Sebbene non abbia in alcun modo sostituito le tre grandi confederazioni, è stato proprio questo sindacato a dare il via alla grande protesta di fine settembre che ha poi costretto la CGIL ad aderire alla convocazione dello sciopero generale contro il genocidio a Gaza il 3 ottobre di quest’anno.

Come abbiamo visto, all’inizio degli anni ’90 la rabbia dal basso cresceva a tutti i livelli, sia sul fronte politico che su quello sindacale. E tale era il disgusto della massa della popolazione per il grado di corruzione che era stato rivelato dall’inchiesta Mani pulite che milioni di persone finirono per abbandonare i partiti tradizionali alle elezioni del 1994.

Per inciso, vale la pena notare che lo scandalo della corruzione portò danni d’immagine anche al PDS (il Partito Democratico della Sinistra, nuovo nome del PCI dal 1991), poiché era stato scoperto che un funzionario del Partito Comunista aveva ricevuto tangenti in relazione a contratti con la società elettrica ENEL. Il funzionario fu condannato e scontò la pena in carcere, ma lasciò comunque l’amaro in bocca a molti che ancora credevano che la corruzione non facesse parte del patrimonio del vecchio Partito Comunista. Ma è anche vero che il PDS soffrì molto meno dello scandalo della corruzione perché nessun leader di spicco del partito era direttamente coinvolto.

Per questo motivo, il crollo della fiducia nei partiti che avevano governato l’Italia per decenni produsse un vuoto soprattutto a destra e pose un serio problema alla classe dominante su come governare il paese, ora che i suoi strumenti tradizionali erano stati distrutti.

Un nuovo regime al potere

Silvio Berlusconi

La borghesia riuscì a colmare il vuoto fondando nuovi partiti, in particolare Forza Italia di Berlusconi. Anche gli ex fascisti del MSI (Movimento Sociale Italiano) si riciclarono per apparire come un partito conservatore di destra più tradizionale, il che permise loro di conquistare parte dell’elettorato che stava abbandonando la Democrazia Cristiana. L’attuale premier Giorgia Meloni ha le sue radici in quella formazione. Nel nord si sviluppò in alcuni settori sociali il desiderio di smembrare completamente l’Italia, che trovò espressione nella Lega Nord, oggi semplicemente chiamata Lega.

In questo modo si era evitato il rischio di una nuova esplosione della lotta di classe e l’Italia vide succedersi una serie di governi, alcuni tecnocratici, ma con il sostegno di questa o quella coalizione, e poi un periodo in cui abbiamo assistito a un’oscillazione dalle coalizioni di “centro-sinistra” a quelle di “centro-destra” e viceversa.

Il punto significativo da comprendere è che con ogni coalizione successiva, sia di “sinistra” che di destra, è stato attuato più o meno lo stesso programma. Era come se una mano invisibile guidasse le politiche di ogni governo. Quando erano all’opposizione, sia il centro-sinistra che il centro-destra facevano un po’ di rumore su ciò che faceva l’altra parte, ma in pratica veniva applicato costantemente lo stesso programma.

Nei fatti, la borghesia italiana era in grado di governare il paese sia attraverso il “centro-sinistra” che attraverso il “centro-destra”. Quando una coalizione perdeva consenso, subentrava l’altra. Ma nulla di fondamentale cambiava per la classe operaia. L’inesorabile avanzata degli interessi della classe capitalista continuava. E chi analizzava seriamente il sistema lo sapeva bene.

Centro-sinistra e centro-destra: due facce della stessa medaglia

I professori del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS di Roma hanno pubblicato nel 2022 una ricerca intitolata La stagione delle privatizzazioni in Italia. In questo testo, Domenico Bruni e Alberto Iozzi sostengono che le privatizzazioni sono l’unico modo per garantire “una ripresa economica, sociale e politica” in Italia. Non si può quindi accusarli di essere ostili alle privatizzazioni. La loro visione è infatti profondamente borghese.

Essi indicano il 1992 come l’anno in cui il programma di privatizzazioni venne avviato in maniera seria, ovvero l’anno in cui il vecchio assetto politico aveva cominciato a sgretolarsi. In tutto il loro testo traspare l’entusiasmo per il successo delle privatizzazioni, elencando ogni volta i miliardi che apparentemente lo Stato avrebbe guadagnato dalla vendita delle imprese pubbliche.

Pongono una domanda molto interessante: “Le privatizzazioni in Italia vengono da destra o da sinistra?”. La risposta che danno è che non ha molto senso porre la domanda, perché sia la sinistra che la destra hanno attuato le privatizzazioni. Con il tacito accordo tra tutti i partiti, condiviso dai vertici sindacali, che i nuovi governi non avrebbero toccato le controriforme introdotte da quelli precedenti.

Spiegano che, indipendentemente dalla coalizione che si fosse insediata, “… una volta partito il programma non si è praticamente mai assistito a un cambio di rotta decisivo dettato da motivazioni ideologiche“.

Fanno però un’osservazione interessante, ovvero che “… in questo quadro è il centrosinistra a registrare più operazioni di dismissione statale”, cioè i governi di centro- sinistra hanno effettivamente privatizzato più di quelli di centro-destra. E fanno riferimento al “paradosso che in Italia esponenti del centrosinistra hanno accusato il governo di centrodestra di avere interrotto la stagione delle privatizzazioni vigorosamente avviata dai governi precedenti [cioè da loro stessi]“.

Immaginate questo scenario: la destra vince le elezioni e, sebbene continui con le privatizzazioni, lo fa a un ritmo più lento, e poi viene accusata dalla cosiddetta “sinistra” di non privatizzare abbastanza velocemente! E poi i leader odierni della cosiddetta “sinistra” si chiedono perché così tante persone non vedano alcuna differenza fondamentale tra destra e sinistra.

Qui dobbiamo capire che il programma che ogni governo avrebbe dovuto attuare era già stato deciso prima che entrasse in carica. Questo era, ed è, il programma del capitale finanziario, sia italiano che europeo. Il programma consisteva in una privatizzazione diffusa di tutto ciò che c’era da privatizzare, insieme a un attacco generalizzato a tutte le conquiste che la classe operaia aveva ottenuto nel dopoguerra.

I padroni annunciano i loro piani

Nel 1994, l’allora presidente di Confindustria, Luigi Abete, venne intervistato dal quotidiano Il Sole 24 Ore, l’equivalente italiano del Financial Times. Si trattava quindi del portavoce del capitalismo italiano e nell’intervista i piani della borghesia vennero esposti molto chiaramente.

Abete parte sottolineando il fatto che le pressioni della concorrenza internazionale richiedevano misure serie, e una di queste era la riforma del sistema elettorale. Dovevano rompere con la vecchia rappresentanza proporzionale. Questo fu effettivamente ciò che fecero, adeguandosi e riadattandosi man mano, per ottenere le maggioranze parlamentari necessarie per attuare tutte le controriforme che avevano in programma.

In cima alla lista c’era la riduzione delle aliquote fiscali per i redditi più alti e per i profitti. Ciò comportava anche una maggiore tassazione dei beni di consumo, il che significava far pagare ai lavoratori comuni, quando facevano la spesa, gli sconti fiscali concessi ai ricchi. Anche questo è stato fatto.

Poi, poiché l’energia, i trasporti, lo smaltimento dei rifiuti, ecc. erano sovvenzionati dalle autorità locali, la richiesta di Abete era che i costi di questi servizi fossero scaricati interamente sulle spalle dei consumatori, cioè, ancora una volta, sulla classe operaia. Anche questo è stato fatto.

Anche la sanità doveva essere “riformata” introducendo la “concorrenza”. Ciò significava promuovere la sanità privata. Ciò ha portato alla situazione attuale in cui milioni di italiani sono costretti a scegliere tra aspettare mesi, se non anni, per un esame o un’operazione, oppure rivolgersi a pagamento al settore privato per accelerare il processo.

Abete elencò tutto ciò che doveva essere privatizzato: dall’ENEL, l’allora azienda elettrica statale, alle telecomunicazioni, alle aziende municipalizzate di autobus, alle metropolitane, alle ferrovie, alle autostrade, ecc. Tutto questo è stato privatizzato, portando a significativi aumenti dei prezzi per i consumatori. Le aziende idriche municipalizzate sono state privatizzate, portando in alcuni casi a un aumento di dieci volte delle bollette dell’acqua.

Un punto centrale delle proposte di Abete era porre fine alle “rigidità” del mercato del lavoro. Ciò significava eliminare i contratti di lavoro a lungo termine, aumentare la flessibilità delle norme sul lavoro e facilitare il licenziamento dei lavoratori, il che in altre parole significava l’introduzione di un’estrema precarietà del lavoro.

Insieme a questo, propose di concedere sconti fiscali a chiunque volesse mandare i propri figli alle scuole private, aiutando così le fasce di reddito più elevate, poiché la classe operaia non avrebbe mai potuto permettersi una cosa del genere. Tutto questo è stato attuato dai governi successivi.

La capitolazione della sinistra

Nel frattempo, il vecchio Partito Comunista Italiano (PCI) aveva subito una trasformazione, cambiando il proprio nome in PDS (Partito Democratico della Sinistra) nel 1991. Ciò avvenne sulla scia del crollo del muro di Berlino, della caduta di tutti i precedenti regimi stalinisti dell’Europa orientale e della crisi in corso nell’Unione Sovietica, anch’essa sull’orlo del collasso.

La leadership del partito era diventata riformista in tutto tranne che nel nome, preferendo descriversi come “eurocomunista”. I suoi leader erano permeati da una visione riformista e il nome stesso di “comunista” era diventato un fardello dal quale desideravano liberarsi.

Già negli anni ’60, i riformisti più apertamente di destra del partito, la cui figura più nota era Giorgio Amendola, avevano proposto la riunificazione con il Partito Socialista. Questo era un chiaro segno che avevano rotto con le tradizioni rivoluzionarie del 1921, quando l’ala rivoluzionaria dell’allora Partito Socialista si era separata per diventare la sezione italiana dell’Internazionale Comunista.

Enrico Berlinguer

Il partito guidato da Enrico Berlinguer (dal 1972 al 1984) aveva infatti già preso le distanze da Mosca. Negli anni ’70 Berlinguer rese una famosa dichiarazione, secondo la quale “si sentiva più al sicuro sotto l’ombello della NATO”! Abbandonare il nome di “Partito Comunista”, tuttavia, sarebbe stato un passo troppo grande per la base del partito.

La percentuale di voto al PCI era in costante calo dal 1979. Aveva raggiunto il suo apice nel 1976, ma dopo tre anni di collaborazione con la Democrazia Cristiana (1976-’79) i voti iniziarono a diminuire, scendendo al 26-27% circa alla fine degli anni ’80.

La direzione del partito non riconobbe mai pienamente che la ragione del suo declino elettorale non era legata all’identità “comunista” del partito, ma era dovuta al suo sostegno a una politica di collaborazione di classe rispetto alle misure di austerità attuate dalla Democrazia Cristiana. Al contrario, utilizzò questo declino per sostenere la necessità di cambiare l’immagine del partito, e il crollo dei regimi stalinisti fu la scusa di cui aveva bisogno.

Il PDS si sarebbe poi fuso con una serie di partiti borghesi minori per diventare semplicemente il PD (Partito Democratico). I suoi leader abbracciarono con entusiasmo le cosiddette riforme proposte da imprenditori come Abete, sposando completamente l’idea che le privatizzazioni significassero maggiore efficienza.

Ciò contribuì in seguito a confondere ancora di più le vecchie linee di demarcazione tra “sinistra” e “destra”. Infatti, poiché la “sinistra”, principalmente nella forma del Partito Democratico, era un’entusiasta sostenitrice di molte di queste misure, nella mente di uno strato significativo della classe operaia la stessa parola “sinistra” perse il suo significato e divenne di fatto sinonimo di liberalismo.

Con lo spostamento a destra del PDS, l’ala sinistra del vecchio Partito Comunista, che rifiutò di far parte del nuovo partito, costituì Rifondazione Comunista e potè avere l’opportunità di costruire un vero e proprio partito combattivo della classe operaia.

La rabbia per le politiche del governo, del PDS e la collaborazione di classe dei leader sindacali, aiutarono Rifondazione ad emergere come una delle forze principali a sinistra. In città come Milano e Torino ottenne circa il 14% alle elezioni locali e l’8% a livello nazionale. Raggiunse il picco di 130mila iscritti, con una forte base di lavoratori e giovani.

Purtroppo, tutto venne gettato al vento con la “politica del male minore”. Berlusconi vinse le elezioni del 1994 in coalizione con gli ex fascisti di Alleanza Nazionale. Sostenendo che per fermare la destra era necessario sostenere il nuovo centro-sinistra, il partito partecipò ai governi Prodi del 1996-’98 e del 2006-’08. Vale la pena ricordare chi era Prodi: era un membro della Democrazia Cristiana e fu ministro nel 1978. Successivamente, dal 1982 all’89 e nel 1993-’94, fu nominato presidente dell’IRI [Istituto per la Ricostruzione Industriale], dove fu responsabile in ambedue i casi di un ampio programma di privatizzazione dei beni statali. Non c’erano quindi dubbi sulla sua posizione politica.

Questa aperta collaborazione di classe all’interno del governo si rivelò fatale per Rifondazione Comunista e portò al suo crollo elettorale, fino a ottenere appena l’1% dei voti e la perdita di tutti i suoi parlamentari. Ciò lasciò i lavoratori e i giovani senza un chiaro punto di riferimento a sinistra.

Nel frattempo, nell’ambito del piano dei padroni per “ridurre il costo del lavoro”, si poneva anche la questione dei livelli pensionistici e dell’età pensionabile. Il primo attacco alle pensioni fu sferrato nel 1992 dal governo Amato e poi nuovamente nel 1995 dal governo “tecnico” di Dini, che ridusse significativamente le pensioni. L’ultimo grande attacco, noto come “Riforma Fornero”, è stato sferrato da un altro governo “tecnico” di Monti nel 2011. Quest’ultimo ridusse ulteriormente il valore delle pensioni statali, aumentando anche l’età pensionabile a 67 anni.

Va notato che Monti, ex professore di economia e commissario europeo per le finanze, aveva il sostegno parlamentare sia del Partito Democratico che di Berlusconi, cioè della “sinistra” e della “destra”. Monti venne severamente punito alle elezioni del 2013, dove decise di candidarsi con una propria coalizione, ottenendo solo il 10% circa dei voti.

Lo stallo elettorale tra la coalizione di centro-sinistra guidata dal PD e quella di Berlusconi venne sconvolto proprio nel 2013 dall’ascesa di una formazione completamente nuova guidata dal comico Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle (M5S). Inaspettatamente, il M5S ottenne 8,6 milioni di voti (oltre il 25%), affermandosi come principale opposizione alle due coalizioni in parlamento.

Dobbiamo tenere a mente tutto questo quando cerchiamo di comprendere l’attuale situazione politica in Italia. I salari e le condizioni di lavoro sono stati costantemente sotto attacco, indipendentemente dalla composizione del governo. Che si trattasse di un governo di centro-sinistra o di centro-destra, o di un governo tecnico sostenuto da entrambe le parti, le sofferenze della classe lavoratrice sono continuate senza sosta. Questo spiega l’ascesa fulminea del M5S.

L’ascesa e la caduta del Movimento 5 Stelle

È stato in questo contesto di apparente immobilismo causato dalla collaborazione tra sinistra e destra che nel 2018 abbiamo assistito a un altro terremoto nella situazione politica. Il Movimento 5 Stelle – che si dichiarava né di destra né di sinistra e che nel precedente parlamento si era presentato come alternativa sia alla coalizione di centro-sinistra del PD che a quella di centro-destra di Berlusconi – registrò nuovamente una crescita alle elezioni, conquistando quasi il 33% dei voti.

Il successo del Movimento 5 Stelle rifletteva il risentimento crescente di milioni di elettori nei confronti della “Seconda Repubblica”. Il motivo è chiaro: i principali partiti coinvolti nei vari governi, che avevano tutti attuato misure di austerità, come sopra descritto, venivano puniti dall’elettorato.

Si potrebbe dire che il Movimento 5 Stelle ha canalizzato un elettorato più o meno di sinistra che cercava un’alternativa. L’immagine speculare di questo fenomeno fu il successo della Lega a destra, che ha canalizzato un sentimento di risentimento simile, il che spiega il suo successo elettorale – di breve durata – alle europee del 2019, quando ottenne oltre il 34% dei voti. I due partiti che hanno sofferto maggiormente in questa situazione sono stati il Partito Democratico e Forza Italia di Berlusconi. Il Movimento 5 Stelle promise di introdurre un “reddito di cittadinanza”, ovvero un sussidio di disoccupazione, che riuscì a realizzare una volta eletto. Una persona single che soddisfaceva i criteri necessari poteva ricevere fino a 780 euro al mese; una famiglia composta da due adulti e un bambino poteva ottenere tra gli 800 e i 1.300 euro al mese. Oltre due milioni di famiglie e quasi 5,5 milioni di persone hanno ricevuto almeno un mese di reddito di cittadinanza mentre il sussidio era in vigore, dall’aprile 2019 al dicembre 2023, quando il governo Meloni lo ha abolito.

Il Movimento 5 Stelle aveva anche promesso una pensione minima “di cittadinanza” di 780 euro al mese – che è stata poi attuata e successivamente revocata da Meloni – e tagli fiscali per i redditi più bassi. Tutto ciò aveva reso la nuova formazione politica molto popolare, soprattutto nelle zone più povere del sud, dove aveva conquistato oltre il 50% dei voti espressi.

Il successo elettorale del Movimento 5 Stelle ha portato alla ribalta e messo in evidenza i veri problemi che affliggono le famiglie della classe operaia: salari bassi, pensioni basse e mancanza di posti di lavoro per i giovani. Infatti, tra i giovani il Movimento 5 Stelle è stato il partito più votato e nel sud ha ottenuto una vittoria schiacciante.

Tuttavia, la vittoria del Movimento 5 Stelle ha creato una situazione di stallo in parlamento. Ha ottenuto 223 seggi su un totale di 630, ottenendo la maggioranza relativa, ma molto lontano da quella assoluta. Nessuna alleanza parlamentare aveva la maggioranza per formare un governo e la situazione si è risolta solo quando il Movimento 5 Stelle ha formato una coalizione con la Lega.

Questo è stato visto come un tradimento dalla parte più a sinistra dell’elettorato che aveva votato per il Movimento 5 Stelle. Dopo aver governato con la Lega, la sua successiva alleanza con il Partito Democratico ha allontanato chi era rimasto. Tutto ciò ha posto in cattiva luce il Movimento, che successivamente si è diviso e ha subito un calo elettorale fino all’attuale 15% circa.

La grande coalizione di Draghi e l’ascesa di Meloni

Mario Draghi

L’atto finale di questa tragicommedia, si potrebbe dire, è arrivato nel 2021-22 con la grande coalizione attorno a Mario Draghi, ex governatore della Banca Centrale Europea. Il suo governo – con il suo duro programma di austerità – è stato sostenuto da tutti i partiti in parlamento: il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Forza Italia, la Lega, insieme a una serie di forze minori.

L’eccezione era Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, un partito nato da Alleanza Nazionale, la continuazione del neofascista MSI e che fino ad allora era stato all’estrema destra della coalizione di centro-destra. Meloni è rimasta fuori dalla grande coalizione che sosteneva il governo di austerità di Draghi. E questo spiega il suo successo elettorale nel 2022!

Nella campagna elettorale del 2022 Meloni è sembrata spuntare dal nulla, conquistando il 26% dei voti. Il suo partito in precedenza si era attestato intorno al 4%. Si è presentata in un’alleanza elettorale con Forza Italia e la Lega, che hanno subito una sconfitta schiacciante, conquistando rispettivamente l’8% e l’8,7% dei voti. La coalizione nel suo complesso, tuttavia, ha ottenuto il 43% dei voti, arrivando prima e beneficiando quindi del bonus di seggi assegnato alla coalizione che ottiene il maggior numero di voti.

Tutto il clamore dei media mainstream da parte degli analisti liberali o cosiddetti di sinistra all’epoca riguardava la svolta a destra dell’Italia, con alcuni che agitarono lo spauracchio del fascismo, con questa vittoria dell’estrema destra di Fratelli d’Italia. Tuttavia, se guardiamo più da vicino a ciò che è accaduto, emerge un quadro molto diverso.

L’affluenza effettiva è stata del 63,9% dell’elettorato, un minimo storico, il che significa che solo il 27,5% degli elettori registrati ha effettivamente votato per la coalizione di destra. Ciò significa che quasi 3 persone su 4 non hanno votato per la coalizione di Meloni. La sua base di sostegno popolare non è così forte come i media mainstream vorrebbero farci credere. E Meloni non sta instaurando un regime fascista. Tra tutti i paesi del mondo, l’Italia dovrebbe essere il luogo in cui si comprende la vera essenza del fascismo.

Durante il regime fascista non esisteva il diritto di sciopero, non c’erano sindacati liberi, non c’era il diritto di libertà di parola, era consentita l’esistenza di un solo partito, tutti gli altri erano stati messi al bando quando Mussolini dichiarò la sua dittatura nel 1926. I leader e gli attivisti degli altri partiti erano o in esilio o in prigione. Il regime aveva il potere di vietare gli assembramenti di più di tre persone. Non erano tollerati giornali di opposizione. Sotto Mussolini non avremmo visto sindacati liberi indire uno sciopero generale con due milioni di persone che protestavano per le strade d’Italia.

Questo non è il tipo di regime che abbiamo sotto il governo Meloni. Ciò non significa che non stia cambiando nulla. All’inizio di quest’anno è stata introdotta una nuova legge sulla “sicurezza” con diverse misure che conferiscono alla polizia maggiori poteri e rendono atti come il blocco di strade e ferrovie o la scrittura di graffiti sui muri reati penali punibili con lunghe pene detentive.

Questo governo sta cercando di limitare i diritti. Sta manovrando contro alcuni giornalisti, per esempio. E come la maggior parte dei governi europei, ha cercato di battere la grancassa dell'”antisemitismo”, cercando di criminalizzare chiunque protesti a favore del popolo palestinese.

L’ironia di tutto questo è che Meloni, in gioventù, quando si dichiarava apertamente fascista, lodava ovviamente Mussolini come il più grande statista del XX secolo. Ed era attiva in un ambiente profondamente immerso nel vero antisemitismo. Ora preferisce nascondere il proprio passato e presentarsi come una politica “democratica” che rispetta le regole della democrazia parlamentare.

Per ora è in grado di mantenere la sua posizione al governo perché i partiti di opposizione in parlamento sono stati in gran parte screditati e non sono visti dai più come un’alternativa credibile. Ancora una volta, c’è infatti un altissimo grado di sfiducia nei confronti di tutti i partiti, che si riflette nel livello crescente di astensione alle elezioni.

Ciò che vale la pena notare, infatti, è l’accelerazione del livello di astensionismo nel periodo dal 2008 al 2022, con una diminuzione di quasi 17 punti percentuali nell’affluenza alle urne. Questo, insieme alle violente oscillazioni del voto ogni volta che sembra apparire sulla scena un’alternativa come il Movimento 5 Stelle, riflette la disillusione crescente e diffusa di uno strato significativo della popolazione nei confronti di tutti i partiti. Soprattutto all’indomani della crisi finanziaria del 2008 e di tutti i peggioramenti che ne sono derivati per i lavoratori comuni.

Un senso di profondo malessere pervade l’intera società

A questo punto vale la pena esaminare più da vicino ciò che la classe lavoratrice ha subito in questo periodo. I salari sono rimasti stagnanti negli ultimi trent’anni, crescendo non oltre l’1% circa all’anno, con alcuni anni, come il 2019-2020, che hanno registrato un calo effettivo di quasi il 6%. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), i salari reali sono diminuiti dell’8,7% tra il 2008 e il 2024.

L’Italia, infatti, è l’unico membro del G20 ad aver registrato un calo dei salari in termini reali in questo periodo. Le pensioni sono ferme e l’anno scorso i pensionati hanno ricevuto un vero e proprio schiaffo quando il governo ha concesso loro un aumento di soli 3 euro al mese! Quest’anno riceveranno un aumento di 20 euro al mese, una miseria considerando l’aumento reale del costo della vita.

Nel frattempo, negli ultimi vent’anni (2004-2024), i prezzi sono aumentati in media del 49%. Solo dal 2019, l’inflazione dei prezzi dei generi alimentari è stata di circa il 30%. A questo si aggiunge il rapido aumento degli affitti, che sono aumentati di circa il 40% nell’ultimo decennio, con alcune città che hanno registrato aumenti fino al 70%. Allo stesso tempo, la disoccupazione giovanile supera il 20%, uno dei tassi più alti dell’Unione Europea.

Questo spiega perché dal 2011 il numero di emigranti all’estero è andato aumentando, arrivando in alcuni anni fino a 160mila persone che hanno lasciato il paese. Secondo le statistiche ufficiali, tra il 2002 e il 2021 circa 1,4 milioni di italiani hanno lasciato il paese, la maggior parte dei quali giovani. Senza questo fenomeno, i livelli di disoccupazione sarebbero molto più elevati.

A causa dell’elevata inflazione dei prezzi dei generi alimentari, il 70% degli italiani ha effettivamente modificato le proprie abitudini di spesa alimentare, con il 35% che ha ridotto la quantità o la qualità dei propri acquisti. A causa del collasso dei servizi sanitari nazionali, è stato riferito che 4,3 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi a causa delle liste d’attesa eccessivamente lunghe, che in alcuni casi arrivano fino a due anni.

Sciopero generale del 3 ottobre 2025.

Non è difficile capire perché vi sia un sentimento generalizzato di profondo malessere che permea l’intera società italiana. È come l’accumulo di lava prima di un’eruzione vulcanica. E dopo essere rimasto relativamente inattivo per un lungo periodo, il vulcano è finalmente esploso il 3 ottobre con lo sciopero generale e le manifestazioni di massa a sostegno dei palestinesi in lotta per la sopravvivenza.

C’era un sincero sentimento di disgusto e rabbia per ciò che l’esercito israeliano stava facendo alla popolazione di Gaza. Le mobilitazioni sono state davvero monumentali e storiche sia in termini di dimensioni che di significato politico. Gaza si è rivelata la scintilla che ha acceso il fuoco.

Nel frattempo, il governo Meloni ha continuato a esprimere il proprio sostegno a Netanyahu e alla sua guerra genocida contro la popolazione di Gaza. Va anche notato che l’Italia è il terzo fornitore di armi per Israele, con la sua industria degli armamenti che ricava ingenti profitti dalla guerra.

Ci si può quindi chiedere perché il governo Meloni sia uno dei più longevi dalla fine della Seconda guerra mondiale. La durata media di un governo dal 1945 è stata di circa 14 mesi. Pertanto, con i suoi tre anni di mandato, quello di Meloni è il terzo governo più longevo degli ultimi 80 anni.

Dopo le grandi mobilitazioni di ottobre, in Italia si sono tenute tre elezioni regionali, nelle Marche, in Calabria e in Toscana. Tutte e tre sono state caratterizzate da un record negativo di affluenza alle urne, pari al 50% nelle Marche, al 43% in Calabria e al 47% in Toscana. Nelle Marche e in Calabria ha vinto Meloni, con la sua coalizione che ha ottenuto rispettivamente il 52,4% e il 57% dei voti. In Toscana, invece, la coalizione composta principalmente dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle ha vinto con quasi il 54%.

Questi risultati accentuano quanto osservato nel 2022 nelle elezioni politiche, quando circa la metà dell’elettorato non ha votato affatto e quindi, indipendentemente dalla coalizione vincente, questa rappresenta solo il sostegno attivo di circa un quarto dell’elettorato.

Diffusa alienazione dell’elettorato

La ragione di tutto ciò va ricercata nel fatto che almeno la metà della popolazione – e questo numero è in crescita – non ha fiducia in nessuno dei partiti tradizionali. La Lega, Forza Italia, il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle sono stati tutti al governo e tutti hanno fallito nel fermare il costante deterioramento del tenore di vita di milioni di lavoratori.

È a causa di quanto successo nel recente passato che la Meloni continua a mantenere la sua posizione nei sondaggi, attestandosi intorno al 30%, con il Partito Democratico al secondo posto con il 22%, il Movimento 5 Stelle intorno al 13%, seguito da Forza Italia e dalla Lega, entrambi intorno all’8-9% ciascuno. Ricordiamo però che questi dati vanno dimezzati per vedere il reale sostegno attivo dell’elettorato, considerando i livelli di astensionismo.

La ragione di questo scenario va ricercata nella totale mancanza di una vera alternativa a sinistra. Non esiste un partito combattivo e abbastanza popolare in grado di attrarre i lavoratori, di offrire loro una via d’uscita dall’attuale scenario da incubo. Pertanto, la Meloni continua a governare.

Ma sotto la superficie qualcosa sta ribollendo. I segni premonitori di future eruzioni vulcaniche ci sono. Una grande colata lavica è stata il movimento filopalestinese. E anche se la lava potrebbe aver rallentato un po’, la pressione non è scomparsa. Ciò che la Meloni ha promesso e ciò che ha realizzato sono cose molto diverse e sempre più persone stanno cominciando a rendersene conto.

Ciò che la Meloni ha promesso e ciò che ha effettivamente fatto

Ricordiamo per un momento ciò il governo Meloni ha promesso di fare una volta insediato. Ha promesso che avrebbe abbassato le tasse e che avrebbe ridotto il carico fiscale nazionale, ovvero il livello complessivo delle imposte in percentuale del PIL. Invece, da quando è in carica alla fine del 2022, questo è aumentato al 42,8%.

Nelle ultime modifiche alla fiscalità introdotte nell’ultimo bilancio, tutti coloro che guadagnano meno di 28.000 euro – la stragrande maggioranza degli italiani – non hanno visto alcuna riduzione delle imposte che pagano. Sono stati i redditi più alti a beneficiare di una riduzione della pressione fiscale.

Il governo ha anche promesso di ridurre le liste d’attesa nel servizio sanitario e di aumentare la spesa sanitaria, ma nulla di tutto ciò si è concretizzato. La spesa pubblica per la sanità in termini nominali è aumentata, passando da 125,4 miliardi di euro nel 2022 a 136,5 miliardi di euro nel 2025, ma tale crescita è solo apparente. L’inflazione ha eroso il valore reale e, in realtà, la spesa sanitaria in percentuale del PIL è effettivamente diminuita dal 6,3% nel 2022 al 6,1% nel 2024-2025.

Matteo Salvini, leader della Lega e vicepresidente del Consiglio, ha promesso di abolire la Riforma Fornero sulle pensioni, ma non vi è alcun segno che il governo Meloni intenda annullare tutti i tagli alle pensioni effettuati dai governi precedenti.

L’effetto cumulativo delle varie “riforme” pensionistiche – che richiedono alle persone di lavorare più a lungo e di avere più anni di contributi versati – ha già avuto il seguente impatto: “… l’età media effettiva di pensionamento è aumentata di oltre cinque anni tra il 2001 e il 2024, raggiungendo i 64,6 anni; il tasso di partecipazione al mercato del lavoro nella fascia di età 55-64 anni è più che raddoppiato, passando dal 28,2 al 61,3 per cento” (secondo un rapporto della Banca d’Italia). Allo stato attuale, infatti, si prevede che l’età pensionabile salirà a 69 anni entro il 2050.

Berlusconi, che nel 2022 era ancora vivo e in campagna elettorale, aveva avanzato l’idea di aumentare la pensione minima a 1.000 euro al mese. Non ci sono segnali che ciò possa avvenire a breve. La pensione minima rimane poco superiore ai 600 euro. Nel frattempo, l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) ha rilevato che lo scorso anno (2024) il 23,1% degli italiani era a rischio di “povertà o esclusione sociale”, in aumento rispetto all’anno precedente.

La Meloni ha comunque mantenuto una delle sue promesse, ovvero le numerose sanatorie fiscali che ha introdotto, un vero e proprio schiaffo in faccia ai milioni di lavoratori e pensionati che non hanno altra scelta che pagare le tasse, che vengono prelevate direttamente dal loro reddito mensile. C’è una fascia di imprenditori che ha evaso le tasse nel corso degli anni. I loro casi, invece, sono stati archiviati.

Più “Draghisti” di Draghi

Come abbiamo sottolineato, Meloni aveva un grande vantaggio nelle elezioni del 2022. Il suo partito era l’unico a non aver fatto parte della grande coalizione di Draghi. Il suo partito è stato fondato nel 2012 come scissione dal Popolo della Libertà (PdL), un partito nato dalla fusione tra Forza Italia di Berlusconi e gli ex fascisti riformati di Alleanza Nazionale. Il partito di Meloni è rimasto una forza marginale, ottenendo solo il 2% alle elezioni del 2013 e il 4,3% nel 2018.

All’epoca aveva adottato una posizione euroscettica, sollevando persino la possibilità che l’Italia uscisse dall’eurozona. Meloni all’epoca poteva permettersi di presentarsi come una politica anti-UE intransigente, perché non aveva alcuna possibilità di agire concretamente in tal senso. Questo ha giocato a suo vantaggio, perché tutti i governi precedenti – in particolare quelli di coalizione di centro-sinistra – avevano utilizzato la retorica pro-UE come mezzo per giustificare l’austerità e le privatizzazioni (i parametri di convergenza del trattato di Maastricht sul debito pubblico, l’introduzione della moneta unica, l’euro, ecc.).

Questo aveva portato molti a vedere l’UE e l’euro come le ragioni per cui stavano subendo tagli ai salari, alle pensioni e uno smantellamento generale dello stato sociale a cui erano abituati da decenni.

Votare per la Meloni significava dunque anche votare per qualcuno che avrebbe tenuto testa ai burocrati dell’UE. Ma man mano che si avvicinava al potere, e una volta entrata al governo, il suo tono è cambiato radicalmente. È il primo ministro di un importante paese capitalista, la terza economia dell’eurozona, e ha dovuto adottare le politiche che le sono state richieste da coloro che contano ai vertici del capitalismo italiano ed europeo.

Ora è apertamente accusata di essere “più draghista di Draghi”. E non potrebbe essere altrimenti. Il capitale finanziario decide le politiche del suo governo. L’Italia ha ricevuto ingenti finanziamenti dall’Unione Europea attraverso il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR), pari a quasi 200 miliardi di euro, due terzi dei quali sotto forma di prestiti.

Senza questi fondi, il governo si troverebbe ad affrontare gravi difficoltà finanziarie. Ora, ogni volta che un ministro del governo Meloni viene interrogato su ciò che ha promesso durante la campagna elettorale del 2022 e su ciò che ha effettivamente fatto, la risposta che fornisce è “siamo in Europa”, il che significa che deve rispettare le norme dell’UE.

Quando è stata eletta, tutto questo non era immediatamente evidente a milioni di italiani, ma ora molti di loro stanno cominciando a rendersi conto che la Meloni non è diversa dagli altri. È destinata a seguire la stessa strada degli altri partiti. Proprio come il Movimento 5 Stelle è cresciuto in popolarità, popolarità poi crollata quando non è riuscito a mantenere le promesse una volta al governo, anche Fratelli d’Italia perderà consensi ed entrerà in declino. E anche se in termini percentuali il suo partito sta ancora tenendo bene nei sondaggi, se osserviamo più da vicino ciò che sta realmente accadendo, allo stato attuale delle cose sta perdendo una parte significativa della sua base elettorale.

I livelli più elevati di astensionismo significano che il 30% di Meloni nei più recenti sondaggi di opinione odierni corrisponde in realtà a un numero di voti in termini assoluti inferiore al 26% di tre anni fa. Ciò che è più importante ora, tuttavia, è la rabbia diffusa e la radicalizzazione che sta interessando milioni di lavoratori e giovani in Italia. Alcuni commentatori si chiedono perché le grandi proteste di piazza che abbiamo visto alla fine di settembre e all’inizio di ottobre non abbiano ancora cambiato radicalmente il panorama politico.

Ebbene, la risposta a questa domanda emerge con estrema chiarezza se consideriamo tutto ciò che abbiamo delineato in questo articolo. Molti lavoratori e giovani arrabbiati non vedono un partito con cui identificarsi, un partito che risponda veramente alle loro aspirazioni. È evidente che milioni di lavoratori vogliono salari e pensioni dignitose, posti di lavoro dignitosi, una settimana lavorativa più breve, nessun aumento dell’età pensionabile, un sistema sanitario dignitoso, scuole dignitose, una società che offra qualche speranza per il futuro.

Nessuno dei partiti presenti oggi all’interno del parlamento italiano offre nulla di tutto questo. In realtà, nemmeno queste aspirazioni fondamentali possono essere soddisfatte dal capitalismo italiano al giorno d’oggi. È qui che risiede la contraddizione.

Questo spiega perché, dopo anni di apparente stasi, abbiamo assistito a una esplosione così grande di rabbia nelle strade, a mobilitazioni così grandi per il popolo di Gaza. La gente in piazza protestava per Gaza, sì, ma protestava anche contro il proprio governo. Lo stesso governo che sostiene il massacro dell’esercito israeliano a Gaza sta anche attaccando le condizioni di vita dei lavoratori comuni in Italia.

Una nuova generazione di combattenti di classe

Questo spiega la forte radicalizzazione in atto, soprattutto tra i giovani. Sono scesi in massa durante lo sciopero generale del 3 ottobre. Molte scuole superiori sono state occupate e si sono accesi dibattiti tra gli studenti, che hanno anche avuto il sostegno dei loro genitori e dei loro insegnanti. È una nuova generazione che si sta risvegliando e sta prendendo coscienza dell’impasse in cui si trova il sistema, e sta cercando soluzioni radicali.

Noi, comunisti rivoluzionari, marxisti, lo vediamo molto chiaramente. Ma molto spesso nella storia, gli elementi più intelligenti all’interno della classe dominante vedono lo stesso processo, ma dal loro punto di vista di classe. Un interessante commento editoriale è apparso su Il Foglio, un quotidiano conservatore/liberale italiano che sostiene il centro-destra. Era un commento sulla natura del movimento scoppiato a Gaza. Il 7 ottobre ha pubblicato un editoriale dal titolo “L’intreccio tra la lotta contro l’‘Israele globale’ e tutte le cause locali”.

L’autore pone una domanda: “C’è forse spettacolo più bello di decine di migliaia di ragazzi che scendono in piazza per la fine di una guerra terribile?”. La sua risposta spiegherà perché non condivide tale ottimismo. Prosegue spiegando che “è evidente che le manifestazioni per Gaza sono state il battesimo politico per una nuova generazione, un imprinting destinato a durare.” E conclude il suo commento così: “La vera notizia è la nascita di una generazione politica che ha imparato a intrecciare la lotta contro l’‘Israele globale’ a tutte le cause locali. E non è una buona notizia.” [Il corsivo è nostro]

Qui abbiamo la vera voce della classe capitalista. Il fatto che i giovani in Italia siano stati radicalizzati dagli eventi di Gaza è visto da loro come una cattiva notizia. E il motivo è evidente. La crisi del loro sistema è così profonda che richiede misure di austerità brutali a tutti i livelli. Ciò significa che i giovani non hanno un futuro a cui guardare con speranza. Questo li spingerà verso alternative rivoluzionarie, verso una politica in completa contraddizione con quella che la borghesia deve applicare. Si sta preparando uno scontro frontale.

Torniamo alla nostra analogia con le eruzioni vulcaniche. Le colate laviche e le scosse possono diminuire e persino cessare per un certo periodo, ma la pressione dal basso continua ad aumentare. E prima o poi nuove eruzioni sono inevitabili. A un certo punto il flusso diventa inarrestabile. Un processo simile si verifica nelle relazioni tra le classi. Quando si verifica una potente eruzione, la reale situazione diventa chiara e la coscienza di milioni di persone si trasforma rapidamente.

Per comprendere la situazione odierna in Italia dobbiamo guardare in profondità sotto la superficie della società. Dobbiamo ascoltare quella parte del popolo, i milioni di persone che non hanno voce in parlamento, che non hanno voce sulla stampa. I giochi e le manovre parlamentari che trovano spazio sui notiziari continuano, mentre si prepara qualcosa di molto più potente.

Negli ultimi decenni la classe dominante italiana si è impegnata a bloccare ogni canale attraverso il quale potesse esprimersi la rabbia della classe lavoratrice. Con l’aiuto dei dirigenti riformisti, ha distrutto il vecchio Partito Comunista, ha domato i sindacati e ha cercato di limitare ogni spazio di dissenso. Continua a farlo ancora oggi.

Questo, tuttavia, comporta anche dei pericoli per la classe capitalista. Bloccando tutti i canali attraverso i quali la classe operaia e i giovani potevano esprimere la loro insoddisfazione, ha chiuso le valvole di sicurezza che preservavano la stabilità del sistema. La natura apparentemente dormiente della classe operaia è in realtà simile a un vulcano i cui crateri sono stati otturati.

Ma come il Vesuvio, si stanno preparando nuove eruzioni ancora più potenti. Il 3 ottobre si è verificata la prima di quella che si rivelerà una serie di eruzioni. E proprio come nel caso del Vesuvio, nel prossimo periodo si sta preparando un’eruzione ancora più grande e potente, che quando arriverà scuoterà dall’alto al basso l’intero sistema marcio.

Le tradizioni storiche della classe operaia italiana riemergeranno. La classe operaia avrebbe potuto prendere il potere in tre occasioni nel XX secolo: nel 1918-’20, che culminò con l’occupazione delle fabbriche; nel 1943-’48, durante il movimento che rovesciò il regime fascista e l’enorme ondata di scioperi che ne seguì (vedi La resistenza, una rivoluzione mancata); e nel periodo di intensa lotta di classe che seguì l’Autunno Caldo del 1969 (vedi ’68-’69 – Un biennio rivoluzionario).

Con le enormi contraddizioni che si sono ormai accumulate e con l’enorme risentimento che sta crescendo nel profondo della società a causa di tutti gli attacchi alla classe operaia, come sottolineato in questo articolo, quando arriverà la prossima esplosione, sarà a un livello molto più alto di qualsiasi cosa abbiamo mai visto prima.

 

 

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