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Nella serata di ieri, 2 aprile, Donald Trump ha annunciato dazi nei confronti di oltre 60 paesi. In questo articolo, scritto pochi giorni prima dell’annuncio, Niklas Albin Svensson analizza le conseguenze delle politiche protezioniste negli anni ’30 e delinea le prospettive per l’economia mondiale e per la lotta di classe.
di Niklas Albin Svensson
Trump sta per annunciare il suo nuovo pacchetto di dazi in quello che ha definito il “giorno della liberazione”. Opinionisti, politici, diplomatici e amministratori delegati si stanno affannando per capire cosa succederà. Trump, come suo solito, ama tenere tutti sul chi vive. Ma anche se i dettagli non sono chiari, la direzione di marcia lo è.
Trump ha preparato una raffica di annunci per il 2 aprile. I suoi dazi sulle automobili, annunciati il 26 marzo, hanno già causato nervosismo sui mercati, in particolare tra i marchi europei e asiatici fortemente dipendenti dal mercato statunitense.
Sembra che Trump abbia scelto il 25% come percentuale per i dazi. Ha annunciato dazi di questo tenore per il Messico, per il Canada, sull’acciaio, sull’alluminio e ora sull’industria automobilistica. È chiaro quale sia il suo obiettivo: vuole costringere le aziende a trasferire la produzione negli Stati Uniti, e non solo l’assemblaggio dei veicoli, ma anche la produzione di alluminio, delle trasmissioni, dei motori e così via. Non solo per l’automotive, che è comunque un settore particolarmente importante dell’economia mondiale, ma anche per i prodotti farmaceutici, ecc.
Mentre il Messico e il Regno Unito hanno tentato di convincere Trump a rimuovere i dazi, la Cina, l’UE, il Giappone e il Canada si stanno preparando a rispondere a loro volta, e Trump ha ripetutamente minacciato ritorsioni, anche nel cuore della notte del 26 marzo. Questa è la ricetta per una guerra commerciale. Naturalmente non sarebbe la prima intrapresa da Trump. Ne ha già intrapresa una con la Cina durante il suo primo mandato, ma questa volta non se la prende solo con la Cina, ma con il mondo intero.
Cos’è successo negli anni ’30
Si sono tracciati subito dei paralleli con gli anni ’30, e ce ne sono. Dopo il crollo di Wall Street del 1929, le varie nazioni in Europa e negli Stati Uniti ricorsero al protezionismo per cercare di esportare la crisi.
Gli Stati Uniti introdussero lo Smoot-Hawley Tariff Act nel 1930, aumentando i dazi fino a una media del 20%. Questo provvedimento e le contromisure adottate da altre nazioni fecero crollare le esportazioni e le importazioni statunitensi. Come oggi, anche il Canada ne fu colpito e fece ricorso a ritorsioni. Non è un caso che Trump stia utilizzando alcune misure oramai dimenticate di quella legge per imporre quest’ultima serie di tariffe.
Inizialmente, la legge ebbe l’effetto di rilanciare l’economia statunitense, ma con la recessione del 1931, in seguito al crollo della Creditanstalt in Austria, gli effetti furono ancora più gravi. Sia le esportazioni che le importazioni statunitensi diminuirono di circa due terzi e, nel 1932, la produzione industriale era crollata del 46%.
Molte nazioni europee seguirono a ruota. Il Regno Unito introdusse nel 1932 la preferenza imperiale, che rendeva più difficile esportare nel Regno Unito da paesi al di fuori dell’impero britannico, e altri paesi, come la Francia, si spinsero ancora più in là nel protezionismo.
Ma non furono solo le barriere commerciali formali a definire le nuove relazioni commerciali. Uno dopo l’altro, i paesi abbandonarono il sistema aureo. Ovvero, abbandonarono il tasso di cambio fisso tra la valuta (sterlina, dollaro, franco, ecc.) e l’oro.
L’abbandono del sistema aureo comportò un crollo del valore della moneta, dando così ai paesi in questione un vantaggio competitivo sui loro rivali. Non sorprende quindi che i paesi che rimasero più a lungo fedeli al cosiddetto “gold standard” (Francia, Stati Uniti) dovettero fare ricorso a misure più protezionistiche. Trotskij lo sottolineò nel 1934: “L’allontanamento dal sistema aureo lacera l’economia mondiale anche più di quanto non facciano i muri tariffari.”
Complessivamente, il commercio mondiale si ridusse del 66%, un colpo devastante per l’economia mondiale. Il crollo della produzione industriale in Germania fu del 41%, in Francia del 24% e nel Regno Unito del 23%. Allo stesso tempo, a causa della disoccupazione di massa e del crollo generale dell’economia, i prezzi dei prodotti crollarono, aggravando la crisi endemica della sovrapproduzione.
La crisi, ovviamente, non era dovuta al protezionismo, ma piuttosto il protezionismo era una conseguenza della crisi, che poi, a sua volta, esacerbò in modo massiccio la crisi stessa.
I limiti dello Stato nazionale
La ragione di ciò risiede nella natura stessa dello sviluppo economico. Più volte i marxisti hanno sottolineato che lo sviluppo delle forze produttive (macchinari, scienza, tecnologia, istruzione, ecc.) entra in collisione con i confini dello Stato nazionale. Lenin lo ha sottolineato con forza nel libro L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, ad esempio, dove spiegava come l’imperialismo si sia sviluppato quando i monopoli hanno superato i confini del mercato nazionale.
Quello che i politici, sotto la pressione della crisi, stavano tentando di fare, era cercare di riportare indietro l’orologio della storia. C’è un chiaro parallelismo con oggi. Trotskij scrisse della futilità di questo tentativo:
“Il compito progressivo di come adeguare l’arena dei rapporti economici e sociali alle nuove tecnologie viene capovolto, e viene fatto sembrare che il problema sia come frenare e ridurre le forze produttive in modo da adattarle alla vecchia arena nazionale e ai vecchi rapporti sociali. Su entrambe le sponde dell’Atlantico si sprecano non poche energie mentali per risolvere il fantasioso problema di come ricacciare il coccodrillo nell’uovo di gallina. Il nazionalismo economico ultramoderno è irrimediabilmente condannato dal suo stesso carattere reazionario; ritarda e abbassa le forze produttive dell’umanità” (Nazionalismo e vita economica, 1934).
Ed è stato proprio questo l’effetto delle varie misure adottate dai governi nazionali. Tentando di riportare indietro l’orologio dello sviluppo delle forze produttive e costringendole a rientrare nella camicia di forza dello Stato nazionale – cioè del mercato nazionale – non riuscirono a rilanciare l’economia ma la portarono invece a sprofondare nella depressione.
Alla fine l’economia si riprese, dopo la distruzione di enormi forze produttive durante la Seconda Guerra Mondiale e con l’aiuto dei partiti socialdemocratici e comunisti per stabilizzare il capitalismo. In occidente, l’imperialismo statunitense uscì dalla guerra completamente dominante e l’economia trovò un nuovo equilibrio.
Gli Stati Uniti convinsero l’imperialismo francese, tedesco e britannico a cooperare per ricostruire l’Europa dopo la guerra. Fu creata una nuova istituzione incaricata di aprire i mercati, il GATT, che gradualmente si trasformò nel WTO.
In Europa fu creata la comunità del carbone e dell’acciaio (CECA). Trotsky aveva sottolineato questa necessità economica già nel 1923:
“Alla base della [prima guerra mondiale] c’era il bisogno delle forze produttive di un’arena di sviluppo più ampia, non ostacolata da muri tariffari. Allo stesso modo, nell’occupazione della Ruhr, così fatale per l’Europa e per l’umanità, troviamo un’espressione distorta della necessità di unire il carbone della Ruhr con il ferro della Lorena. L’Europa non può svilupparsi economicamente all’interno delle frontiere statali e doganali imposte a Versailles. L’Europa è costretta a rimuovere queste frontiere o ad affrontare la minaccia di una completa decadenza economica. Ma i metodi adottati dalla borghesia al potere per superare le frontiere che essa stessa ha creato non fanno che aumentare il caos esistente e accelerare la disintegrazione” (Lo slogan degli Stati uniti d’Europa è opportuno?).
Già nel 1923, in altre parole, Trotskij aveva previsto la necessità economica di questa coalizione economica, che appunto univa le industrie del carbone e dell’acciaio di Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi e Belgio. Questo perché nelle piccole nazioni europee le limitazioni che lo Stato nazionale poneva allo sviluppo dell’economia erano ancora maggiori.
Come sappiamo, la CECA si è rivelata uno strumento insufficiente. Col tempo, come il GATT, ha esteso il suo raggio d’azione e si è trasformata in Comunità Europea e poi in Unione Europea. In ogni fase del processo, l’imperialismo statunitense è stato presente e ha sostenuto l’ulteriore integrazione dell’Europa, perché in quel momento gli conveniva. Il motivo per cui il campo d’azione inizialmente limitato di queste organizzazioni si è dovuto estendere non è difficile da comprendere, se si parte dal punto di vista che le forze produttive, sviluppandosi, finiscono per superare lo stato nazionale.
In altre parole, man mano che si sviluppavano nell’Unione Europea, nelle nuove industrie emergenti, come nel caso della produzione di automobili e di prodotti chimici, i monopoli venivano sottoposti ai limiti dello Stato nazionale e avevano bisogno di uno sbocco sul mercato europeo. Pertanto, è stato necessario rimuovere una barriera dopo l’altra. E poiché l’economia, in generale, era in crescita, era possibile una certa divisione amichevole dei profitti. Tanto più che gli Stati Uniti, avendo le industrie più avanzate e produttive, erano lì per continuare a spingere in direzione di un ulteriore libero scambio.
La classe capitalista in generale beneficiò di questo nuovo regime. In particolare, si trattava di un regime di relativa stabilità politica e sociale. C’erano abbastanza profitti da poter fare concessioni significative ai lavoratori. Nel frattempo, l’Unione Sovietica era lì a fungere da minaccia costante.
Queste condizioni e questo regime resero possibile una nuova ripresa dell’economia. La produttività del lavoro aumentò in modo massiccio, da tutti i punti di vista. Per tutti gli anni ’50 e ’60, ciò venne accompagnato da un corrispondente aumento dei salari reali. Grazie all’aumento della produttività, i lavoratori occidentali potettero permettersi un tenore di vita mai raggiunto prima: case, automobili, televisori, istruzione, assistenza sanitaria, pensioni, ecc.
Ma tutto questo avveniva proprio perché le forze produttive potevano continuare a svilupparsi in un regime di maggiore specializzazione, maggiore libertà di commercio, ecc. La divisione mondiale del lavoro era essenziale per il continuo sviluppo delle forze produttive.
Parallelamente a questo sviluppo, si vennero a creare enormi monopoli che dominavano il mercato mondiale. Le aziende meno produttive, meno efficienti e prive dei macchinari più avanzati, fallirono o furono acquistate dai loro rivali più grandi. Non è questo il momento di affrontare nel dettaglio la questione, ma se si guarda a tutti i settori principali – che si tratti di materie prime, componenti o prodotti finiti – oggi sono rimaste solo poche aziende.
Ma, contrariamente ai sogni dei sostenitori del libero mercato, è proprio la libera concorrenza a far nascere questi monopoli.
Il protezionismo oggi
Tornando alla questione di oggi, il mondo è molto più sviluppato e molto più integrato economicamente rispetto ai tempi di Trotskij. Dal 1960, l’economia mondiale è cresciuta, in termini reali, di circa otto volte. Il volume del commercio mondiale, inoltre, è cresciuto di circa venti volte e ancora di più in termini di valore.
Quando gli Stati Uniti hanno intrapreso il loro percorso protezionistico nel 1930, il commercio rappresentava circa il 9% del PIL, mentre ora è circa il 25%. Per il settore manifatturiero questo numero è ancora più alto. Il valore della produzione manifatturiera statunitense è di 2.300 miliardi di dollari, ma il valore delle esportazioni manifatturiere statunitensi è di 1.600 miliardi di dollari. Questo non significa che il 70% dei manufatti sia prodotto per l’esportazione (i componenti possono attraversare il confine più volte prima di diventare un prodotto finito), ma mostra il grado di integrazione del settore manifatturiero con il mercato mondiale.
Quindi, quando gli Stati Uniti e il resto del mondo si imbarcano in una nuova ondata protezionistica, lo fanno partendo da un punto di partenza molto diverso. Se si volesse, come diceva Trotskij, “ricacciare il coccodrillo nell’uovo di gallina”, ciò comporterebbe un’enorme distruzione delle forze produttive e una miseria senza precedenti.
Gli economisti borghesi sono ben consapevoli di questo fatto, ed è per questo che hanno detto “mai più” al protezionismo. Ma come tanti “mai più” economici, come la stampa di moneta, ha dovuto cedere il passo allo sviluppo reale degli antagonismi internazionali e di classe.
Trump non ha inventato il protezionismo. Secondo il Global Trade Alert, oggi ci sono 4.650 restrizioni alle importazioni tra i Paesi del G20, un numero dieci volte superiore a quello del 2008. Gli Stati Uniti stanno cercando di tarpare le ali all’economia cinese, cosa che stanno cercando di fare dal 2018. Ci sono i dazi sui veicoli elettrici degli Stati Uniti e dell’UE contro la Cina. C’è l’Inflation Reduction Act di Biden, vari tentativi di sovvenzionare la produzione nazionale di chip e così via. Tutto questo ha preceduto il secondo mandato di Trump. Questa era già la direzione di marcia prima che lui entrasse di nuovo in scena. Se per un intero periodo storico il commercio mondiale è cresciuto più velocemente dell’economia mondiale, ora non è più così.
La guerra commerciale di Trump è certamente un’accelerazione in questa direzione. Nessuno sa fino a che punto si spingerà questa guerra, ma l’agenzia Fitch Ratings ipotizza che l’aliquota media dei dazi statunitensi potrebbe raggiungere il 18%, partendo dall’8%, che sarebbe il livello più alto dal 1934.
I piani di Trump pongono particolari difficoltà all’economia mondiale, in quanto la logica è quella di imporre dazi non solo sui prodotti finali (come le automobili), ma su tutti i componenti automobilistici. Questo solleva la prospettiva di essere colpiti non solo da una imposta unica del 25%, ma di doverla pagare più volte, in varie fasi del processo produttivo.
Il Detroit Free Press cita un analista:
“‘Ogni volta che un pezzo attraversa un confine, sarà tassato’, ha detto. Un esempio che Abuelsamid ha fatto è che una casa automobilistica, di cui non ha voluto fare il nome, gli ha detto che riceve i materiali per la produzione dei cablaggi dal Giappone. Questi materiali vanno in Messico per essere trasformati in cablaggi, che poi vengono spediti in Texas per essere collegati agli airbag. Questi ultimi vengono poi rispediti allo stabilimento della casa automobilistica in Messico per essere installati sul sedile dell’auto. Poi il veicolo viene rispedito negli Stati Uniti.”
Quando l’industria automobilistica stima che i prezzi delle auto potrebbero salire di una cifra compresa tra i 4.000 e i 12.000 dollari, si riferisce a questo. Questi cablaggi vengono di fatto tassati due volte. Ciò significa anche che gli esportatori statunitensi perderanno ancora di più la capacità di competere sul mercato mondiale, dovendo tassare più volte i loro componenti prima di esportarli.
L’effetto di questi “dazi al confine”, probabilmente intenzionale dal punto di vista di Trump, è quello di smantellare le catene di approvvigionamento globali. Ma si tratta di un’operazione estremamente costosa. BMW, ad esempio, ha tre stabilimenti principali in Europa per la produzione di motori, ognuno dei quali è specializzato in particolari motori per determinati modelli di auto. Costruire un altro stabilimento per produrre motori solo per il mercato statunitense sarebbe estremamente costoso. Lo stesso vale per qualsiasi altra componente dell’auto che non sia già prodotta negli Stati Uniti. Ogni contromisura da parte dell’UE, della Cina e del Giappone che colpisca i componenti prodotti negli Stati Uniti peggiorerà inevitabilmente la situazione. L’effetto a lungo termine sarà quello di spingere l’inflazione verso l’alto, causando ancora più povertà fra la classe operaia.
Una posizione proletaria
Quali sono allora gli interessi della classe operaia in tutto questo? Il leader del sindacato statunitense dei lavoratori dell’auto UAW, Shawn Fain, ha lodato Trump “per aver fatto un passo avanti nel porre fine al disastro del libero scambio che ha devastato le comunità della classe operaia per decenni”.
Senza dubbio, non ha tutti i torti. Lo smantellamento della base industriale del Michigan ha avuto un effetto devastante sull’intera regione. Ma non è possibile ricacciare il genio nella bottiglia, e il tentativo di Trump di farlo avrà conseguenze devastanti.
Non possiamo nemmeno difendere la politica del libero scambio, proprio perché ci ha portato a questo punto. La politica del libero scambio è la politica della chiusura delle fabbriche, della devastazione delle comunità, il tutto con la promessa che nel lungo periodo tutto migliorerà.
I socialdemocratici tedeschi, alla vigilia della vittoria di Hitler, avevano proposto proprio questa politica folle. Lasciare che la crisi si abbatta sulla classe operaia – tanto alla fine tutto sarebbe andato per il meglio. Solo che la strada per l’equilibrio economico passava attraverso il fascismo e la guerra mondiale. Nell’immediato futuro, questo non sembra essere nei piani, ma la miseria che il capitalismo di libero scambio porta con sé è sotto gli occhi di tutti.
Trotskij sottolinea con precisione come la fine del libero scambio sia legata alla crisi stessa:
“La libertà di commercio, come la libertà di concorrenza, come la prosperità della classe media, appartiene al passato irrevocabile. Riportare in vita il passato è oggi l’unica missione dei riformisti democratici del capitalismo” (Cos’è il marxismo).
I sostenitori di entrambe le parti – liberisti e protezionisti – vogliono riportare la società allo stato precedente alla crisi, ma nessuno dei due ha la capacità di farlo. Né il ripristino della libertà di commercio, né l’erezione di nuove barriere doganali risolveranno la crisi.
La verità è che è proprio lo sviluppo delle forze produttive e del mercato mondiale ad aver reso possibile il capitalismo nazionale e ad aver creato la più grande crisi economica che il mondo abbia mai vissuto. L’intera situazione vede le forze produttive in rivolta contro lo Stato nazionale e la proprietà privata. Lasciamo l’ultima parola a Trotskij:
“Quindi, per salvare la società, non serve frenare lo sviluppo della tecnica, né chiudere le fabbriche, né concedere premi agli agricoltori per sabotare l’agricoltura, né trasformare un terzo dei lavoratori in pezzenti, né di ricorrere alla dittatura di qualche pazzoide. Nessuna di queste misure, che sono una beffa scandalosa agli interessi della società, è necessaria. Ma è indispensabile e urgente separare i mezzi di produzione dai loro attuali proprietari parassitari e organizzare la società in armonia con un piano razionale. Allora sarebbe immediatamente possibile curare la società dai suoi mali. Tutti coloro in grado di lavorare troverebbero lavoro. La giornata lavorativa s’accorcerebbe gradualmente. I bisogni di tutti i membri della società verrebbero sempre più soddisfati. Le parole ‘proprietà’, ‘crisi’, ‘sfruttamento’ non sarebbero più in circolazione. Il genere umano si trasformerebbe finalmente in vera umanità” (L. Trotskij, Cos’è il marxismo).
28 marzo 2025